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Il mondo visto da Roma - 16 luglio 2008 [Download Discussione]
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Messaggio Il mondo visto da Roma - 16 luglio 2008 
 

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Mercoledì, 16 Luglio : 2008

Il mondo visto da Roma


GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
Il Papa incontra alcuni esemplari di animali australiani
Il Premier australiano sottolinea il rapporto fede-ragione
Il volto ecosostenibile della GMG di Sydney
5.000 ragazzi italiani alla festa “Viva Agorà”
La musica, linguaggio della Chiesa universale
Chi è lo Spirito Santo?
Le sessioni di catechesi rendono Gesù più vicino
Lo Spirito Santo, “Maestro sommo” di cui fidarsi

INTERVISTE

Essere cattolici in Albania, incarnando l’amore per la libertà

DOCUMENTI
Creazionismo ed evoluzionismo senza ideologie possono incontrarsi


Giornata Mondiale della Gioventù

Il Papa incontra alcuni esemplari di animali australiani
A Kenthrust, ricevendo una decina di giovani operatori dello zoo di Sydney

SYDNEY, mercoledì, 16 luglio 2008 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha incontrato questo mercoledì alcuni ospiti speciali, tra cui un koala, un wallaby e altri animali australiani, al Kenthurst Study Centre.

“Volevamo offrire al Santo Padre l'opportunità di vedere una parte della fauna australiana, e siamo stati entusiasti quando i nostri partner del Taronga Zoo si sono offerti di aiutarci”, ha detto p. Mark Podesta, portavoce della GMG08.

“Il Santo Padre ha affermato che voleva vedere alcuni dei nostri animali tipici, per cui siamo stati più che felici di offrirgli questa esperienza”, ha rivelato.

Il sacerdote ha detto che lo staff dello zoo è stato molto professionale e ha mostrato grande amore nei confronti degli animali di cui si prende cura, tra un cui koala, un wallaby, un pitone, una lucertola, un coccodrillo e un echidna. Il Papa ha accarezzato gli animali e ha ringraziato la squadra del Taronga Zoo.

Prima di incontrare gli animali, il Papa ha inviato il suo sms quotidiano: “Lo Spirito Santo ha dato agli Apostoli & dà a voi il potere di proclamare con coraggio che Cristo è risorto! – BXVI".

Intorno a Sydney, i pellegrini hanno ricevuto un vero trattamento australiano quando in più di 200 luoghi sono state offerte oltre 220.000 fette di pane con salsicce e salsa di pomodoro.

L'ambasciatore della Giornata Mondiale della Gioventù Jared Crouch ha servito salsicce ai pellegrini all'Università di Notre Dame, Broadway.

Se le 220.000 fette di pane venissero allineate attraverserebbero il Sydney Harbour Bridge 21 volte.

Le catechesi di questo mercoledì si sono concentrate sulla chiamata a vivere nello Spirito Santo. Le isole Wallis e Fortuna, una delle Nazioni più piccole che partecipano alla GMG, sono state rappresentate dal Vescovo locale De Rasille, che ha parlato in francese nella parrocchia di St Joseph a Oyster Bay.

Per questo mercoledì sono previsti in tutta Sydney più di 150 eventi del Festival della Gioventù. Dalle 14.00 alle 22.00 sono state organizzate danze tradizionali di Figi, Samoa, Tonga, Polinesia e degli aborigeni australiani.

La band cristiana italiana di heavy metal Metatrone si esibirà al Tumbalong Park. Il sacerdote rapper del Bronx Stan Fortuna riunirà una grande folla nei suoi concerti alla Royal Hall of Industries, al Moore Park e a Bondi Beach.

Un grande raduno di cattolici italiani si svolgerà al Sydney Convention and Exhibition Centre e verrà trasmesso in Italia dalle 16.30 alle 18.30. All'evento parteciperà Richard Campbell, con esibizioni di Gary Pinto e dei Metatrone. Sarà presente anche l'ambasciatore italiano in Australia.

Questo giovedì sarà il “Super Holy Thursday”: il Papa visiterà il santuario di Mary MacKillop e poi attraverserà il porto di Sydney in nave prima di ricevere il benvenuto a Barangaroo.

Il suo ultimo evento sarà un corteo ufficiale da Barangaroo alla Cattedrale di St Mary.

Per vedere il video di questa notizia: http://www.h2onews.org


Il Premier australiano sottolinea il rapporto fede-ragione
Dà il benvenuto ai giovani in Australia

SYDNEY, mercoledì, 16 luglio 2008 (ZENIT.org).- Il Primo Ministro australiano ha dato il benvenuto ai partecipanti alla Giornata Mondiale della Gioventù nel suo Paese, affermando che fede e ragione sono “grandi partner” nella storia e lo saranno in futuro.

Il premier Kevin Rudd ha parlato ai giovani riuniti a Sydney per la XXIII GMG prima della Messa di apertura dell'evento, celebrata dal Cardinale George Pell.
“L'Australia dà il benvenuto ai giovani del mondo a Sydney. Dà il benvenuto ai giovani del mondo a questa celebrazione di fede e di vita. Come Primo Ministro australiano, do il benvenuto a voi che provenite da ogni Paese, ogni sentiero, ogni continente su questo nostro pianeta”, ha affermato.

Il leader ha detto ai giovani che sono la “luce del mondo in un momento in cui nel mondo c'è tanta oscurità”.

“Troppo spesso nella storia quando i giovani hanno viaggiato in grandi numeri verso altre parti del pianeta lo hanno fatto a causa della guerra, ma voi che siete qui oggi siete pellegrini di pace”, ha osservato.

Il Primo Ministro ha anche parlato del ruolo della fede nel mondo odierno e nella storia.

“Alcuni dicono che non c'è posto per la fede nel XXI secolo. Io dico che sbagliano. Alcuni sostengono che la fede è nemica della ragione. Secondo me sbagliano anche loro, perché fede e ragione sono grandi partner nella nostra storia umana e nel futuro dell'umanità. Ricchi in umanità, ricchi nel progresso scientifico”.

“Certe persone dicono solo ciò che ritengono sbagliato nel cristianesimo e nella Chiesa. Io dico: 'Lasciateci parlare anche di ciò che è giusto'”.

Rudd ha sottolineato che la Chiesa ha avviato le prime scuole e i primi ospedali per i poveri, commentando che “il cristianesimo è stato una forza schiacciante per il bene nel mondo”.

“L'Australia è una terra di grande libertà, di molte culture, di molte fedi”, ha continuato, “ma anche un Paese profondamente modellato dalla sua eredità e dal suo futuro cristiano, dei quali siamo orgogliosi. E in questa grande eredità cristiana, rispettiamo profondamente la grande eredità cattolica dell'Australia”.

Il cattolicesimo è la tradizione religiosa con il più alto numero di fedeli in Australia, circa il 26% dei 20 milioni di abitanti.

“Voi venite qui come giovani pellegrini del mondo”, ha concluso Rudd. “Vi dico, come Primo Ministro australiano, che siete ospiti benvenuti nella nostra terra. Possa ciascuno di voi uscire arricchito dal suo soggiorno qui tra noi in Australia come voi arricchite il Paese nella vostra permanenza. Benvenuti in Australia”.


Il volto ecosostenibile della GMG di Sydney
3 minuti di doccia e lunghe camminate

di Anthony Barich e Catherine Smibert

SYDNEY, mercoledì, 16 luglio 2008 (ZENIT.org).- La Giornata Mondiale della Gioventù 2008 sarà l'evento più ecosostenibile che Sydney abbia mai ospitato, afferma il coordinatore dell'evento.

Il Vescovo ausiliare della città, Anthony Fisher, ha detto a ZENIT che gli organizzatori sono consapevoli del fatto che ospitare un evento così imponente “comporta delle sfide ecologiche”.

Gli esperti, ha avvertito, hanno consigliato gli organizzatori “fin dall'inizio” su come minimizzare i rischi per l'ambiente per “lasciarlo alla fine in condizioni anche migliori”.

La GMG sarà più ecosostenibile di qualsiasi altro evento ospitato da Sydney perché i pellegrini si spostano soprattutto a piedi o utilizzando i trasporti pubblici.

I pellegrini dell'Australia sono stati coinvolti in una ampio programma di riforestamento che rappresenterà una compensazione per quanti si sono recati in Australia in aereo.

Anche il partner aereo della Giornata Mondiale della Gioventù 2008, Qantas, ha predisposto un programma di compensazione del carbonio per i pellegrini che utilizzano le linee aeree nazionali.

“Abbiamo dedicato delle strategie di management volte alla pulizia e all'attenzione ai rifiuti per massimizzare il riciclaggio e per questo abbiamo usato imballaggi minimi che possono poi essere conservati o riutilizzati”, ha detto il Vescovo Fisher.

Ai pellegrini, ha spiegato, è stato dato ad esempio un timer di tre minuti per fare una doccia rapida minimizzando l'utilizzo d'acqua, e le torce delle sacche del pellegrino hanno batterie ricaricabili così “non vengono gettate via”.

“I pellegrini trascorrono molto tempo camminando o sui mezzi di trasporto pubblici, il che significa che non viaggiano in automobile inquinando l'ambiente”, ha aggiunto. “Su una base pro capite, questo sarà il gruppo meno inquinante giunto a Sydney per un evento”.

“Si sta utilizzando il minimo dell'energia e massimizzando l'uso di prodotti riciclabili e biodegradabili”, ha concluso il presule.


5.000 ragazzi italiani alla festa “Viva Agorà”
Nel contesto della XXIII Giornata Mondiale della Gioventù

SYDNEY, mercoledì, 16 luglio 2008 (ZENIT.org).- Sono stati ben 5.000 i partecipanti alla festa “Viva Agorà”, un momento di animazione e di incontro tra gli italiani e gli italo-australiani svoltosi a Sydney questo mercoledì nel contesto della XXIII Giornata Mondiale della Gioventù, che la città ospita fino a domenica prossima.

