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Sabato, 26 Aprile : 2008
Ecco la strategia di Bruxelles per difendere la riservatezza messa sempre di più in discussione dopo l'11 settembre 2001
Privacy, meno male che c'è l'Unione Europea
Nel Vecchio Continente in 250 milioni navigano online. Sarà proposta all'Onu una Carta dei diritti di internet
Fausto Cicciò
«La libertà di ognuno – scrisse Immanuel Kant – finisce dove comincia quella degli altri». La massima del filosofo, considerato da molti il teorico dell'Europa unita, è più che mai attuale alla luce della sempre più accesa contrapposizione tra sicurezza e privacy. Dopo i tragici eventi dell'11 settembre 2001, la lotta al terrorismo ha fatto sì che, soprattutto da parte degli Stati Uniti, il diritto alla riservatezza sia stato messo in discussione e calpestato per «garantire la massima protezione dei cittadini».
In quello che può essere considerato un sotterraneo "conflitto mondiale", naturalmente l'Europa (colpita al cuore negli attentati di Madrid nel 2004 e Londra nel 2005) si è schierata dalla parte degli Usa con l'obiettivo comune di debellare al Qaida e i gruppi eversivi nati sull'onda del proselitismo di bin Laden. Ma se Washington pone maggiormente l'accento sulla "sicurezza nazionale", Bruxelles non intende rinunciare alla difesa dei diritti fondamentali.
Una "divergenza di idee" di vecchia data che raggiunse il culmine l'11 luglio 2001, esattamente tre mesi prima dell'attacco alle Twin Towers. Fu allora che il Parlamento Europeo, dopo una lunga serie di interpellanze, istituì una commissione d'inchiesta su Echelon, il sistema satellitare «d'intercettazione globale per le comunicazioni private ed economiche» (gestito fin dai tempi della Guerra Fredda da Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada e Nuova Zelanda). Questa sofisticatissima struttura di spionaggio realizzata dai Paesi anglosassoni ha ovunque "occhi e orecchie" nel villaggio globale ed è in grado di controllare, attraverso una selezione di parole "sospette", anche gran parte delle e-mail e delle comunicazioni effettuate attraverso internet.
La vecchia e saggia Europa, di fronte a un tale attacco mortale alla democrazia, si oppone con le armi della legalità per denunciare una deriva tecnocratica che sta producendo un regime mostruoso simile al Grande Fratello immaginato da George Orwell nel suo profetico «1984». Oggi i cittadini non rischiano soltanto di essere "spiati" da governanti "indiscreti" o servizi segreti, ma anche dalle aziende che scrutano il comportamento dei consumatori per programmare le proprie strategie commerciali. Oltre ad essere tormentati da decine di messaggi spam (le e-mail "spazzatura" che invadono quotidianamente le caselle di posta elettronica), ogni clic e ogni parola che immettiamo su un motore di ricerca vengono sistematicamente catalogati per creare il nostro "profilo", riconoscere e classificare gli orientamenti anche culturali e sessuali di ognuno.
All'inizio di aprile il gruppo di lavoro Articolo 29, un organismo consultivo europeo indipendente (i cui pareri spesso sono accolti dalla Commissione Europea), ha accusato Google di memorizzare per 18 mesi le ricerche effettuate dai propri utenti e di "schedare" i navigatori attraverso i loro "ip" (i numeri che identificano ogni computer). Sul tema è immediatamente intervenuta l'Ue che ha diffuso un rapporto nel quale si chiarisce che non è necessario conservare i dati per un periodo superiore ai sei mesi.
Inquietante la risposta di Google. In modo informale, attraverso un blog dedicato alle questioni istituzionali, il consulente per la privacy dell'azienda californiana replica che l'archiviazione è necessaria: solo potendo "prevedere" ciò che ogni utente sta davvero cercando, sarà possibile migliorare la qualità del servizio. Come dire, il fine giustifica qualunque mezzo!
Dietro tale arroganza c'è la consapevolezza dell'anarchia che regna sul web a causa di un quadro normativo confuso e soprattutto ancora indefinito e disomogeneo a livello internazionale. Nel 2000 la Carta dei diritti fondamentali dell'Ue, all'articolo 8, ha stabilito che «ogni individuo ha diritto alla protezione dei dati di carattere personale», ma già nell'ottobre del 1995, era stata elaborata la direttiva 95/46/CE per armonizzare le disposizioni degli stati membri in questo campo. Nel 2001 è nato il Gepd, Garante europeo della protezione dei dati. Da allora, anno dopo anno, è stato necessario aggiornare le normative sull'onda della travolgente evoluzione tecnologica. Basti pensare che nel 2007 la diffusione di Internet nel Vecchio Continente è cresciuta alla velocità di 50.000 nuove connessioni al giorno e già 250 milioni di cittadini dell'Ue navigano nella Rete.
