Il fanatismo che ieri ha ucciso Benazir Bhutto durante un comizio a Rawalpindi non è una macchina da guerra globale e di conseguenza inafferrabile, come spesso usiamo dire non sapendo bene che dire: è un mostro che è nato in Pakistan, che dal Pakistan si è esteso al mondo fino a lambire le città d’Occidente, che in Pakistan ha da quasi trent’anni il suo regno. Anche il mezzo bellico cui ricorrono gli assassini è stato coltivato e perfezionato in quella zona, per motivi legati alla sua instabilità incessante: l’attentatore sceglie di trasformarsi in bomba umana perché questa è l’arma moderna del debole contro Paesi o eserciti che non possono esser combattuti e vinti con arsenali simmetricamente potenti. L’Unione Sovietica poté esser combattuta e vinta solo da fondamentalisti pronti a morire, e qui va cercato il motivo per cui furono in tanti ad appoggiarli, addestrarli, finanziarli: Stati Uniti e Pakistan in testa. La stessa Bhutto, quando incontrò Clinton a Washington nella primavera del ’95, presentò i talebani come forza filo-pakistana che sarebbe tornata utile per stabilizzare l’Afghanistan.
Ora il Golem fabbricato dai governi americani e dai loro alleati si rivolta contro i propri originari padrini, e sono questi ultimi a esser combattuti e sfiancati da un metodo di lotta - l’attentato suicida - che è il più letale che esista perché sacrifica l’assassino assieme all’assassinato.
E’ un metodo che il terrorismo internazionale usa ormai con agilità, ma che ha fra i suoi addestratori i regimi militari che si sono succeduti in Pakistan negli ultimi decenni. Più precisamente, ha alle spalle i servizi segreti (l’Isi: Inter-Services Intelligence) che negli Anni 70 e 80 allenarono i combattenti delle scuole integraliste islamiche, scatenandoli di volta in volta contro l’India nel Kashmir o contro l’occupante sovietico in Afghanistan. I talebani sono figli dell’Isi, o comunque di quelle schegge dell’Isi che Musharraf contrasta e di cui è simultaneamente complice. Non è senza significato che Bin Laden e al-Zawahiri vivano in zona pakistana, fin qui senza assilli.
Contro il terrorismo che ci ostiniamo a chiamare globale l’Occidente è in guerra da più di sei anni, senza costrutto e senza idee persuasive. Non è un Grande Gioco locale che sta facendo, sulla falsariga del Great Game dell’impero britannico tra ‘800 e ‘900, ma un gioco ancora più nullo del Great Game: mondializzando lo scontro e chiamandolo scontro di civiltà, Stati Uniti e alleati stanno di fatto estendendolo oltre l’Afghanistan, nel Pakistan dotato di atomica, e trasformando un’intera regione in caos, come spiega molto bene Saleem Shahzad nel suo reportage per La Stampa. Questa guerra non solo è senza fine, come disse Bush nell’autunno 2001 quando annunciò un’impresa bellica di «molte generazioni». È una guerra che combattiamo in alleanza con il Pakistan, che è la fonte principale del male e comunque la roccaforte dei nostri avversari. Da anni, l’amministrazione Usa riempie Islamabad di denaro (10 miliardi di dollari dal 2001) senza porre condizioni di sorta. Questa è la premessa di ogni discorso, nel momento in cui gli occidentali piangono Benazir Bhutto e, mentendo, giudicano «destabilizzata» una democrazia inesistente e un regime da sempre instabile.
Benazir Bhutto certamente percepì la vastità dell’imbroglio, quando nell’ottobre scorso tornò in patria con l’assistenza di Washington. Vi ritornò promettendo a Bush un patto con Musharraf e i servizi pakistani: un patto che forse avrebbe risparmiato a lei un processo per corruzione, ma di sicuro avrebbe consentito a Musharraf di proseguire l’ambigua politica verso il fanatismo islamico. Una politica fatta in superficie di resistenza, sotto terra di connivenza o passività. Una politica che avrebbe permesso al generale-presidente di tollerare quello che nessuno Stato può tollerare: l’esistenza ai propri confini di intere regioni governate dai talebani (le cosiddette Zone Tribali). Le incursioni contro Karzai e gli occidentali partono da lì, e sono imbattibili non perché globali, ma perché hanno una base da cui partire e in cui rifugiarsi. Nessuna guerriglia con una base forte è debellabile. Contro simile caos la Bhutto aveva cominciato a ribellarsi.
Questo è il vespaio in cui si è andata a cacciare la lotta armata di Bush al terrorismo: una lotta cui partecipano molti europei, tra cui gli italiani, senza più sapere esattamente perché e per quanto tempo. Questo il groviglio che, irrisolto localmente, tanto più efficacemente si nasconde e si arma dietro a sigle globali come Al Qaeda. Della morte di Benazir Bhutto siamo responsabili anche noi, che abbiamo fatto crescere un bubbone così tremendo tra India e Afghanistan, sostenendo in origine gli integralisti antisovietici e poi un governo a Kabul che ancora rifiuta di riconoscere il confine che lo separa dal Pakistan. Ci siamo alleati con chi si sarebbe poi mobilitato contro l’America, contro la Bhutto. Che più volte si è mobilitato contro lo stesso Musharraf.
