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Venerdì, 1 Febbraio : 2008
DI
A Franco Marini, da buono spirito montanaro, la parola "impossibile" non piace: il sentiero che ha davanti gli appare impervio, ma potrebbe riservare anche qualche sorpresa. Uno "spiraglio", come si dice in termini politici. Il presidente del Senato sembra contare soprattutto sull'arma del consenso sociale.
La lunga sfilata, prevista per sabato, di imprenditori, sindacalisti, esponenti della società civile nello studio alla Vetrata di palazzo Giustiniani dovrebbe servire, nelle sue intenzioni, ad ammorbidire l'irremovibilità di quanti puntano alle elezioni subito (Silvio Berlusconi in testa). La mossa non è priva di una sua abilità: i molti appelli che sono giunti nelle ultime ore ad evitare il ricorso immediato alle urne, a causa delle emergenze che squassano il Paese (dall'economia ai rifiuti), anche da ambienti ecclesiastici e cattolici, dovrebbero quantomeno indurre il centrodestra - negli auspici di Marini - a una riflessione più approfondita sulla propria strategia.
Difficile dire se il presidente incaricato conti davvero di aprire una breccia nel muro dell'ex opposizione magari a partire dall'Udc di Casini che oggi è stata abbandonata da Baccini e Tabacci: ma certo non sono pochi quelli che pensano, come dice Lamberto Dini, che in politica esistono sempre margini. Lo stesso Fausto Bertinotti, che ritiene la legislatura politicamente finita, ammette che "in politica le imprese impossibili a volte possono riuscire".
Si tratta di esili fili di una trama che potrebbe lacerarsi al più presto, ma che comunque inducono un po' tutti a studiare con cautela le mosse del presidente incaricato. Su un punto Marini ha tenuto a smentire i critici (in particolare la Lega): non ci sarà la ricerca di un "consenso personale" voto per voto, ma "politico e ampio". In altre parole il presidente del Senato non è disponibile a tentare di creare una maggioranza ristretta che - come pronostica Dini - fallirebbe alla prima occasione ma propone un patto a termine, di un paio di mesi, per approvare una legge che muova dall'ultima bozza Bianco (su cui si era a un passo dall'accordo prima che esplodesse la crisi).
In questo senso, le voci di un tentativo in extremis di far celebrare comunque il referendum, il cui regista sarebbe Massimo D'Alema, non hanno giovato a Marini: in questo momento veleni e sospetti non possono che appesantirne le ali. Anche le resistenze dei "cespugli" (Partito socialista e Pdci) a una discussione della bozza Bianco non ne aiutano lo sforzo bipartisan. Tuttavia è anche vero che nel campo opposto si avvertono scricchiolii allarmanti. La nascita della Rosa bianca è un segnale di disagio di una parte dei centristi per il ritorno di Pier Ferdinando Casini nella casa berlusconiana.
Il Carroccio poi, che si è sottratto alle consultazioni mariniane, parla addirittura di golpe e minaccia di abbandonare il Parlamento se il presidente del Senato dovesse riuscire nel suo tentativo. Non è un bel segnale per il profilo moderato e liberale che il Cavaliere intende dare alla sua campagna elettorale. Lorenzo Cesa parla di irresponsabilità della Lega e di qualcuno che ha perso la testa. Sembra di essere tornati in un attimo agli ultimi mesi della Cdl quando le polemiche intestine tra lumbard e centristi erano all'ordine del giorno. Insomma, la partita non è ancora chiusa. Si vedrà nei prossimi giorni se Marini ha qualche asso nella manica: ma certo la polemica avviata da Michela Vittoria Brambilla contro Luca di Montezemolo e i promotori dei Manifesto della governabilità, favorevoli a non votare prima della riforma elettorale, tradisce tutte le difficoltà dell'impresa. Se Berlusconi rimarrà fermo nel suo "niet", al presidente del Senato non rimarrà che gettare la spugna e a quel punto al capo dello Stato non resterebbe che sciogliere le Camere. A portarci alle urne sarebbe così il governo Prodi.
La lunga sfilata, prevista per sabato, di imprenditori, sindacalisti, esponenti della società civile nello studio alla Vetrata di palazzo Giustiniani dovrebbe servire, nelle sue intenzioni, ad ammorbidire l'irremovibilità di quanti puntano alle elezioni subito (Silvio Berlusconi in testa). La mossa non è priva di una sua abilità: i molti appelli che sono giunti nelle ultime ore ad evitare il ricorso immediato alle urne, a causa delle emergenze che squassano il Paese (dall'economia ai rifiuti), anche da ambienti ecclesiastici e cattolici, dovrebbero quantomeno indurre il centrodestra - negli auspici di Marini - a una riflessione più approfondita sulla propria strategia.
Difficile dire se il presidente incaricato conti davvero di aprire una breccia nel muro dell'ex opposizione magari a partire dall'Udc di Casini che oggi è stata abbandonata da Baccini e Tabacci: ma certo non sono pochi quelli che pensano, come dice Lamberto Dini, che in politica esistono sempre margini. Lo stesso Fausto Bertinotti, che ritiene la legislatura politicamente finita, ammette che "in politica le imprese impossibili a volte possono riuscire".
Si tratta di esili fili di una trama che potrebbe lacerarsi al più presto, ma che comunque inducono un po' tutti a studiare con cautela le mosse del presidente incaricato. Su un punto Marini ha tenuto a smentire i critici (in particolare la Lega): non ci sarà la ricerca di un "consenso personale" voto per voto, ma "politico e ampio". In altre parole il presidente del Senato non è disponibile a tentare di creare una maggioranza ristretta che - come pronostica Dini - fallirebbe alla prima occasione ma propone un patto a termine, di un paio di mesi, per approvare una legge che muova dall'ultima bozza Bianco (su cui si era a un passo dall'accordo prima che esplodesse la crisi).
In questo senso, le voci di un tentativo in extremis di far celebrare comunque il referendum, il cui regista sarebbe Massimo D'Alema, non hanno giovato a Marini: in questo momento veleni e sospetti non possono che appesantirne le ali. Anche le resistenze dei "cespugli" (Partito socialista e Pdci) a una discussione della bozza Bianco non ne aiutano lo sforzo bipartisan. Tuttavia è anche vero che nel campo opposto si avvertono scricchiolii allarmanti. La nascita della Rosa bianca è un segnale di disagio di una parte dei centristi per il ritorno di Pier Ferdinando Casini nella casa berlusconiana.
Il Carroccio poi, che si è sottratto alle consultazioni mariniane, parla addirittura di golpe e minaccia di abbandonare il Parlamento se il presidente del Senato dovesse riuscire nel suo tentativo. Non è un bel segnale per il profilo moderato e liberale che il Cavaliere intende dare alla sua campagna elettorale. Lorenzo Cesa parla di irresponsabilità della Lega e di qualcuno che ha perso la testa. Sembra di essere tornati in un attimo agli ultimi mesi della Cdl quando le polemiche intestine tra lumbard e centristi erano all'ordine del giorno. Insomma, la partita non è ancora chiusa. Si vedrà nei prossimi giorni se Marini ha qualche asso nella manica: ma certo la polemica avviata da Michela Vittoria Brambilla contro Luca di Montezemolo e i promotori dei Manifesto della governabilità, favorevoli a non votare prima della riforma elettorale, tradisce tutte le difficoltà dell'impresa. Se Berlusconi rimarrà fermo nel suo "niet", al presidente del Senato non rimarrà che gettare la spugna e a quel punto al capo dello Stato non resterebbe che sciogliere le Camere. A portarci alle urne sarebbe così il governo Prodi.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).