L'obiettivo dell'evento, celebrato presso l’Entertainment Centre, è stato quello di “avvicinare i giovani italiani ai loro coetanei italo-australiani favorendone lo scambio di esperienze di vita”, hanno spiegato gli organizzatori.

La festa ha voluto anche essere un momento in cui far ritrovare tutti i pellegrini italiani con i loro Vescovi, ha osservato don Nicolò Anselmi, responsabile nazionale per la pastorale giovanile della Conferenza Episcopale Italiana.

Hanno preso parte all'incontro anche il rappresentante diplomatico italiano a Sydney e altre autorità civili e religiose. L'evento è stato trasmesso in Italia in diretta televisiva da Sat 2000 a partire dalle 16.30 ora di Sydney (8.30 ora italiana).

Per l'occasione, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato un messaggio in cui afferma che la Giornata Mondiale della Giovetù “costituisce ormai un appuntamento tradizionale per ragazze e ragazzi di tutti i continenti, che si riuniscono in una manifestazione il cui altissimo significato spirituale, sottolineato dalla presenza del Sommo Pontefice, si accompagna alla profonda valenza culturale e sociale”.

In questo contesto, il Capo dello Stato ha auspicato che la festa “Viva Agorà” permetta ai giovani “di scoprire, in prima persona, quanto grande sia il contributo che la storica collettività di origine italiana ha saputo fornire allo sviluppo dell'Australia, Paese che seppe accogliere generosamente i nostri connazionali, e quanto siano solide e radicate le tradizioni e la cultura italiane in questa terra lontana”.

Il Presidente ha rivolto “con vero piacere” “uno speciale e caloroso saluto a tutti i giovani italiani e italo-australiani” partecipanti alla manifestazione, auspicando che possano “contribuire a mantenere vivi i legami fra Australia e Italia e a sviluppare ulteriormente la sincera amicizia tra i nostri Paesi”.

La festa “Viva Agorà”, ha spiegato il Segretario della Conferenza Episcopale Italiana, monsignor Giuseppe Betori, è “un momento di contatto con le autorità civili e anche un'occasione di incontro con gli italiani che abitano qui a Sydney”, ricorda l'agenzia Apcom.

Il presule ha osservato che i giovani partecipano alla GMG superando le difficoltà relative ai costi perché “vanno alla ricerca di Cristo; noi siamo solo mediatori”.

“Arrivano da tutti i Paesi, tanti popoli e razze si uniscono – ha aggiunto –. È la forza della cattolicità”.

La festa degli italiani si è aperta con un momento di preghiera condotto dal Cardinale Angelo Bagnasco, presidente della CEI, e animato dal gruppo Gen Rosso. Sono state portate sul palco una copia della croce di San Damiano, dono della Chiesa italiana alla Diocesi di Sydney, e una copia della Madonna di Loreto, dono alla Chiesa australiana.

In una delle tante catechesi che si sono svolte questo mercoledì a Sydney, il Cardinal Bagnasco ha affermato che “vivere da cristiani è avvincente ma arduo, significa andare controcorrente”.

“Lasciamoci tormentare da Cristo e dal suo amore, sorgente continua di salvezza”, ha esortato.


La musica, linguaggio della Chiesa universale
di Catherine Smibert

SYDNEY, mercoledì, 16 luglio 2008 (ZENIT.org).- Dopo la Messa di apertura della Giornata Mondiale della Gioventù, celebrata questo martedì a Sydney (Australia), 150.000 giovani sono stati testimoni di una festa di musica e lode con la partecipazione di numerosi artisti popolari.

Tra questi, c'erano i Tap Dogs, i Fire Dancers, The Australian Girls Choir, e i cantanti del tema ufficiale della GMG, Guy Sebastian, Gary Pinto e Paulini Curuenavuli. La festa è terminata con uno spettacolo di fuochi d'artificio che hanno brillato sul porto, aggiungendo splendore ai volti sorridenti dei giovani pellegrini.

Gli organizzatori della GMG sottolineano che la musica contemporanea di ispirazione cattolica sta giocando un ruolo importante nell'amplificare i messaggi che si vogliono comunicare.

Paulini, artista tongana-australiana che si è esibita con la sua band, ha spiegato il perché.

“La musica è qualcosa che tutti amano e riunisce”, ha detto a ZENIT.

I compositori del tema ufficiale della GMG si sono detti d'accordo. Guy Sebastian e Gary Pinto hanno riferito a ZENIT di sentirsi onorati di testimoniare la potenza del Vangelo attraverso la musica.

Sebastian ha detto di sperare che la canzone “aiuti ulteriormente a consolidare il messaggio di questo splendido evento nel cuore della gente” e che “cantando 'Alleluia, receive the power' i giovani sapranno che non è attraverso i nostri talenti che lo facciamo, ma grazie al potere di Dio... Nulla è impossibile al suo Santo Spirito”.

Pinto ha teso una mano incoraggiante a tutti i giovani musicisti e artisti cattolici sulla scorta dell'appello di Giovanni Paolo II nella sua Lettera agli Artisti (1999), dicendo che come musicisti “siamo al servizio vocazionale della bellezza. Cosa c'è di più bello che presentare alla gente quella di Dio? E' così umile e spiritualmente gratificante potergli restituire i doni che ci ha fatto...”.

Gli Emmanuel Worship, un gruppo di musicisti di Brisbane, si sono esibiti il 15 luglio nel Queensland, durante un raduno speciale, eseguendo brani propri che mescolano insieme pezzi adatti alla liturgia con pezzi punk-rock. La band ha animato anche una serie di eventi svoltisi lungo il percorso della Croce e dell'Icona della GMG.

Patrick Keady, il tastierista e compositore del gruppo, ha detto a ZENIT: “Nel ministero musicale, ciò che stiamo provando a fare è comunicare un messaggio antico, che sembrava morto, senza esserlo; è infatti fresco, vivo e vibrante”.

“La musica è un linguaggio universale che tutti possono recepire – ha aggiunto –. E' un linguaggio che aiuta la transizione da una vecchia a una nuova generazione che ha bisogno di sollevarsi e prendere il suo posto nella storia”.

“Il punto di partenza deve essere il rapporto personale con Gesù”, ha detto il 23enne Bernard Drumm, il chitarrista del gruppo “Mass Revival”.

Queste due band cristiane tentano con la loro musica di mostrare alla gente un altro volto del cattolicesimo.

“Molti giovani cattolici sono stati cresciuti attraverso delle false concezioni sulla Chiesa e sui suoi insegnamenti”, ha detto Drumm, che è anche un seminarista. “Essi credono che sia un qualcosa del passato che non è correlato all'oggi”.

“Come cattolici – ha aggiunto – sembra che spendiamo molto tempo nel difendere ciò in cui crediamo [...] piuttosto che lasciare che la gioia della fede ispiri il cuore degli altri affinché possano cominciare il loro cammino di ricerca della verità, che è la fonte della nostra gioia”.

Il batterista dei Mass Revival, Michael Campbell, ha detto che “la sensazione che si prova nel condividere la musica rappresenta bene quando accade qui alla Giornata Mondiale dlela Gioventù dove ci sono così tante persone di culture e lingue differenti che si riuniscono insieme per cantare e danzare nel Signore”.

Il cantante e frontman dei Mass Revival, Daniel Foster, ha poi aggiunto: “La GMG mostra che ognuno di noi fa parte di una Chiesa immensa”.

“Noi musicisti e artisti usiamo i nostri doni in unione con lo Spirito Santo, e nel nome di Dio, pregando che il Signore ci assista nel donare freschezza e vitalità alla nostra Chiesa qui in questa grande terra del sud e in tutto il mondo”, ha affermato.


Chi è lo Spirito Santo?
Catechesi di monsignor Michele Pennisi alla GMG di Sydney

SYDNEY, mercoledì, 16 luglio 2008 (ZENIT.org).- “Chi è lo Spirito Santo?”. E' questa la domanda fondamentale alla quale ha voluto rispondere monsignor Michele Pennisi, Vescovo di Piazza Armerina (Enna), nella catechesi che ha esposto questo mercoledì alla Giornata Mondiale della Gioventù di Sydney (Australia).

“Perché questa domanda diventi interessante per noi – ha osservato il presule –, dobbiamo porci un’altra domanda: cosa c’entra lo Spirito Santo con la mia vita, con il desiderio di essere felice, di essere amato e di amare?”.

Al giorno d'oggi, ha riconosciuto, “c’è una distanza abissale fra l’annuncio dello Spirito Santo e i pensieri che si agitano nella nostra frenetica società consumistica in cui si vende e si compra o tra i giovani che si accalcano nelle discoteche immersi nel movimento di corpi, di luci e di rumori”.

Il disagio nel parlare dello Spirito Santo, ha spiegato monsignor Pennisi, “non riguarda solo i cosiddetti 'lontani', ma anche tanti giovani che frequentano le nostre parrocchie o i movimenti ecclesiali”, ai quali manca “un’intima esperienza di Dio”.

Tanti ragazzi, ha constatato, “sentono l’estremo bisogno di una sapienza pratica che dia gusto al vivere, una verità 'calda' che illumini il cammino, un amore che dischiuda le potenze del cuore e si apra ad un futuro di speranza”.

Purtroppo, migliaia di battezzati non fanno esperienza dell'azione dello Spirito né lo hanno mai invocato; “non godono appieno degli effetti della Pentecoste, perché non hanno instaurato una relazione personale con lo Spirito Santo e vivono un’esistenza cristiana insipida e rassegnata”.

Lo Spirito appare quindi come “un 'grande sconosciuto', un 'dio ignoto'”, “un concetto astratto, fumoso, etereo”.

