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Venerdì, 14 Marzo : 2008 Il Sole 24 Ore
di Marco Barbonaglia
Gli scontri a Lhasa accendono ancora una volta i riflettori sulla dolorosa situazione del popolo del Tibet, sfiancato da mezzo secolo di occupazione cinese. Thupten Tenzin, presidente della comunità tibetana in Italia lancia l'allarme sul dramma che il suo Paese sta vivendo in queste ore.
La Cina cerca di non fare trapelare le informazioni dal Tibet, che cosa sta accadendo a Lhasa?
La situazione è estremamente grave. Ci sono scontri per le strade e già si contano i morti, i principali monasteri sono assediati dalle forze di polizia. Le proteste non avvengono solo nella capitale, però, ma si sono già estese anche a molti altri centri delle regioni orientali.
Come è nata questa grande mobilitazione del popolo tibetano?
È un movimento che ha avuto inizio martedì 10 marzo, 49esimo anniversario dell'insurrezione contro l'occupazione cinese. Un gruppo di monaci è partito da Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio in India, per la Marcia del ritorno in Tibet. L'idea, ispirandosi alla Marcia del sale di Gandhi, era quella di arrivare al confine con il Tibet, alla vigilia delle Olimpiadi. Invece, cento persone sono state arrestate dalla polizia indiana, ancor prima di arrivare a destinazione.
E a Lhasa, nel frattempo, che cosa è accaduto?
Contemporaneamente, nella capitale del Tibet, i monaci sono scesi in piazza, ma, anche lì, sono stati immediatamente arrestati. Dai monasteri ne sono arrivati altri, alcuni hanno iniziato lo sciopero della fame, che continuano tuttora. Sono di queste ore le terribili notizie di alcuni di loro che avrebbero tentato, perfino, di togliersi la vita. Intanto, però, ogni giorno è scesa più gente in piazza, per chiedere la liberazione dei religiosi arrestati. Ora anche i laici sfilano a fianco dei monaci e sembra proprio che il popolo tibetano abbia deciso di ribellarsi.
Alla fine anche la gente comune, dunque, sceglie di affiancare i monaci…
Si, e la reazione della Cina è stata, come sempre, durissima. Le notizie che arrivano sono molto preoccupanti. Nel 1989, le ultime grandi manifestazioni contro l'occupazione si conclusero con centinaia di morti e l'imposizione della legge marziale.
Sono passati quasi vent'anni, la Cina potrebbe scegliere una via diversa?
No. L'artefice della brutale repressione di allora fu proprio Hu Jintao, l'attuale presidente. Non ci sono dubbi, purtroppo, sulla violenza della reazione che sarà messa in atto. Pensoche verrà applicata presto la legge marziale e che il numero dei morti sarà destinato a salire.
Non ci sono speranze, dunque, per i tibetani?
Al contrario, il popolo è molto provato dopo cinquant'anni di occupazione e ha deciso di ribellarsi apertamente, quindi le speranze ci sono eccome. Dovete capire, per noi, è come avere dei ladri che sono entrati in casa nostra e che ora ci comandano…
Il problema è che ci sentiamo abbandonati dal mondo libero, che non sembra interessato a fare delle pressioni serie su Pechino perché allenti la morsa sul Tibet. La Cina usa ogni mezzo per ricattare, spaventare, blandire chi mostra solidarietà con noi. Bisognerebbe che l'Italia e l'Europa mettessero in agenda la soluzione della questione tibetana e che facessero sentire di più la loro voce. La popolazione è stanca, non ce la fa più a vivere senza diritti e senza libertà. Chiediamo davvero aiuto a tutti i Paesi liberi.
Che cosa si potrebbe fare in occasione delle Olimpiadi?
Le Olimpiadi rischiano di diventare un grande spot per il governo di Pechino. Lo sport dovrebbe simboleggiare pace, fratellanza, libertà. Che cosa c'entra la Cina con tutto questo? È una vergogna, per gli atleti, farsi premiare e ricevere le medaglie dai rappresentanti di questo governo brutale che nega i più elementari diritti umani.
Che cosa dovrebbero fare?
La cosa migliore sarebbe il boicottaggio, non andare ai Giochi. Ma, poiché questo è difficile che avvenga, bisognerebbe almeno avere il coraggio di criticare apertamente la politica cinese, proprio lì sotto gli occhi di tutto il mondo. La gente non sa che il governo di Pechino manda ogni giorno treni carichi di cinesi in Tibet, che tornano indietro vuoti per il 70 per cento. Il piano, perseguito negli anni, è quello di far diventare i tibetani una minoranza a casa loro. Si tratta di un vero e proprio genocidio culturale che tende a trasformare il nostro Paese in una grande Chinatown, distruggendo le nostre tradizioni, la nostra identità. Purtroppo è un piano che sta riuscendo e in molte aree del Paese siamo già una minoranza…
Avete in programma qualche azione di solidarietà al popolo tibetano anche in Italia?
