Tassate pure, ma non esagerate.
Parola del cardinale Ruini
Parola del cardinale Ruini
di Maurizio Belpietro (Panorama)
L’urlo delle ambulanze che, con monotona regolarità, passano sotto casa sua dirette all’ospedale San Giovanni non interrompe i suoi pensieri. Il cardinale Camillo Ruini, per vent’anni presidente dei vescovi italiani, parla di Chiesa, di vocazioni ed evangelizzazioni come se quello che accade fuori sia solo un attimo di una vicenda terrena. Le sue risposte sono così precise che pare di assistere a una lezione. O, forse, a una preghiera.
Cardinale, lei ha lavorato per due papi: è giusto dire che Karol Wojtyla era più attento alla Chiesa popolare e Joseph Ratzinger a quella dottrinale?
No, credo sia un errore. Tra loro c’era grande sintonia e del resto il cardinale Ratzinger è stato una persona chiave nel pontificato di Papa Giovanni Paolo II. Sono due grandi personalità, i cui pontificati hanno come segni distintivi sia l’ortodossia sia l’attenzione alla gente semplice. Entrambi hanno unito difesa della fede e attenzione alla gente semplice.
Sul dialogo interreligioso le strade però sono diverse.
Tra grandi religioni il dialogo rimane una priorità, ma senza nascondere la propria fede. Per il bene dell’umanità è giusto che Cristianesimo, Islam ed Ebraismo dialoghino, ma senza rinunciare alla propria fede. Seguendo l’insegnamento del Concilio Vaticano II, il dialogo va condotto nella libertà e nel rispetto.
Sulla strada del dialogo però si è messo di mezzo l’incidente di Ratisbona.
Un malinteso, che ha avuto conseguenze inammissibili nei giorni seguenti. Ma da quell’incidente sono nati degli stimoli per gli stessi rappresentanti religiosi. È da quelle polemiche che è sorta la lettera su dialogo e non violenza di 138 esponenti islamici.
I problemi non arrivano solo dall’Islam. Mi pare che qualche difficoltà di rapporto ci sia anche con le altre Chiese cristiane, in particolare con gli ortodossi.
Con loro non mi pare che ci siano difficoltà profonde. Anzi, pur avendo espressioni liturgiche diverse, Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa sono molto vicine fra loro. Personalmente confido che si possa arrivare alla piena unità.
Anche con gli anglicani?
Con loro ci sono difficoltà in più, per esempio per quanto riguarda i ministeri della Chiesa.
L’ordinazione delle donne prete?
Diciamo che questi e altri sviluppi recenti non hanno contribuito.
È vero che ci sono preti anglicani che si convertono al Cattolicesimo?
In anni recenti ce ne sono stati parecchi e qualcuno c’è anche adesso.
E con i lefebvriani i rapporti come sono?
Già Papa Wojtyla aveva iniziato, ora Papa Ratzinger ha fatto un passo ulteriore cercando di rimuovere gli ostacoli sulla sensibilità liturgica.
Ma alcuni vescovi si stanno ribellando alla messa in latino.
Diciamo che ci sono sensibilità diverse, ma non parlerei di ribellione.
Di se stesso lei disse che è naturalmente politico. Cosa vuol dire per un cardinale essere politico?
Questa mia battuta ha suscitato qualche perplessità e forse è meglio chiarirla. Già il Concilio Vaticano II diceva in termini non ambigui che la missione della Chiesa non è di ordine politico, ma religioso. In che senso allora un vescovo può dirsi politico? In un significato più ampio, quando ha la capacità di influire su vicende pubbliche con la propria parola e testimonianza.
Anche se influenza decisioni politiche oppure leggi?
La Chiesa deve poter dare un giudizio morale anche su cose che riguardano l’ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona: anche questa è dottrina del Concilio Vaticano II.
Lei è considerato il vero vincitore del referendum sulla procreazione assistita.
Non mi piace la parola vincitore. La battaglia referendaria non era contro qualcuno, ma serviva a tutelare dei valori a vantaggio di tutti. E comunque non sono stato io il vincitore, ma il popolo, di credenti, ma anche di laici.