Se infatti “è più facile vedere in Gesù un amico, è più arduo, invece, accostarsi allo Spirito Santo, a un misterioso dono, apparentemente impalpabile, incorporeo e inconsistente, che rimanda direttamente ad un altro immenso mistero: la Trinità”.

Secondo monsignor Pennisi, l’opera dello Spirito Santo è quella di “rendere continuamente presente il Cristo nella vita degli uomini”.

Accostarsi a Lui significa quindi “entrare nel rapporto fra il Padre e il Figlio e permettere che il loro modo di rapportarsi dia migliore significato alla nostra vita e alle relazioni che essa contiene, con noi stessi, con i fratelli, con il creato”.

Se è necessario conoscere personalmente lo Spirito, ha proseguito il presule, questo non basta: occorre infatti accoglierlo “come guida delle nostre anime, come il 'Maestro interiore'”.

“Lo Spirito Santo è il grande, unico, immenso Dono, un regalo gratuito del Padre, che, attraverso la Chiesa, rifrange in tanti doni diversi che sono i carismi, come la luce che, a seconda dei corpi sui quali piove, suscita colori diversi. Il Dono unico si divide in tanti doni per tornare a ricomporsi in unità nella Chiesa, per la quale tutti i doni sono dati”.

“Noi non potremmo fare nulla, se non avessimo lo Spirito Santo – ha constatato –. Una persona senza la presenza dello Spirito Santo è come una macchina senza benzina”.

Nella sua catechesi, il Vescovo ha anche ricordato l'importanza della santità, “necessaria al mondo come all’uomo l’aria che respira” e che “discende da una scelta che ogni giorno incrocia la nostra coscienza e la nostra volontà: tras-formato in Cristo o con-formato al mondo?”.

“Siamo capaci di praticare una santità di pensiero, una santità di parole, una santità di opere che testimonino come lo Spirito – che è Santo e ci fa santi – vive in noi?”, ha chiesto. “L’effusione dello Spirito, mediante la quale abbiamo preso coscienza del nostro 'santo destino', ci ha veramente innestati nel “cammino di santità” che la Chiesa propone prima di ogni altra cosa?”.

Il secolo nel quale la Provvidenza ci ha posti, ha osservato, “reclama 'cristiani veramente cristiani', felici di 'riconoscersi santi' nella realtà ideologica e sociale che ci avvolge e ci sconvolge”.

Per questo, è necessario affidarsi allo Spirito, che “toglie dal cuore dei credenti tristezze, polemiche, preoccupazioni, svogliatezze, legami con il peccato, malattie fisiche e spirituali, qualsivoglia angustia che possa appesantire la nostra 'vista' del Signore, talvolta sino a rendere i nostri 'occhi incapaci di riconoscerlo' (Lc 24, 17)”.

“Lo Spirito è il segreto della Chiesa di oggi come lo è stato per la Chiesa delle origini”, “è l’amore, è colui che riempie le nostre fragilità anche di eroismo, di continuità quotidiane. E’ l’ospite di un cuore che non si sente mai solo, di un amore che non è mai sterile, di una affettività che si allarga all’amore per tutti, soprattutto di chi sperimenta la solitudine”.

“E’ il fuoco che brucia i nostri tradimenti e purifica i nostri pensieri e soprattutto fa battere il nostro cuore per Gesù il pastore, che vorremmo essere per il nostro popolo”, ha concluso.


Le sessioni di catechesi rendono Gesù più vicino
Un diacono esorta i giovani a ricordare che sono pellegrini

SYDNEY, mercoledì, 16 luglio 2008 (ZENIT.org).- La Giornata Mondiale della Gioventù è un evento così festoso che è facile farsi catturare dalla situazione e dimenticare che si tratta di un pellegrinaggio, ha affermato un diacono guidando una sessione catechetica questo martedì.

Le sessioni di catechesi sono parte dell'esperienza dell'evento. In genere consistono in insegnamenti da parte di religiosi, discussioni e nella celebrazione della Messa e si svolgono in vari luoghi di Sydney. Il diacono Daniel Strickland ha preso parte a una delle sessioni più dinamiche, a Hyde Park.
I Missionari dell'Amore di Dio hanno condotto i pellegrini alla preghiera e all'adorazione, e il diacono ha esortato i presenti a rispondere con profondità, non solo con emozione.

“Possiamo farci coinvolgere molto dal fascino della Giornata Mondiale della Gioventù”, ha osservato. “A volte si può dimenticare che siamo pellegrini. Dobbiamo concentrarci solo su Gesù”.

Jennifer Abel, 17 anni, di Perth, ha detto che l'esperienza di preghiera e adorazione è stata molto intensa: “E' splendido far parte di una folla così grande. Sperimentare Gesù attraverso l'adorazione con così tante persone mi fa sentire realmente vicina a lui”.

Il cuore cambia

I Missionari dell'Amore di Dio stanno attirando molte persone in Australia e sono tra le associazioni religiose del Paese che sperimentano la maggiore crescita.

Il gruppo è iniziato nel 1986, quando alcuni uomini della Comunità carismatica del Patto dei Discepoli di Gesù hanno sentito una chiamata al sacerdozio ma volevano continuare ad appartenere al gregge dei discepoli.

Hanno concordato di pregare settimanalmente davanti al Santissimo Sacramento per un anno per scoprire la volontà di Dio. Alla fine di quell'anno, hanno iniziato a vivere in comunità, dedicandosi a vivere il Vangelo in modo radicale, imitando Gesù nella sua povertà e mettendo in pratica la preghiera e la vita in comune.

Svolgono la loro opera apostolica con gli emarginati. Sono particolarmente legati alle popolazioni indigene dell'Australia, con missioni a Darwin e nel Territorio del Nord, e anche ai giovani attraverso visite nelle scuole, gruppi giovanili e campi estivi.

Padre Ken Barker, il fondatore, ha spiegato che i loro voti li aiutano a dedicarsi “alla predicazione della buona novella di Gesù per la salvezza di tutti gli uomini e di tutte le donne”.

“Vogliamo guidare le persone a un rapporto personale con Cristo e a sperimentare la nuova effusione dello Spirito Santo nella loro vita”, ha aggiunto.

“La chiave della Giornata Mondiale della Gioventù può essere trovata nel tema dell'evento, 'Avrete forza' (Atti 1:8), perché sappiamo che lo Spirito Santo cambierà davvero il cuore di quanti assisteranno a questo evento”.


Lo Spirito Santo, “Maestro sommo” di cui fidarsi
Catechesi di monsignor Giuseppe Betori, Segretario della CEI

SYDNEY, mercoledì, 16 luglio 2008 (ZENIT.org).- Lo Spirito Santo è il “Maestro sommo” in cui si può avere fiducia e che è capace di guidarci lungo la retta via, ha affermato questo mercoledì monsignor Giuseppe Betori, Segretario della Conferenza Episcopale Italiana, nella catechesi che ha pronunciato nella parrocchia di St Christopher Holsworthy di Sydney in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù.

Conoscere lo Spirito Santo e il suo ruolo nella nostra vita cristiana “non è un compito facile”, ha riconosciuto, “non solo perché si tratta di entrare in contatto con il mistero stesso di Dio e cercare di balbettare qualcosa su di lui, ma prima ancora perché dense nebbie oscurano oggi il concetto stesso di 'spirito'”.

“Troppa è infatti la distanza che separa lo Spirito, come realtà divina, dalle varie idee di 'spirito' diffuse nella cultura” odierna come lo spiritismo, ha osservato.
Anche se già nell'Antico Testamento ci sono pagine che prefigurano in vari modi il volto dello Spirito Santo, ha ricordato monsignor Betori, Gesù è il primo a parlarne propriamente.

“La stessa presenza di Gesù tra noi ci viene descritta come opera dello Spirito, che discendendo su Maria rende possibile il farsi uomo del Figlio di Dio. E già in questa prima pagina dei Vangeli capiamo che lo Spirito Santo richiede il nostro libero assenso e la nostra imitazione”.

La presenza e l’azione dello Spirito, ha aggiunto, “è anche la compagnia fedele di Gesù nel suo soggiorno tra gli uomini” e “corrobora il suo operare guarigioni e ispira la parola del suo insegnamento”.

Per comprendere chi sia lo Spirito Santo in noi, ha osservato monsignor Betori, “dobbiamo seguire il percorso che ce ne rivela l’identità nella persona stessa di Gesù e nella sua vicenda terrena e di risorto”.

“Se credere è avere accesso a Dio, al suo mistero, il nostro cammino si incrocia pertanto non solo con Gesù, il rivelatore del Padre, ma anche con lo Spirito, colui che ci permette di entrare nella pienezza della verità che Gesù ci ha rivelato”.

Il segretario generale della CEI ha affermato che non è facile “restare fedeli al progetto di vita buona che viene dallo Spirito”, e la difficoltà “è spesso accresciuta dal dimenticare che tutto ciò non è l’esito di una nostra opera, ma il dono che scaturisce da una appartenenza: essere 'di Cristo Gesù'”.

“È lo Spirito di Gesù che ci rende capaci di vivere l’amore; e l’esempio dei santi, a cominciare dai giovani santi, ci dice che ciò è possibile, se ci lasciamo plasmare da lui”, ha osservato.

La grandezza del cristiano, constata, sta “nella coscienza che l’amore di Dio ha preso possesso di lui e lo ha trasformato in un figlio amato”.

“La fiducia che Dio ha mostrato nei nostri confronti e che offre anche agli altri ci rende capaci di aprirci agli altri con fiducia, di considerare gli altri come fratelli”.

Se è vero che solo la luce dello Spirito ci permette di entrare nella pienezza del mistero di Cristo e quindi del Padre, ha proseguito, “è però anche vero che solo dalla consuetudine con Cristo ci è dato l’accesso allo Spirito che fa nuove tutte le cose, che ci rigenera secondo il nostro vero volto”.