L’alleanza col Diavolo è un’arma geopolitica classica. Fu adoperata anche nella prima metà del ‘900. Ci si alleò con Stalin, pur di vincere Hitler. Poi però l’alleanza s’infranse e comunque nulla di quel che accade oggi somiglia a ieri. Lì una guerra finì, qui una guerra è agli inizi. Qui non siamo di fronte all’alleanza con un Diavolo minore per sconfiggere il Diavolo maggiore. Qui ci si allea con il male stesso che si pretende debellare.
Ultima modifica di Redazione il 09 Lug 2008 06:30, modificato 4 volte in totale
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
Le avevano mandato un messaggio chiaro già al momento del suo ritorno in patria, il mese scorso.
«Ti uccideremo».
Quel giorno, la bomba l’aveva mancata di poco.
Lei aveva risposto con un tono di sfida, come sempre: «Mi vogliono fermare, ma non ci riusciranno». Questa volta però la bomba non l’ha mancata, e ora lei l’hanno fermata. Per sempre.
E’ stata una via intensa, questa di Benazir Bhutto, sempre dietro qualcosa, un progetto, un desiderio, un’ambizione. Ecco, l’ambizione: di essere sempre la prima, di riuscire a fare quello che nessun altro (nessun’altra) ha fatto, del potere e del dominio sulle stesse asperità della vita. All’inizio era stato facile, figlia prediletta di una delle più potenti famiglie del Sind, tutti gli agi della ricchezza più ampia, il rispetto che sempre nei Paesi poveri si guadagnano naturalmente coloro che dominano gli uomini e le cose. Riverita, lodata, invidiata, ammirata anche per la sua bellezza altera.
Una bellezza che perfino «People» aveva voluto segnalare al suo pubblico immenso di casalinghe curiose, classificandola tra le 50 donne più belle del mondo, ma anche una bellezza che nessun costume repressivo della cultura islamica aveva mai potuto umiliare. Portava il velo sui capelli, un foulard lieve che simbolicamente riconosceva le imposizioni della più severa tradizione coranica, e indossava lo shawal khemize del suo popolo, camicione ampio sui pantaloni larghi e flosci; ma quel velo e quel camicione venivano portati come un modello esclusivo d’alta moda, perdendo nell’orgoglioso atteggiamento che lei sempre teneva ogni valore formale, di riconoscimento d’una identità religiosa o nazionale.
Perché Benazir Bhutto è stata questo, una individualità che mai si è piegata (o comunque che mai ha voluto piegarsi) alle ragioni del mondo che le stava d’attorno. Solo in un’occasione aveva dovuto abbassare il capo, ritraendosi da quella sua indomita alterigia, la fronte altrimenti sempre ben alta, lo sguardo forte e diritto, rigida e tesa come mai nessuna donna musulmana; quando il gen. Zia ul-Haq aveva fatto arrestare suo padre, il primo ministro Ali Bhutto, e lo aveva condannato a morte. Lei, la figlia più bella, la donna più ammirata e temuta, aveva chiesto di poterlo andare a salutare nella sua prigione, un ultimo abbraccio prima della forca.
Mai quel giorno, quel dolore, le si erano staccati di dosso. Da ragazza, l’avevano mandata a studiare in America, prima, dove aveva preso con il massimo dei voti la laurea in scienze politiche ad Harvard, e poi a Oxford, in Inghilterra, dove si era di nuovo laureata con lode, in scienze diplomatiche. Era il percorso d’una vita proiettata verso altri progetti, l’alta società, le relazioni importanti, la vita dolce; il suo destino non sarebbe stato quello di oggi, se non le avessero impiccato il padre. Ma quell’assassinio (perché tale lei sempre lo ha giudicato) le indicò una nuova strada, e le sue ambizioni sociali e mondane divennero, da quel giorno, una cosa soltanto: la politica.
Tornò in patria, fondò un partito, stravinse le elezioni. Fu nominata primo ministro, lei, una donna capo di un governo di tutti uomini. Non era mai accaduto nell’orizzonte antico delle società islamiche, in quel limbo amaro dove l’identità femminile deve piegarsi alle leggi mistiche dell’egemonia maschile, e subirne senza reazione possibile ogni dettato, ogni scelta, ogni volontà. Ma non lei, naturalmente, che nulla la piegava e il giorno stesso che ebbe l’investitura ufficiale disse con un fondo d’amarezza: «Volevo diventare quello che mio padre è stato, e ci sono riuscita. Io ottengo sempre quello che voglio. Ma so che per questo mi ammazzeranno».
