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Giovedì, 26 Giugno : 2008
Il mondo visto da Roma
SANTA SEDE
Il Papa chiede ai Paesi africani di costruire la pace con la giustizia
Il Papa: i seminaristi meritano “i migliori formatori”
Dal 29 giugno, il Papa porterà un pallio con una nuova forma
NOTIZIE DAL MONDO
Ad Amman un nuovo passo per la rete internazionale di Oasis
Uno studio conferma la religiosità degli Americani
ANNO PAOLINO
L'Anno Paolino, momento di grazia per la Chiesa in America Latina
DOTTRINA SOCIALE E BENE COMUNE
Politica di prossimità e politica per il prossimo
ITALIA
Adunanza Eucaristica al Circo Massimo
DOCUMENTI
Discorso del Papa ai Vescovi dell'Honduras in visita “ad limina”
Discorso del Papa all'ambasciatore del Gabon presso la Santa Sede
Santa Sede
Il Papa chiede ai Paesi africani di costruire la pace con la giustizia
Ricevendo le lettere credenziali del nuovo ambasciatore del Gabon
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 26 giugno 2008 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha rivolto questo giovedì un appello ai Paesi africani a costruire la pace con la giustizia e il rispetto dei diritti umani.
Il Pontefice ha approfittato del discorso che ha consegnato al nuovo ambasciatore della Repubblica del Gabon, Firmin Mboutsou, per manifestare ancora una volta il suo interesse per il continente africano.
“Attraverso di lei, signor ambasciatore, invito tutte le autorità e gli uomini di buona volontà, in particolare nel caro continente africano, a impegnarsi sempre più per un mondo pacifico, fraterno e solidale”, ha spiegato nel suo discorso in francese, tradotto da “L'Osservatore Romano”.
“E' a un coraggio sempre più profetico che faccio appello oggi, ricordando che la pace e la giustizia procedono insieme, e che tutto ci si deve concretizzare per mezzo del rispetto della legalità in ogni ambito”, ha indicato.
Secondo il Vescovo di Roma, “senza giustizia, senza la lotta contro ogni forma di corruzione, senza il rispetto delle regole del diritto, è impossibile costruire una pace vera”.
In caso contrario, ha assicurato, “i cittadini avranno difficoltà a confidare nei loro dirigenti; inoltre, senza il rispetto della libertà di ogni individuo non vi può essere pace”.
“Conformemente alla sua tradizione, sotto forme che le sono proprie, la Chiesa è pronta a collaborare e a offrire il suo sostegno a tutte le persone la cui preoccupazione principale è stabilire una società che rispetti i diritti più elementari dell'uomo e costruire una società per l'uomo”, ha sottolineato.
Parlando di giustizia sociale, il Papa ha affermato che “è opportuno fare in modo che gli abitanti del Paese siano i primi beneficiari del prodotto delle ricchezze naturali della Nazione e fare tutto il possibile per una migliore tutela del pianeta, permettendoci di lasciare alle generazioni future una terra veramente abitabile, capace di alimentare i suoi abitanti”.
La Chiesa, ha constatato, contribuisce alla pace con la sua opera educativa e l'assistenza spirituale ai membri delle Forze Armate.
La sua missione, ha confessato, “è particolarmente delicata e costituisce prima di tutto un servizio alla pace, alla giustizia e alla sicurezza”.
Il Papa: i seminaristi meritano “i migliori formatori”
Ricevendo in udienza i Vescovi dell'Honduras in visita ad Limina
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 26 giugno 2008 (ZENIT.org).- Ricevendo questo giovedì mattina in udienza i Vescovi dell'Honduras, Benedetto XVI li ha esortati ha dedicare la massima cura ai seminaristi, che meritano “i migliori formatori e i mezzi materiali adeguati”.
Il Pontefice si è rivolto ai presuli del Paese centroamericano al termine della loro visita ad Limina Apostolorum al Papa e ai membri della Curia Romana, compiuta nel venticinquesimo anniversario della visita di Giovanni Paolo II in Honduras.
Il popolo dell'Honduras, ha ricordato il Papa, è caratterizzato da “un profondo spirito religioso che si manifesta, tra le altre cose, nelle numerose e radicate pratiche di devozione popolare, che, dovutamente purificate da elementi estranei alla fede, devono essere uno strumento valido per l'annuncio del Vangelo”.
Nonostante questo, come in molti altri Paesi, “la diffusione del secolarismo, così come il proselitismo delle sette, è fonte di confusione per molti fedeli e provoca una perdita del senso di appartenenza alla Chiesa”.
La constatazione delle “enormi difficoltà” che i Vescovi si trovano a dover affrontare, ha spiegato il Papa, “lungi dal portare allo scoraggiamento, deve servire a promuovere un'intensa e coraggiosa opera di evangelizzazione, che si fondi, più che sull'efficacia dei mezzi materiali o dei progetti umani, sul potere della Parola di Dio accolta con fede, vissuta con umiltà e annunciata con fedeltà”.
Cristo, ha ricordato Benedetto XVI, è “il cuore dell'evangelizzazione”, e per questo “l'amore per Lui e per gli uomini” esorta i Vescovi a portare il suo messaggio in ogni angolo della Nazione, “perché tutti possano arrivare a quell'incontro personale e intimo con il Signore che è l'inizio di un'autentica vita cristiana”.
Fondamentali nel compito di diffusione della Buona Novella sono i sacerdoti, che come primi collaboratori dei Vescovi devono anche i destinatari principali della loro sollecitudine.
Allo stesso modo, ha sottolineato, la cura e l'attenzione con cui si segue la formazione dei seminaristi è una “manifestazione eloquente” dell'amore dei presuli per il sacerdozio.
“Con fiducia nel Signore e con generosità, mettette sempre al servizio del seminario i migliori formatori e i mezzi materiali adeguati, perché i futuri sacerdoti acquisiscano quella maturità umana, sacerdotale e spirituale di cui i fedeli hanno bisogno e che hanno il diritto di aspettarsi dai loro pastori”.
Nonostante l'aumento delle vocazioni negli ultimi tempi, una delle preoccupazioni principali dei Vescovi dell'Honduras è la scarsità di presbiteri, ha sottolineato il Pontefice.
Per questo motivo, ha detto il Papa ai presuli, “l'impegno per suscitare vocazioni tra i giovani deve essere un obiettivo prioritario dei vostri piani pastorali, nei quali devono essere coinvolte tutte le comunità diocesane e parrocchiali”.
A tale scopo, li ha esortati a “incoraggiare la preghiera personale e comunitaria che, oltre a essere un comandamento del Signore, è necessaria per scoprire e favorire una risposta generosa alla propria vocazione”.
Il Pontefice ha anche esortato a “lavorare instancabilmente perché i fedeli siano sempre più consapevoli che, in virtù del loro battesimo e della confermazione, sono chiamati a vivere la pienezza della carità partecipando alla stessa azione salvifica della Chiesa”.
Testimoniando la loro vita cristiana, infatti, “possono portare a tutti i settori della società la luce del messaggio di Cristo, attirando nella comunità ecclesiale coloro la cui fede si è indebolita o che ne sono lontani”.
Affinché ciò accada, ad ogni modo, è necessario che i fedeli laici intensifichino il loro rapporto con Dio e acquisiscano una solida formazione, soprattutto relativamente alla Dottrina Sociale della Chiesa. In questo modo, “come lievito, potranno compiere la loro missione di trasformare la società secondo il volere di Dio”.
Di fronte ai gravi problemi che affliggono l'Honduras, come “la povertà in cui vivono tanti vostri compatrioti, insieme all'aumento della violenza, all'emigrazione, alla distruzione dell'ambiente, alla corruzione o alle carenze nell'istruzione”, Benedetto XVI ha esortato i Vescovi a “continuare a mostrare il voto misericordioso di Dio, potenziando nelle vostre comunità diocesane e parrocchiali un esteso e capillare servizio di carità, che arrivi in modo speciale ai malati, agli anziani e ai carcerati”.
“All'intercessione della Vergine di Suyapa raccomando le vostre persone, le intenzioni e i propositi pastorali, perché portiate a tutti i figli dell'Honduras la speranza che non delude mai, Cristo Gesù, unico Salvatore del genere umano”.
L'Honduras ha poco più di 7 milioni di abitanti, per il 97% cattolici.
Dal 29 giugno, il Papa porterà un pallio con una nuova forma
Monsignor Marini, Maestro delle Celebrazioni Liturgiche, spiega le novità
di Inmaculada Álvarez
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 26 giugno 2008 (ZENIT.org).- Il pallio che Benedetto XVI porterà a partire da domenica prossima, solennità dei Santi Pietro e Paolo, sarà diverso da quello attuale: avrà una forma circolare chiusa, con i due estremi pendenti sul petto e sulla schiena. Le croci che lo adornano continueranno ad essere rosse, ma la forma sarà più grande e lunga.
Secondo quando ha spiegato monsignor Guido Marini, Maestro delle Celebrazioni Liturgiche, a "L'Osservatore Romano", con questi cambiamenti si recupera qualcosa della forma precedente al pontificato di Giovanni Paolo II.
Il pallio pontificio, paramento liturgico utilizzato fin dall'antichità, è un panno di lana bianca che utilizzano soltanto il Papa e i metropoliti (quello del Pontefice è diverso da quello degli Arcivescovi).
Viene confezionato con la lana di due agnelli che il Papa benedice il giorno di Sant'Agnese (21 gennaio), lavorata poi dalle monache benedettine di Santa Cecilia. I nuovi palli sono collocati in un'urna davanti alla tomba di San Pietro e il 29 giugno il Papa li consegna solennemente ai nuovi Arcivescovi nominati durante l'anno.
La forma del pallio papale è cambiata nel corso del tempo. Benedetto XVI utilizzava finora un pallip simile a quelli che si usavano prima del X secolo, incrociato sulla spalla e con cinque croci rosse, simbolo delle piaghe di Cristo.
Da alcuni mesi, ha sottolineato monsignor Marini, il Papa ha deciso di cambiare anche il pastorale, utilizzandone uno dorato e a forma di croce greca usato da Pio IX al posto di quello argentato con la figura del crocifisso introdotto da Paolo VI.
Questa scelta, ha spiegato il presule, "non significa semplicemente un ritorno all'antico, ma testimonia uno sviluppo nella continuità, un radicamento nella tradizione che consente di procedere ordinatamente nel cammino della storia".
"Questo pastorale, denominato ferula, risponde infatti in modo più fedele alla forma del pastorale papale tipico della tradizione romana, che sempre stato a forma di croce e senza crocifisso", oltre ad essere più leggero e maneggevole di quello precedente.
E' stato riscattato anche l'uso del camauro (berretto rosso dal bordo bianco portato solo in inverno), caduto in disuso dal pontificato di Giovanni XXIII.
"Le vesti liturgiche adottate, come anche alcuni particolari del rito, intendono sottolineare la continuità della celebrazione liturgica attuale con quella che ha caratterizzato nel passato la vita della Chiesa", ha osservato monsignor Marini.
"L'ermeneutica della continuità è sempre il criterio esatto per leggere il cammino della Chiesa nel tempo. Ciò vale anche per la liturgia".
L'importante, ha osservato, non è tanto l'antichità o la modernità dei paramenti liturgici, "quanto la bellezza e la dignità, componenti importanti di ogni celebrazione liturgica".
Monsignor Marini ha parlato anche del trono papale, usato in particolari circostanze e che "vuole semplicemente mettere in risalto la presidenza liturgica del Papa, successore di Pietro e vicario di Cristo", e della posizione della croce al centro dell'altare, che indica "la centralità del crocifisso nella celebrazione eucaristica e l'orientamento esatto che tutta l'assemblea chiamata ad avere durante la liturgia eucaristica: non ci si guarda, ma si guarda a Colui che nato, morto e risorto per noi, il Salvatore".
Questo criterio permette anche di capire la decisione di celebrare all'altare antico della Cappella Sistina, in occasione della festa del Battesimo del Signore. "Nelle circostanze in cui la celebrazione avviene secondo questa modalità, non si tratta tanto di volgere le spalle ai fedeli, quanto piuttosto di orientarsi insieme ai fedeli verso il Signore. Da questo punto di vista non si chiude la porta all'assemblea, ma si apre la porta all'assemblea conducendola al Signore".