Un’alleanza inedita.
Sia gli uni che gli altri hanno sentito la necessità di difendere l’uomo in quanto tale, come fondamento della nostra civiltà. E si è andati al di là delle divisioni tra cattolici e laici.
L’ha stupita quest’unione?
No. Era un fenomeno già in corso, che riguarda intellettuali, ma anche persone semplici, che spesso non sono così assidue nel frequentare la chiesa. Però su certi valori, a cominciare da quello della famiglia, la pensano allo stesso modo.
La Chiesa ha interpretato ciò che la politica non ha saputo capire?
Non sarei così drastico. La Chiesa però è vicina alla gente. È difficile che i partiti abbiano la capillarità della Chiesa.
Scomparsa la Dc, come vede in futuro la collocazione dei cattolici in politica?
Credo che non competa a me rispondere. La Chiesa ai cattolici chiede solo coerenza nei contenuti. I cattolici facciano le loro scelte politiche, ma tengano conto dei principi della fede, che non sono irrilevanti, nemmeno per la politica.
Il credente non si concilia con l’evasore, ma c’è un limite etico all’imposizione fiscale?
Le tasse non sono un fine, ma sono uno strumento che dev’essere proporzionato al fine, ossia all’interesse pubblico, che non è solo dello stato ma delle persone. E contempla il diritto alle cure anche per chi non è abbiente, ma anche all’istruzione e alla sicurezza.
E se l’imposizione fiscale eccede?
Se le tasse si usano in maniera eccessiva diventano controproducenti. Stabilire il limite è difficile: va discusso tra le parti della società.
C’è una tendenza a costruirsi una fede su misura. Colpa dei preti che parlano poco di teologia? O peggio dei seminari che la insegnano troppo poco?
I preti di oggi conoscono abbastanza la teologia, anche se io vorrei che la conoscessero di più. Quando insegnavo ero molto esigente e pensavo che i seminaristi non studiassero a sufficienza. In realtà i grandi temi teologici suscitano molto interesse tra la gente. Ricordo quando giravo le parrocchie di Reggio Emilia, dopo cena: gli incontri erano sempre partecipati.
Qual è il suo teologo di riferimento?
San Tommaso d’Aquino. Per anni mi sono dedicato ai suoi studi in maniera pressoché esclusiva. Tra i miei insegnanti ho ammirato specialmente Bernard Lonergan. Poi, nel ’68, quando ho iniziato a insegnare teologia ho molto apprezzato gli studiosi tedeschi, in particolare Karl Ranher e soprattutto Ratzinger, ma anche il protestante Wolfhart Pannenberg.
Nelle storia della Chiesa si è assistito nel tempo a evangelizzazioni per aree geografiche. Dove vede il futuro sviluppo della cristianità?
Non c’è un’area prescelta. Il Vangelo dice: andate in tutto il mondo. Certo, importantissima è l’Asia, che è il terreno più scoperto.
E l’Occidente?
Qui ci troviamo ad affrontare un mondo secolarizzato. Per la fede cristiana è una sfida difficile, ma decisiva perché, con la globalizzazione, la secolarizzazione riguarderà sempre più tutti i continenti.
In Italia scontate anche la crisi delle vocazioni.
Il fenomeno ha aspetti diversi. Nel Meridione per esempio questa crisi non c’è. Anzi, in Sicilia e Puglia ci sono più vocazioni ora che quarant’anni fa. Non voglio dire che la crisi non ci sia e non sia preoccupante. Dico che riguarda soprattutto alcune aree e alcuni istituti religiosi.
Ci sono istituti religiosi preferiti rispetto ad altri?
Certo: negli istituti religiosi di vita contemplativa, per esempio, le vocazioni sono in aumento in Italia e all’estero. Poi ci sono nuove forme di vita consacrata, con molte persone giovani che fanno i voti di povertà, castità e obbedienza.
Chi si fa sacerdote oggi?