Quello che venne dopo non fu sempre una bella storia, perché la sua vita politica si intrecciò con una serie lunga e travagliata di accuse di corruzione, tanto da farla finire in galera e da tenerla sotto processo per un carico di più di 90 imputazioni. «Sono tutte falsità dei miei avversari», si difendeva lei, e comunque - quali che siano state le sue reali responsabilità - si era trovata ad agire in un territorio politico e giuridico dove il rispetto della legalità e la logica della divisione dei poteri erano una dichiarazione formale di principi più che una pratica della consuetudine sociale. Il marito, che con lei divideva larga parte di queste accuse, con sospetti di pesanti tangenti incassate per ogni opera pubblica, si è però dovuto fare 8 anni di galera in Svizzera, riconosciuto colpevole dai tribunali elvetici. «E’ tutta una montatura giuridica», continuava a ripetere lei dal suo esilio di Dubai.
Espulsa due volte dal suo Paese, due volte Benazir Bhutto era tornata a riprendersi il potere che un largo consenso popolare sempre le ha restituito. E anche ora, ch’era stata a lungo in esilio, si preparava alla vittoria nelle elezioni del mese prossimo, forte non soltanto del sostegno che il suo partito e i suoi elettori le assicuravano ma anche, e soprattutto, del suo nuovo status, di «uomo degli americani». Bush, che l’ultima volta l’ha incontrata alcuni mesi fa alla Casa Bianca, aveva fatto della Bhutto la pedina essenziale della sua strategia di stabilizzazione del Pakistan, e Condoleezza Rice stava ormai alle spalle di ogni atto politico, di ogni decisione, che la Bhutto proiettava nel disastrato quadro degli equilibri istituzionali del suo Paese. La sua morte rallegra ed esalta le file del fondamentalismo che vuole allungare le mani sulla Bomba Musulmana: «L’America è una tigre di carta», dicono i miliziani del terrorismo islamico ballando sulla tomba della signora di Karachi.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
Hanno assassinato Benazir Bhutto, «bocca profumata» come teneramente la chiamava suo padre. È stato un terrorista suicida ad ammazzarla facendosi esplodere al termine d’un festoso comizio della bella Benazir.
L’otto di gennaio i pakistani dovrebbero andar alle urne. Lei, Benazir, era rientrata in patria, dopo otto anni di esilio volontario, per scacciare con la scheda il potere corrotto, nemico della democrazia, ingannatore del popolo. Torcendosi i baffi roridi di pianto, il primario dell’ospedale di Rawalpindi ha detto ai giornalisti che «bocca profumata» è morta senza soffrire. Anche per lei la morte ha spezzato «sogni e speranze»: una famiglia disgraziata, i Bhutto, una dinastia politica potente e invidiata (ma anche amata) come i Gandhi, come i Kennedy. Una vicenda umana, la sua, che sembra uscita da un Kipling postmoderno.
L’accusavano di «peronismo al curry», i suoi avversari, ma è un fatto che i suoi comizi (pensati in inglese) avessero il potere di esaltare le folle. Nella primavera del 1989, Tito Sansa, abile, spericolato inviato in Pakistan, volle, generosamente, ch’io lo accompagnassi: era riuscito a fissare un appuntamento con l’allora primo ministro, grazie anche ai buoni uffici d’un comune amico, l’ambasciatore italiano. Benazir parlava a fior di labbra, come son solite le ragazze-bene. Non ha paura per la sua vita? «Che senso ha temere qualcosa che ignoro. C’è chi sa e dunque basta rimettermi a lui e non pensare alla morte. È alla vita che bisogna pensare. Io vivo per lavorare a un progetto che sollevi il mio paese da una indigenza che non merita, due volte odiosa perché conseguenza della ruberia eletta a sistema».
Già, la corruzione. L’accusa rituale che da sempre, in Pakistan, i candidati si son gettata addosso. Tuonando contro i «corruttori istituzionali», la Bhutto è scesa in lizza pur consapevole di sfidare un avversario agguerrito e un immenso esercito di maldicenza e di accuse al vetriolo. Nulla le è stato risparmiato durante la campagna elettorale: la (presunta) corruzione di suo padre, impiccato, l’incriminazione per peculato del fratello e di lei stessa (infine amnistiati dal rivale Musharraf per volere di Washington). Di più: al suo ritorno a Karachi, il 19 di ottobre, quattro squadre suicide si fecero saltare in aria buttandosi contro il corteo di automobili. Benazir sapeva che avrebbero tentato di ucciderla e pertanto era salita a bordo d’un furgone blindato della tv, rimanendo illesa. «Se credono di spaventarmi...», fu il suo commento alla Reuters.