Circa la la distribuzione della comunione sulla mano, monsignor Marini ha affermato che "rimane tuttora, dal punto di vista giuridico, un indulto alla legge universale, concesso dalla Santa Sede a quelle conferenze episcopali che ne abbiano fatto richiesta".
La modalità adottata da Benedetto XVI di distribuire la comunione in bocca e in ginocchio, come nella recente visita in Puglia, "tende a sottolineare la vigenza della norma valida per tutta la Chiesa" e, "senza nulla togliere all'altra, meglio mette in luce la verità della presenza reale nell'Eucaristia, aiuta la devozione dei fedeli, introduce con più facilità al senso del mistero".
Notizie dal mondo
Ad Amman un nuovo passo per la rete internazionale di Oasis
“Il caso serio della libertà religiosa. La libertà di conversione”
AMMAN/ROMA, giovedì, 26 giugno 2008 (ZENIT.org).- Si è chiusa questo martedì la due giorni di lavoro del Comitato scientifico internazionale, che si è riunito ad Amman, in Giordania, sul tema “la libertà religiosa: un bene per ogni società”.
A conclusione delle giornate di riflessione e testimonianza, gli oltre 80 partecipanti provenienti da oltre 20 paesi tra Europa, Asia, Africa e America si sono impegnati ad allargare ancora di più la rete di rapporti che costituisce l’identità vera del Centro internazionale Oasis, a continuare ad approfondire il lavoro di reciproca conoscenza tra le comunità cristiane dell’Occidente e dei paesi a maggioranza musulmana fino a raggiungere sempre nuovi interlocutori dell’islam di popolo.
La giornata di martedì – riferisce una nota diffusa dal Centro Oasis – ha trovato uno dei suoi momenti più significativi nell’incontro con Hasan Abû Ni’mah, Direttore del Royal Institute for Inter-faith Studies, il quale ha detto che “gli appelli al dialogo - per aver successo o per poter quanto meno seminare buoni semi che inizino opportunamente a dar corpo alle idee - devono necessariamente armarsi di tutto punto per fronteggiare la mentalità della guerra, del fondamentalismo e del non rispetto dell’uomo”.
“Ciò non sarà possibile – ha aggiunto – se non sapremo come relazionarci con la mentalità dello scontro e come sostenere al contrario una mentalità di dialogo e comprensione reciproca e di vita comune tra tutti gli uomini, nella differenza delle loro religioni”.
“Molto è stato detto nei decenni passati – ha rilevato Hasan Abû Ni’mah – sul dialogo interreligioso e interculturale e tra i popoli, sul rispetto dell’altro e la capacità di accoglierlo, su come entrare in rapporto con la sua tradizione e il suo pensiero, e quale mentalità si richieda per questo”.
“Ma d’altro canto, miliardi di dollari sono stati spesi nel mondo per attivare strumenti di guerra, morte, violenza e terrorismo”.
“Se la tecnologia e Internet – ha continuato il Direttore – hanno reso facile per l’individuo parlare con altre persone con cui non si sarebbe mai sognato di parlare senza questi nuovi strumenti, è diventato più necessario pensare alla qualità del rapporto che attraverso di essi si istituisce”.
A suo avviso “la religione, qualsiasi religione, nella sua sostanza è un istituto (manzûma) fondamentale e un punto di riferimento per la morale, i valori e i principi di comportamento e di vita. Essa incita al bene dell’uomo e dell’umanità su questa terra”.
Ad inaugurare i lavori del Comitato è stato il Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, il quale ha rilevato come “nella nostra società globalizzata la tensione tra libertà religiosa e identità tradizionale di un popolo sta diventando scottante”, perché oggi “chiunque può incontrare chiunque, senza reti di protezione”.
“Il punto critico è: che cosa succede ad un’identità di popolo se un numero consistente di persone inizia a metterla in discussione o perché proviene da un’altra religione o addirittura vi si converte? In alcuni paesi a maggioranza musulmana mentre si può tollerare un certo grado di diversità per chi già nasce in un’altra religione, l’identità di popolo risulterebbe minacciata se si concedesse la possibilità di convertirsi a chi è già musulmano”.
“Il passo che ora dobbiamo compiere – ha concluso il Patriarca – in Occidente ed in Oriente, sta nel mettere meglio a fuoco come il rapporto tra libertà religiosa e identità di popolo incida sulla vita sociale”.
“In quest’ottica - ha precisato - i cristiani non intendono mettere a rischio le basi della convivenza sociale dei paesi a maggioranza musulmana ma, per essere chiari, chiedono lo stesso rispetto per la propria tradizione a chi arriva qui da noi”.
Allo stesso modo, “il rispetto verso l’identità comunitaria non può spingere nessuno, nemmeno i musulmani, a violare la libertà umana del singolo, compresa la libertà di conversione”.
Dopo il Cardinale, è intervenuto il prof. Nikolaus Lobkowicz, Direttore dell’Istituto per gli studi sull’Europa Orientale di Eichstätt, in Baviera, il quale ha segnalato il passo importante determinato dalla Dignitatis Humanae in merito alla questione del riconoscimento dei diritti della persona rispetto alla comunità.
“La straordinaria qualità della dichiarazione Dignitatis Humanae – ha spiegato – consiste nell’aver trasferito il tema della libertà religiosa dalla nozione di verità a quella dei diritti della persona umana. Se l’errore non ha diritti, una persona ha dei diritti anche quando sbaglia”.
“Chiaramente non si tratta di un diritto al cospetto di Dio – ha aggiunto –; è un diritto rispetto ad altre persone, alla comunità e allo stato”.
Ha poi portato il suo articolato contributo anche Khaled Al-Jaber, professore alla University of Petra (Amman) che ha parlato della necessità “di trasformare lo scontro che alcuni considerano inevitabile in un dialogo reale che ponga fine a una lunga storia di sofferenze che l’umanità ha conosciuto e apra una lunga era di bene, amore, incontro e azione, a beneficio di un’unica civiltà umana in cui ogni religione abbia il suo posto e ogni cultura il suo valore soggettivo e oggettivo”.
“Se vogliamo andare dietro alla verità della libertà, dovremo rivolgere il nostro sforzo a rimuovere l’ingiustizia dall’uomo – ha detto –. Dico volutamente l’uomo, di ogni religione, razza, colore, nazionalità, orientamento, partito, categoria, sesso, età o gruppo sociale”.
“Le religioni si sono tirate indietro dal loro compito e si sono limitate agli aspetti spirituali (rapporto dell’uomo con Dio), lasciando ad altri – ignoranti e interessati nella maggior parte dei casi – l’organizzazione dei rapporti dell’uomo con l’uomo”.
“Esse non ritorneranno davvero alla vita dell’uomo, così da compiere la verità della libertà, se non quando riprenderanno a svolgere il ruolo cui hanno rinunciato”, ha poi concluso.
Uno studio conferma la religiosità degli Americani
WASHINGTON, D.C., giovedì, 26 giugno 2008 (ZENIT.org).- Secondo i Vescovi degli Stati Uniti, i risultati di un'indagine della Pew sulla religione e la vita pubblica confermano che gli Americani si identificano con la religione
L'Arcivescovo Donald Wuerl, presidente del Comitato episcopale per l'Evangelizzazione e la Catechesi, ha commentato i risultati del Forum sulla Religione e la Vita Pubblica, diffusi lunedì. La ricerca è stata condotta l'anno scorso tra maggio e agosto e si basa sulle risposte di più di 35.000 adulti americani.
L'indagine rivela una serie di dati, tra cui l'aderenza alla tradizione religiosa e il legame tra la frequenza della partecipazione e le idee politiche, mostrando che la gran parte degli Americani, quasi il 92%, crede in Dio o in uno spirito universale.
“La storia mostra che la fede religiosa è molto importante per gli Americani”, ha sottolineato il presule. “In ogni momento del nostro passato, gli Americani hanno invocato Dio per ottenere guida, protezione e direzione. C'è una chiara identificazione con la religione in America che, per i cattolici, riflette gli sforzi dei sacerdoti, dei catechisti e degli insegnanti nella nostra storia”.
Lo studio ha anche rivelato che il 74% degli Americani crede nel paradiso e solo il 59% nell'inferno. Il 63% crede nelle Scritture come la Parola di Dio. Il 63% degli intervistati con bambini dice di pregare e di leggere le Scritture con i figli, e il 60% chiede per loro programmi di educazione religiosa.
Lo studio nota anche che la maggior parte degli Americani ha un approccio non dogmatico alla fede e che la maggioranza di quanti sono collegati a una tradizione religiosa concorda sul fatto che ci sia più di un modo per interpretare l'insegnamento della fede.
Il 40% nota un conflitto tra la società moderna e la religione, e il 42% sostiene che Hollywood minacci i valori.
Padre Brian Bransfield, esperto del Segretariato episcopale per l'Evangelizzazione e la Catechesi, ha riflettuto sui risultati, affermando che “è difficile quantificare l'enorme sete di verità tra le famiglie e le persone di ogni età, come dimostra la risposta alla recente visita di Papa Benedetto XVI negli Stati Uniti”.
“Questa sete è a volte indirizzata in modo sbagliato attraverso gli effetti del secolarismo, con l'individualismo e il consumismo al centro di tutto”, ha aggiunto, affermando che la risposta della Chiesa in ogni caso è un “impegno sempre rinnovato a forti sforzi catechetici”.
Anno Paolino
L'Anno Paolino, momento di grazia per la Chiesa in America Latina
Secondo un Arcivescovo brasiliano incoraggerà lo “stato di missione”
di Alexandre Ribeiro
BELÉM, giovedì, 26 giugno 2008 (ZENIT.org).- L'Anno Paolino porterà molti frutti alla Chiesa in America Latina, che cerca sempre più di porsi in “stato di missione” sulla via indicata dalla Conferenza di Aparecida, ha indicato un Arcivescovo brasiliano.
Alla vigilia dell'inizio dell'anno che commemora il bimillenario della nascita dell'apostolo Paolo, monsignor Orani João Tempesta, Arcivescovo di Belém (Pará), sottolinea in un messaggio inviato a ZENIT “il momento di grazia e di grandi possibilità d'animazione” che rappresenterà l'evento convocato dal Papa.
“Instancabile nelle sue peregrinazioni, San Paolo è per noi oggi un grande segno affinché in questo nostro difficile secolo non abbiamo paura di affrontare i nuovi areopaghi che compaiono ogni giorno davanti ai nostri occhi e ci pongono sempre sulla via di nuovi dialoghi e nuove scoperte”, ha affermato.
“Apostolo accettato e rifiutato, festeggiato e lapidato, accolto e non ricevuto, si solleva sempre con nuove energie e con nuovo coraggio e continua la sua peregrinazione e la sua testimonianza”.
Secondo l'Arcivescovo, è “l'esperienza dell'incontro con Cristo” che Paolo ripeterà sempre come motivazione principale della sua trasformazione.
Monsignor Tempesta ha osservato che l'anno commemorativo sarà un'occasione per studiare in modo più approfondito gli scritti e il lavoro di Paolo, “chiedendo a Dio che ci aiuti ad avere lo stesso coraggio che ha guidato la sua vita e la disposizione a essere con lui in costante stato di missione”.
Il prossimo sabato, a Belém, ci si riunirà alle 18.00 nella chiesa di San Francesco d'Assisi (Cappuccini), da dove partirà la processione per la chiesa della parrocchia di San Pietro e San Paolo.
Alle 19.00 verranno celebrate l'apertura e la proclamazione dell'anno giubilare nell'Arcidiocesi e saranno annunciati i principali orari ed eventi del calendario annuale.
Un'immagine di San Paolo percorrerà per tutto l'anno le parrocchie dell'Arcidiocesi. Monsignor Tempesta invita i fedeli a partecipare all'apertura dell'anno giubilare per “iniziare insieme, con grande ardore, l'Anno Paolino nella nostra Arcidiocesi”.
Dottrina Sociale e Bene Comune
Politica di prossimità e politica per il prossimo
ROMA, giovedì, 26 giugno 2008 (ZENIT.org).- Di seguito pubblichiamo per la rubrica di Dottrina Sociale e Bene Comune, il contributo del prof. Tommaso Cozzi, docente di Economia e Gestione delle Imprese presso l'Università di Bari.
