Sull’albero, liscia o gassata
di Luciano Scateni
E’ sabato, è il giorno dell’Immacolata, è cupo il cielo e manda giù pioggia anglosassone, cioè insistente, leggera, noiosa. La città collinare s’impenna appena intrapresa l’erta che va su fino all’eremo dei Camaldoli. Prima di toccare la culmine, si attraversa il borgo, un tempo incontaminato, terra di laboriosità contadina, di casolari di campagna e buona terra lavorata che si è poi omologato alle langhe disadorne e alle sciatterie di gran parte della cintura sovraffollata che cinge Napoli.
Oltrepassata una delle molte curve che conducono al convento, appare in tutta la sua imponente sobrietà un albero di Natale che albero non è e neppure un surrogato del tradizionale abete che depreda le montagne in vista del 25 dicembre. Un palo, infisso nel marciapiedi, svetta per cinque o sei metri e prende forma di cono grazie a cavi ancorati alla base. Lungo i fili robusti, provano a dare allegria e colore, successioni ben selezionate di quelle bottiglie in plastica che una volta svuotate dell’acqua minerale, dovrebbero finire nelle campane della raccolta differenziata dei rifiuti, sempre che avessimo la civile abitudine di liberarcene ordinatamente. Sembra che l’idea di innalzare un albero natalizio così inconsueto, sia degli anziani di zona, qualcuno intento, nonostante l’inclemenza del tempo a sistemare le ultime bottiglie, badando all’alternanza cromatica: verde, bianco, giallino, eccetera.
L’episodio sollecita le seguenti riflessioni: gli anziani sono creativi; è un Natale povero che induce a contare almeno fino a dieci prima di affrontare una spesa non primaria e dunque meglio un albero di plastica che un abete sottratto all’ossigenazione collettiva, agli equilibri ambientali e alle tasche vuote. Oltrepassato l’ “albero delle minerali”, l’eremo è vicino, con i suoi contrasti tra amenità antica del convento e pessima modernità del groviglio di antenne radiotelevisive, elettriche e telefoniche di cui è prigioniero. E’ chiuso il grande cancello a protezione delle suorine francesi che hanno ereditato il convento dai monaci camaldolesi, ma a lato, un citofono dell’ultima generazione permette di chiedere l’apriti sesamo a quanti salgono fin quassù per gustare la cucina governata da suor Fabia, che sovrintende alla ristorazione di quanti cedono all’attrazione di un pranzo nel refettorio conventuale e di cibi che si propongono come genuini o, come si ama definire da qualche tempo, biologicamente garantiti.
L’altimetro segnala i 458 metri sul livello del Tirreno, ma di là dal dato aritmetico, la conferma della prossimità alla vetta arriva con il libeccio che spara in volto gocce di acqua molto simili al nevischio. Più a valle, ma non tanto, il vento ondeggiare l’albero di contenitori variopinti in plastica eretto, al freddo e al gelo, dagli anziani nel segno di una festività che per molti è più mesta che gaia.
Oltrepassata una delle molte curve che conducono al convento, appare in tutta la sua imponente sobrietà un albero di Natale che albero non è e neppure un surrogato del tradizionale abete che depreda le montagne in vista del 25 dicembre. Un palo, infisso nel marciapiedi, svetta per cinque o sei metri e prende forma di cono grazie a cavi ancorati alla base. Lungo i fili robusti, provano a dare allegria e colore, successioni ben selezionate di quelle bottiglie in plastica che una volta svuotate dell’acqua minerale, dovrebbero finire nelle campane della raccolta differenziata dei rifiuti, sempre che avessimo la civile abitudine di liberarcene ordinatamente. Sembra che l’idea di innalzare un albero natalizio così inconsueto, sia degli anziani di zona, qualcuno intento, nonostante l’inclemenza del tempo a sistemare le ultime bottiglie, badando all’alternanza cromatica: verde, bianco, giallino, eccetera.
L’episodio sollecita le seguenti riflessioni: gli anziani sono creativi; è un Natale povero che induce a contare almeno fino a dieci prima di affrontare una spesa non primaria e dunque meglio un albero di plastica che un abete sottratto all’ossigenazione collettiva, agli equilibri ambientali e alle tasche vuote. Oltrepassato l’ “albero delle minerali”, l’eremo è vicino, con i suoi contrasti tra amenità antica del convento e pessima modernità del groviglio di antenne radiotelevisive, elettriche e telefoniche di cui è prigioniero. E’ chiuso il grande cancello a protezione delle suorine francesi che hanno ereditato il convento dai monaci camaldolesi, ma a lato, un citofono dell’ultima generazione permette di chiedere l’apriti sesamo a quanti salgono fin quassù per gustare la cucina governata da suor Fabia, che sovrintende alla ristorazione di quanti cedono all’attrazione di un pranzo nel refettorio conventuale e di cibi che si propongono come genuini o, come si ama definire da qualche tempo, biologicamente garantiti.
L’altimetro segnala i 458 metri sul livello del Tirreno, ma di là dal dato aritmetico, la conferma della prossimità alla vetta arriva con il libeccio che spara in volto gocce di acqua molto simili al nevischio. Più a valle, ma non tanto, il vento ondeggiare l’albero di contenitori variopinti in plastica eretto, al freddo e al gelo, dagli anziani nel segno di una festività che per molti è più mesta che gaia.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
