“La vera novità non sta nell’anticonformismo puramente esteriore che in realtà ricicla gli standard imposti dai 'padroni' delle mode e delle tendenze, nell’eccesso ad ogni costo e con ogni mezzo, che ripete sempre le stesse esperienze accentuando solo la sofferenza”, denuncia.

“La vera novità sta invece nel lasciarsi ricondurre alla verità di sé e del mondo, che solo lo Spirito di Dio ci può assicurare, perché egli era presente quando il Padre ci ha pensato e creato, quando ha preso forma il suo progetto d’amore per noi; e può indirizzarci a individuarne le forme attraverso le parole del Figlio, il rivelatore”.

Monsignor Betori ha ricordato che c'è “un tracciato preciso che ci aiuta a scoprire la voce dello Spirito ed è quello che possiamo incontrare nell’ascolto dell’unica parola che veramente cerca il nostro interesse: la parola di Dio”.

“Frequentare le pagine del Vangelo, dedicarci con assiduità alla lectio divina è modalità concreta di ascolto dello Spirito e costruzione di una personalità cristiana da lui ispirata e rafforzata”, perché lo Spirito “non è solo luce per la nostra vita ma anche forza che sostiene il nostro cammino”.

“Abbiamo bisogno di maestri per imparare a parlare, a vivere, ad amare – ha concluso –: di questo Maestro sommo che è lo Spirito possiamo fidarci, perché ci conosce meglio di noi stessi, perché non ci cerca per sottometterci ma per arricchirci di sé, perché solo lui può introdurci nel mistero d’amore di Dio, che prende figura nella Santissima Trinità”.


Interviste

Essere cattolici in Albania, incarnando l’amore per la libertà
Intervista a monsignor Angelo Massafra, arcivescovo di Scutari

di Elvira Zito – Segretariato Italiano “Aiuto alla Chiesa che Soffre”


ROMA, mercoledì, 16 luglio 2008 (ZENIT.org).- Da san Paolo agli slavi, dai turchi al regime comunista di Henver Hoxha: dal punto di vista religioso, la storia dell’Albania è caratterizzata da una lunga strada, spesso molto difficile, cominciata nei primi anni dopo Cristo.

«Se qualcuno non crede alla risurrezione di Cristo, venga in Albania», ha affermato monsignor Angelo Massafra, OFM, dal 1998 arcivescovo di Scutari, una diocesi eretta nel IV secolo. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare la Chiesa e l’Albania di ieri e di oggi.

Eccellenza, cominciamo da una riflessione sul cattolicesimo: origini antichissime, sopravvissuto a una delle più feroci persecuzioni dei regimi in Europa Orientale, oggi religione di circa il 10-15% della popolazione. Cosa vuol dire essere cattolico nel suo Paese?

Sì, le origini del cattolicesimo in Albania sono molto antiche. Il primo evangelizzatore fu san Paolo che nella sua Lettera ai Romani (Rm 15,19) fa esplicito riferimento all’Illiria; anche le strutture ecclesiastiche – i vescovi erano allora già 50 - risalgono ai primi secoli dopo Cristo e sono citate nei Concili di Nicea e di Costantinopoli che si tennero alla fine del IV secolo. Percorrendo ancora la nostra storia, nei secoli VIII-IX giunsero gli slavi che conquistarono i Balcani e, alla fine del 1400, l’Albania divenne parte dell’Impero Ottomano fino al 1912. Poi, dal 1946 al 1990, il Paese ha vissuto uno dei periodi più bui della sua storia, con il regime comunista. Proprio alla luce di questo excursus, posso dire che qui essere cattolici vuol dire incarnare anche l’amore per la libertà, perché – mai e, in particolare, sotto il regime comunista – i cattolici albanesi si sono arresi e hanno saputo eroicamente far fronte alla persecuzione.

Nonostante l’Albania nel 1967 sia stata dichiarata da Henver Hoxha “Stato ateo”, Gesù Cristo è riuscito però a rimanere nel cuore dei credenti...

È vero, la gente ha dato prova di attaccamento a Cristo e alla sua Chiesa, anche perché la nostra cultura è profondamente legata al cattolicesimo. Ne è prova il fatto che i primi libri in lingua albanese sono libri sacri, come il “Messale di Gjon Buzuky” che risale al 1555. Voglio dire che – nonostante sotto il comunismo la Chiesa sia stata costretta a “scomparire” dalla vita pubblica – è anche in virtù di questo forte radicamento culturale del cristianesimo che la gente ha continuato a credere e a celebrare clandestinamente i sacramenti e le festività più significative.

Anton Luli e Mikel Koliqi sono le due figure di sacerdoti albanesi perseguitati più conosciuti, ma l’elenco sarebbe lunghissimo. Anche in Albania il sangue dei martiri è stato seme di nuovi cristiani?

L’elenco è molto lungo perché il comunismo ha voluto tagliare la testa della Chiesa. Ne ha ucciso i vescovi, i sacerdoti e laici e, anche coloro che non sono stati uccisi, hanno subito torture gravissime (negli archivi è stata recentemente scoperta una lista che ne elenca più di 30 tipi) che li hanno resi dei veri e propri martiri del XX secolo. «Viva Cristo Re!» erano le ultime parole che pronunciavano... Il loro esempio di dignità e di perdono è continuato anche dopo la caduta del regime. Ricordo che monsignor Frano Illia – condannato a morte nel 1968, condanna che gli venne poi commutata nei lavori forzati – mi raccontò che un suo carceriere, un giorno, nel reincontrarlo, gli chiese: «Mi riconosci?». Lui gli rispose: «Ti riconosco e ti ho già perdonato». Aggiungo che la memoria del martirio è molto importante: proprio a Scutari, nel luogo dove venivano interrogati, torturati e condannati i nostri “martiri” insieme agli altri, proprio questo luogo – una ex-scuola dei Francescani – è stato trasformato in monastero ed è abitato dalle monache Clarisse che lo custodiscono gelosamente come “una piccola Auschiwitz” nella quale ci sono ancora le tracce delle torture che il regime comunista praticava a coloro che venivano reclusi lì. Sono la testimonianza di una fede incancellabile.

Un simbolo di questa incancellabilità è la devozione alla Madonna del Buon Consiglio. Il Santuario, che venne distrutto la prima volta nel 1467 durante l’invasione ottomana e poi nuovamente dal regime, è meta incessante di pellegrinaggi...

Il Santuario della Madonna del Buon Consiglio ha una storia incredibile, di distruzioni e risurrezione. In particolare durante il mese di maggio, migliaia di cattolici lo raggiungono per esprimere la loro devozione alla Madonna che è anche protettrice e patrona dell’Albania. La sua icona si trova a Genazzano dal 1468, anno in cui le famiglie cattoliche la portarono via dal Santuario che era prossimo alla distruzione, per metterla “in salvo”... A proposito di devozioni forti, voglio ricordare anche quella a San Nicola e a Sant’Antonio, particolarmente amato anche dagli ortodossi e dai musulmani che spesso si recano al santuario di Laç Kurbini.

Come risponde la Chiesa al vuoto morale lasciato dalla dittatura comunista? E quali sono quindi le priorità della vostra azione pastorale?

Il comunismo non ha prodotto soltanto un vuoto morale, ma ha compiuto una vera e propria disumanizzazione della persona. La rilettura della storia ci fa dire che quello albanese è stato il più feroce dei regimi comunisti in Europa dell’Est e non soltanto per la violenza fisica praticata nei confronti degli esponenti delle religioni – che fu particolarmente feroce verso i cattolici – ma anche per la vera e propria derisione del sacro che venne fatta. Le chiese furono distrutte, chiuse o destinate ad altro uso; la cattedrale di Scutari, ad esempio, venne convertita in un palazzetto dello sport... Tutto questo ha generato uno svuotamento interiore che, con la ritrovata libertà, le persone tentano spesso di riempire con il consumismo e con il denaro, un’avidità che sta producendo una diffusa corruzione, oltre che un mancato rispetto dell’altro. Per questo, nella nostra azione pastorale, partiamo spesso dalla base, dai Comandamenti e insistiamo molto su valori come la famiglia e la tutela della vita per la quale noi vescovi albanesi abbiamo recentemente deciso di fare una Lettera pastorale comune.

“Aiuto alla Chiesa che Soffre”, sia durante la persecuzione che all’indomani della caduta del regime, ha sostenuto la sopravvivenza e la rinascita della Chiesa albanese. Quali sono oggi le vostre necessità più urgenti?

Abbiamo bisogno di sostenere le vocazioni, soprattutto quelle sacerdotali. Tra le priorità c’è sicuramente anche quella di una maggiore “comunicazione” sui temi religiosi. È necessario avere a disposizione non solo libri per la catechesi, ma anche i documenti del Magistero del Papa, come le Encicliche, affinché si formi la nuova generazione di cattolici; sono progetti spesso molto onerosi, anche per il costo delle traduzioni. Poi, dobbiamo preparare personale per il settore degli audiovisivi religiosi, perché questa è la via di comunicazione nuova. Così come per le istituzioni cattoliche è utile avere una pagina web che renda possibile e rapido il contatto... So che “Aiuto alla Chiesa che Soffre” è impegnata in questi ambiti, per cui l’aiuto che ci arriva dalle organizzazioni della Chiesa per noi è preziosissimo.

La ritrovata libertà religiosa ha dato nuovo impulso anche alle vocazioni?

Nel 2000 abbiamo avuto le prime ordinazioni di seminaristi locali e posso dire che, attualmente, le vocazioni non sono nè molte nè poche... Negli anni immediatamente successivi alla caduta del regime, ci siamo resi conto che era necessario “filtrare” gli ingressi in seminario, perché il sacedozio era considerato da molti giovani una specie di corsia preferenziale per andare all’estero. Le vocazioni femminili sono distribuite tra le numerose Congregazioni presenti in Albania, alle quali va un grande e caloroso ringraziamento.