* * *
Obiettivo della Politica europea di vicinato (ENP) è la condivisione dei benefici dell'allargamento con i paesi confinanti con la nuova Ue, per creare un'ampia area di stabilità, sicurezza e benessere. L'ENP è volta ad evitare l'emergere di nuove linee divisorie tra l'Ue allargata e i suoi vicini e a offrire agli Stati dell'Est e dell'area mediterranea la possibilità di partecipare alle attività dell'Unione, stabilendo forme di cooperazione politica, di sicurezza, economica e culturale.
La Politica di prossimità (ENP) è nata nel 2003 quando, fissate le tappe dei successivi allargamenti, si prospettava un cambiamento pressoché totale dei confini terrestri dell’UE e la conseguente esigenza di ricercare nuovi equilibri, al fine di garantire la sicurezza, la stabilità politica e lo sviluppo sostenibile ai Paesi europei nonché la coesione sociale e il dinamismo economico a vantaggio non solo dei Paesi UE ma anche dei loro vicini.
L’obiettivo della politica di prossimità è, pertanto, la creazione di una zona di prosperità e di buon vicinato con i Paesi terzi confinanti con l’UE, aiutandoli a realizzare le riforme al loro interno, per integrarli sempre di più nel mercato europeo. E’ opportuno, nell’attuale contesto storico, in cui sono di grande attualità le politiche di sviluppo e di mancato sviluppo, ovvero di involuzione nello sviluppo, da parte di molte nazioni non solo del c.d. “terzo mondo”, interrogarsi con la domanda “chi è il prossimo?”
Benedetto XVI° nel suo “Gesù di Nazaret” afferma che “la risposta abituale, che poteva poggiarsi anche su testi delle Scritture, affermava che prossimo significava connazionale (…) Gli stranieri allora, le persone appartenenti a un altro popolo, non erano prossimi?”1 Con la parabola del buon samaritano, Gesù ci mostra però che non si tratta di stabilire chi sia o non sia il mio prossimo: si tratta invece di me stesso, io devo diventare prossimo, così l’altro – chiunque altro, universalmente – conta per me come me stesso.
L’attualità della parabola è ovvia. Se l’applichiamo alle dimensioni della società globalizzata, le popolazioni derubate e saccheggiate dell’Africa – e non solo dell’Africa – ci riguardano da vicino e ci chiamano in causa da un duplice punto di vista: perché con la nostra vicenda storica, con il nostro stile di vita, abbiamo contribuito e tuttora contribuiamo a spogliarle e perché, invece di dare loro Dio, il Dio vicino a noi in Gesù Cristo, abbiamo portato loro il cinismo di un mondo senza Dio (pp. 234-236).2 “Si, dobbiamo dare aiuti materiali e dobbiamo esaminare il nostro genere di vita. Ma diamo sempre troppo poco se diamo solo materia. E non troviamo anche intorno a noi l’uomo spogliato e martoriato? Le vittime della droga, del traffico di persone, del turismo sessuale, persone distrutte nel loro intimo, che sono vuote pur nell’abbondanza di beni materiali”3.
Dalla dignità, unità e uguaglianza di tutte le persone deriva innanzi tutto il principio del bene comune, al quale ogni aspetto della vita sociale deve riferirsi per trovare pienezze e senso. Una società che, a tutti i livelli, vuole intenzionalmente rimanere al servizio dell’essere umano è quella che si propone come meta prioritaria il bene comune, in quanto bene di tutti gli uomini e di tutto l’uomo. La persona non può non trovare compimento solo in se stessa, a prescindere cioè dal suo essere “con” e “per”gli altri. Le esigenze del bene comune derivano dalle condizioni sociali di ogni epoca e sono strettamente connesse al rispetto e alla promozione integrale della persona e dei suoi diritti fondamentali. La responsabilità di conseguire il bene comune compete, oltre che alle singole persone, anche allo Stato, poiché il bene comune è la ragion d’essere dell’autorità politica.4
Date tali premesse, appare utile una ulteriore riflessione, accompagnati ancora da Benedetto XVI° che, riferendosi alle intuizioni marxiste, nell’enciclica Spe Salvi, chiarisce” Marx non ha solo mancato di ideare gli ordinamenti necessari per il nuovo mondo (…) Il suo errore sta più in profondità. Egli ha dimenticato che l’uomo rimane sempre uomo. Ha dimenticato che la libertà rimane sempre libertà, anche per il male. Credeva che, una volta messa a posto l’economia, tutto sarebbe stato a posto. Il suo vero errore è il materialismo: l’uomo, infatti, non è solo il prodotto di condizioni economiche e non è possibile risanarlo solamente dall’esterno creando condizioni economiche favorevoli”.5
Tuttavia, sarebbe riduttivo limitare l’analisi alla visione materialistica del progresso, senza parlare del progresso stesso. E’ ancora Benedetto XVI° che afferma “Innanzitutto c’è da chiedersi: che cosa significa veramente “progresso”; che cosa promette e che cosa non promette? (…)Detto altrimenti: si rende evidente l’ambiguità del progresso. Senza dubbio, esso offre nuove possibilità per il bene, ma apre anche possibilità abissali di male – possibilità che prima non esistevano(…) Se al progresso tecnico non corrisponde un progresso nella formazione etica dell’uomo, della crescita dell’uomo interiore, allora esso non è progresso, ma una minaccia per l’uomo e per il mondo”.6
La nuova politica di prossimità costituisce la risposta alle sfide in materia di rapporti con il nuovo vicinato. In particolare, la capacità dell’Unione Europea di garantire ai suoi cittadini sicurezza, stabilità e sviluppo sostenibile non sarà più dissociabile dalla sua volontà di intensificare le relazioni con i paesi limitrofi, laddove appaiono evidenti le lacerazioni sociali derivanti dal mancato sviluppo, ovvero da una errata prospettiva dello stesso.
E’ sufficiente tutto ciò per poter definire la politica di prossimità, anche come “politica per il prossimo”? Saremo in grado, noi tutti, di rispondere alla domanda “chi è il prossimo?”, affermando: “il prossimo sono io!”.
***************
1 J. Ratzinger “Gesù di Nazaret”Rizzoli, 2007
2 C. Ruini “Commento al Gesù di Nazaret” discorso al Clero Romano 6/12/2007
3 J. Ratzinger, op.cit.
4 Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa nn.164-168
5 Benedetto XVI° “Spe Salvi” Liberia editrice Vaticana, pag.44
6 Benedettp XVI°, op.cit.
Italia
Adunanza Eucaristica al Circo Massimo
Nella notte tra il 28 e 29 giugno prossimi
ROMA, giovedì, 26 giugno 2008 (ZENIT.org).- A un anno dalla prima Adunanza Eucaristica al Circo Massimo nel 2007, i molti giovani della capitale si sono ridati appuntamento per un evento particolare che si terrà nella notte tra il 28 e 29 giugno prossimi.
Il Circo Massimo si trasformerà per una notte in una ‘Cattedrale sotto le stelle’ dove Gesù Eucaristia sarà l’assoluto protagonista.
I partecipanti all’Adunanza Eucaristica saranno presenti alle ore 17.30 alla Basilica di San Paolo fuori le Mura con il Santo Padre Benedetto XVI per l’inizio ufficiale dell’Anno Paolino.
Alle ore 20.30, al Circo Massimo, vi sarà la lettura di alcune lettere di San Paolo con gli attori Franco Giacobini ed Angela Goodwin, e con l’accompagnamento musicale del maestro Marco Celli Stein.
Seguirà un Concerto di evangelizzazione curato dalla Fraternità Mariana delle Cinque Pietre.
Alle ore 22 inizierà ufficialmente l’Adunanza Eucaristica con la celebrazione della Santa Messa presieduta da monsignor Ernesto Mandara, Vescovo ausiliare di Roma per il settore centro.
Per tutta la notte, oltre l’Adorazione Eucaristica, saranno allestiti dei ‘settori’ dedicati all’evangelizzazione, con alcune ‘Tende delle confessioni’, ma anche centri di ascolto per i ragazzi che sono alla ricerca di qualche cosa di speciale nella propria vita.
Alle ore 6 della mattina ci sarà la benedizione eucaristica finale.
[Per maggiori informazioni: www.adorazione.org]
Documenti
Discorso del Papa ai Vescovi dell'Honduras in visita “ad limina”
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 26 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato da Benedetto XVI nel ricevere questo giovedì i Vescovi dell'Honduras in occasione della visita “ad limina Apostolorum”.
* * *
Signor cardinale,
Cari fratelli nell'episcopato,
1. Vi ricevo con grande gioia questa mattina e ringrazio il Signore di potervi incontrare per condividere con tutti voi i progetti e le speranze, le preoccupazioni e le difficoltà del vostro cuore di Pastori della Chiesa. La comunità cattolica dell'Honduras è stata benedetta con la consacrazione in poco tempo di cinque nuovi Vescovi; voglia il Signore che questa visita ad limina, quando si celebrano venticinque anni del viaggio pastorale di Papa Giovanni Paolo II nella vostra terra, contribuisca a rafforzare ancora di più gli stretti vincoli di comunione fra voi e con il successore di Pietro, per riprendere con nuovo ardore la missione che il Signore vi ha affidato!
Desidero ringraziare vivamente il signor cardinale Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa e presidente della Conferenza episcopale, per le cortesi parole con le quali mi ha espresso il vostro affetto e la vostra adesione, e anche l'affetto dei vostri sacerdoti, religiosi e fedeli diocesani. Tutti, ma specialmente quelli che soffrono a causa della povertà, della violenza o della malattia, li tengo presenti nella mia preghiera, manifestando loro tutta la mia stima e la mia vicinanza spirituale.
2. Il popolo honduregno si caratterizza per un profondo spirito religioso che si manifesta, fra le altre cose, nelle numerose e radicate pratiche di devozione popolare, le quali, debitamente purificate da elementi estranei alla fede, devono essere uno strumento valido per l'annuncio del Vangelo. D'altro canto, e come succede in altre parti, la diffusione del secolarismo, come anche il proselitismo delle sette, è fonte di confusione per molti fedeli e provoca inoltre una perdita di senso di appartenenza alla Chiesa.
La constatazione delle enormi difficoltà che si oppongono alla vostra missione pastorale, lungi dal suscitare sconforto, deve servire a dare impulso a un'estesa e audace opera di evangelizzazione, che si fondi, più che sull'efficacia dei mezzi materiali o dei progetti umani, sul potere della Parola di Dio (cfr Eb 4, 12), accolta con fede, vissuta con umiltà e annunciata con fedeltà.
In quanto successori degli apostoli, siete stati chiamati a una missione eccelsa: «Perpetuare l'opera di Cristo, pastore eterno» (Christus Dominus, n. 2). Cristo è certamente il cuore dell'evangelizzazione (cfr Pastores gregis, n. 27), per questo l'amore per Lui e per gli uomini ci spinge a portare il suo messaggio fino agli angoli più lontani della vostra amata nazione, affinché tutti possano giungere all'incontro personale e intimo con il Signore, che è l'inizio di un'autentica vita cristiana (cfr Deus caritas est, n. 1).
3. In questo urgente compito di annunciare la Buona Novella della salvezza, potete contare sull'aiuto inestimabile dei vostri sacerdoti. Questi, in quanto primi collaboratori nella vostra missione pastorale, devono essere anche i principali destinatari della vostra sollecitudine di padri, fratelli e amici, prestando attenzione alla loro vita spirituale e ai loro bisogni materiali. Parimenti, la diligenza e l'attenzione con cui seguite la formazione dei seminaristi è una manifestazione eloquente del vostro amore per il sacerdozio. Con fiducia nel Signore, e con generosità, ponete sempre al servizio del seminario i formatori migliori e i mezzi materiali adeguati, affinché i futuri sacerdoti acquisiscano quella maturità umana, spirituale e sacerdotale di cui i fedeli hanno bisogno e che hanno il diritto di aspettarsi dai loro pastori.
Nonostante l'incremento delle vocazioni negli ultimi tempi, la scarsità di presbiteri nelle vostre Chiese particolari è, giustamente, una delle principali preoccupazioni. Per questo, l'impegno nel suscitare vocazioni fra i giovani deve essere un obiettivo prioritario dei vostri piani di pastorale, nei quali si devono coinvolgere tutte le comunità diocesane e parrocchiali. In tal senso, vi esorto a incoraggiare la preghiera personale e comunitaria che, oltre a essere un mandato del Signore (cfr Mt 9, 38), è necessaria per scoprire e favorire una risposta generosa alla propria vocazione. Non posso non riconoscere il grande lavoro evangelico che realizzano le comunità religiose, arricchendo le vostre diocesi con la presenza dei loro carismi specifici, e la cui collaborazione dovete continuare a promuovere in uno spirito di vera comunione ecclesiale.