E ora che accadrà?, ho domandato a un diplomatico. Risposta: «Una cosa è certa, le faranno un bel funerale». Lo fecero anche a Gandhi, al vecchio, al giovane. Quei due si lasciarono dietro una scia di rispetto, di rimpianto. Possessori di uno stesso Dna, Pakistan e India sono divisi da una reciproca avversione che ha partorito troppe guerre e perfino un’insensata corsa al nucleare. Meno fortunato e meno intraprendente dell’India, il Pakistan arranca attaccato alla compiacente mammella americana: prodiga di anche recenti aiuti a pioggia. Grazie alla bella Benazir, poteva vantarsi, il Pakistan, d’essere l’unico e solo paese islamico guidato da una donna. Qualche tempo fa, a Dubai, richiesta di commentare un orribile attacco suicida, quello costato la vita al premier libanese Hariri, la signora Benazir così rispose: «Al Qaeda? È troppo comodo, una sorta di automatismo, attribuire attentati così allo Sceicco del Terrore. Prima di emetter sentenze bisognerebbe far pulizia in casa, anziché, regolarmente, accusare Al Qaeda col solo risultato di cacciare l’immondizia sotto il tappeto».
A parte il funerale grandioso di cui sopra, è certo che Musharraf s’è rafforzato. Non dico sul piano morale, ma sul pratico. In un paese dove tuttora il 73,5% dei 160 milioni di cittadini campa con meno di due dollari al giorno, metà, grosso modo, della popolazione era con lei, «bocca profumata» che, fra l’altro aveva apertamente accusato di corruzione il presidente e i suoi servizi, «burattini della Cia». Non è che i pachistani siano antiamericani, tutt’altro, ma il vaniloquio di Al Qaeda indubbiamente li colpisce. Sapremo, forse, un giorno, chi veramente abbia ammazzato la signora Bhutto. La rivendicazione - chiaramente strumentale - di Al Zawahiri non convince, non foss’altro perché Al Qaeda è ormai una conchiglia vuota che qualsiasi scellerato può riempire. Il presidente Bush si è sentito toccato dolorosamente dall’accadimento. Un’altra sconfitta per «W»: il suo sogno della guerra preventiva portatrice di democrazia, oggi, con la morte assassina di Benazir Bhutto è, per lui, un calcio in bocca.
ViviCentro (art. 19 e 21)
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Re: Le Opinioni dei cronisti su Benazir Bhutto
Sabato, 29 Dicembre 2007
Citazione:
Il Pakistan e l'assassinio di Benazir Bhutto i commenti di Fiamma Nirenstein, Magdi Allam, Bernard-Henri Levy
Testata:Il Giornale- Corriere della Sera
Autore: Fiamma Nirenstein - Magdi Allam - Bernard-Henri Levy
Titolo: «L'ambiguo Musharra f- Il contrasto fra Islam e Democrazia - Ora un gesto per non dimenticare»
Fiamma Nirenstein:
" L'ambiguo Musharraf a un vicolo cieco ":
Al Qaida, i talebani, hanno fatto il grande colpo. Hanno dimostrato una capacità di colpire gigantesca uccidendo la pakistana col velo trasparente, il rossetto rosso rubino e l’amore per la democrazia, la speranza democratica di una zona sempre in pieno terremoto jihadistico. Non solo le hanno sparato, ma hanno anche messo in scena il rito cannibalico del terrorismo suicida. Però questo attacco proprio nella sua «geometrica potenza» è quello che costringerà il mondo democratico o quello che ambisce alla democrazia a cambiare la sua strategia. Stavolta non si scherza: la scena dell’attacco non è un paese africano, non è Israele né l’Arabia Saudita: il Pakistan è il Paese delle cento bombe atomiche messe da parte sin da quando nel 1998, dopo una serie di test sotterranei fu dichiarato membro del club nucleare: le bombe potrebbero finire nelle mani dei terroristi. L’assassinio della Bhutto, una sostenitrice della legalità democratica, nemica dell’Islam estremo («chi usa il terrorismo - diceva - non è musulmano»), coraggiosa, forte, prima donna musulmana premier, è una conferma di quanto gli estremisti siano capaci di determinare il futuro del Pakistan e del mondo: abbiamo visto nei mesi scorsi la conquista della Moschea Rossa ad Islamabad; recentemente uno scontro frontale ha messo in campo gli uomini del Mullah Fazullah, legato ai talebani, contro 3.000 soldati pakistani. Nel Waziristan, nella cintura tribale del Pakistan sono ormai episodi consueti gli scontri fra truppe regolari e talebani. La forza acquistata dagli estremisti, fra i quali Al Qaida prospera, è legata a una politica americana che ha cercato di essere più morbida possibile: dopo l’attacco dell’11 settembre gli americani dettero a Musharraf, dittatore militare, la scelta fra andarsene o aiutarli a sconfiggere Al Qaida e i talebani. Musharraf accettando la seconda ipotesi aiutato gli americani in Afghanistan, ha però consentito a Al Qaida e ai talebani di fuggire e rafforzarsi in Pakistan. Musharraf ha anche impedito agli americani di interrogare A. Q. Khan, il mago delle bombe che pare avere grande parte in tutti business atomici dei rogue states e delle organizzazioni terroriste. Musharraf non ha impedito né il diffondersi della presenza talebana né il consolidarsi presso il pubblico dell’idea che Bin Laden sia il leader migliore (il 46 per cento la pensa così, mentre il 37 preferisce Musharraf) e che non si debbano compiere operazioni militari contro Al Qaida o i talebani.