Innanzitutto il ragazzino di 11 o 12 anni che entra in seminario oggi è un caso raro. La grande maggioranza di coloro che diventano preti ha finito le medie superiori. Molti hanno lavorato o finito l’università. L’età si è alzata. Si fanno preti medici, ingegneri, psicologi ma anche architetti.
La crisi delle vocazioni potrebbe essere fronteggiata aprendo ai preti sposati?
Il celibato dei sacerdoti non è un dogma di fede, ma ciò non significa che non sia la scelta giusta. Io sono convinto che è un segno concreto quanto mai necessario in una società che spesso è prigioniera di un sesso fine a se stesso.
A proposito di sesso: la Chiesa non è stata un po’ disattenta sul tema della pedofilia?
La pedofilia è cosa grave e orribile.
Scarsa attenzione?
Può darsi. Non siamo immuni dalle mancanze. La pedofilia è largamente diffusa nella società ed è una degenerazione incoraggiata da una sessualità priva di limiti.
Cos’è cambiato nei seminari e nelle parrocchie dopo il diffondersi di alcuni casi di pedofilia?
Innanzitutto è aumentata la vigilanza, l’attenzione nella fase di formazione di un sacerdote. Si analizza la personalità. Il prete deve essere preparato a una scelta di vita non facile.
Vi affidate a psicologi?
Anche a loro. Psicologi idonei collaborano nei seminari. Ma dobbiamo essere consapevoli che, nonostante la preparazione e gli esami, i tradimenti e la fragilità umana possono riguardare anche i preti.
Per l’ennesima volta si torna a mettere in dubbio la santità di Padre Pio. Perché questo periodico assalto?
Non vorrei accusare nessuno. Ma Padre Pio è un santo preferito dalla gente: la sua è una santità popolare, dove il soprannaturale si fa quasi tangibile. E questo a qualcuno può dare fastidio.
Qual è stato il momento più difficile dei suoi vent’anni alla Cei?
Lo vuole proprio sapere? Trasferirmi a Roma: per 26 anni avevo fatto il sacerdote a Reggio Emilia e per 3 anni il vescovo ausiliare della diocesi di Reggio e Guastalla. Quando venni nominato segretario della Cei mi sentii come un provinciale che deve improvvisamente allargare il suo orizzonte all’Italia.
Cardinale, lei ha lavorato per due papi: è giusto dire che Karol Wojtyla era più attento alla Chiesa popolare e Joseph Ratzinger a quella dottrinale?
No, credo sia un errore. Tra loro c’era grande sintonia e del resto il cardinale Ratzinger è stato una persona chiave nel pontificato di Papa Giovanni Paolo II. Sono due grandi personalità, i cui pontificati hanno come segni distintivi sia l’ortodossia sia l’attenzione alla gente semplice. Entrambi hanno unito difesa della fede e attenzione alla gente semplice.
Sul dialogo interreligioso le strade però sono diverse.
Tra grandi religioni il dialogo rimane una priorità, ma senza nascondere la propria fede. Per il bene dell’umanità è giusto che Cristianesimo, Islam ed Ebraismo dialoghino, ma senza rinunciare alla propria fede. Seguendo l’insegnamento del Concilio Vaticano II, il dialogo va condotto nella libertà e nel rispetto.
Sulla strada del dialogo però si è messo di mezzo l’incidente di Ratisbona.
Un malinteso, che ha avuto conseguenze inammissibili nei giorni seguenti. Ma da quell’incidente sono nati degli stimoli per gli stessi rappresentanti religiosi. È da quelle polemiche che è sorta la lettera su dialogo e non violenza di 138 esponenti islamici.
I problemi non arrivano solo dall’Islam. Mi pare che qualche difficoltà di rapporto ci sia anche con le altre Chiese cristiane, in particolare con gli ortodossi.
Con loro non mi pare che ci siano difficoltà profonde. Anzi, pur avendo espressioni liturgiche diverse, Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa sono molto vicine fra loro. Personalmente confido che si possa arrivare alla piena unità.