4. Desidero sottolineare anche il ruolo significativo che i laici cattolici honduregni stanno assumendo nelle parrocchie come catechisti e delegati della Parola. Un aspetto importante del ministero pastorale consiste nel lavorare senza posa affinché i fedeli siano sempre più consapevoli che, in virtù del loro battesimo e della loro confermazione, sono chiamati a vivere la pienezza della carità partecipando alla stessa missione salvifica della Chiesa (cfr Lumen gentium, n. 33). Mediante la testimonianza della loro vita cristiana, possono portare in tutti i settori della società la luce del messaggio di Cristo, attraendo nella comunità ecclesiale coloro la cui fede si è indebolita o che si trovano lontano da essa. I fedeli laici hanno pertanto bisogno di intensificare il loro rapporto con Dio e di acquisire una salda formazione, soprattutto per quanto riguarda la dottrina sociale della Chiesa. In tal modo, come lievito nella massa, potranno compiere la loro missione di trasformare la società secondo il volere di Dio (cfr Ibidem, n. 31).
Allo stesso tempo, un ambito di singolare attenzione pastorale è quello del matrimonio e della famiglia, la cui solidità e stabilità recano tanto beneficio alla Chiesa e alla società. A tale proposito, è giusto riconoscere il passo importante che è stato compiuto nell'includere nella Costituzione del vostro Paese un riconoscimento esplicito del matrimonio, anche se sapete bene che non basta possedere una buona legislazione se poi non si realizza quella necessaria opera culturale e di catechesi in grado di far risplendere nella società la verità e la bellezza del matrimonio, vera alleanza perpetua di vita e di amore fra un uomo e una donna.
5. Come l'annuncio della Parola e la celebrazione dei sacramenti, il servizio della carità è parte essenziale della missione della Chiesa (cfr Deus caritas est, n. 25). I vescovi, quali successori degli apostoli, sono pertanto i primi responsabili di questo servizio di carità nelle Chiese particolari (cfr Ibidem, n. 32). So bene quanto vi addolora la povertà nella quale vivono tanti vostri concittadini, unita all'aumento della violenza, all'emigrazione, alla distruzione dell'ambiente, alla corruzione e alle carenze nell'educazione, fra gli altri gravi problemi. Come ministri del Buon Pastore avete svolto, con le parole e con le opere, un'intensa opera di aiuto ai bisognosi. Vi esorto vivamente a continuare a mostrare nel vostro ministero il volto misericordioso di Dio, potenziando in tutte le vostre comunità diocesane e parrocchiali un esteso e capillare servizio di carità, che giunga in modo particolare ai malati, agli anziani e ai detenuti.
6. Amatissimi fratelli, vi ribadisco il mio affetto e la mia gratitudine per tutta la vostra dedizione e sollecitudine pastorale. Allo stesso tempo, vi chiedo di trasmettere ai vostri sacerdoti, religiosi, religiose, seminaristi e fedeli laici il saluto e la stima del Papa. All'intercessione dell'Immacolata Vergine di Suyapa affido le vostre persone, le intenzioni e i propositi pastorali, affinché portiate a tutti i figli dell'Honduras la speranza che non delude mai, Cristo Gesù, l'unico Salvatore del genere umano. Con questi auspici, vi accompagnano la mia preghiera e la mia Benedizione Apostolica.
[Traduzione a cura de L'Ossevatore Romano]
Discorso del Papa all'ambasciatore del Gabon presso la Santa Sede
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 24 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato da Benedetto XVI nel ricevere questo martedì in udienza il sig. Firmin Mboutsou, ambasciatore del Gabon presso la Santa Sede, in occasione della presentazione delle lettere credenziali.
* * *
Signor ambasciatore,
sono lieto di accoglierla, eccellenza, in occasione della presentazione delle lettere che l'accreditano come ambasciatore straordinario e plenipotenziario della Repubblica del Gabon presso la Santa Sede. Mi hanno toccato le cordiali parole che mi ha rivolto, signor ambasciatore, e anche i saluti e i voti che mi ha trasmesso da parte di sua eccellenza il signor El Hadj Omar Bongo Ondimba, presidente della Repubblica. Le sarei grato se potesse trasmettere a lui, come pure a tutto il popolo gabonese, i voti cordiali di felicità e di prosperità che formulo per il Paese, pregando Dio di concedere a tutti di vivere in una nazione sempre più fraterna e più solidale, dove i doni che ognuno ha ricevuto da Dio possano schiudersi pienamente a beneficio di tutti.
Lei ha appena sottolineato, eccellenza, l'importanza delle relazioni improntate alla fiducia reciproca che esistono da quarant'anni fra il Gabon e la Santa Sede. Questi vincoli sono stati rafforzati durante il recente viaggio effettuato nel suo Paese lo scorso mese di gennaio, da sua eccellenza monsignor Dominique Mamberti, segretario per i rapporti con gli Stati. La calorosa accoglienza che gli ha riservato il presidente della Repubblica, e anche le diverse autorità dello Stato, è una manifestazione dell'armonia che caratterizza queste relazioni e del desiderio di una concertazione e di una collaborazione permanenti.
Il contributo della Chiesa alla storia e alla costruzione del suo Paese è importante, come lei ha tenuto a sottolineare, signor ambasciatore. Non posso che apprezzare l'attenzione alla missione della Chiesa fra i suoi concittadini. In questa prospettiva, è opportuno menzionare l'accordo quadro fra il Gabon e la Santa Sede, firmato poco più di dieci anni fa. È stata la base di una cooperazione sempre più vasta fra la Santa Sede e il suo Paese. Per la Chiesa, simili gesti diplomatici hanno la funzione fondamentale di aiutarla a svolgere la sua missione al servizio di ogni uomo e di tutti gli uomini, nella loro vita quotidiana, partecipando così allo sviluppo delle persone e della nazione, e infondendo in ognuno una speranza nuova nel futuro.
Conformemente alla sua vocazione, e grazie in particolare alle sue numerose istituzioni, alle sue congregazioni religiose e all'insieme delle comunità locali, la Chiesa contribuisce e auspica di contribuire sempre più all'educazione degli uomini, delle donne e dei bambini, senza distinzioni, nel rispetto delle persone e della loro cultura, trasmettendo a ognuno i valori spirituali e morali indispensabili per la crescita dell'essere umano. Allo stesso modo, nella sua lunga tradizione, partecipa all'educazione sanitaria e alle cure ai malati, per il benessere delle persone. Nel suo Paese, i numerosi ambulatori tenuti dalle congregazioni religiose ne sono la prova. Bisogna auspicare che, nel quadro di un accordo, il Paese riconosca pienamente e sostenga questo servizio caritativo offerto a tutte le persone che vi ricorrono. Un simile riconoscimento legale non mancherà di avere effetti benefici sulla presenza religiosa e sul dinamismo delle strutture nell'ambito sanitario e sociale.
Fra i campi principali, bisogna anche menzionare quello che riguarda l'insegnamento, per il quale nel 2001 è stato firmato un accordo; malgrado i suoi deboli mezzi, la Chiesa auspica vivamente di poter proseguire la sua missione in materia, con il sostegno di tutte le istanze coinvolte. Il suo desiderio è di educare tutti i giovani che le sono affidati per offrire una formazione integrale che permetterà loro di avere un futuro migliore, di prendere in mano il loro destino, quello della propria famiglia e quello della società. È anche un'occasione per partecipare alla formazione di uomini e di donne che, domani, saranno i responsabili della nazione. Mediante un'attenzione particolare per l'educazione integrale delle persone, una società dimostra che i suoi membri sono la prima ricchezza nazionale. Non posso che auspicare un rafforzamento degli accordi con l'episcopato del vostro Paese, circa l'insegnamento a tutti i livelli, e in particolare l'insegnamento superiore. La Chiesa intende mantenere e sviluppare un insegnamento di qualità, per la qual cosa ha bisogno del sostegno fiducioso delle autorità e dei diversi servizi dello Stato. Questo insegnamento deve trasmettere conoscenze intellettuali nei diversi ambiti della scienza e del pensiero, ma al contempo anche formare l'essere integrale comunicandogli i valori fondamentali, sia personali sia collettivi.
Il ruolo della Chiesa è anche di offrire alle persone un'assistenza umana e spirituale, aiutandole a rispondere alla loro ricerca di significato. È in questo spirito che auspica di poter organizzare meglio la pastorale delle forze armate, la cui missione è particolarmente delicata e costituisce prima di tutto un servizio alla pace, alla giustizia e alla sicurezza nel Paese e in tutta la regione. Lei sa, signor ambasciatore, che, nell'accompagnare i militari cattolici e le loro famiglie, la Chiesa desidera aiutarli a svolgere il loro compito specifico fondandosi sui valori umani e morali del cristianesimo, affinché servano fedelmente la loro patria e costruiscano la loro vita personale e familiare secondo la propria vocazione cristiana. Spetta in effetti ai pastori della Chiesa seguire tutto il gregge che le è stato affidato ed è opportuno che i membri delle forze armate possano costituirsi in comunità cristiane particolari, sotto la guida di un pastore che saprà riconoscere e rispettare la specificità del mondo militare.
È innanzitutto dovere dei responsabili delle nazioni e di quanti, a tutti i livelli, sono chiamati a guidare il destino dei popoli edificare società di pace. Mi rallegro dell'attenzione del suo Paese in questo ambito. Attraverso di lei, signor ambasciatore, invito tutte le autorità e gli uomini di buona volontà, in particolare nel caro continente africano, a impegnarsi sempre più per un mondo pacifico, fraterno e solidale. È a un coraggio sempre più profetico che faccio appello oggi, ricordando che la pace e la giustizia procedono insieme, e che tutto ciò si deve concretizzare per mezzo del rispetto della legalità in ogni ambito. In effetti, senza giustizia, senza la lotta contro ogni forma di corruzione, senza il rispetto delle regole del diritto, è impossibile costruire una pace vera, ed è chiaro che i cittadini avranno allora difficoltà a confidare nei loro dirigenti; inoltre, senza il rispetto della libertà di ogni individuo non vi può essere pace. Conformemente alla sua tradizione, sotto forme che le sono proprie, la Chiesa è pronta a collaborare e a offrire il suo sostegno a tutte le persone la cui preoccupazione principale è stabilire una società che rispetti i diritti più elementari dell'uomo e costruire una società per l'uomo.
Lei è attento, signor ambasciatore, alle grandi questioni che riguardano il futuro del nostro mondo. Questo futuro è troppo spesso legato alle questioni puramente economiche, che sono fonte di numerosi conflitti. È opportuno fare in modo che gli abitanti del Paese siano i primi beneficiari del prodotto delle ricchezze naturali della nazione e fare tutto il possibile per una migliore tutela del pianeta, permettendoci di lasciare alle generazioni future una terra veramente abitabile, capace di alimentare i suoi abitanti.
Mi permetta, signor ambasciatore, di approfittare di questa bella occasione che mi dà la sua presenza, per salutare cordialmente, per mezzo di lei, tutti i cattolici del Gabon, e in particolare i vescovi, che sono venuti qui in visita ad limina lo scorso mese di ottobre. Conosco il loro attaccamento e l'affetto che nutrono per il loro Paese, e anche il loro impegno risoluto nel cooperare al suo sviluppo in armonia fraterna con tutti i loro concittadini. Li invito con affetto a continuare a essere artefici e testimoni sempre più ardenti della pace, della fraternità e della solidarietà fra tutti.
Signor ambasciatore, mentre comincia ufficialmente la sua missione presso la Sede Apostolica, le esprimo i miei voti cordiali per il nobile compito che l'attende. Sia certo che troverà qui, presso i miei collaboratori, l'accoglienza attenta e comprensiva di cui potrà aver bisogno. Su di lei, eccellenza, sui suoi familiari, sui responsabili della nazione e sull'intero popolo del Gabon, invoco di tutto cuore l'abbondanza delle Benedizioni dell'Onnipotente.
