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Venerdì, 7 Marzo : 2008
Fondazione del Teatro Stabile di Torino
Fondazione Teatro Due
Teatro di Roma
presentano
ANTIGONE
di Sofocle
traduzione di Massimo Cacciari
direzione Walter le Moli
scene di Tiziano Santi – costumi Vera Marzot – musiche Alessandro Nidi
luci Claudio Coloretti - direttore assistente Karina Arutyunyan
con
Francesco Acquaroli, Alessandro Averone, Paola De Crescenzo, Michele de’ Marchi Francesco Martino, Cecilia Miglietti, Franca Penone, Masimiliano Sbarsi
Maria Grazia Solano, Giovanni Battista Storti, Antonio Tintis, Marco Toloni, Nanni Tormen
(Musicisti: Alberto Capellaro- violoncello, Elena Casottana – violino,
Marina Martianova – violino, Enzo Salzano-viola)
Durata dello spettacolo: h.1.40 (senza intervallo)
Filo conduttore di Antigone è l’approccio filosofico, guidato anche dalla nuova e moderna traduzione di Massimo Cacciari che restituisce alla tragedia il suo afflato politico, base e motore del suo essere “archetipo sociale” e fondamento dialettico di una democrazia, in cui la partecipazione del cittadino alla vita della polis era fattivamente attiva. In Antigone, secondo Le Moli, «ci troviamo davanti ad una civiltà che in qualche modo è più vicina alla nascita di quella invenzione totalmente umana che è la polis. I personaggi della tragedia sono tutti cittadini liberi, che partecipavano attivamente alla vita della città. Del resto, la politica esige uomini, strutture, pensiero, conoscenza, critica: tutto questo per poter intervenire, conoscere, rispettare, con-vivere. In Antigone, però, non si dà per scontato questo approccio, ed è qui la base della tragedia: nel momento in cui poni l’Altro, colui che non conosce la polis, sei costretto a riflettere sui ‘perché’, sulla regola, sui meccanismi».
In questa prospettiva, lo scontro tra Antigone e Creonte torna vivo e comprende la nostra attualità ma per ottener ciò deve inventare un vero e proprio Teatro dell’ascolto (come avrebbe amato definirlo Luigi Nono), per superare l’ambito eminentemente teatrale in cui l’opera è stata confinata. Non personaggi, perciò, letti in chiave psicologica, ma vere e proprie figure tragiche mosse dal Coro (motore dell’azione e guardiano della sopravvivenza della città) per simulare lo scontro fra due visioni inconciliabili (hybris) e mortali per entrambi i contendenti e per la polis. Uno scontro che procede con un meccanismo di tesi ed antitesi, lasciando infine agli spettatori il compito ultimo di una sintesi mai possibile.
«La parola è un’arma - dice Le Moli - e le armi uccidono. Le parole rappresentano il mondo e noi vediamo quel che le parole descrivono; non possiamo guardare direttamente la Natura, dobbiamo rappresentarcela (è probabilmente il senso profondo del mito di Perseo e della Medusa) e la prima forma di rappresentazione è la parola, la forma principe». Nella tragedia di Sofocle ci troviamo di fronte a due rappresentazioni differenti: le parole di Antigone e quelle di Creonte. Questo cerca il dialogo (ma discorrere e ascoltare fanno parte del linguaggio della polis), quella rifiuta perché è parte del mondo-altro, pre-esistente alle leggi della polis, legato alla stirpe e perciò a coloro che ne costituiscono la storia: i morti e gli dei-dei morti. Niente di più lontano perciò da Creonte e dal mondo degli dei-viventi, dalla polis e dalle sue regole non eterne. Una lettura del tutto nuova quindi del mito di Antigone che, armata della sola forza delle parole, ci consegna un allestimento pregno di quesiti attualissimi.
È importante ridare alla parola la propria funzione di arma.
Fondazione Teatro Due
Teatro di Roma
presentano
ANTIGONE
di Sofocle
traduzione di Massimo Cacciari
direzione Walter le Moli
scene di Tiziano Santi – costumi Vera Marzot – musiche Alessandro Nidi
luci Claudio Coloretti - direttore assistente Karina Arutyunyan
con
Francesco Acquaroli, Alessandro Averone, Paola De Crescenzo, Michele de’ Marchi Francesco Martino, Cecilia Miglietti, Franca Penone, Masimiliano Sbarsi
Maria Grazia Solano, Giovanni Battista Storti, Antonio Tintis, Marco Toloni, Nanni Tormen
(Musicisti: Alberto Capellaro- violoncello, Elena Casottana – violino,
Marina Martianova – violino, Enzo Salzano-viola)
Durata dello spettacolo: h.1.40 (senza intervallo)
Filo conduttore di Antigone è l’approccio filosofico, guidato anche dalla nuova e moderna traduzione di Massimo Cacciari che restituisce alla tragedia il suo afflato politico, base e motore del suo essere “archetipo sociale” e fondamento dialettico di una democrazia, in cui la partecipazione del cittadino alla vita della polis era fattivamente attiva. In Antigone, secondo Le Moli, «ci troviamo davanti ad una civiltà che in qualche modo è più vicina alla nascita di quella invenzione totalmente umana che è la polis. I personaggi della tragedia sono tutti cittadini liberi, che partecipavano attivamente alla vita della città. Del resto, la politica esige uomini, strutture, pensiero, conoscenza, critica: tutto questo per poter intervenire, conoscere, rispettare, con-vivere. In Antigone, però, non si dà per scontato questo approccio, ed è qui la base della tragedia: nel momento in cui poni l’Altro, colui che non conosce la polis, sei costretto a riflettere sui ‘perché’, sulla regola, sui meccanismi».
In questa prospettiva, lo scontro tra Antigone e Creonte torna vivo e comprende la nostra attualità ma per ottener ciò deve inventare un vero e proprio Teatro dell’ascolto (come avrebbe amato definirlo Luigi Nono), per superare l’ambito eminentemente teatrale in cui l’opera è stata confinata. Non personaggi, perciò, letti in chiave psicologica, ma vere e proprie figure tragiche mosse dal Coro (motore dell’azione e guardiano della sopravvivenza della città) per simulare lo scontro fra due visioni inconciliabili (hybris) e mortali per entrambi i contendenti e per la polis. Uno scontro che procede con un meccanismo di tesi ed antitesi, lasciando infine agli spettatori il compito ultimo di una sintesi mai possibile.
«La parola è un’arma - dice Le Moli - e le armi uccidono. Le parole rappresentano il mondo e noi vediamo quel che le parole descrivono; non possiamo guardare direttamente la Natura, dobbiamo rappresentarcela (è probabilmente il senso profondo del mito di Perseo e della Medusa) e la prima forma di rappresentazione è la parola, la forma principe». Nella tragedia di Sofocle ci troviamo di fronte a due rappresentazioni differenti: le parole di Antigone e quelle di Creonte. Questo cerca il dialogo (ma discorrere e ascoltare fanno parte del linguaggio della polis), quella rifiuta perché è parte del mondo-altro, pre-esistente alle leggi della polis, legato alla stirpe e perciò a coloro che ne costituiscono la storia: i morti e gli dei-dei morti. Niente di più lontano perciò da Creonte e dal mondo degli dei-viventi, dalla polis e dalle sue regole non eterne. Una lettura del tutto nuova quindi del mito di Antigone che, armata della sola forza delle parole, ci consegna un allestimento pregno di quesiti attualissimi.
È importante ridare alla parola la propria funzione di arma.