Sul web, inoltre, i cittadini europei dimostrano un crescente spirito di appartenenza: dopo soltanto due anni dalla creazione (era l'aprile del 2006) il dominio .eu è stato registrato da oltre 2,8 milioni di utenti per altrettanti siti online: il suffisso europeo ha così raggiunto il quarto posto della "classifica" comunitaria e il nono a livello mondiale.
Del 2005 è l'istituzione di Safer Internet Plus, il programma comunitario pluriennale ideato per promuovere un uso più sicuro della rete e delle nuove tecnologie, soprattutto da parte dei bambini, e per lottare contro i contenuti illegali e indesiderati dai "navigatori".
Ma non solo i più piccoli hanno bisogno di essere "accompagnati" per mano nel caotico universo virtuale. Secondo le previsioni, nei 27 Paesi dell'Ue, fra il 2010 e il 2030, il 40% della popolazione farà parte della fascia degli ultra sessantacinquenni. Per questo nel marzo scorso sono stati stanziati 150 milioni di euro a favore dello sviluppo di tecnologie digitali che permettano agli anziani di potersi "muovere" più facilmente online, per effettuare pagamenti o semplicemente per fare shopping o chattare.
Che il tema della privacy sia tra le priorità di Bruxelles lo dimostra anche il finanziamento (sempre a marzo) di altri 10 milioni di euro per il progetto PrimeLife che ha l'obiettivo di produrre strumenti per la gestione e la protezione della privacy con la filosofia "open source" (l'elaborazione di software senza copyright al quale ogni programmatore può dare un contributo libero e gratuito). Nato sull'esperienza di un precedente progetto chiamato Prime (Privacy and Identity Management in Europe), PrimeLife si propone, di estendere la tutela "per tutto il ciclo di vita dell'utente, dalla gioventù alla vecchiaia", con il contributo di quindici organizzazioni e aziende tra cui Ibm, Sap, Microsoft, ed enti di ricerca anche italiani come le Università degli Studi di Bergamo e di Milano.
Ma la "battaglia" combattuta tenacemente dall'Ue sarà impossibile da vincere fino a quando non si arriverà a una condivisione delle regole, fissate da organismi sovranazionali e riconosciute almeno dai Paesi delle Nazioni Unite. A Rio de Janeiro, concludendo nel novembre scorso la sessione dell'Internet Governance Forum, il rappresentante dell'Onu, sollecitato da una dichiarazione congiunta italo-brasiliana, ha rilanciato la proposta di creare una Internet Bill of Rights, una Carta dei diritti che ponga fine alla "preistoria" legislativa del World Wide Web. Senza perder tempo, la Commissione europea per le Libertà Civili si è messa al lavoro per stilare un documento da sottoporre all'Onu dopo che sarà illustrato nella prossima sessione dell'Internet Governance Forum (in India a dicembre).
Il piano? È ancora... riservatissimo.
In quello che può essere considerato un sotterraneo "conflitto mondiale", naturalmente l'Europa (colpita al cuore negli attentati di Madrid nel 2004 e Londra nel 2005) si è schierata dalla parte degli Usa con l'obiettivo comune di debellare al Qaida e i gruppi eversivi nati sull'onda del proselitismo di bin Laden. Ma se Washington pone maggiormente l'accento sulla "sicurezza nazionale", Bruxelles non intende rinunciare alla difesa dei diritti fondamentali.
Una "divergenza di idee" di vecchia data che raggiunse il culmine l'11 luglio 2001, esattamente tre mesi prima dell'attacco alle Twin Towers. Fu allora che il Parlamento Europeo, dopo una lunga serie di interpellanze, istituì una commissione d'inchiesta su Echelon, il sistema satellitare «d'intercettazione globale per le comunicazioni private ed economiche» (gestito fin dai tempi della Guerra Fredda da Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada e Nuova Zelanda). Questa sofisticatissima struttura di spionaggio realizzata dai Paesi anglosassoni ha ovunque "occhi e orecchie" nel villaggio globale ed è in grado di controllare, attraverso una selezione di parole "sospette", anche gran parte delle e-mail e delle comunicazioni effettuate attraverso internet.
La vecchia e saggia Europa, di fronte a un tale attacco mortale alla democrazia, si oppone con le armi della legalità per denunciare una deriva tecnocratica che sta producendo un regime mostruoso simile al Grande Fratello immaginato da George Orwell nel suo profetico «1984». Oggi i cittadini non rischiano soltanto di essere "spiati" da governanti "indiscreti" o servizi segreti, ma anche dalle aziende che scrutano il comportamento dei consumatori per programmare le proprie strategie commerciali. Oltre ad essere tormentati da decine di messaggi spam (le e-mail "spazzatura" che invadono quotidianamente le caselle di posta elettronica), ogni clic e ogni parola che immettiamo su un motore di ricerca vengono sistematicamente catalogati per creare il nostro "profilo", riconoscere e classificare gli orientamenti anche culturali e sessuali di ognuno.