[Traduzione a cura de L'Osservatore Romano]
Il Papa chiede ai Paesi africani di costruire la pace con la giustizia
Il Papa: i seminaristi meritano “i migliori formatori”
Dal 29 giugno, il Papa porterà un pallio con una nuova forma
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Discorso del Papa ai Vescovi dell'Honduras in visita “ad limina”
Discorso del Papa all'ambasciatore del Gabon presso la Santa Sede
Santa Sede
Il Papa chiede ai Paesi africani di costruire la pace con la giustizia
Ricevendo le lettere credenziali del nuovo ambasciatore del Gabon
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 26 giugno 2008 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha rivolto questo giovedì un appello ai Paesi africani a costruire la pace con la giustizia e il rispetto dei diritti umani.
Il Pontefice ha approfittato del discorso che ha consegnato al nuovo ambasciatore della Repubblica del Gabon, Firmin Mboutsou, per manifestare ancora una volta il suo interesse per il continente africano.
“Attraverso di lei, signor ambasciatore, invito tutte le autorità e gli uomini di buona volontà, in particolare nel caro continente africano, a impegnarsi sempre più per un mondo pacifico, fraterno e solidale”, ha spiegato nel suo discorso in francese, tradotto da “L'Osservatore Romano”.
“E' a un coraggio sempre più profetico che faccio appello oggi, ricordando che la pace e la giustizia procedono insieme, e che tutto ci si deve concretizzare per mezzo del rispetto della legalità in ogni ambito”, ha indicato.
Secondo il Vescovo di Roma, “senza giustizia, senza la lotta contro ogni forma di corruzione, senza il rispetto delle regole del diritto, è impossibile costruire una pace vera”.
In caso contrario, ha assicurato, “i cittadini avranno difficoltà a confidare nei loro dirigenti; inoltre, senza il rispetto della libertà di ogni individuo non vi può essere pace”.
“Conformemente alla sua tradizione, sotto forme che le sono proprie, la Chiesa è pronta a collaborare e a offrire il suo sostegno a tutte le persone la cui preoccupazione principale è stabilire una società che rispetti i diritti più elementari dell'uomo e costruire una società per l'uomo”, ha sottolineato.
Parlando di giustizia sociale, il Papa ha affermato che “è opportuno fare in modo che gli abitanti del Paese siano i primi beneficiari del prodotto delle ricchezze naturali della Nazione e fare tutto il possibile per una migliore tutela del pianeta, permettendoci di lasciare alle generazioni future una terra veramente abitabile, capace di alimentare i suoi abitanti”.
La Chiesa, ha constatato, contribuisce alla pace con la sua opera educativa e l'assistenza spirituale ai membri delle Forze Armate.
La sua missione, ha confessato, “è particolarmente delicata e costituisce prima di tutto un servizio alla pace, alla giustizia e alla sicurezza”.
Il Papa: i seminaristi meritano “i migliori formatori”
Ricevendo in udienza i Vescovi dell'Honduras in visita ad Limina
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 26 giugno 2008 (ZENIT.org).- Ricevendo questo giovedì mattina in udienza i Vescovi dell'Honduras, Benedetto XVI li ha esortati ha dedicare la massima cura ai seminaristi, che meritano “i migliori formatori e i mezzi materiali adeguati”.
Il Pontefice si è rivolto ai presuli del Paese centroamericano al termine della loro visita ad Limina Apostolorum al Papa e ai membri della Curia Romana, compiuta nel venticinquesimo anniversario della visita di Giovanni Paolo II in Honduras.
Il popolo dell'Honduras, ha ricordato il Papa, è caratterizzato da “un profondo spirito religioso che si manifesta, tra le altre cose, nelle numerose e radicate pratiche di devozione popolare, che, dovutamente purificate da elementi estranei alla fede, devono essere uno strumento valido per l'annuncio del Vangelo”.
Nonostante questo, come in molti altri Paesi, “la diffusione del secolarismo, così come il proselitismo delle sette, è fonte di confusione per molti fedeli e provoca una perdita del senso di appartenenza alla Chiesa”.
La constatazione delle “enormi difficoltà” che i Vescovi si trovano a dover affrontare, ha spiegato il Papa, “lungi dal portare allo scoraggiamento, deve servire a promuovere un'intensa e coraggiosa opera di evangelizzazione, che si fondi, più che sull'efficacia dei mezzi materiali o dei progetti umani, sul potere della Parola di Dio accolta con fede, vissuta con umiltà e annunciata con fedeltà”.
Cristo, ha ricordato Benedetto XVI, è “il cuore dell'evangelizzazione”, e per questo “l'amore per Lui e per gli uomini” esorta i Vescovi a portare il suo messaggio in ogni angolo della Nazione, “perché tutti possano arrivare a quell'incontro personale e intimo con il Signore che è l'inizio di un'autentica vita cristiana”.
Fondamentali nel compito di diffusione della Buona Novella sono i sacerdoti, che come primi collaboratori dei Vescovi devono anche i destinatari principali della loro sollecitudine.
Allo stesso modo, ha sottolineato, la cura e l'attenzione con cui si segue la formazione dei seminaristi è una “manifestazione eloquente” dell'amore dei presuli per il sacerdozio.
“Con fiducia nel Signore e con generosità, mettette sempre al servizio del seminario i migliori formatori e i mezzi materiali adeguati, perché i futuri sacerdoti acquisiscano quella maturità umana, sacerdotale e spirituale di cui i fedeli hanno bisogno e che hanno il diritto di aspettarsi dai loro pastori”.
Nonostante l'aumento delle vocazioni negli ultimi tempi, una delle preoccupazioni principali dei Vescovi dell'Honduras è la scarsità di presbiteri, ha sottolineato il Pontefice.
Per questo motivo, ha detto il Papa ai presuli, “l'impegno per suscitare vocazioni tra i giovani deve essere un obiettivo prioritario dei vostri piani pastorali, nei quali devono essere coinvolte tutte le comunità diocesane e parrocchiali”.
A tale scopo, li ha esortati a “incoraggiare la preghiera personale e comunitaria che, oltre a essere un comandamento del Signore, è necessaria per scoprire e favorire una risposta generosa alla propria vocazione”.
Il Pontefice ha anche esortato a “lavorare instancabilmente perché i fedeli siano sempre più consapevoli che, in virtù del loro battesimo e della confermazione, sono chiamati a vivere la pienezza della carità partecipando alla stessa azione salvifica della Chiesa”.
Testimoniando la loro vita cristiana, infatti, “possono portare a tutti i settori della società la luce del messaggio di Cristo, attirando nella comunità ecclesiale coloro la cui fede si è indebolita o che ne sono lontani”.
Affinché ciò accada, ad ogni modo, è necessario che i fedeli laici intensifichino il loro rapporto con Dio e acquisiscano una solida formazione, soprattutto relativamente alla Dottrina Sociale della Chiesa. In questo modo, “come lievito, potranno compiere la loro missione di trasformare la società secondo il volere di Dio”.
Di fronte ai gravi problemi che affliggono l'Honduras, come “la povertà in cui vivono tanti vostri compatrioti, insieme all'aumento della violenza, all'emigrazione, alla distruzione dell'ambiente, alla corruzione o alle carenze nell'istruzione”, Benedetto XVI ha esortato i Vescovi a “continuare a mostrare il voto misericordioso di Dio, potenziando nelle vostre comunità diocesane e parrocchiali un esteso e capillare servizio di carità, che arrivi in modo speciale ai malati, agli anziani e ai carcerati”.
“All'intercessione della Vergine di Suyapa raccomando le vostre persone, le intenzioni e i propositi pastorali, perché portiate a tutti i figli dell'Honduras la speranza che non delude mai, Cristo Gesù, unico Salvatore del genere umano”.
L'Honduras ha poco più di 7 milioni di abitanti, per il 97% cattolici.
Dal 29 giugno, il Papa porterà un pallio con una nuova forma
Monsignor Marini, Maestro delle Celebrazioni Liturgiche, spiega le novità
di Inmaculada Álvarez
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 26 giugno 2008 (ZENIT.org).- Il pallio che Benedetto XVI porterà a partire da domenica prossima, solennità dei Santi Pietro e Paolo, sarà diverso da quello attuale: avrà una forma circolare chiusa, con i due estremi pendenti sul petto e sulla schiena. Le croci che lo adornano continueranno ad essere rosse, ma la forma sarà più grande e lunga.
Secondo quando ha spiegato monsignor Guido Marini, Maestro delle Celebrazioni Liturgiche, a "L'Osservatore Romano", con questi cambiamenti si recupera qualcosa della forma precedente al pontificato di Giovanni Paolo II.
Il pallio pontificio, paramento liturgico utilizzato fin dall'antichità, è un panno di lana bianca che utilizzano soltanto il Papa e i metropoliti (quello del Pontefice è diverso da quello degli Arcivescovi).
Viene confezionato con la lana di due agnelli che il Papa benedice il giorno di Sant'Agnese (21 gennaio), lavorata poi dalle monache benedettine di Santa Cecilia. I nuovi palli sono collocati in un'urna davanti alla tomba di San Pietro e il 29 giugno il Papa li consegna solennemente ai nuovi Arcivescovi nominati durante l'anno.
La forma del pallio papale è cambiata nel corso del tempo. Benedetto XVI utilizzava finora un pallip simile a quelli che si usavano prima del X secolo, incrociato sulla spalla e con cinque croci rosse, simbolo delle piaghe di Cristo.
Da alcuni mesi, ha sottolineato monsignor Marini, il Papa ha deciso di cambiare anche il pastorale, utilizzandone uno dorato e a forma di croce greca usato da Pio IX al posto di quello argentato con la figura del crocifisso introdotto da Paolo VI.
Questa scelta, ha spiegato il presule, "non significa semplicemente un ritorno all'antico, ma testimonia uno sviluppo nella continuità, un radicamento nella tradizione che consente di procedere ordinatamente nel cammino della storia".
"Questo pastorale, denominato ferula, risponde infatti in modo più fedele alla forma del pastorale papale tipico della tradizione romana, che sempre stato a forma di croce e senza crocifisso", oltre ad essere più leggero e maneggevole di quello precedente.
E' stato riscattato anche l'uso del camauro (berretto rosso dal bordo bianco portato solo in inverno), caduto in disuso dal pontificato di Giovanni XXIII.
"Le vesti liturgiche adottate, come anche alcuni particolari del rito, intendono sottolineare la continuità della celebrazione liturgica attuale con quella che ha caratterizzato nel passato la vita della Chiesa", ha osservato monsignor Marini.
"L'ermeneutica della continuità è sempre il criterio esatto per leggere il cammino della Chiesa nel tempo. Ciò vale anche per la liturgia".
L'importante, ha osservato, non è tanto l'antichità o la modernità dei paramenti liturgici, "quanto la bellezza e la dignità, componenti importanti di ogni celebrazione liturgica".
Monsignor Marini ha parlato anche del trono papale, usato in particolari circostanze e che "vuole semplicemente mettere in risalto la presidenza liturgica del Papa, successore di Pietro e vicario di Cristo", e della posizione della croce al centro dell'altare, che indica "la centralità del crocifisso nella celebrazione eucaristica e l'orientamento esatto che tutta l'assemblea chiamata ad avere durante la liturgia eucaristica: non ci si guarda, ma si guarda a Colui che nato, morto e risorto per noi, il Salvatore".
Questo criterio permette anche di capire la decisione di celebrare all'altare antico della Cappella Sistina, in occasione della festa del Battesimo del Signore. "Nelle circostanze in cui la celebrazione avviene secondo questa modalità, non si tratta tanto di volgere le spalle ai fedeli, quanto piuttosto di orientarsi insieme ai fedeli verso il Signore. Da questo punto di vista non si chiude la porta all'assemblea, ma si apre la porta all'assemblea conducendola al Signore".
Circa la la distribuzione della comunione sulla mano, monsignor Marini ha affermato che "rimane tuttora, dal punto di vista giuridico, un indulto alla legge universale, concesso dalla Santa Sede a quelle conferenze episcopali che ne abbiano fatto richiesta".
La modalità adottata da Benedetto XVI di distribuire la comunione in bocca e in ginocchio, come nella recente visita in Puglia, "tende a sottolineare la vigenza della norma valida per tutta la Chiesa" e, "senza nulla togliere all'altra, meglio mette in luce la verità della presenza reale nell'Eucaristia, aiuta la devozione dei fedeli, introduce con più facilità al senso del mistero".