Anche con gli anglicani?
Con loro ci sono difficoltà in più, per esempio per quanto riguarda i ministeri della Chiesa.
L’ordinazione delle donne prete?
Diciamo che questi e altri sviluppi recenti non hanno contribuito.
È vero che ci sono preti anglicani che si convertono al Cattolicesimo?
In anni recenti ce ne sono stati parecchi e qualcuno c’è anche adesso.
E con i lefebvriani i rapporti come sono?
Già Papa Wojtyla aveva iniziato, ora Papa Ratzinger ha fatto un passo ulteriore cercando di rimuovere gli ostacoli sulla sensibilità liturgica.
Ma alcuni vescovi si stanno ribellando alla messa in latino.
Diciamo che ci sono sensibilità diverse, ma non parlerei di ribellione.
Di se stesso lei disse che è naturalmente politico. Cosa vuol dire per un cardinale essere politico?
Questa mia battuta ha suscitato qualche perplessità e forse è meglio chiarirla. Già il Concilio Vaticano II diceva in termini non ambigui che la missione della Chiesa non è di ordine politico, ma religioso. In che senso allora un vescovo può dirsi politico? In un significato più ampio, quando ha la capacità di influire su vicende pubbliche con la propria parola e testimonianza.
Anche se influenza decisioni politiche oppure leggi?
La Chiesa deve poter dare un giudizio morale anche su cose che riguardano l’ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona: anche questa è dottrina del Concilio Vaticano II.
Lei è considerato il vero vincitore del referendum sulla procreazione assistita.
Non mi piace la parola vincitore. La battaglia referendaria non era contro qualcuno, ma serviva a tutelare dei valori a vantaggio di tutti. E comunque non sono stato io il vincitore, ma il popolo, di credenti, ma anche di laici.
Un’alleanza inedita.
Sia gli uni che gli altri hanno sentito la necessità di difendere l’uomo in quanto tale, come fondamento della nostra civiltà. E si è andati al di là delle divisioni tra cattolici e laici.
L’ha stupita quest’unione?
No. Era un fenomeno già in corso, che riguarda intellettuali, ma anche persone semplici, che spesso non sono così assidue nel frequentare la chiesa. Però su certi valori, a cominciare da quello della famiglia, la pensano allo stesso modo.
La Chiesa ha interpretato ciò che la politica non ha saputo capire?
Non sarei così drastico. La Chiesa però è vicina alla gente. È difficile che i partiti abbiano la capillarità della Chiesa.
Scomparsa la Dc, come vede in futuro la collocazione dei cattolici in politica?
Credo che non competa a me rispondere. La Chiesa ai cattolici chiede solo coerenza nei contenuti. I cattolici facciano le loro scelte politiche, ma tengano conto dei principi della fede, che non sono irrilevanti, nemmeno per la politica.
Il credente non si concilia con l’evasore, ma c’è un limite etico all’imposizione fiscale?
Le tasse non sono un fine, ma sono uno strumento che dev’essere proporzionato al fine, ossia all’interesse pubblico, che non è solo dello stato ma delle persone. E contempla il diritto alle cure anche per chi non è abbiente, ma anche all’istruzione e alla sicurezza.
E se l’imposizione fiscale eccede?
Se le tasse si usano in maniera eccessiva diventano controproducenti. Stabilire il limite è difficile: va discusso tra le parti della società.
C’è una tendenza a costruirsi una fede su misura. Colpa dei preti che parlano poco di teologia? O peggio dei seminari che la insegnano troppo poco?
I preti di oggi conoscono abbastanza la teologia, anche se io vorrei che la conoscessero di più. Quando insegnavo ero molto esigente e pensavo che i seminaristi non studiassero a sufficienza. In realtà i grandi temi teologici suscitano molto interesse tra la gente. Ricordo quando giravo le parrocchie di Reggio Emilia, dopo cena: gli incontri erano sempre partecipati.
Qual è il suo teologo di riferimento?