Sì. Domani mattina, alle 11, faremo una manifestazione in piazza della Scala a Milano e invitiamo tutti coloro che hanno a cuore le sorti del Tibet a partecipare.
La Cina cerca di non fare trapelare le informazioni dal Tibet, che cosa sta accadendo a Lhasa?
La situazione è estremamente grave. Ci sono scontri per le strade e già si contano i morti, i principali monasteri sono assediati dalle forze di polizia. Le proteste non avvengono solo nella capitale, però, ma si sono già estese anche a molti altri centri delle regioni orientali.
Come è nata questa grande mobilitazione del popolo tibetano?
È un movimento che ha avuto inizio martedì 10 marzo, 49esimo anniversario dell'insurrezione contro l'occupazione cinese. Un gruppo di monaci è partito da Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio in India, per la Marcia del ritorno in Tibet. L'idea, ispirandosi alla Marcia del sale di Gandhi, era quella di arrivare al confine con il Tibet, alla vigilia delle Olimpiadi. Invece, cento persone sono state arrestate dalla polizia indiana, ancor prima di arrivare a destinazione.
E a Lhasa, nel frattempo, che cosa è accaduto?
Contemporaneamente, nella capitale del Tibet, i monaci sono scesi in piazza, ma, anche lì, sono stati immediatamente arrestati. Dai monasteri ne sono arrivati altri, alcuni hanno iniziato lo sciopero della fame, che continuano tuttora. Sono di queste ore le terribili notizie di alcuni di loro che avrebbero tentato, perfino, di togliersi la vita. Intanto, però, ogni giorno è scesa più gente in piazza, per chiedere la liberazione dei religiosi arrestati. Ora anche i laici sfilano a fianco dei monaci e sembra proprio che il popolo tibetano abbia deciso di ribellarsi.
Alla fine anche la gente comune, dunque, sceglie di affiancare i monaci…
Si, e la reazione della Cina è stata, come sempre, durissima. Le notizie che arrivano sono molto preoccupanti. Nel 1989, le ultime grandi manifestazioni contro l'occupazione si conclusero con centinaia di morti e l'imposizione della legge marziale.
Sono passati quasi vent'anni, la Cina potrebbe scegliere una via diversa?
No. L'artefice della brutale repressione di allora fu proprio Hu Jintao, l'attuale presidente. Non ci sono dubbi, purtroppo, sulla violenza della reazione che sarà messa in atto. Pensoche verrà applicata presto la legge marziale e che il numero dei morti sarà destinato a salire.
Non ci sono speranze, dunque, per i tibetani?
Al contrario, il popolo è molto provato dopo cinquant'anni di occupazione e ha deciso di ribellarsi apertamente, quindi le speranze ci sono eccome. Dovete capire, per noi, è come avere dei ladri che sono entrati in casa nostra e che ora ci comandano…
Il problema è che ci sentiamo abbandonati dal mondo libero, che non sembra interessato a fare delle pressioni serie su Pechino perché allenti la morsa sul Tibet. La Cina usa ogni mezzo per ricattare, spaventare, blandire chi mostra solidarietà con noi. Bisognerebbe che l'Italia e l'Europa mettessero in agenda la soluzione della questione tibetana e che facessero sentire di più la loro voce. La popolazione è stanca, non ce la fa più a vivere senza diritti e senza libertà. Chiediamo davvero aiuto a tutti i Paesi liberi.
Che cosa si potrebbe fare in occasione delle Olimpiadi?
Le Olimpiadi rischiano di diventare un grande spot per il governo di Pechino. Lo sport dovrebbe simboleggiare pace, fratellanza, libertà. Che cosa c'entra la Cina con tutto questo? È una vergogna, per gli atleti, farsi premiare e ricevere le medaglie dai rappresentanti di questo governo brutale che nega i più elementari diritti umani.
Che cosa dovrebbero fare?
La cosa migliore sarebbe il boicottaggio, non andare ai Giochi. Ma, poiché questo è difficile che avvenga, bisognerebbe almeno avere il coraggio di criticare apertamente la politica cinese, proprio lì sotto gli occhi di tutto il mondo. La gente non sa che il governo di Pechino manda ogni giorno treni carichi di cinesi in Tibet, che tornano indietro vuoti per il 70 per cento. Il piano, perseguito negli anni, è quello di far diventare i tibetani una minoranza a casa loro. Si tratta di un vero e proprio genocidio culturale che tende a trasformare il nostro Paese in una grande Chinatown, distruggendo le nostre tradizioni, la nostra identità. Purtroppo è un piano che sta riuscendo e in molte aree del Paese siamo già una minoranza…
Avete in programma qualche azione di solidarietà al popolo tibetano anche in Italia?
Sì. Domani mattina, alle 11, faremo una manifestazione in piazza della Scala a Milano e invitiamo tutti coloro che hanno a cuore le sorti del Tibet a partecipare.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).