Notizie dal mondo
Ad Amman un nuovo passo per la rete internazionale di Oasis
“Il caso serio della libertà religiosa. La libertà di conversione”
AMMAN/ROMA, giovedì, 26 giugno 2008 (ZENIT.org).- Si è chiusa questo martedì la due giorni di lavoro del Comitato scientifico internazionale, che si è riunito ad Amman, in Giordania, sul tema “la libertà religiosa: un bene per ogni società”.
A conclusione delle giornate di riflessione e testimonianza, gli oltre 80 partecipanti provenienti da oltre 20 paesi tra Europa, Asia, Africa e America si sono impegnati ad allargare ancora di più la rete di rapporti che costituisce l’identità vera del Centro internazionale Oasis, a continuare ad approfondire il lavoro di reciproca conoscenza tra le comunità cristiane dell’Occidente e dei paesi a maggioranza musulmana fino a raggiungere sempre nuovi interlocutori dell’islam di popolo.
La giornata di martedì – riferisce una nota diffusa dal Centro Oasis – ha trovato uno dei suoi momenti più significativi nell’incontro con Hasan Abû Ni’mah, Direttore del Royal Institute for Inter-faith Studies, il quale ha detto che “gli appelli al dialogo - per aver successo o per poter quanto meno seminare buoni semi che inizino opportunamente a dar corpo alle idee - devono necessariamente armarsi di tutto punto per fronteggiare la mentalità della guerra, del fondamentalismo e del non rispetto dell’uomo”.
“Ciò non sarà possibile – ha aggiunto – se non sapremo come relazionarci con la mentalità dello scontro e come sostenere al contrario una mentalità di dialogo e comprensione reciproca e di vita comune tra tutti gli uomini, nella differenza delle loro religioni”.
“Molto è stato detto nei decenni passati – ha rilevato Hasan Abû Ni’mah – sul dialogo interreligioso e interculturale e tra i popoli, sul rispetto dell’altro e la capacità di accoglierlo, su come entrare in rapporto con la sua tradizione e il suo pensiero, e quale mentalità si richieda per questo”.
“Ma d’altro canto, miliardi di dollari sono stati spesi nel mondo per attivare strumenti di guerra, morte, violenza e terrorismo”.
“Se la tecnologia e Internet – ha continuato il Direttore – hanno reso facile per l’individuo parlare con altre persone con cui non si sarebbe mai sognato di parlare senza questi nuovi strumenti, è diventato più necessario pensare alla qualità del rapporto che attraverso di essi si istituisce”.
A suo avviso “la religione, qualsiasi religione, nella sua sostanza è un istituto (manzûma) fondamentale e un punto di riferimento per la morale, i valori e i principi di comportamento e di vita. Essa incita al bene dell’uomo e dell’umanità su questa terra”.
Ad inaugurare i lavori del Comitato è stato il Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, il quale ha rilevato come “nella nostra società globalizzata la tensione tra libertà religiosa e identità tradizionale di un popolo sta diventando scottante”, perché oggi “chiunque può incontrare chiunque, senza reti di protezione”.
“Il punto critico è: che cosa succede ad un’identità di popolo se un numero consistente di persone inizia a metterla in discussione o perché proviene da un’altra religione o addirittura vi si converte? In alcuni paesi a maggioranza musulmana mentre si può tollerare un certo grado di diversità per chi già nasce in un’altra religione, l’identità di popolo risulterebbe minacciata se si concedesse la possibilità di convertirsi a chi è già musulmano”.
“Il passo che ora dobbiamo compiere – ha concluso il Patriarca – in Occidente ed in Oriente, sta nel mettere meglio a fuoco come il rapporto tra libertà religiosa e identità di popolo incida sulla vita sociale”.
“In quest’ottica - ha precisato - i cristiani non intendono mettere a rischio le basi della convivenza sociale dei paesi a maggioranza musulmana ma, per essere chiari, chiedono lo stesso rispetto per la propria tradizione a chi arriva qui da noi”.
Allo stesso modo, “il rispetto verso l’identità comunitaria non può spingere nessuno, nemmeno i musulmani, a violare la libertà umana del singolo, compresa la libertà di conversione”.
Dopo il Cardinale, è intervenuto il prof. Nikolaus Lobkowicz, Direttore dell’Istituto per gli studi sull’Europa Orientale di Eichstätt, in Baviera, il quale ha segnalato il passo importante determinato dalla Dignitatis Humanae in merito alla questione del riconoscimento dei diritti della persona rispetto alla comunità.
“La straordinaria qualità della dichiarazione Dignitatis Humanae – ha spiegato – consiste nell’aver trasferito il tema della libertà religiosa dalla nozione di verità a quella dei diritti della persona umana. Se l’errore non ha diritti, una persona ha dei diritti anche quando sbaglia”.
“Chiaramente non si tratta di un diritto al cospetto di Dio – ha aggiunto –; è un diritto rispetto ad altre persone, alla comunità e allo stato”.
Ha poi portato il suo articolato contributo anche Khaled Al-Jaber, professore alla University of Petra (Amman) che ha parlato della necessità “di trasformare lo scontro che alcuni considerano inevitabile in un dialogo reale che ponga fine a una lunga storia di sofferenze che l’umanità ha conosciuto e apra una lunga era di bene, amore, incontro e azione, a beneficio di un’unica civiltà umana in cui ogni religione abbia il suo posto e ogni cultura il suo valore soggettivo e oggettivo”.
“Se vogliamo andare dietro alla verità della libertà, dovremo rivolgere il nostro sforzo a rimuovere l’ingiustizia dall’uomo – ha detto –. Dico volutamente l’uomo, di ogni religione, razza, colore, nazionalità, orientamento, partito, categoria, sesso, età o gruppo sociale”.
“Le religioni si sono tirate indietro dal loro compito e si sono limitate agli aspetti spirituali (rapporto dell’uomo con Dio), lasciando ad altri – ignoranti e interessati nella maggior parte dei casi – l’organizzazione dei rapporti dell’uomo con l’uomo”.
“Esse non ritorneranno davvero alla vita dell’uomo, così da compiere la verità della libertà, se non quando riprenderanno a svolgere il ruolo cui hanno rinunciato”, ha poi concluso.
Uno studio conferma la religiosità degli Americani
WASHINGTON, D.C., giovedì, 26 giugno 2008 (ZENIT.org).- Secondo i Vescovi degli Stati Uniti, i risultati di un'indagine della Pew sulla religione e la vita pubblica confermano che gli Americani si identificano con la religione
L'Arcivescovo Donald Wuerl, presidente del Comitato episcopale per l'Evangelizzazione e la Catechesi, ha commentato i risultati del Forum sulla Religione e la Vita Pubblica, diffusi lunedì. La ricerca è stata condotta l'anno scorso tra maggio e agosto e si basa sulle risposte di più di 35.000 adulti americani.
L'indagine rivela una serie di dati, tra cui l'aderenza alla tradizione religiosa e il legame tra la frequenza della partecipazione e le idee politiche, mostrando che la gran parte degli Americani, quasi il 92%, crede in Dio o in uno spirito universale.
“La storia mostra che la fede religiosa è molto importante per gli Americani”, ha sottolineato il presule. “In ogni momento del nostro passato, gli Americani hanno invocato Dio per ottenere guida, protezione e direzione. C'è una chiara identificazione con la religione in America che, per i cattolici, riflette gli sforzi dei sacerdoti, dei catechisti e degli insegnanti nella nostra storia”.
Lo studio ha anche rivelato che il 74% degli Americani crede nel paradiso e solo il 59% nell'inferno. Il 63% crede nelle Scritture come la Parola di Dio. Il 63% degli intervistati con bambini dice di pregare e di leggere le Scritture con i figli, e il 60% chiede per loro programmi di educazione religiosa.
Lo studio nota anche che la maggior parte degli Americani ha un approccio non dogmatico alla fede e che la maggioranza di quanti sono collegati a una tradizione religiosa concorda sul fatto che ci sia più di un modo per interpretare l'insegnamento della fede.
Il 40% nota un conflitto tra la società moderna e la religione, e il 42% sostiene che Hollywood minacci i valori.
Padre Brian Bransfield, esperto del Segretariato episcopale per l'Evangelizzazione e la Catechesi, ha riflettuto sui risultati, affermando che “è difficile quantificare l'enorme sete di verità tra le famiglie e le persone di ogni età, come dimostra la risposta alla recente visita di Papa Benedetto XVI negli Stati Uniti”.
“Questa sete è a volte indirizzata in modo sbagliato attraverso gli effetti del secolarismo, con l'individualismo e il consumismo al centro di tutto”, ha aggiunto, affermando che la risposta della Chiesa in ogni caso è un “impegno sempre rinnovato a forti sforzi catechetici”.
Anno Paolino
L'Anno Paolino, momento di grazia per la Chiesa in America Latina
Secondo un Arcivescovo brasiliano incoraggerà lo “stato di missione”
di Alexandre Ribeiro
BELÉM, giovedì, 26 giugno 2008 (ZENIT.org).- L'Anno Paolino porterà molti frutti alla Chiesa in America Latina, che cerca sempre più di porsi in “stato di missione” sulla via indicata dalla Conferenza di Aparecida, ha indicato un Arcivescovo brasiliano.
Alla vigilia dell'inizio dell'anno che commemora il bimillenario della nascita dell'apostolo Paolo, monsignor Orani João Tempesta, Arcivescovo di Belém (Pará), sottolinea in un messaggio inviato a ZENIT “il momento di grazia e di grandi possibilità d'animazione” che rappresenterà l'evento convocato dal Papa.
“Instancabile nelle sue peregrinazioni, San Paolo è per noi oggi un grande segno affinché in questo nostro difficile secolo non abbiamo paura di affrontare i nuovi areopaghi che compaiono ogni giorno davanti ai nostri occhi e ci pongono sempre sulla via di nuovi dialoghi e nuove scoperte”, ha affermato.
“Apostolo accettato e rifiutato, festeggiato e lapidato, accolto e non ricevuto, si solleva sempre con nuove energie e con nuovo coraggio e continua la sua peregrinazione e la sua testimonianza”.
Secondo l'Arcivescovo, è “l'esperienza dell'incontro con Cristo” che Paolo ripeterà sempre come motivazione principale della sua trasformazione.
Monsignor Tempesta ha osservato che l'anno commemorativo sarà un'occasione per studiare in modo più approfondito gli scritti e il lavoro di Paolo, “chiedendo a Dio che ci aiuti ad avere lo stesso coraggio che ha guidato la sua vita e la disposizione a essere con lui in costante stato di missione”.
Il prossimo sabato, a Belém, ci si riunirà alle 18.00 nella chiesa di San Francesco d'Assisi (Cappuccini), da dove partirà la processione per la chiesa della parrocchia di San Pietro e San Paolo.
Alle 19.00 verranno celebrate l'apertura e la proclamazione dell'anno giubilare nell'Arcidiocesi e saranno annunciati i principali orari ed eventi del calendario annuale.
Un'immagine di San Paolo percorrerà per tutto l'anno le parrocchie dell'Arcidiocesi. Monsignor Tempesta invita i fedeli a partecipare all'apertura dell'anno giubilare per “iniziare insieme, con grande ardore, l'Anno Paolino nella nostra Arcidiocesi”.
Dottrina Sociale e Bene Comune
Politica di prossimità e politica per il prossimo
ROMA, giovedì, 26 giugno 2008 (ZENIT.org).- Di seguito pubblichiamo per la rubrica di Dottrina Sociale e Bene Comune, il contributo del prof. Tommaso Cozzi, docente di Economia e Gestione delle Imprese presso l'Università di Bari.
* * *
Obiettivo della Politica europea di vicinato (ENP) è la condivisione dei benefici dell'allargamento con i paesi confinanti con la nuova Ue, per creare un'ampia area di stabilità, sicurezza e benessere. L'ENP è volta ad evitare l'emergere di nuove linee divisorie tra l'Ue allargata e i suoi vicini e a offrire agli Stati dell'Est e dell'area mediterranea la possibilità di partecipare alle attività dell'Unione, stabilendo forme di cooperazione politica, di sicurezza, economica e culturale.
La Politica di prossimità (ENP) è nata nel 2003 quando, fissate le tappe dei successivi allargamenti, si prospettava un cambiamento pressoché totale dei confini terrestri dell’UE e la conseguente esigenza di ricercare nuovi equilibri, al fine di garantire la sicurezza, la stabilità politica e lo sviluppo sostenibile ai Paesi europei nonché la coesione sociale e il dinamismo economico a vantaggio non solo dei Paesi UE ma anche dei loro vicini.