Spesso viene adoperata l’espressione “la religione degli albanesi è l’albanesità” che allude a una sorta di indifferenza religiosa... Lei è arcivescovo di Scutari da dieci anni, qual è la sua esperienza?

L’albanesità è un fattore per lo più positivo, è quasi una fratellanza di sangue, considerato che in Albania il popolo appartiene a un’unica etnia che ha soltanto delle piccole differenze linguistiche. Anche questa “albanesità” ha fatto sì che fosse raggiunta l’indipendenza dai turchi e la mia esperienza mi fa dire che è un aspetto che non è mai andato a scapito dell’attaccamento alla propria religione.

Cattolicesimo, ortodossia, islam. Non solo è un mosaico religioso, ma l’Albania è anche l’unico Paese europeo a maggioranza musulmana: come descriverebbe questa presenza nel cuore del vecchio continente?

Sebbene non sia idilliaca, direi che la convivenza è buona. Recentemente – e questo è senz’altro un elemento molto positivo – abbiamo istituito, anche con i musulmani e gli ortodossi, il “Consiglio Interreligioso Nazionale”, un’iniziativa che mi stava particolarmente a cuore e per la quale, proprio a Scutari, stavamo lavorando dal 2002, anche redigendo una bozza di statuto e ispirandoci a un’analoga istituzione che esiste nella vicina Bosnia-Erzegovina.

Prima dell’avvento del comunismo, la Chiesa cattolica era un punto di riferimento anche per la cultura umanistica e laica. Siete già tornati a dare questo tipo di contributo?

Occorre del tempo per riportare i cattolici a essere punto di riferimento della cultura come nel passato. A noi sta il compito di formare, di far conoscere ai nostri cattolici i valori cristiani, la dottrina sociale della Chiesa (abbiamo tradotto in albanese il «Compendio della Dottrina sociale della Chiesa» e altre Encicliche sociali!), in una parola far conoscere i valori universali.

Rimanendo in argomento, come definirebbe i rapporti tra Stato e Chiesa?

Li definirei molto buoni, perché – già subito dopo la caduta del regime – c’è stato il riconoscimento della libertà religiosa. Nel 2002 è stato firmato un Accordo di base tra la Santa Sede e lo Stato – in cui una delle norme più importanti è stata quella del riconoscimento alla Chiesa della personalità giuridica – e, poco tempo dopo, un accordo economico. Naturalmente, non mancano degli attriti... come quello che sta causando la recente legge secondo cui le scuole private dovranno versare allo Stato, sulle rette di ciascun allievo, il 20% di imposte. Ci stiamo muovendo a tutti i livelli perché tale legge non sia applicata. Nelle nostre scuole cattoliche “non profit” il contributo versato dagli allievi è praticamente simbolico e molti, i più poveri, non pagano; noi non lavoriamo per il profitto, ma per rendere un servizio al Paese, un servizio particolarmente importante anche considerando che in talune zone si sta tornando verso l’analfabetismo.

In conclusione, le chiediamo quali sono le speranze e le prospettive della Chiesa in Albania..

La comunità cattolica è estremamente vitale. Impegnata, desiderosa di vivere il cattolicesimo. Le suore e i sacerdoti sono non solo annunciatori e testimoni del Vangelo, ma anche un fondamentale punto di riferimento per la gente. La mia più grande preoccupazione – come ho detto al Papa durante la recentissima visita ad Limina – è data sia dalla riduzione degli aiuti per i poveri, e soprattutto per le famiglie numerose di figli, sia dalla difficoltà di riperimento di fondi per le spese per la formazione dei seminaristi e per il sostentamento del clero nell’opera di evangelizzazione. I fedeli sono generosi, anche se poveri, però il loro contributo non è sufficiente per l’evangelizzazione... specie nelle zone di montagna, dove le spese per i sacerdoti, i religiosi e le religiose sono molto onerose. Per cui chiediamo ad “Aiuto alla Chiesa che Soffre” e ad altri Enti ecclesiali di continuare a sostenerci nell’opera di evangelizzazione, in questo momento di grazia.



Ultima modifica di Redazione il 17 Lug 2008 00:50, modificato 2 volte in totale 






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Mercoledì, 16 Luglio : 2008

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Creazionismo ed evoluzionismo senza ideologie possono incontrarsi
SYDNEY, mercoledì, 16 luglio 2008 (ZENIT.org).- Nell'ambito del nutrito programma di forum e incontri, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù a Sydney, si è tenuta una conferenza del Cardinale Arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn su “Tutta la creazione geme: il dibattito su creazione ed evoluzione”, di cui riportiamo integralmente il testo, pubblicato da "L'Osservatore Romano" (17 luglio 2008).

Nel suo intervento il Cardinale ha ripreso la relazione che aveva pronunciato durante la tre giorni di studio che si era svolta a Castel Gandolfo dal primo al tre settembre 2006, in occasione dell'incontro annuale dei “Ratzinger Schülerkreis”, il gruppo degli allievi del professor Ratzinger degli Atenei di Bonn, Tubinga, Ratisbona e Münster.

Gli atti del convegno sono stati pubblicati dalle Edizioni Dehoniane di Bologna in collaborazione con la Libreria Editrice Vaticana.

* * *

di Christoph Schönborn*

Isaac Newton ultimò nel 1686 i suoi Philosophiae Naturalis Principia Mathematica, che l'anno seguente furono pubblicati a Londra. Alla seconda edizione del 1713 Newton aggiunse lo Scholium Generale. Nei suoi Principia l'interesse di Newton era rivolto principalmente a confutare la teoria cartesiana dei movimenti dei pianeti, che egli respingeva in quanto teoria materialistica. La perfezione, la regolarità di tali movimenti, scrive Newton, non poteva «avere origine da cause meccaniche» (originem non habent ex causis mechanicis).

È vero piuttosto che: «Questa elegantissima compagine a noi visibile (elegantissima haecce [...] compages) del Sole, dei pianeti e delle comete non poté nascere senza il disegno e la potenza di un ente intelligente e potente (non nisi consilio et dominio entis intelligentis et potentis oriri potuit) ... Egli regge tutte le cose non come anima del mondo, ma come signore dell'universo (ut universorum dominus)».

Per poter conferire a queste asserzioni chiarezza e incisività definitive, Newton s'infervora contro il deismo (ossia la riduzione dell'operato divino a un'attività da «orologiaio», temporalmente collocata soltanto all'inizio) che era già imperante agli inizi del xviii secolo: «Dio senza dominio, previdenza e cause finali (deus sine dominio, providentia et causis finalibus) altro non è che fato e natura (nihil aliud est quam fatum et natura). Da una cieca necessità metafisica (a caeca necessitate metaphysica), che è sempre e ovunque la stessa, non nasce alcuna possibilità di variazione delle cose (nulla oritur rerum variatio). L'intera varietà delle cose, ordinate secondo il luogo e il tempo, ha potuto nascere soltanto dalle idee e dalla volontà di un ente necessariamente esistente (tota rerum conditarum pro locis ac temporibus diversitas, ab ideis et voluntate entis necessario existentis solummodo oriri potuit)».

Questo passo dello Scholium Generale si chiude con le lapidarie parole: «E queste cose a proposito di Dio, delle quali si discerne interamente a partire dai fenomeni, concernono la filosofia della natura (et haec de deo, de quo utique ex phaenomenis disserere, ad philosophiam naturalem pertinet)» (Newton, Philosophiae naturalis principia mathematica, terza edizione, Londra, 1726, pp. 526-529).

Il celebre Scholium newtoniano contiene in nuce le questioni essenziali che trattiamo oggi quando affrontiamo il rapporto fra la scienza, la ragione e la fede. E tuttavia vediamo già molto chiaramente nella visione newtoniana dell'azione divina un passaggio importante dall'idea aristotelica e medievale in cui il creatore dota la natura di una sorta di «quasi-intelligenza». Come un agente, la natura agisce «con un fine» dicevano Aristotele e i suoi seguaci. La natura infatti agisce in base a principi immanenti di autosviluppo. Newton, invece, è già pienamente coinvolto dalla prima visione moderna chiamata solitamente «filosofia meccanica», in cui la natura è considerata come una sorta di insieme innaturale di «materia» (atomi) preesistente, non intelligente, passiva, sulla quale un'intelligenza suprema ha imposto estrinsecamente un ordine. La distinzione fra teleologia «emergente», immanente e intrinseca di Aristotele e la nozione moderna di una imposizione estrinseca di ordine da parte di un agente è ancora attuale, con la grande ironia che molti sostenitori moderni del cosiddetto intelligent design accettano senza discutere la moderna dicotomia tra natura e intelligenza, fra «legge» e «disegno».

In ogni caso, la passione con cui viene condotto il dibattito su scienza, ragione e fede si è riaccesa ancora una volta con veemenza quando ho pubblicato un articolo su quest'argomento sul «New York Times» del 7 luglio 2005.

Ma perché, sin da Galilei e Newton, queste domande vengono discusse con tale veemenza e passione? Fra gli eruditi le controversie sono sempre esistite, e sempre esisteranno. Il dibattito sulla questione se un manoscritto di recente scoperto contenga un'opera autentica di sant'Agostino o no, riguarda però una piccola cerchia di addetti ai lavori. La questione se l'universo, e in esso la nostra Terra, e su di essa noi uomini dobbiamo la sua nascita al «cieco destino» o a un «progetto saggissimo e buono», eccita invece gli animi di molti, poiché ne va delle questioni che ogni essere umano prima o poi si pone: «Da dove veniamo? Dove andiamo? Qual è il senso della vita?».