Oggi, a causa di una politica ambigua, il Pakistan è un santuario del terrorismo, e proliferano i movimenti sovversivi che Musharraf non ha affrontato. Così è stata assassinata Benazir, a causa dell’ambiguità di una strategia che non si è mai decisa a combattere il terrore. Musharraf, pur prendendo un miliardo e mezzo di dollari l’anno dagli Usa, ha consentito al suo esercito (di cui solo da poco ha abbandonato il grado di Comandante) di avere per motto: «Fede pietà e jihad sulla strada di Allah». Né gli americani gliel’hanno impedito: e hanno sempre lasciato perdere la richiesta più importante, quella di dejihadizzare il Paese. Dopo la crisi di ottobre, l’abbandono da parte di Musharraf dei gradi militari, l’arrivo di Benazir Bhutto, ecco la crisi frontale più grossa: ora si deve sperare che la confusione si plachi, ma non è detto, e che la parte migliore dell’esercito tenga saldamente in mano le chiavi della bomba atomica, e anche questo non è detto. Il rischio è che possano avvenire vendite, magari ai sauditi preoccupati dall’Iran, o ai terroristi che cercano poco materiale fissile per le cosiddette «bombe sporche». Insomma, la crisi nucleare del prossimo anno, se gli Usa invece di sognare una democrazia indolore non si decidono ad agire presto, può essere doppia: quella iraniana e quella pakistana.
Magdi Allam:
" Il contrasto fra Islam e democrazia":
Ha ragione lo scrittore anglo-pachistano Hanif Kureishi nel sostenere che «l'islam non è compatibile con la democrazia». Certamente non l'islam dei terroristi di Al Qaeda che hanno appena rivendicato l'attentato suicida che ha posto fine alla vita di Benazir Bhutto. Neppure l'islam degli estremisti islamici che praticano il lavaggio di cervello a milioni di giovani nelle moschee e scuole coraniche, indottrinandoli alla guerra santa e inculcando la fede nel «martirio» islamico. Né infine l'islam moderato nella forma ma dittatoriale nella sostanza, sostenuto dall'Occidente solo per la paura che i terroristi e gli estremisti islamici prendano il potere.
Nell'intervista concessa a Francesca Marretta e pubblicata ieri su Liberazione, Kureishi spiega così la sua sfiducia assoluta: «Il Pakistan è stato formato come Stato democratico per i musulmani, ma gli islamisti non sono capaci di essere democratici, perché mettono la religione davanti a tutto. Islam e democrazia non sono compatibili. Per quanto mi riguarda, il Pakistan non doveva essere creato come Stato. Doveva restare parte dell'India. Musharraf resterà al potere perché gli Usa non permetteranno che il Pakistan diventi una sorta di Stato talebano ». I fatti gli danno ragione.Se consideriamo gli Stati che si autodefiniscono «Repubblica islamica», quali il Pakistan, l'Iran, le Comore, Mauritania e Afghanistan, in aggiunta all'Arabia Saudita che ha adottato il Corano come Costituzione, ebbene nessuno di loro è democratico. Ma più in generale dei 56 Paesi membri dell'Organizzazione per la Conferenza islamica e che hanno una popolazione a maggioranza musulmana, nessuno rispetta pienamente i parametri della democrazia sostanziale così come è concepita e praticata in Occidente.
Nella gran parte dei casi la democrazia è trattata alla stregua di un rito formale, che si esaurisce nella messinscena delle regole del processo elettorale per legittimare il perpetuamento dei regimi autoritari al potere e violando comunque i diritti fondamentali della persona che sono l'essenza della democrazia sostanziale.
La storia moderna e contemporanea ci insegna che i Paesi musulmani si sono avvicinati in qualche modo all'esercizio della democrazia soltanto quando si sono apertamente ispirati a un modello complessivo di società e di civiltà occidentale, con la separazione sostanziale della sfera religiosa da quella secolare. Perché il nodo principale risiede appunto nella pretesa dell'integralismo e dell'estremismo islamico di definire religiosamente ogni minimo dettaglio del vissuto e della quotidianità delle persone. Alla base c'è la realtà di una religione che, in assenza di un unico referente spirituale, sin dai suoi esordi ha fatto leva sull'interpretazione soggettiva del testo sacro producendo una fede che è plurale ma non pluralista, proprio perché non c'è mai stata la democrazia sostanziata dal rispetto verso la moltitudine di comunità, sette, movimenti e partiti che spesso, singolarmente, rivendicano di essere i detentori dell'unico vero islam. Con il risultato che storicamente l'islam è conflittuale al suo interno prima di esserlo con il mondo esterno.