L’obiettivo della politica di prossimità è, pertanto, la creazione di una zona di prosperità e di buon vicinato con i Paesi terzi confinanti con l’UE, aiutandoli a realizzare le riforme al loro interno, per integrarli sempre di più nel mercato europeo. E’ opportuno, nell’attuale contesto storico, in cui sono di grande attualità le politiche di sviluppo e di mancato sviluppo, ovvero di involuzione nello sviluppo, da parte di molte nazioni non solo del c.d. “terzo mondo”, interrogarsi con la domanda “chi è il prossimo?”
Benedetto XVI° nel suo “Gesù di Nazaret” afferma che “la risposta abituale, che poteva poggiarsi anche su testi delle Scritture, affermava che prossimo significava connazionale (…) Gli stranieri allora, le persone appartenenti a un altro popolo, non erano prossimi?”1 Con la parabola del buon samaritano, Gesù ci mostra però che non si tratta di stabilire chi sia o non sia il mio prossimo: si tratta invece di me stesso, io devo diventare prossimo, così l’altro – chiunque altro, universalmente – conta per me come me stesso.
L’attualità della parabola è ovvia. Se l’applichiamo alle dimensioni della società globalizzata, le popolazioni derubate e saccheggiate dell’Africa – e non solo dell’Africa – ci riguardano da vicino e ci chiamano in causa da un duplice punto di vista: perché con la nostra vicenda storica, con il nostro stile di vita, abbiamo contribuito e tuttora contribuiamo a spogliarle e perché, invece di dare loro Dio, il Dio vicino a noi in Gesù Cristo, abbiamo portato loro il cinismo di un mondo senza Dio (pp. 234-236).2 “Si, dobbiamo dare aiuti materiali e dobbiamo esaminare il nostro genere di vita. Ma diamo sempre troppo poco se diamo solo materia. E non troviamo anche intorno a noi l’uomo spogliato e martoriato? Le vittime della droga, del traffico di persone, del turismo sessuale, persone distrutte nel loro intimo, che sono vuote pur nell’abbondanza di beni materiali”3.
Dalla dignità, unità e uguaglianza di tutte le persone deriva innanzi tutto il principio del bene comune, al quale ogni aspetto della vita sociale deve riferirsi per trovare pienezze e senso. Una società che, a tutti i livelli, vuole intenzionalmente rimanere al servizio dell’essere umano è quella che si propone come meta prioritaria il bene comune, in quanto bene di tutti gli uomini e di tutto l’uomo. La persona non può non trovare compimento solo in se stessa, a prescindere cioè dal suo essere “con” e “per”gli altri. Le esigenze del bene comune derivano dalle condizioni sociali di ogni epoca e sono strettamente connesse al rispetto e alla promozione integrale della persona e dei suoi diritti fondamentali. La responsabilità di conseguire il bene comune compete, oltre che alle singole persone, anche allo Stato, poiché il bene comune è la ragion d’essere dell’autorità politica.4
Date tali premesse, appare utile una ulteriore riflessione, accompagnati ancora da Benedetto XVI° che, riferendosi alle intuizioni marxiste, nell’enciclica Spe Salvi, chiarisce” Marx non ha solo mancato di ideare gli ordinamenti necessari per il nuovo mondo (…) Il suo errore sta più in profondità. Egli ha dimenticato che l’uomo rimane sempre uomo. Ha dimenticato che la libertà rimane sempre libertà, anche per il male. Credeva che, una volta messa a posto l’economia, tutto sarebbe stato a posto. Il suo vero errore è il materialismo: l’uomo, infatti, non è solo il prodotto di condizioni economiche e non è possibile risanarlo solamente dall’esterno creando condizioni economiche favorevoli”.5
Tuttavia, sarebbe riduttivo limitare l’analisi alla visione materialistica del progresso, senza parlare del progresso stesso. E’ ancora Benedetto XVI° che afferma “Innanzitutto c’è da chiedersi: che cosa significa veramente “progresso”; che cosa promette e che cosa non promette? (…)Detto altrimenti: si rende evidente l’ambiguità del progresso. Senza dubbio, esso offre nuove possibilità per il bene, ma apre anche possibilità abissali di male – possibilità che prima non esistevano(…) Se al progresso tecnico non corrisponde un progresso nella formazione etica dell’uomo, della crescita dell’uomo interiore, allora esso non è progresso, ma una minaccia per l’uomo e per il mondo”.6
La nuova politica di prossimità costituisce la risposta alle sfide in materia di rapporti con il nuovo vicinato. In particolare, la capacità dell’Unione Europea di garantire ai suoi cittadini sicurezza, stabilità e sviluppo sostenibile non sarà più dissociabile dalla sua volontà di intensificare le relazioni con i paesi limitrofi, laddove appaiono evidenti le lacerazioni sociali derivanti dal mancato sviluppo, ovvero da una errata prospettiva dello stesso.
E’ sufficiente tutto ciò per poter definire la politica di prossimità, anche come “politica per il prossimo”? Saremo in grado, noi tutti, di rispondere alla domanda “chi è il prossimo?”, affermando: “il prossimo sono io!”.
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1 J. Ratzinger “Gesù di Nazaret”Rizzoli, 2007
2 C. Ruini “Commento al Gesù di Nazaret” discorso al Clero Romano 6/12/2007
3 J. Ratzinger, op.cit.
4 Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa nn.164-168
5 Benedetto XVI° “Spe Salvi” Liberia editrice Vaticana, pag.44
6 Benedettp XVI°, op.cit.
Italia
Adunanza Eucaristica al Circo Massimo
Nella notte tra il 28 e 29 giugno prossimi
ROMA, giovedì, 26 giugno 2008 (ZENIT.org).- A un anno dalla prima Adunanza Eucaristica al Circo Massimo nel 2007, i molti giovani della capitale si sono ridati appuntamento per un evento particolare che si terrà nella notte tra il 28 e 29 giugno prossimi.
Il Circo Massimo si trasformerà per una notte in una ‘Cattedrale sotto le stelle’ dove Gesù Eucaristia sarà l’assoluto protagonista.
I partecipanti all’Adunanza Eucaristica saranno presenti alle ore 17.30 alla Basilica di San Paolo fuori le Mura con il Santo Padre Benedetto XVI per l’inizio ufficiale dell’Anno Paolino.
Alle ore 20.30, al Circo Massimo, vi sarà la lettura di alcune lettere di San Paolo con gli attori Franco Giacobini ed Angela Goodwin, e con l’accompagnamento musicale del maestro Marco Celli Stein.
Seguirà un Concerto di evangelizzazione curato dalla Fraternità Mariana delle Cinque Pietre.
Alle ore 22 inizierà ufficialmente l’Adunanza Eucaristica con la celebrazione della Santa Messa presieduta da monsignor Ernesto Mandara, Vescovo ausiliare di Roma per il settore centro.
Per tutta la notte, oltre l’Adorazione Eucaristica, saranno allestiti dei ‘settori’ dedicati all’evangelizzazione, con alcune ‘Tende delle confessioni’, ma anche centri di ascolto per i ragazzi che sono alla ricerca di qualche cosa di speciale nella propria vita.
Alle ore 6 della mattina ci sarà la benedizione eucaristica finale.
[Per maggiori informazioni: www.adorazione.org]
Documenti
Discorso del Papa ai Vescovi dell'Honduras in visita “ad limina”
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 26 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato da Benedetto XVI nel ricevere questo giovedì i Vescovi dell'Honduras in occasione della visita “ad limina Apostolorum”.
* * *
Signor cardinale,
Cari fratelli nell'episcopato,
1. Vi ricevo con grande gioia questa mattina e ringrazio il Signore di potervi incontrare per condividere con tutti voi i progetti e le speranze, le preoccupazioni e le difficoltà del vostro cuore di Pastori della Chiesa. La comunità cattolica dell'Honduras è stata benedetta con la consacrazione in poco tempo di cinque nuovi Vescovi; voglia il Signore che questa visita ad limina, quando si celebrano venticinque anni del viaggio pastorale di Papa Giovanni Paolo II nella vostra terra, contribuisca a rafforzare ancora di più gli stretti vincoli di comunione fra voi e con il successore di Pietro, per riprendere con nuovo ardore la missione che il Signore vi ha affidato!
Desidero ringraziare vivamente il signor cardinale Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa e presidente della Conferenza episcopale, per le cortesi parole con le quali mi ha espresso il vostro affetto e la vostra adesione, e anche l'affetto dei vostri sacerdoti, religiosi e fedeli diocesani. Tutti, ma specialmente quelli che soffrono a causa della povertà, della violenza o della malattia, li tengo presenti nella mia preghiera, manifestando loro tutta la mia stima e la mia vicinanza spirituale.
2. Il popolo honduregno si caratterizza per un profondo spirito religioso che si manifesta, fra le altre cose, nelle numerose e radicate pratiche di devozione popolare, le quali, debitamente purificate da elementi estranei alla fede, devono essere uno strumento valido per l'annuncio del Vangelo. D'altro canto, e come succede in altre parti, la diffusione del secolarismo, come anche il proselitismo delle sette, è fonte di confusione per molti fedeli e provoca inoltre una perdita di senso di appartenenza alla Chiesa.
La constatazione delle enormi difficoltà che si oppongono alla vostra missione pastorale, lungi dal suscitare sconforto, deve servire a dare impulso a un'estesa e audace opera di evangelizzazione, che si fondi, più che sull'efficacia dei mezzi materiali o dei progetti umani, sul potere della Parola di Dio (cfr Eb 4, 12), accolta con fede, vissuta con umiltà e annunciata con fedeltà.
In quanto successori degli apostoli, siete stati chiamati a una missione eccelsa: «Perpetuare l'opera di Cristo, pastore eterno» (Christus Dominus, n. 2). Cristo è certamente il cuore dell'evangelizzazione (cfr Pastores gregis, n. 27), per questo l'amore per Lui e per gli uomini ci spinge a portare il suo messaggio fino agli angoli più lontani della vostra amata nazione, affinché tutti possano giungere all'incontro personale e intimo con il Signore, che è l'inizio di un'autentica vita cristiana (cfr Deus caritas est, n. 1).
3. In questo urgente compito di annunciare la Buona Novella della salvezza, potete contare sull'aiuto inestimabile dei vostri sacerdoti. Questi, in quanto primi collaboratori nella vostra missione pastorale, devono essere anche i principali destinatari della vostra sollecitudine di padri, fratelli e amici, prestando attenzione alla loro vita spirituale e ai loro bisogni materiali. Parimenti, la diligenza e l'attenzione con cui seguite la formazione dei seminaristi è una manifestazione eloquente del vostro amore per il sacerdozio. Con fiducia nel Signore, e con generosità, ponete sempre al servizio del seminario i formatori migliori e i mezzi materiali adeguati, affinché i futuri sacerdoti acquisiscano quella maturità umana, spirituale e sacerdotale di cui i fedeli hanno bisogno e che hanno il diritto di aspettarsi dai loro pastori.
Nonostante l'incremento delle vocazioni negli ultimi tempi, la scarsità di presbiteri nelle vostre Chiese particolari è, giustamente, una delle principali preoccupazioni. Per questo, l'impegno nel suscitare vocazioni fra i giovani deve essere un obiettivo prioritario dei vostri piani di pastorale, nei quali si devono coinvolgere tutte le comunità diocesane e parrocchiali. In tal senso, vi esorto a incoraggiare la preghiera personale e comunitaria che, oltre a essere un mandato del Signore (cfr Mt 9, 38), è necessaria per scoprire e favorire una risposta generosa alla propria vocazione. Non posso non riconoscere il grande lavoro evangelico che realizzano le comunità religiose, arricchendo le vostre diocesi con la presenza dei loro carismi specifici, e la cui collaborazione dovete continuare a promuovere in uno spirito di vera comunione ecclesiale.