Ma queste domande non dovrebbero esser poste dapprima alla religione? È sensato attendersi una risposta dalle scienze (della natura)? Non chiediamo forse troppo alla scienza? Che accadrebbe, se gli scienziati sulla base delle loro ricerche sulla natura giungessero alla conclusione che il tutto sia da spiegare come risultato di un gioco cieco di caso e necessità? Non diviene allora infondata la risposta religiosa alle domande essenziali dell'essere umano, senza fondamento, come una ghirlanda che si libra nel vuoto, che senza motivo, senza fondamento afferma che esisterebbe un senso, un progetto che sottende tutto ciò, e che tutto avrebbe un fine ultimo, voluto da Dio e da Dio realizzato? A ciò si aggiunge: se l'asserzione secondo cui il mondo sarebbe la testimonianza di un progetto, di una finalità del creatore, fosse dimostrata infondata a livello scientifico, allora il credere in un creatore e nella sua previdenza sarebbe irragionevole. Allora il credere nella creazione potrebbe semmai basarsi soltanto su un credo quia absurdum. Ma una fede che si basi su un fondamento assurdo non sarebbe una fede, ma soltanto un'illusione. La fede nel creatore è un'illusione — come ad esempio Sigmund Freud ha tentato di dimostrare — che non ha alcun futuro?

Lo Scholium Generale di Newton fa parte di questo dibattito. Per Newton l'armonia delle orbite dei pianeti è un fenomeno che «non si può spiegare a partire da cause meccaniche». Questa compagine «elegantissima» può esser nata soltanto in virtù del consiglio e del dominio di un'intelligenza suprema. Dai fenomeni naturali si dedurrebbe la certezza riguardo al creatore.

Newton era nel giusto? Esiste dunque una «dimostrazione cosmologica dell'esistenza di Dio»? Alcuni fenomeni particolarmente complessi non depongono nettamente a favore di un «disegno intelligente» nella natura? Newton si spinge ancora oltre: dal cieco gioco di caso e necessità non può generarsi la varietà delle cose. Proprio il contrario afferma la teoria dell'evoluzione oggi diffusa: l'intera varietà delle specie è nata dal gioco privo di orientamento delle forze della mutazione e selezione. Per Newton, l'intera varietà delle cose è nata soltanto ed esclusivamente «dall'idea e dalla volontà» dell'essere supremo. E questa è per lui una certezza che gli deriva dalle sue ricerche. Oppure è segretamente vero il contrario? Che la sua fede nel creatore lo induce a vedere le cose sotto questa luce? Lasciamo per il momento in sospeso tale quesito.

Narriamo dapprima il celebre aneddoto raccontato da Voltaire: Newton sedeva una sera presso un albero di mele, nella fattoria dei genitori. «Cadde una mela dall'albero. Newton vide ciò e guardò la luna, che brillava nel cielo notturno. In quell'attimo pose la questione decisiva: “Se la mela cade sulla terra, perché la luna non cade?”. La forza di gravità con cui la terra attrae la mela, dovrebbe agire allo stesso modo sulla luna, più lontana ma a portata della terra» (Rudolf Taschner, Das Unendliche. Mathematiker ringen um einen Begriff, Berlin-Heidelberg, 2006, ii, p. 52). Ebbene, la luna non cade sulla terra. Se fosse ferma, ciò accadrebbe. Poiché però si muove armoniosamente, senza la forza di gravità della terra si allontanerebbe da questa. Entrambe le forze agiscono insieme (cfr Taschner, loc. cit., p. 53). Newton ha calcolato questo concorso di forze. Era però convinto che questi movimenti regolari non possono essersi generati per cause meccaniche, ma «soltanto in virtù del consiglio» e del dominio di un ente intelligente supremo, che noi chiamiamo Dio.

Così uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi concludeva che l'evidenza scientifica mostra che Dio è direttamente coinvolto nella creazione e nel governo del Sistema solare. Ma dietro questo argomento si celava un problema profondo. Newton suppose a tal riguardo che la provvidenza divina interviene continuamente, per garantire la stabilità dell'orbita dei pianeti e del sistema solare (cfr Stanley L. Jaki, Intelligent Design?, Port Huron, MI, Usa, 2005, p. 12). Senza un simile e ripetuto intervento speciale del creatore, i calcoli matematici di Newton indicavano che l'ordine delle orbite dei pianeti non sarebbe spiegabile.

Leibnitz — interlocutore di Newton altrettanto brillante — aveva una visione molto differente dell'azione divina e della divina onnipotenza. Egli rimproverava a Newton che secondo la sua dottrina «Dio avrebbe bisogno ogni tanto di caricare il suo orologio, che altrimenti si fermerebbe»; secondo Newton l'opera di Dio sarebbe «così imperfetta, che Dio è costretto, di tempo in tempo, a ripulirla con lavoro straordinario, e anche ad aggiustarla, come fa un orologiaio con la sua opera». Leibnitz ritiene che ciò rappresenti un degrado dell'onnipotenza divina, contrapponendo a questa la propria dottrina del «bell'ordine prestabilito» in cui si mostrano la saggezza e la potenza di Dio (vedi Samuel Clarke, Briefwechsel mit G. W. Leibnitz von 1715/1716, a cura di Ed Dellian, Amburgo, 1990, pp. 10 sgg.; cfr E. Dellian, Die Rehabilitierung des Galileo Galilei oder Wie die Wahrheit zu messen ist, Berlino, 2006, stampa privata, p. 326).

La visione di Leibnitz fu rivendicata di lì a un secolo. Poco meno di un secolo dopo il grande fisico Laplace, con una gran quantità di dati aggiuntivi sul Sistema solare, e con meglio sviluppata fisica matematica della meccanica celeste, riuscì a fornire una spiegazione puramente «meccanica» delle orbite dei pianeti. Fu in quel senso piuttosto restrittivo e perfettamente ragionevole — il senso in cui aveva concluso che Dio non aveva bisogno di «intervenire» per mantenere i pianeti nelle loro orbite precise — che disse la famosa frase a Napoleone, che preoccupato gli chiedeva quale fosse il posto di Dio in quella spiegazione: Je n'ai pas besoin de cette hypothèse. Qui troviamo uno dei migliori esempi (in realtà piuttosto rari, nonostante la loro fama) del cosiddetto problema definito God of the gaps per tutto ciò che è associato a una visione religiosa del mondo.

Laddove Dio deve riempire le lacune del sapere, il suo posto diviene sempre minore con ogni scoperta che riesce a spiegare qualcosa fino ad allora inspiegabile. Queste «nicchie di sopravvivenza» del creatore sono divenute sempre più ristrette, e quanto maggiore è stato il successo delle scienze naturali, tanto più sicuri si sentivano tutti quegli appartenenti alla scientific community che affermavano che un giorno «l'ipotesi di Dio» sarebbe divenuta del tutto superflua.

Tuttavia tutto il problema definito God of the gaps si trasforma in due idee tipicamente moderne (e false). La prima idea falsa è che l'intelligenza possa operare solo per manipolazione estrinseca di cose preesistenti e relativamente passive. Ma che ne è di questa idea se l'intelligenza è in un certo senso «fondata sulla natura»? La seconda idea falsa è l'intepretazione univoca della nozione di «causa». Spiegare qualcosa come la «causa» di un fenomeno naturale in termini di un processo prestabilito o meccanicamente continuo significa dare una spiegazione avvalendosi di ciò che gli antichi definivano causa materiale ed efficiente. Tuttavia non ci dice nulla della causa formale (la realtà di una «struttura rispondente a un modello» di una cosa naturale come causa irriducibile delle sue attività) né della causa finale (la realtà della tendenza delle cose naturali ad agire sempre nello stesso modo secondo la propria natura, ad agire «sempre o per la maggior parte del tempo»).

Fu in questo ambiente intellettuale moderno — dove il «disegno» veniva concepito solo come teleologia estrinseca e la «causa» era ridotta al solo significato di «palla di biliardo» — che entrò in scena Charles Darwin. Come il professor Stanley L. Jaki ha più volte dimostrato e accuratamente documentato, Darwin era «ossessionato» dall'idea di fornire una spiegazione scientifica plausibile dell'origine delle specie che potesse interamente fare a meno dell'atto separato della creazione divina. La sua «teoria della discendenza», che soltanto in seguito fu chiamata teoria dell'evoluzione, era una lunga argomentazione a favore di una spiegazione «intramondana», ossia puramente materiale, meccanica, dell'«origine delle specie». Laddove Newton affermava ancora che dalla cieca necessità non poteva generarsi alcun mutamento e quindi alcuna varietà delle cose, poiché ciò sarebbe possibile soltanto a partire dall'idea divina e dalla volontà divina, in Darwin valeva il contrario: l'intera varietà delle specie ha origine nelle mutazioni casuali e nelle loro opportunità di sopravvivenza. Il che non rende necessario alcun intervento separato del creatore.

Secondo le ricerche approfondite di Jaki, non resta dubbio alcuno sul fatto che Darwin, con la sua teoria, intendesse favorire la vittoria scientifica del materialismo. E Dio sa che non era l'unico a volerlo, nell'Ottocento. Non per caso Karl Marx e Friedrich Engels hanno salutato la teoria darwiniana come il fondamento scientifico della loro teoria. Questa componente ideologica della teoria darwiniana è probabilmente anche la causa principale del fatto che sino a oggi di essa, dell'evoluzione e creazione, si continui a discutere con altrettanta intensità e passione che in passato. Il dibattito degli ultimi mesi l'ha dimostrato ancora una volta chiaramente. Per questo ritengo che il mio primissimo compito sia apportare chiarezza al dibattito con i mezzi della filosofia della natura.