Ecco perché la radice del male è nell'intolleranza endogena all'islam che dal settimo secolo, quando tre dei primi quattro califfi che succedettero a Maometto furono assassinati da loro correligionari, vede a tutt'oggi i musulmani assumere i panni dei carnefici della maggioranza delle vittime musulmane. E proprio quanto sta accadendo in Pakistan conferma la natura aggressiva di questo terrorismo islamico che massacra principalmente gli stessi musulmani e che, contrariamente a un luogo comune diffuso, non è affatto la reazione alla guerra o all'occupazione di una potenza straniera.
Perfino i musulmani praticanti che beneficiano della democrazia in Occidente, compresi gli autoctoni convertiti all'islam, considerano la democrazia come uno strumento utile al radicamento del loro potere con il fine dichiarato o tacito di sostituirla appena possibile con la «shura», cioè un organismo consultivo, dove ai partecipanti è concesso soltanto definire le modalità attuative della sharia, la legge islamica.
Perché all'uomo non è permesso anteporre la propria legge a quella divina. Fede e ragione vengono ritenute incompatibili. E anche se di fatto non esiste una versione unica e condivisa della sharia, tutti gli integralisti e gli estremisti islamici sono però d'accordo nel rifiuto della democrazia sostanziale.
Bernard-Henri Levy :
" Ora un gesto per non dimenticare":
Innanzitutto hanno ucciso una donna. Una donna bella. Una donna visibile, anzi, visibile in modo palese e spettacolare. Una donna per la quale era una questione d'onore, non soltanto tenere incontri politici in uno dei Paesi più pericolosi del mondo, ma farlo a viso scoperto, senza velo — l'esatto contrario di quelle donne vergognose e nascoste, creature di Satana e pertanto maledette, le uniche donne tollerate dagli apostoli di un mondo senza donne.
Con Daniel Pearl, hanno ucciso un ebreo.
Con il Comandante Massoud, un musulmano moderato, un uomo colto, uno spirito libero.
Per tanti anni hanno tentato, con Salman Rushdie, di uccidere un uomo che osava dire che essere uomo significa anche, talvolta, scegliere di scegliere il proprio destino.
E con Benazir Bhutto sono riusciti a uccidere tutto questo, e altro ancora: hanno ucciso una donna, quella donna, hanno annientato una provocazione intollerabile, tale era la luce di quel viso mostrato a tutti, semplicemente mostrato, esposto, nella sua nudità indifesa e magnificamente eloquente. Hanno ucciso quella donna, perché era quella donna, perché incarnava quel viso di donna allo stesso tempo inerme e pieno di una forza che non ammette repliche.L'hanno uccisa perché viveva il suo destino di donna rifiutando la maledizione che pesa, secondo questi nuovi fascisti, i jihadisti, sulle fattezze umane delle donne. Hanno ucciso colei che era l'incarnazione stessa della speranza, dello spirito e della volontà di democrazia, non solo in Pakistan, ma in tutta la terra dell'Islam.
Pervez Musharraf è stato un falso nemico di Al Qaeda.
Con la sua rete di alleanze occulte, col suo modo di tenersi da parte una riserva di terroristi da cedere uno alla volta, col contagocce, a seconda delle esigenze dei suoi complicati rapporti con il grande amico americano, Musharraf ha finto di combattere le forze di Al Qaeda facendo il loro gioco sottobanco.
Se invece avesse vinto Benazir, se fosse almeno vissuta, semplicemente vissuta, non avrebbe mai smesso di dire, con la sua stessa vita, il suo essere, la sua presenza, con la sua testimonianza, che era la loro nemica più risoluta, assoluta, irriducibile: la Bhutto era, per i terroristi, una minaccia più che politica, oserei dire ontologica. Benazir non gli avrebbe lasciato scampo: loro lo sapevano, e l'hanno ammazzata.
La rivedo ancora, quel pomeriggio di dicembre del 2002, a Londra, all'epoca in cui indagavo sulla morte di Daniel Pearl e su quella polveriera, la base arretrata di Al Qaeda, e talvolta anche la base avanzata, che era già diventato il Pakistan. Bella, sì; incredibilmente coraggiosa nella sua volontà di tornare nel suo Paese, a tutti i costi, un Paese che le aveva già strappato, in un clima da tragedia shakespeariana, i due fratelli minori e il padre.
Rivedo il padre di Benazir, Zulfikar Ali Bhutto, trentacinque anni fa, poco prima della liberazione del Bangladesh e la scissione da quel Pakistan di cui era già primo ministro. Lo rivedo com'era allora, ignaro del destino che lo aspettava, elegante, raffinato, pakistano e anglofilo, musulmano e occidentale, incrocio vivente delle due culture, figlio naturale e promettente di due grandi lignaggi culturali che nessuno poteva immaginare, all'epoca, sarebbero stati travolti, in così breve tempo, da forze inarrestabili.