4. Desidero sottolineare anche il ruolo significativo che i laici cattolici honduregni stanno assumendo nelle parrocchie come catechisti e delegati della Parola. Un aspetto importante del ministero pastorale consiste nel lavorare senza posa affinché i fedeli siano sempre più consapevoli che, in virtù del loro battesimo e della loro confermazione, sono chiamati a vivere la pienezza della carità partecipando alla stessa missione salvifica della Chiesa (cfr Lumen gentium, n. 33). Mediante la testimonianza della loro vita cristiana, possono portare in tutti i settori della società la luce del messaggio di Cristo, attraendo nella comunità ecclesiale coloro la cui fede si è indebolita o che si trovano lontano da essa. I fedeli laici hanno pertanto bisogno di intensificare il loro rapporto con Dio e di acquisire una salda formazione, soprattutto per quanto riguarda la dottrina sociale della Chiesa. In tal modo, come lievito nella massa, potranno compiere la loro missione di trasformare la società secondo il volere di Dio (cfr Ibidem, n. 31).
Allo stesso tempo, un ambito di singolare attenzione pastorale è quello del matrimonio e della famiglia, la cui solidità e stabilità recano tanto beneficio alla Chiesa e alla società. A tale proposito, è giusto riconoscere il passo importante che è stato compiuto nell'includere nella Costituzione del vostro Paese un riconoscimento esplicito del matrimonio, anche se sapete bene che non basta possedere una buona legislazione se poi non si realizza quella necessaria opera culturale e di catechesi in grado di far risplendere nella società la verità e la bellezza del matrimonio, vera alleanza perpetua di vita e di amore fra un uomo e una donna.
5. Come l'annuncio della Parola e la celebrazione dei sacramenti, il servizio della carità è parte essenziale della missione della Chiesa (cfr Deus caritas est, n. 25). I vescovi, quali successori degli apostoli, sono pertanto i primi responsabili di questo servizio di carità nelle Chiese particolari (cfr Ibidem, n. 32). So bene quanto vi addolora la povertà nella quale vivono tanti vostri concittadini, unita all'aumento della violenza, all'emigrazione, alla distruzione dell'ambiente, alla corruzione e alle carenze nell'educazione, fra gli altri gravi problemi. Come ministri del Buon Pastore avete svolto, con le parole e con le opere, un'intensa opera di aiuto ai bisognosi. Vi esorto vivamente a continuare a mostrare nel vostro ministero il volto misericordioso di Dio, potenziando in tutte le vostre comunità diocesane e parrocchiali un esteso e capillare servizio di carità, che giunga in modo particolare ai malati, agli anziani e ai detenuti.
6. Amatissimi fratelli, vi ribadisco il mio affetto e la mia gratitudine per tutta la vostra dedizione e sollecitudine pastorale. Allo stesso tempo, vi chiedo di trasmettere ai vostri sacerdoti, religiosi, religiose, seminaristi e fedeli laici il saluto e la stima del Papa. All'intercessione dell'Immacolata Vergine di Suyapa affido le vostre persone, le intenzioni e i propositi pastorali, affinché portiate a tutti i figli dell'Honduras la speranza che non delude mai, Cristo Gesù, l'unico Salvatore del genere umano. Con questi auspici, vi accompagnano la mia preghiera e la mia Benedizione Apostolica.
[Traduzione a cura de L'Ossevatore Romano]
Discorso del Papa all'ambasciatore del Gabon presso la Santa Sede
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 24 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato da Benedetto XVI nel ricevere questo martedì in udienza il sig. Firmin Mboutsou, ambasciatore del Gabon presso la Santa Sede, in occasione della presentazione delle lettere credenziali.
* * *
Signor ambasciatore,
sono lieto di accoglierla, eccellenza, in occasione della presentazione delle lettere che l'accreditano come ambasciatore straordinario e plenipotenziario della Repubblica del Gabon presso la Santa Sede. Mi hanno toccato le cordiali parole che mi ha rivolto, signor ambasciatore, e anche i saluti e i voti che mi ha trasmesso da parte di sua eccellenza il signor El Hadj Omar Bongo Ondimba, presidente della Repubblica. Le sarei grato se potesse trasmettere a lui, come pure a tutto il popolo gabonese, i voti cordiali di felicità e di prosperità che formulo per il Paese, pregando Dio di concedere a tutti di vivere in una nazione sempre più fraterna e più solidale, dove i doni che ognuno ha ricevuto da Dio possano schiudersi pienamente a beneficio di tutti.
Lei ha appena sottolineato, eccellenza, l'importanza delle relazioni improntate alla fiducia reciproca che esistono da quarant'anni fra il Gabon e la Santa Sede. Questi vincoli sono stati rafforzati durante il recente viaggio effettuato nel suo Paese lo scorso mese di gennaio, da sua eccellenza monsignor Dominique Mamberti, segretario per i rapporti con gli Stati. La calorosa accoglienza che gli ha riservato il presidente della Repubblica, e anche le diverse autorità dello Stato, è una manifestazione dell'armonia che caratterizza queste relazioni e del desiderio di una concertazione e di una collaborazione permanenti.
Il contributo della Chiesa alla storia e alla costruzione del suo Paese è importante, come lei ha tenuto a sottolineare, signor ambasciatore. Non posso che apprezzare l'attenzione alla missione della Chiesa fra i suoi concittadini. In questa prospettiva, è opportuno menzionare l'accordo quadro fra il Gabon e la Santa Sede, firmato poco più di dieci anni fa. È stata la base di una cooperazione sempre più vasta fra la Santa Sede e il suo Paese. Per la Chiesa, simili gesti diplomatici hanno la funzione fondamentale di aiutarla a svolgere la sua missione al servizio di ogni uomo e di tutti gli uomini, nella loro vita quotidiana, partecipando così allo sviluppo delle persone e della nazione, e infondendo in ognuno una speranza nuova nel futuro.
Conformemente alla sua vocazione, e grazie in particolare alle sue numerose istituzioni, alle sue congregazioni religiose e all'insieme delle comunità locali, la Chiesa contribuisce e auspica di contribuire sempre più all'educazione degli uomini, delle donne e dei bambini, senza distinzioni, nel rispetto delle persone e della loro cultura, trasmettendo a ognuno i valori spirituali e morali indispensabili per la crescita dell'essere umano. Allo stesso modo, nella sua lunga tradizione, partecipa all'educazione sanitaria e alle cure ai malati, per il benessere delle persone. Nel suo Paese, i numerosi ambulatori tenuti dalle congregazioni religiose ne sono la prova. Bisogna auspicare che, nel quadro di un accordo, il Paese riconosca pienamente e sostenga questo servizio caritativo offerto a tutte le persone che vi ricorrono. Un simile riconoscimento legale non mancherà di avere effetti benefici sulla presenza religiosa e sul dinamismo delle strutture nell'ambito sanitario e sociale.
Fra i campi principali, bisogna anche menzionare quello che riguarda l'insegnamento, per il quale nel 2001 è stato firmato un accordo; malgrado i suoi deboli mezzi, la Chiesa auspica vivamente di poter proseguire la sua missione in materia, con il sostegno di tutte le istanze coinvolte. Il suo desiderio è di educare tutti i giovani che le sono affidati per offrire una formazione integrale che permetterà loro di avere un futuro migliore, di prendere in mano il loro destino, quello della propria famiglia e quello della società. È anche un'occasione per partecipare alla formazione di uomini e di donne che, domani, saranno i responsabili della nazione. Mediante un'attenzione particolare per l'educazione integrale delle persone, una società dimostra che i suoi membri sono la prima ricchezza nazionale. Non posso che auspicare un rafforzamento degli accordi con l'episcopato del vostro Paese, circa l'insegnamento a tutti i livelli, e in particolare l'insegnamento superiore. La Chiesa intende mantenere e sviluppare un insegnamento di qualità, per la qual cosa ha bisogno del sostegno fiducioso delle autorità e dei diversi servizi dello Stato. Questo insegnamento deve trasmettere conoscenze intellettuali nei diversi ambiti della scienza e del pensiero, ma al contempo anche formare l'essere integrale comunicandogli i valori fondamentali, sia personali sia collettivi.
Il ruolo della Chiesa è anche di offrire alle persone un'assistenza umana e spirituale, aiutandole a rispondere alla loro ricerca di significato. È in questo spirito che auspica di poter organizzare meglio la pastorale delle forze armate, la cui missione è particolarmente delicata e costituisce prima di tutto un servizio alla pace, alla giustizia e alla sicurezza nel Paese e in tutta la regione. Lei sa, signor ambasciatore, che, nell'accompagnare i militari cattolici e le loro famiglie, la Chiesa desidera aiutarli a svolgere il loro compito specifico fondandosi sui valori umani e morali del cristianesimo, affinché servano fedelmente la loro patria e costruiscano la loro vita personale e familiare secondo la propria vocazione cristiana. Spetta in effetti ai pastori della Chiesa seguire tutto il gregge che le è stato affidato ed è opportuno che i membri delle forze armate possano costituirsi in comunità cristiane particolari, sotto la guida di un pastore che saprà riconoscere e rispettare la specificità del mondo militare.
È innanzitutto dovere dei responsabili delle nazioni e di quanti, a tutti i livelli, sono chiamati a guidare il destino dei popoli edificare società di pace. Mi rallegro dell'attenzione del suo Paese in questo ambito. Attraverso di lei, signor ambasciatore, invito tutte le autorità e gli uomini di buona volontà, in particolare nel caro continente africano, a impegnarsi sempre più per un mondo pacifico, fraterno e solidale. È a un coraggio sempre più profetico che faccio appello oggi, ricordando che la pace e la giustizia procedono insieme, e che tutto ciò si deve concretizzare per mezzo del rispetto della legalità in ogni ambito. In effetti, senza giustizia, senza la lotta contro ogni forma di corruzione, senza il rispetto delle regole del diritto, è impossibile costruire una pace vera, ed è chiaro che i cittadini avranno allora difficoltà a confidare nei loro dirigenti; inoltre, senza il rispetto della libertà di ogni individuo non vi può essere pace. Conformemente alla sua tradizione, sotto forme che le sono proprie, la Chiesa è pronta a collaborare e a offrire il suo sostegno a tutte le persone la cui preoccupazione principale è stabilire una società che rispetti i diritti più elementari dell'uomo e costruire una società per l'uomo.
Lei è attento, signor ambasciatore, alle grandi questioni che riguardano il futuro del nostro mondo. Questo futuro è troppo spesso legato alle questioni puramente economiche, che sono fonte di numerosi conflitti. È opportuno fare in modo che gli abitanti del Paese siano i primi beneficiari del prodotto delle ricchezze naturali della nazione e fare tutto il possibile per una migliore tutela del pianeta, permettendoci di lasciare alle generazioni future una terra veramente abitabile, capace di alimentare i suoi abitanti.
Mi permetta, signor ambasciatore, di approfittare di questa bella occasione che mi dà la sua presenza, per salutare cordialmente, per mezzo di lei, tutti i cattolici del Gabon, e in particolare i vescovi, che sono venuti qui in visita ad limina lo scorso mese di ottobre. Conosco il loro attaccamento e l'affetto che nutrono per il loro Paese, e anche il loro impegno risoluto nel cooperare al suo sviluppo in armonia fraterna con tutti i loro concittadini. Li invito con affetto a continuare a essere artefici e testimoni sempre più ardenti della pace, della fraternità e della solidarietà fra tutti.
Signor ambasciatore, mentre comincia ufficialmente la sua missione presso la Sede Apostolica, le esprimo i miei voti cordiali per il nobile compito che l'attende. Sia certo che troverà qui, presso i miei collaboratori, l'accoglienza attenta e comprensiva di cui potrà aver bisogno. Su di lei, eccellenza, sui suoi familiari, sui responsabili della nazione e sull'intero popolo del Gabon, invoco di tutto cuore l'abbondanza delle Benedizioni dell'Onnipotente.
[Traduzione a cura de L'Osservatore Romano]
Citazione:La campagna di raccolta fondi 2008 è terminata.
Continuano ad arrivarci donazioni per posta e pertanto per il momento non possiamo ancora comunicare il risultato finale della campagna. Lo faremo non appena sarà possibile. Intanto possiamo già anticipare che questa campagna di donazioni per l'edizione in Italiano è stata un grande successo!
Desideriamo trasmettere la nostra più profonda gratitudine a tutti i lettori che hanno inviato la donazione, così come a tutti coloro che ci hanno inviato messaggi di solidarietà assicurando le loro preghiere per l'esito della campagna.
Tutto questo sostegno ci anima fortemente nel proseguire nel nostro lavoro.
E' sempre possibile inviare donazioni attraverso: http://www.zenit.org/italian/donazioni.html
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Ultima modifica di Redazione il 27 Giu 2008 00:04, modificato 2 volte in totale
ViviCentro (art. 19 e 21)
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