L'argomentazione si articola in vari passaggi. Innanzitutto dobbiamo recuperare l'idea di ciò che il moderno metodo scientifico è in grado di spiegare e di ciò che intrinsecamente non è in grado di spiegare. Dobbiamo riconoscere che con il suo metodo non si può considerare direttamente una «causalità dall'alto in basso» e si può solo procedere mediante spiegazioni matematiche e meccaniche. Per esempio, la ricerca neurobiologica può scoprire nel dettaglio il sostrato fisico/neurologico dei processi mentali. Tuttavia le neuroscienze non possono «dimostrare» che la mente sia riducibile senza ricorrere al cervello in quanto i loro metodi non sono in grado di orientarsi nelle realtà immateriali (infatti, una buona neuroscienza suggerisce perlomeno l'irriducibilità della mente al cervello). In breve, dobbiamo superare lo scientismo dominante nella nostra cultura. Lo «scientismo» si potrebbe opportunamente definire come la filosofia (in genere implicita e non riconosciuta) secondo la quale la scienza moderna è l'unica via per ottenere la conoscenza oggettiva della realtà.

Dove, nella teoria di Darwin (e nei suoi sviluppi successivi) opera realmente la scienza e dove invece si tratta di elementi ideologici, legati a una visione del mondo ed estranei alla scienza? Occorre separare Darwin dal darwinismo, liberarlo dalle sue catene ideologiche e da una filosofia implicitamente riduzionista caratteristica di «tutta» la scienza moderna. Ci sono buone ragioni per supporre che sia possibile. In questo senso, dev'esser pur consentito esercitare critiche obiettive degli aspetti ideologici del darwinismo. Non mi rendo conto perché dovrebbe essere vietato (così afferma il dibattito negli Stati Uniti) porre nell'insegnamento delle scienze a scuola la questione di Dio, e non chiedersi mai se il materialismo (come visione del mondo altamente discutibile) possa essere insegnato insieme alla teoria darwiniana. Ciò non deve necessariamente accadere, a meno che le lezioni di biologia non vengano sovraccaricate ideologicamente di elementi estranei alla materia.

Ciò richiede inoltre una grande libertà nel discutere le questioni «aperte» della teoria dell'evoluzione. Spesso nella comunità scientifica si bloccano a priori tutti gli interrogativi rivolti ai punti deboli scientifici della teoria. Qui domina in parte una sorta di censura simile a quella che spesso in passato veniva rimproverata alla Chiesa. La questione decisiva non si pone però sul piano delle scienze naturali, e neppure della teologia, bensì si colloca fra entrambe: sul piano della filosofia della natura. Sono sempre più convinto che i progressi decisivi nel dibattito sulla teoria dell'evoluzione avverranno nella filosofia della natura, in ultima analisi nella metafisica. Farà bene a tutti noi addentrarci un po' più in profondità nei nessi filosofici del nostro dibattito.

Infatti c'è una cosa che il dibattito degli ultimi mesi mi ha mostrato chiaramente: è una riduzione se non persino una caricatura, ridurre tutto a un conflitto fra evoluzionisti e creazionisti. Questo semplificherebbe troppo le cose. La posizione «creazionista» si basa su un'interpretazione della Bibbia che la Chiesa cattolica non condivide. La prima pagina della Bibbia non è un trattato cosmologico sull'origine del mondo in sei giornate. La possibilità che il creatore si serva anche degli strumenti dell'evoluzione è accettabile per la fede cattolica. La questione è piuttosto se l'evoluzionismo (come visione del mondo) sia conciliabile con la fede in un creatore. Tale questione presuppone a sua volta che si differenzi fra la teoria scientifica dell'evoluzione e le sue interpretazioni ideologiche o filosofiche. Ciò presuppone dal canto suo che si addivenga a un chiarimento dei presupposti filosofici, di pensiero, dell'intero dibattito sull'evoluzione.

A tal proposito Adrian Walker (John Paul ii Institute, Washington D.C.) scrive in maniera specifica: «Un esempio classico di una simile variante problematica della teoria dell'evoluzione è ciò che definisco “darwinismo stretto”: la tesi secondo cui il concorso di mutazione (genetica) e selezione naturale sia una spiegazione sufficiente della nascita di nuove forme di vita. Poiché se mutazione e selezione bastano a spiegare tale nascita, non c'è in realtà alcuna ragione del perché la materia cieca non possa essere la prima origine della vita; una tesi che è (...) inconciliabile con la teoria cristiana della creazione» (ibid., pp. 55 sg.).

Spesso si cerca una via d'uscita nell'affermare che la biologia o in generale le scienze della natura sono materialistiche soltanto a livello metodologico, senza per questo professare il materialismo come visione del mondo. Anche se ciò fosse vero, resta comunque chiaro che quest'opzione metodologica è un atto spirituale che presuppone ragione, volontà, libertà. Basta già questo a dimostrare che limitando il metodo delle scienze naturali a processi meramente materiali non si può venire a capo della totalità della realtà.

Continua a possedere piena validità la frase di Newton secondo cui è compito della filosofia della natura fare asserzioni su Dio ex phaenomenis, a partire quindi dai fenomeni naturali. La fede cattolica afferma, insieme alla Bibbia della vecchia e nuova alleanza, che la ragione può riconoscere con certezza, benché non senza fatica, l'esistenza del creatore in virtù delle sue tracce nella creazione. Che cosa può dunque riconoscere la ragione? Innanzitutto che essa esiste, e che è qualcosa di più delle sue condizioni materiali.

Vorrei spiegare tutto ciò ricorrendo a un esempio aneddotico e ben comprensibile: il filosofo ebreo tedesco-americano Hans Jonas ha scritto nella maturità un'opera importante, l'Etica della responsabilità. Era chiaro secondo lui che non ha senso parlare di etica e responsabilità se non esistono lo spirito, l'anima, la ragione e il libero arbitrio. I geni non si assumono alcuna responsabilità. Essi non sono chiamati a rispondere del loro operato in tribunale, quando producono cellule tumorali. Neanche gli animali sono chiamati a rispondere del loro operato. Soltanto gli esseri umani esercitano responsabilità e sono chiamati a render conto del loro operato (al più tardi nel giudizio universale). La quotidianità è una confutazione costante del materialismo. In economia ad esempio sono chiamato a rispondere del mio operato. Le api e le formiche fanno delle cose inverosimili, ma il loro comportamento è guidato dall'istinto, per cui non sono responsabili dei loro errori. Soltanto gli esseri liberi sono responsabili dei loro errori. Benché la vita quotidiana confuti continuamente la visione materialistica, anche persone molto intelligenti incappano in quest'errore.

Hans Jonas ha così deciso di premettere alla sua Etica della responsabilità una confutazione filosofica del materialismo. Ha dato al libretto il titolo di Potenza o impotenza della soggettività, dove adduce subito il seguente aneddoto: tre giovani scienziati, destinati in futuro a divenire celebri studiosi, si incontrarono a Berlino nel 1845 e «si ripromisero (...) di far valere la verità secondo cui nell'organismo non agiscono altre forze se non quelle volgarmente fisico-chimiche». I tre restarono fedeli per tutta la vita al loro «giuramento». Hans Jonas afferma a tal riguardo: «Nella promessa solenne essi confidarono in un che di assolutamente non fisico, nel loro rapporto con la verità, per l'appunto in quella forza che governa il comportamento dei loro cervelli, cosa che poi però essi negavano in termini generali nel contenuto della solenne promessa» (ibid., pp. 13 sg.).

Ma quale forza è qui all'opera? Promettere qualcosa, sforzarsi di mantenere la promessa, correndo il rischio che si potrebbe anche non rispettarla: tutto ciò non può essere l'effetto di forze di natura prettamente materiali. Lo sviluppo di una teoria scientifica è un processo spirituale, persino quando la teoria in questione è materialistica. È nota l'osservazione ironica di Alfred N. Whitehead su quei darwinisti che rifiutano ogni finalità della natura: Those who devote themselves to the purpose of proving that there is no purpose constitute an interesting subject for study (The Function of Reason, Princeton, 1929, p. 12) («Coloro che si dedicano interamente al fine di dimostrare che non esiste alcun fine costituiscono un soggetto di studio interessante»). L'uomo percepisce se stesso come colui che pone finalità e fini. L'agire umano non sarebbe infatti pensabile se non come finalizzato. Non esiste esempio di un agire più finalizzato di quello scientifico, e in particolare del lavoro delle scienze naturali.

Com'è però la situazione del mondo infraumano? Com'è per gli animali, le piante, la natura inorganica, il cosmo stesso? Esistono qui dei fini? E se esistono, chi è che li stabilisce? Chi persegue dei fini laddove non esiste una volontà che se li prefigge? È questo probabilmente il quesito fondamentale nel dibattito su creazione ed evoluzione. Ci può essere d'aiuto un'osservazione di Darwin in una lettera del 1870 a Josph D. Hooker: I cannot look at the universe as a result of blind chance. Yet I can see no evidence of beneficent design, or indeed any design of any kind, in the detail (More letters of Charles Darwin, F. Darwin and A. C. Seward, New York, 1903, vol. 1, p. 321).

L'osservazione della natura, la ricerca sull'universo, sulla terra, sulla vita, ci parla con overwhelming evidence (sono i termini che ho usato sul «New York Times») di un ordine, di un progetto, di un aggiustamento (fine-tuning), di intenzione e fine. La questione è soltanto: chi è che riconosce il disegno? E come lo riconosce? Darwin dice di non riconoscere alcun tipo di disegno nei dettagli della sua ricerca sulla natura. Seguendo il metodo strettamente scientifico, quantitativo e misuratore, ciò in effetti non è possibile. Martin Rhonheimer dice a tal riguardo: «Ciò che noi effettivamente possiamo vedere e osservare nella natura, non sono né i progetti né le intenzioni, ma al massimo (...) il loro prodotto. Noi vediamo la teleologia, gli sviluppi finalizzati, e un ordine della natura che è adeguato al fine ed è bello. Non ci è dato di osservare se il principio che muove questi processi naturali siano effettivamente le “intenzioni” e i “progetti intelligenti”. Ciò che vediamo nella natura non è un disegno, ma qualcosa che deve necessariamente risalire a un disegno» (Pro Manuscripto, p. 4).