Queste personalità erano il sale della terra pakistana. Erano coloro che potevano impedire non solo a questo Paese, ma a tutta la regione, di sprofondare nel caos.
Benazir Bhutto è morta e un po' come il 9 settembre del 2001, giorno della morte di Massud, non posso fare a meno d'interrogarmi sul macabro programma che questi assassini devono avere in mente, non posso impedirmi di chiedermi a che cosa farà da preludio questo avvenimento tremendo, questo scoppio di tuono improvviso.
La reazione migliore è passare all'azione, e subito. Il modo migliore, l'unico, per rispondere a questa nuova e terribile sfida è di conferire immediatamente a questo evento tutta la sua importanza simbolica.
La signora Bhutto è stata appena inumata in questo Paese martire che, oggi più che mai, è il Pakistan. E il modo migliore per rispondere ai terroristi sarebbe ora, per Angela Merkel, per George Bush, per Gordon Brown, per Nicolas Sarkozy, di andare subito in Pakistan.
Dietro le spoglie mortali di questa grande donna, come in passato dietro quelle di Anouar Al-Sadat e di Yitzhak Rabin, avrebbero dovuto essere presenti, e in gran numero, i capi di governo e di Stato, per trasformare la celebrazione funebre in una manifestazione silenziosa e mondiale a favore dei valori della democrazia e della pace.
Ci sarebbe piaciuto, sì, che il Presidente francese, per esempio, avesse acconsentito a interrompere le sue vacanze per accompagnare nel suo ultimo viaggio questa grande donna ormai martire, cogliendo magari anche l'occasione per correggere le frasi davvero imprudenti pronunciate due giorni prima, quando ha parlato della religione, della fede, come della vera fonte della speranza dei popoli.
Ma no.
L'uomo che ha srotolato un tappeto rosso davanti a Gheddafi si è accontentato, in questa circostanza, di un secco comunicato. Ha risposto con il disprezzo a quelli che, come me, lo scongiuravano di trovare i gesti, o almeno le parole, adatti per salutare l'eroina assassinata. Ed è tutta la comunità dei capi di Stato democratici che è stata, oltre a lui, di una moderazione, di una prudenza, insomma di una vigliaccheria, davvero sorprendenti.
Non importa.
Benazir Bhutto, ormai, è molto più che un capo di Stato. È diventata un simbolo. Si è trasformata, come Massud, come Daniel Pearl, una formidabile bandiera. E bisognerà che, dietro questa bandiera, si raccolgano tutti coloro che non hanno ancora seppellito ogni speranza di libertà nella terra dell'Islam. Bisognerà che il suo nome diventi un'altra parola d'ordine, insanguinata ma bella, per quelli che ancora credono nella vittoria, nella terra dell'Islam, del genio benevolo dei Lumi su quello cattivo del fanatismo e del crimine.
A noi, cittadini d'Europa e degli Stati Uniti, spetta portare il lutto che i nostri leader hanno, per ora e nella sostanza, vergognosamente dimenticato.
Per inviare la propria opinione al Giornale e al Corriere della Sera, cliccare sulla e-mail sottostante.
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Re: Benazir Bhutto: Le Opinioni dei cronisti (agg.to continu
Domenica, 30 Dicembre 2007: san Felice e san Savino
Vita e morte di Benazir Buttho
l'analisi di Christopher Hitchens
Citazione:
Testata: Corriere della Sera
Data: 30 dicembre 2007
Pagina: 2
Autore: Chistopher Hitchens
Titolo: «La figlia del destino e il suo tragico errore: aver creduto ai talebani»
Sul CORRIERE della SERA di oggi, 30/12/2007, a pag.2-3, l'analisi di Christopher Hitchens sull'assassinio di Benazir Buttho.
Anche i suoi critici più severi non potranno negare che Benazir Bhutto possedesse una dose straordinaria di coraggio fisico. Quando suo padre, nel 1979, era in carcere con una condanna a morte comminatagli dalla dittatura militare pakistana, mentre altri membri della sua famiglia cercavano di fuggire dal Paese, lei audacemente vi ritornò. In quella circostanza, il conflitto con il brutale generale Zia-ul-Haq le costò cinque anni di vita, passati in prigione. Lei sembrò limitarsi ad un atteggiamento sdegnoso verso quell'esperienza, così come verso il piccolo, perfido uomo che gliel'aveva inflitta.
Nel 1985, Benazir vide uno dei suoi fratelli, Shahnawaz, morire in circostanze misteriose nel sud della Francia, e nel 1996 l'altro, Mir Murtaza, colpito a morte da poliziotti in divisa davanti alla casa di famiglia a Karachi. Fu a quel famoso indirizzo — 70 Clifton Road — che andai a incontrarla nel novembre del 1988, nell'ultima sera della campagna elettorale, e scoprii di persona quanto fosse coraggiosa.