San Tommaso d’Aquino. Per anni mi sono dedicato ai suoi studi in maniera pressoché esclusiva. Tra i miei insegnanti ho ammirato specialmente Bernard Lonergan. Poi, nel ’68, quando ho iniziato a insegnare teologia ho molto apprezzato gli studiosi tedeschi, in particolare Karl Ranher e soprattutto Ratzinger, ma anche il protestante Wolfhart Pannenberg.
Nelle storia della Chiesa si è assistito nel tempo a evangelizzazioni per aree geografiche. Dove vede il futuro sviluppo della cristianità?
Non c’è un’area prescelta. Il Vangelo dice: andate in tutto il mondo. Certo, importantissima è l’Asia, che è il terreno più scoperto.
E l’Occidente?
Qui ci troviamo ad affrontare un mondo secolarizzato. Per la fede cristiana è una sfida difficile, ma decisiva perché, con la globalizzazione, la secolarizzazione riguarderà sempre più tutti i continenti.
In Italia scontate anche la crisi delle vocazioni.
Il fenomeno ha aspetti diversi. Nel Meridione per esempio questa crisi non c’è. Anzi, in Sicilia e Puglia ci sono più vocazioni ora che quarant’anni fa. Non voglio dire che la crisi non ci sia e non sia preoccupante. Dico che riguarda soprattutto alcune aree e alcuni istituti religiosi.
Ci sono istituti religiosi preferiti rispetto ad altri?
Certo: negli istituti religiosi di vita contemplativa, per esempio, le vocazioni sono in aumento in Italia e all’estero. Poi ci sono nuove forme di vita consacrata, con molte persone giovani che fanno i voti di povertà, castità e obbedienza.
Chi si fa sacerdote oggi?
Innanzitutto il ragazzino di 11 o 12 anni che entra in seminario oggi è un caso raro. La grande maggioranza di coloro che diventano preti ha finito le medie superiori. Molti hanno lavorato o finito l’università. L’età si è alzata. Si fanno preti medici, ingegneri, psicologi ma anche architetti.
La crisi delle vocazioni potrebbe essere fronteggiata aprendo ai preti sposati?
Il celibato dei sacerdoti non è un dogma di fede, ma ciò non significa che non sia la scelta giusta. Io sono convinto che è un segno concreto quanto mai necessario in una società che spesso è prigioniera di un sesso fine a se stesso.
A proposito di sesso: la Chiesa non è stata un po’ disattenta sul tema della pedofilia?
La pedofilia è cosa grave e orribile.
Scarsa attenzione?
Può darsi. Non siamo immuni dalle mancanze. La pedofilia è largamente diffusa nella società ed è una degenerazione incoraggiata da una sessualità priva di limiti.
Cos’è cambiato nei seminari e nelle parrocchie dopo il diffondersi di alcuni casi di pedofilia?
Innanzitutto è aumentata la vigilanza, l’attenzione nella fase di formazione di un sacerdote. Si analizza la personalità. Il prete deve essere preparato a una scelta di vita non facile.
Vi affidate a psicologi?
Anche a loro. Psicologi idonei collaborano nei seminari. Ma dobbiamo essere consapevoli che, nonostante la preparazione e gli esami, i tradimenti e la fragilità umana possono riguardare anche i preti.
Per l’ennesima volta si torna a mettere in dubbio la santità di Padre Pio. Perché questo periodico assalto?
Non vorrei accusare nessuno. Ma Padre Pio è un santo preferito dalla gente: la sua è una santità popolare, dove il soprannaturale si fa quasi tangibile. E questo a qualcuno può dare fastidio.
Qual è stato il momento più difficile dei suoi vent’anni alla Cei?
Lo vuole proprio sapere? Trasferirmi a Roma: per 26 anni avevo fatto il sacerdote a Reggio Emilia e per 3 anni il vescovo ausiliare della diocesi di Reggio e Guastalla. Quando venni nominato segretario della Cei mi sentii come un provinciale che deve improvvisamente allargare il suo orizzonte all’Italia.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
















