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Mercoledì, 30 Aprile : 2008 Metropolis
Rassegna a cura di:
Castellammare di Stabia (NA)
CASTELLAMMARE DI STABIA (Napoli) - Madri in fuga, disperate, in lacrime: partoriscono, poi decidono di non riconoscere il proprio bambino. Un po´ per scelta, un po´ per esigenze. "Spero che mio figlio non sia povero come me", avrebbe detto una delle due donne che ha deciso di lasciare il figlio nel nido della clinica Villa Stabia.
Qui, i medici sono allarmati, sanno che la legge consente alle donne di non riconoscere i bambini, ma sanno anche che per quel bambino comincerà un calvario fino a quando non troverà una famiglia che lo adotterà.
Il primo caso appena due settimane fa: una donna arriva in clinica, viene ricoverata, partorisce ma non gioisce. "Lo lascio qui", dice a denti stretti. E´ una militare reduce da una missione all´estero. Non sa nemmeno chi sia il padre, ma non è importante per lei. La vita sarebbe troppo dura per quel bambino. Gli volta le spalle, e scatta la gara di solidarietà.
La piccola, che viene chiamata Gaia, viene coccolata dai medici, vengono allertate le istituzioni, ed anche la città vive con partecipazione quella storia. Passano pochi giorni, a Villa Stabia arriva un´altra donna, anche lei in procinto di partorire. La gravidanza è andata bene, il parto anche, ma il seguito ha sempre la stessa vena di tristezza. "Non posso tenerlo", e la donna va via.
E´ successo ieri, quando Emanuel, questo è il nome dato al bambino, è rimasto solo nella culla del nido della clinica, assistito dai medici della struttura stabiese. Pesa 4 chili, sta benone, ma per anche per lui inizia un calvario lunghissimo alla fine del quale ci sarà l´adozione.
NAPOLI - Precarie, con l´incubo di arrivare a fine mese, con il sogno di diventare madri ed una realtà che però fa a cazzotti con il cuore. L´appello choc parte da Napoli e arriva al Quirinale, indirizzato al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che di emergenze campane e napoletane se ne intende per esserci nato dentro.
La donna che gli ha scritto ha appena 29 anni, e per lei il figlio che porta in grembo è un lusso che non può permettersi. Il titolo della sua lettera dice tutto, ed è agghiacciante: "Necrologio di un bimbo che è ancora nella mia pancia". Dopo la certezza di essere incinta, scrive la donna, "la ragione ha preso il posto del cuore. Presidente, ora devo scegliere se essere egoista e portare a termine la mia gravidanza sapendo di non poter garantire al mio piccolo neppure la mera sopravvivenza, oppure andare su quel lettino d´ospedale e lasciare che qualcuno risucchi il mio cuore spezzato dal mio utero sanguinante, dicendo addio a questo figlio che se ne andrà per sempre".
La sua storia non è singolare, e lo sa bene: fa la commessa, ha una famiglia, un compagno, tanti sogni nel cassetto ed una tremenda realtà da affrontare: il costo della vita, le tasse, le bollette, i generi di prima necessità. Alla fine ci rimette quasi, ed è per questo che ha scelto di non portare aventi la sua gravidanza. Di che ci rifletterà, e magari avrà una risposta dal capo della Stato. Una risposta che attendono anche altre migliaia di ragazze che sognano di diventare madri ma che non possono permetterselo.
Qui, i medici sono allarmati, sanno che la legge consente alle donne di non riconoscere i bambini, ma sanno anche che per quel bambino comincerà un calvario fino a quando non troverà una famiglia che lo adotterà.
Il primo caso appena due settimane fa: una donna arriva in clinica, viene ricoverata, partorisce ma non gioisce. "Lo lascio qui", dice a denti stretti. E´ una militare reduce da una missione all´estero. Non sa nemmeno chi sia il padre, ma non è importante per lei. La vita sarebbe troppo dura per quel bambino. Gli volta le spalle, e scatta la gara di solidarietà.
La piccola, che viene chiamata Gaia, viene coccolata dai medici, vengono allertate le istituzioni, ed anche la città vive con partecipazione quella storia. Passano pochi giorni, a Villa Stabia arriva un´altra donna, anche lei in procinto di partorire. La gravidanza è andata bene, il parto anche, ma il seguito ha sempre la stessa vena di tristezza. "Non posso tenerlo", e la donna va via.
E´ successo ieri, quando Emanuel, questo è il nome dato al bambino, è rimasto solo nella culla del nido della clinica, assistito dai medici della struttura stabiese. Pesa 4 chili, sta benone, ma per anche per lui inizia un calvario lunghissimo alla fine del quale ci sarà l´adozione.
NAPOLI - Precarie, con l´incubo di arrivare a fine mese, con il sogno di diventare madri ed una realtà che però fa a cazzotti con il cuore. L´appello choc parte da Napoli e arriva al Quirinale, indirizzato al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che di emergenze campane e napoletane se ne intende per esserci nato dentro.
La donna che gli ha scritto ha appena 29 anni, e per lei il figlio che porta in grembo è un lusso che non può permettersi. Il titolo della sua lettera dice tutto, ed è agghiacciante: "Necrologio di un bimbo che è ancora nella mia pancia". Dopo la certezza di essere incinta, scrive la donna, "la ragione ha preso il posto del cuore. Presidente, ora devo scegliere se essere egoista e portare a termine la mia gravidanza sapendo di non poter garantire al mio piccolo neppure la mera sopravvivenza, oppure andare su quel lettino d´ospedale e lasciare che qualcuno risucchi il mio cuore spezzato dal mio utero sanguinante, dicendo addio a questo figlio che se ne andrà per sempre".
La sua storia non è singolare, e lo sa bene: fa la commessa, ha una famiglia, un compagno, tanti sogni nel cassetto ed una tremenda realtà da affrontare: il costo della vita, le tasse, le bollette, i generi di prima necessità. Alla fine ci rimette quasi, ed è per questo che ha scelto di non portare aventi la sua gravidanza. Di che ci rifletterà, e magari avrà una risposta dal capo della Stato. Una risposta che attendono anche altre migliaia di ragazze che sognano di diventare madri ma che non possono permetterselo.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
