All'inizio di aprile il gruppo di lavoro Articolo 29, un organismo consultivo europeo indipendente (i cui pareri spesso sono accolti dalla Commissione Europea), ha accusato Google di memorizzare per 18 mesi le ricerche effettuate dai propri utenti e di "schedare" i navigatori attraverso i loro "ip" (i numeri che identificano ogni computer). Sul tema è immediatamente intervenuta l'Ue che ha diffuso un rapporto nel quale si chiarisce che non è necessario conservare i dati per un periodo superiore ai sei mesi.
Inquietante la risposta di Google. In modo informale, attraverso un blog dedicato alle questioni istituzionali, il consulente per la privacy dell'azienda californiana replica che l'archiviazione è necessaria: solo potendo "prevedere" ciò che ogni utente sta davvero cercando, sarà possibile migliorare la qualità del servizio. Come dire, il fine giustifica qualunque mezzo!
Dietro tale arroganza c'è la consapevolezza dell'anarchia che regna sul web a causa di un quadro normativo confuso e soprattutto ancora indefinito e disomogeneo a livello internazionale. Nel 2000 la Carta dei diritti fondamentali dell'Ue, all'articolo 8, ha stabilito che «ogni individuo ha diritto alla protezione dei dati di carattere personale», ma già nell'ottobre del 1995, era stata elaborata la direttiva 95/46/CE per armonizzare le disposizioni degli stati membri in questo campo. Nel 2001 è nato il Gepd, Garante europeo della protezione dei dati. Da allora, anno dopo anno, è stato necessario aggiornare le normative sull'onda della travolgente evoluzione tecnologica. Basti pensare che nel 2007 la diffusione di Internet nel Vecchio Continente è cresciuta alla velocità di 50.000 nuove connessioni al giorno e già 250 milioni di cittadini dell'Ue navigano nella Rete.
Sul web, inoltre, i cittadini europei dimostrano un crescente spirito di appartenenza: dopo soltanto due anni dalla creazione (era l'aprile del 2006) il dominio .eu è stato registrato da oltre 2,8 milioni di utenti per altrettanti siti online: il suffisso europeo ha così raggiunto il quarto posto della "classifica" comunitaria e il nono a livello mondiale.
Del 2005 è l'istituzione di Safer Internet Plus, il programma comunitario pluriennale ideato per promuovere un uso più sicuro della rete e delle nuove tecnologie, soprattutto da parte dei bambini, e per lottare contro i contenuti illegali e indesiderati dai "navigatori".
Ma non solo i più piccoli hanno bisogno di essere "accompagnati" per mano nel caotico universo virtuale. Secondo le previsioni, nei 27 Paesi dell'Ue, fra il 2010 e il 2030, il 40% della popolazione farà parte della fascia degli ultra sessantacinquenni. Per questo nel marzo scorso sono stati stanziati 150 milioni di euro a favore dello sviluppo di tecnologie digitali che permettano agli anziani di potersi "muovere" più facilmente online, per effettuare pagamenti o semplicemente per fare shopping o chattare.
Che il tema della privacy sia tra le priorità di Bruxelles lo dimostra anche il finanziamento (sempre a marzo) di altri 10 milioni di euro per il progetto PrimeLife che ha l'obiettivo di produrre strumenti per la gestione e la protezione della privacy con la filosofia "open source" (l'elaborazione di software senza copyright al quale ogni programmatore può dare un contributo libero e gratuito). Nato sull'esperienza di un precedente progetto chiamato Prime (Privacy and Identity Management in Europe), PrimeLife si propone, di estendere la tutela "per tutto il ciclo di vita dell'utente, dalla gioventù alla vecchiaia", con il contributo di quindici organizzazioni e aziende tra cui Ibm, Sap, Microsoft, ed enti di ricerca anche italiani come le Università degli Studi di Bergamo e di Milano.
Ma la "battaglia" combattuta tenacemente dall'Ue sarà impossibile da vincere fino a quando non si arriverà a una condivisione delle regole, fissate da organismi sovranazionali e riconosciute almeno dai Paesi delle Nazioni Unite. A Rio de Janeiro, concludendo nel novembre scorso la sessione dell'Internet Governance Forum, il rappresentante dell'Onu, sollecitato da una dichiarazione congiunta italo-brasiliana, ha rilanciato la proposta di creare una Internet Bill of Rights, una Carta dei diritti che ponga fine alla "preistoria" legislativa del World Wide Web. Senza perder tempo, la Commissione europea per le Libertà Civili si è messa al lavoro per stilare un documento da sottoporre all'Onu dopo che sarà illustrato nella prossima sessione dell'Internet Governance Forum (in India a dicembre).
Il piano? È ancora... riservatissimo.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).



















