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Martedì, 2 Dicembre : 2008 di DONATELLA BARBETTA
> Adolescenti 'bocciati' in prevenzione. E così i rischi di contagio aumentano
La ricercatrice Barbara Ensoli ha già arruolato i primi volontari: "I risultati ottenuti dai fallimenti ci insegnano quali errori evitare"
Aids TORIN - LE SPERANZE dei malati non hanno confini. Da tempo aspettano una risposta dai ricercatori, dal momento che combattono giorno dopo giorno la battaglia contro il virus Hiv. E ora il vaccino made in Italy è quasi a portata di mano. Tra due anni potrebbe diventare realtà. Tutto è partito nei laboratori romani dell’Istituto superiore di sanità, dal gruppo del centro nazionale Aids guidato dalla professoressa Barbara Ensoli.
«Il candidato vaccino italiano, che si basa sulla proteina Tat di Hiv-1, è ormai entrato pienamente nella seconda fase della sperimentazione — spiega Ensoli, responsabile del progetto in corso —. A gennaio saranno attivi tutti e dieci i centri italiani coinvolti, ma già ora sono state arruolate alcune decine di persone sieropositive sulle quali sarà valutata la risposta».
LA RICERCATRICE affronta il problema dei tempi: «Dopo la prima fase che ha dato risultati incoraggianti sulla sicurezza del candidato vaccino, abbiamo avviato da pochi mesi la fase due che ha l’obiettivo primario di verificare la risposta immune indotta su pazienti affetti da Hiv-1 in trattamento antiretrovirale efficace. Si tratta di una fase che durerà almeno due anni e terminerà 48 settimane dopo che l’ultimo dei 128 pazienti previsti in Italia avrà compiuto tutto l’iter di somministrazione».
Il «vaccino Hiv-1 Tat» è, quindi, un vaccino cosiddetto «terapeutico», che dovrebbe coadiuvare le terapie attualmente in uso per fermare l’infezione nei pazienti colpiti. E si prevede di verificare anche gli effetti preventivi del siero italiano: «È in corso di avviamento uno studio in Sudafrica — spiega la Ensoli — con l’obiettivo di valutare la capacità preventiva su persone non infettate che vivono in quest’area dove purtroppo il rischio di infezione è molto alto».
MA C’È ANCHE chi punta il dito sui fallimenti di altri vaccini. L’immunolo Fernando Aiuti dell’università La Sapienza, di cui la Ensoli è stata allieva, nei mesi scorsi aveva definito il vaccino italiano «vecchio, ideato nel 1999», mentre a marzo 2008 l’americano Robert Gallo, scopritore insieme al francese Luc Montagnier del virus dell’Aids, aveva parlato di un «flop», riferendosi ai risultati parziali di due sperimentazioni statunitensi. Ma la combattiva professoressa Ensoli non si lascia scoraggiare: «Bisogna continuare a far lavorare la ricerca. I risultati ottenuti dalle sperimentazioni fallite ci insegnano comunque quali errori evitare».
E allora vediamo da vicino la sperimentazione clinica italiana. Gli studi sono inizati nel 2003 con le prime verifiche sul vaccino nei laboratori dell’Università di Urbino.
LA CARATTERISTICA del siero italiano è di basarsi sul motore della replicazione del virus Hiv, ossia la proteina Tat che si trova nel cuore del virus e non sulla superficie, come quelle finora utilizzate in altri candidati vaccini. Nella fase due dieci i centri coinvolti, con capofila il policlinico di Modena: ospedale Savoia di Torino, San Raffaele e ospedale Sacco di Milano, Spedali civili di Brescia, arcispedale Sant’Anna di Ferrara, ospedale Santa Maria Annunziata di Firenze, istituto San Gallicano di Roma, ospedale Santa Maria Goretti di Latina e policlinico di Bari. I ricercatori sono consapevoli che occorre una grande cautela, per questo i volontari sieropositivi saranno affincati da uno psicologo durante la terapia.
Inoltre, c’è lo spettro della crisi economica. I costi previsti ammontano a 21 milioni di euro. «In Italia già si investe poco nella ricerca, spero che i tagli non colpiscano questo settore — conclude la Ensoli —. Lo dico per tutti i ricercatori, non solo per noi. Voglio anche esprimere solidarietà ai tanti precari che costituiscono un aiuto fondamentale per portare avanti la ricerca e che oggi vedono il proprio lavoro messo a rischio dalla congiuntura economica».