Mettendosi al volante di una jeep, senza curarsi di farsi accompagnare dalle guardie del corpo, partì con me per un giro da brivido dei quartieri poveri di Karachi. Ogni tanto scendeva dalla jeep, saliva sul tetto con un megafono e arringava la folla che premeva intorno alla macchina, fino quasi a rovesciarla. Il giorno dopo, il suo Partito del Popolo Pakistano (PPP) ottenne una vittoria schiacciante, che la portò ad essere, a 35 anni, la prima donna eletta alla guida di un Paese musulmano.
Il suo mandato si concluse — come il successivo, iniziato nel 1993 e durato tre anni — con uno spiacevole miscuglio di accuse di corruzione e di intrighi politici, che la condusse a un esilio dorato in Dubai. Ma capì che l'esilio avrebbe significato per lei la morte politica. Come altri due importanti politici asiatici, Benigno Aquino nelle Filippine e Kim Daejung nella Corea del Sud, decise che era importante correre il rischio di ritornare a casa. E ora se ne è andata, sapendo che poteva succederle, come era successo ad Aquino.
Chi sarà stato?
È grottesco, ovviamente, che questo assassinio abbia avuto luogo a Rawalpindi, presidio dell'élite militare pakistana e sede del Flashman's Hotel. È come se Benazir Bhutto fosse stata uccisa durante una visita a West Point o alla base dei marines di Quantico in Virginia. Ma, cercando di capire a chi giovi questa morte, è difficile pensare al generale Pervez Musharraf, attuale leader del Paese. Il colpevole più probabile è l'asse Al Qaeda/talebani, forse con qualche aiuto da parte dei molti simpatizzanti più o meno nascosti nei servizi di intelligence pakistani. Queste erano le persone su cui la Bhutto aveva puntato il dito dopo la devastante bomba che il 18 ottobre aveva colpito il corteo di chi le dava il bentornato in patria.
Benazir Bhutto avrebbe avuto buone possibilità di conoscere questi legami, perché quando era primo ministro aveva perseguito una intensa politica pro-talebani, volta a estendere e radicare il controllo del Pakistan sull'Afghanistan e a dare al suo Paese una maggior portata strategica nel lungo conflitto con l'India per il Kashmir. Il fatto è che l'indubbio coraggio di Benazir era venato di fanatismo. Nessun'altra donna in politica nella storia moderna ha avuto un simile complesso di Elettra, era interamente votata alla memoria del padre giustiziato, l'affascinante — e privo di scrupoli — Zulfikar Ali Bhutto, ex primo ministro che una volta aveva asserito che il popolo pakistano avrebbe mangiato erba piuttosto che abbandonare la lotta per ottenere un'arma nucleare. Socialista di nome, Zulfikar Bhutto era un opportunista autocratico, e questa tradizione di famiglia è stata ripresa dal PPP, un partito apparentemente populista che non ha mai tenuto delle vere elezioni interne, e di fatto era una proprietà della famiglia Bhutto, come molte altre cose in Pakistan.
«Figlia del destino» è il titolo dato da Benazir Bhutto alla sua autobiografia.
Ostentava sempre la stessa disinvoltura priva di ironia. Con quale grazia mi ha mentito, ricordo, e con che sguardo fermo degli occhi color topazio, sul fatto che il programma nucleare del Pakistan fosse esclusivamente pacifico e per usi civili. Come sembrava sempre reagire con giustificata indignazione, quando le venivano rivolte domande spiacevoli sulle accuse di corruzione che erano state mosse a lei e al marito playboy, Asif Ali Zardari. (Su questo argomento, la giustizia svizzera si è recentemente pronunciata a suo sfavore). E ora le due principali eredità dei governi Bhutto — le armi nucleari e gli islamisti divenuti più forti — sono più vicine tra loro.
Ma il suo assassinio è un vero disastro. Ci sono ragioni per credere che avesse sinceramente cambiato idea, almeno sui talebani e Al Qaeda, e che fosse disposta a contribuire alla battaglia contro di loro. A quanto si dice, aveva interrotto ogni rapporto con il discusso marito. Stava accettando il fatto che vi fosse un collegamento tra la mancanza di democrazia in Pakistan e l'ascesa del fanatismo manipolato dai mullah. Tra coloro che si preparavano a presentarsi alle prossime, tormentate, elezioni, era il solo candidato con un seguito di massa che potesse opporsi alle sirene fondamentaliste. E fino alla fine si è mossa trascurando il problema della sua «protezione», senza curarsi della propria incolumità.
Questo coraggio a volte sarebbe stato degno di miglior causa, e molti dei problemi che la Bhutto affermava di voler risolvere erano in parte attribuibili a lei. Nonostante ciò, è stata in qualche modo una figlia del destino.
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