La ricercatrice Barbara Ensoli ha già arruolato i primi volontari: "I risultati ottenuti dai fallimenti ci insegnano quali errori evitare"
Aids TORIN - LE SPERANZE dei malati non hanno confini. Da tempo aspettano una risposta dai ricercatori, dal momento che combattono giorno dopo giorno la battaglia contro il virus Hiv. E ora il vaccino made in Italy è quasi a portata di mano. Tra due anni potrebbe diventare realtà. Tutto è partito nei laboratori romani dell’Istituto superiore di sanità, dal gruppo del centro nazionale Aids guidato dalla professoressa Barbara Ensoli.
«Il candidato vaccino italiano, che si basa sulla proteina Tat di Hiv-1, è ormai entrato pienamente nella seconda fase della sperimentazione — spiega Ensoli, responsabile del progetto in corso —. A gennaio saranno attivi tutti e dieci i centri italiani coinvolti, ma già ora sono state arruolate alcune decine di persone sieropositive sulle quali sarà valutata la risposta».
LA RICERCATRICE affronta il problema dei tempi: «Dopo la prima fase che ha dato risultati incoraggianti sulla sicurezza del candidato vaccino, abbiamo avviato da pochi mesi la fase due che ha l’obiettivo primario di verificare la risposta immune indotta su pazienti affetti da Hiv-1 in trattamento antiretrovirale efficace. Si tratta di una fase che durerà almeno due anni e terminerà 48 settimane dopo che l’ultimo dei 128 pazienti previsti in Italia avrà compiuto tutto l’iter di somministrazione».
Il «vaccino Hiv-1 Tat» è, quindi, un vaccino cosiddetto «terapeutico», che dovrebbe coadiuvare le terapie attualmente in uso per fermare l’infezione nei pazienti colpiti. E si prevede di verificare anche gli effetti preventivi del siero italiano: «È in corso di avviamento uno studio in Sudafrica — spiega la Ensoli — con l’obiettivo di valutare la capacità preventiva su persone non infettate che vivono in quest’area dove purtroppo il rischio di infezione è molto alto».
MA C’È ANCHE chi punta il dito sui fallimenti di altri vaccini. L’immunolo Fernando Aiuti dell’università La Sapienza, di cui la Ensoli è stata allieva, nei mesi scorsi aveva definito il vaccino italiano «vecchio, ideato nel 1999», mentre a marzo 2008 l’americano Robert Gallo, scopritore insieme al francese Luc Montagnier del virus dell’Aids, aveva parlato di un «flop», riferendosi ai risultati parziali di due sperimentazioni statunitensi. Ma la combattiva professoressa Ensoli non si lascia scoraggiare: «Bisogna continuare a far lavorare la ricerca. I risultati ottenuti dalle sperimentazioni fallite ci insegnano comunque quali errori evitare».
E allora vediamo da vicino la sperimentazione clinica italiana. Gli studi sono inizati nel 2003 con le prime verifiche sul vaccino nei laboratori dell’Università di Urbino.
LA CARATTERISTICA del siero italiano è di basarsi sul motore della replicazione del virus Hiv, ossia la proteina Tat che si trova nel cuore del virus e non sulla superficie, come quelle finora utilizzate in altri candidati vaccini. Nella fase due dieci i centri coinvolti, con capofila il policlinico di Modena: ospedale Savoia di Torino, San Raffaele e ospedale Sacco di Milano, Spedali civili di Brescia, arcispedale Sant’Anna di Ferrara, ospedale Santa Maria Annunziata di Firenze, istituto San Gallicano di Roma, ospedale Santa Maria Goretti di Latina e policlinico di Bari. I ricercatori sono consapevoli che occorre una grande cautela, per questo i volontari sieropositivi saranno affincati da uno psicologo durante la terapia.
Inoltre, c’è lo spettro della crisi economica. I costi previsti ammontano a 21 milioni di euro. «In Italia già si investe poco nella ricerca, spero che i tagli non colpiscano questo settore — conclude la Ensoli —. Lo dico per tutti i ricercatori, non solo per noi. Voglio anche esprimere solidarietà ai tanti precari che costituiscono un aiuto fondamentale per portare avanti la ricerca e che oggi vedono il proprio lavoro messo a rischio dalla congiuntura economica».
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).

