Noi diciamo sempre che «la natura» ha fatto le cose in un certo qual modo, le ha organizzate, e così via, come se «la natura» fosse un soggetto dotato di spirito, che si pone esso stesso dei fini e che opera mirando al loro raggiungimento. Anche i darwinisti più rigorosi, e lo stesso Darwin parlano a più riprese della natura in questa maniera «antropomorfica». Anche se poi si correggono e dicono, come Julian Huxley: At first sight the biological sector seems full of purpose. Organisms are built as if purposely designed (...) But as the genius of Darwin showed, the purpose is only an apparent one (Evolution in Action, New York, 1953, p. 7).

«La natura» si comporta come se avesse dei fini? San Tommaso d'Aquino nella «quinta via», la sua quinta «dimostrazione dell'esistenza di Dio», aveva indicato una strada in avanti. Le cose naturali corporee, egli dice, che di per sé non hanno conoscenza, agiscono in maniera finalizzata, come possiamo vedere, per raggiungere ciò che è bene per loro. Esse raggiungono il loro fine non per caso, ma intenzionalmente (non a casu, sed ex intentione). Ma non lo raggiungono a partire dalla propria intenzione, bensì da quella di un ente conoscente, che le dirige verso il fine come un arciere la freccia. Questo ente conoscente, che dirige le cose naturali verso il loro fine, lo chiamiamo Dio (Summa Theologiae q. 2, a.3).

C'è un testo affascinante di san Tommaso che dimostra con grande evidenza come si possa pensare l'operato del creatore, come egli «infonde» alla natura la sua finalità (ringrazio sinceramente il professor Rhonheimer di avermi indicato questo testo così importante): il testo è particolarmente d'aiuto poiché raffronta la natura all'arte ovvero alla tecnica (così infatti si può tradurre ars): «La natura si differenzia dall'arte/tecnica soltanto nel fatto che la natura è un principio attivo interno mentre l'arte/tecnica costituisce un principio esterno». Per poter interpretare il «principio interno» natura, san Tommaso opera un raffronto: «Se la tecnica della costruzione delle navi fosse immanente al pezzo di legno, allora la natura (del legno) produrrebbe la nave, così come normalmente avviene grazie alla tecnica». E in un brano seguente del testo Tommaso specifica nuovamente: «La natura non è altro che una certa arte/tecnica, ossia l'arte divina che è insita nelle cose, e mediante la quale le cose stesse si muovono verso un fine determinato (natura nihil est aliud quam ratio cuiusdam artis, scilicet divinae, indita rebus, qua ipsae res moventur ad finem determinatum)». E ancora una volta Tommaso illustra le sue parole con la metafora della costruzione delle navi: «Come se il costruttore di una nave potesse fornire ai pezzi di legno la capacità di muoversi da sé per la produzione della forma della nave» (In Physic., ii e xiv, n. 8).

Martin Rhonheimer commenta: «La natura si comporta secondo un fine (come se agisse secondo un progetto e in modo intelligente); ma poiché nella natura stessa non si possono individuare cause intelligenti e agenti a livello intenzionale, tale causa intelligente deve risiedere al di fuori della natura». Così come la nave conduce alla domanda: «Chi l'ha costruita?», allo stesso modo l'esperienza evidente di adeguatezza al fine, ordine e bellezza della natura conduce a chiedersi: «Da dove provengono?». La teoria dell'evoluzione, che si serve dei metodi delle scienze della natura, non può dare risposta a questa domanda, può soltanto ricercare le cause constatabili empiricamente nella natura e in essa agenti. «Per questo essa non può neanche affermare che la teoria dell'evoluzione dimostrerebbe che non esiste un Dio che progetta, il cui spirito è la causa della natura e della sua evoluzione». (Martin Rhonheimer, Pro Manuscripto, s. 11).

Un'affermazione spesso citata di George G. Simpson dice: Man is the result of a purposeless and materialistic process that does non have him in mind. He was not planned (The Meaning of Evolution, New Haven, 1949, p. 344). Se Simpson avesse detto: mediante il metodo meramente quantitativo e meccanicistico non si riesce a constatare alcun progetto secondo il quale l'uomo sarebbe nato, quest'affermazione potrebbe corrispondere al vero. Questa maniera di vedere le cose non è però «data per natura», ma è un'opzione volontaria, metodica, altamente finalizzata allo scopo. La consapevole limitazione della maniera di vedere a ciò che è quantificabile, numerabile e misurabile, alle condizioni e ai contesti materiali, ha reso possibili gli enormi successi delle scienze della natura. Ma sarebbe altamente problematico se si volesse dichiarare come semplicemente non esistente ciò che qui metodicamente è stato escluso dalla considerazione, a cominciare dalla ragione e dal libero arbitrio che rendono possibile tale scelta.

È vero: il codice genetico dell'uomo si differenzia soltanto in misura minima da quello dello scimpanzè. Ma soltanto all'uomo verrebbe in mente di fare ricerche sul proprio codice genetico, nonché su quello dello scimpanzè! Un'idea non riduzionista e filosofica della natura non potrebbe anche aiutarci a ottenere una visione più chiara nel dibattito di cui ci stiamo qui occupando? Consentitemi di illustrare succintamente, in base a tre esempi, la problematica tipica del dibattito sull'evoluzionismo.

Il primo esempio è il concetto di «specie». Il celebre libro di Darwin s'intitola The origin of species. Ma esistono davvero, le specie? Il metodo meramente quantitativo riesce a comprenderle? Nella teoria dell'evoluzione c'è posto per loro? Non è forse vero che tutto ciò che chiamiamo specie non è che un'istantanea nell'ampio flusso dell'evoluzione? I concetti di specie, genere, regno (regno animale e vegetale) non sono forse soltanto nomina nuda, senza una realtà corrispondente? A livello di misurabilità e quantificabilità, species e genera sono parole vuote. Ma gli occhi dello spirito comprendono perfettamente che esiste la specie «gatto» (e proprio il Santo Padre Papa Benedetto, amante dei gatti, ne è un sicuro testimone!). La differenziazione fra il cane e il gatto è pertanto già di per sé non scientifica?

Ancora più evidente è la necessità di fidarsi degli «occhi dello spirito» quando ne va della questione che oggi viene più volte respinta come «non scientifica» perché in ultima analisi è metafisica, e si trova al di là di ciò che è meramente materiale: la questione della «forma dell'essenza». «Mentre la ragione umana comune afferma che cose come gli alberi o gli elefanti sono appunto cose, esseri autonomi, che sono ben più che non la mera somma delle loro componenti materiali, la teoria materialistica dell'evoluzione li riduce (...) a mere trasformazioni epifenomeniche della materia, che diviene così l'unica realtà ultima essenziale all'interno del cosmo. In ultima analisi allora non esisterebbero gli alberi né gli elefanti, soltanto aggregati temporanei di proprietà naturali» cui noi attribuiamo questi nomi (Adrian Walker, op. cit., p. 59).

Per superare la visione materialistica dell'evoluzionismo, occorre pertanto innanzitutto recuperare alla scienza il concetto di forma o configurazione (nel senso aristotelico o goethiano). Il grande zoologo svizzero Adolf Portmann ha messo in evidenza in particolare questo punto nella sua critica al darwinismo. Tutto ciò che è vivente si presenta come forma, come espressione di un'interiorità che va oltre le sue componenti materiali. La ricerca dettagliata biochimica può prescindere a livello metodologico dalla questione della forma, della configurazione, ma se non vuole diventare una scienza cieca non può prescindere, alla lunga, dal chiedersi che cosa rende la pianta, che cosa rende il cane ciò che essi sono.

E vengo così al mio terzo esempio. Leggere le tracce di Dio nel creato, è cosa che compete alla scienza? Gli antichi, da Copernico a Galilei a Newton, ne erano convinti. Oltre al libro della Bibbia, essi conoscono il libro del creato, in cui il creatore ci parla in un linguaggio leggibile e percepibile (cfr Richard Schaeffler, Lesen im Buch der Welt. Ein Weg philosophischen Sprechens von Gott?, In: Stimme der Zeit, 2006, pp. 363-378).

Ciò di cui la visione materialistica della scienza non tiene conto è lo stupore sulla «leggibilità» della realtà. L'indagine scientifica della natura è possibile soltanto perché ci fornisce una risposta. La natura è configurata in maniera tale che il nostro spirito riesce a penetrare nelle sue leggi di costruzione. Come ho detto lo scorso anno in un mio articolo su «First Things», il bel giornale di questa città, «Il mondo naturale non è niente di meno che una mediazione fra menti: la mente illimitata del creatore e le nostre limitate menti umane. Res ergo naturalis inter tuos intelluctus constituta come afferma san Tommaso».

Che cosa è più evidente della supposizione che la possibilità di indagare e quindi (benché faticosa e soltanto parziale) la conoscibilità della realtà derivano dal fatto che essa porta la «firma» del suo autore? Dio parla nel linguaggio del suo creato e il nostro spirito, che è anch'esso sua creazione, riesce a percepirlo, ad ascoltarlo, a comprenderlo. È questo in ultima analisi il motivo per cui la scienza moderna è cresciuta proprio sulla terra fertile della fede giudaico-cristiana nella creazione? La visione materialisticamente ristretta della scienza scambia le lettere per il testo. La ricerca e l'analisi delle lettere materiali è il presupposto per poter leggere il testo. Ma esse non sono il testo stesso, bensì il suo supporto materiale. Anche qui si vede ancora una volta, come già nell'esempio del medico, che la scienza che si limita soltanto alle condizioni naturali è «monca di una mano» e quindi «unilaterale». Le manca ciò che definisce l'uomo come tale: il dono di potersi sollevare sopra le condizioni materiali grazie alla ragione e all'intuizione, e di spingersi fino al senso, alla verità, al «messaggio dell'autore del testo».

Concludo le mie riflessioni. Ho asserito che dobbiamo sostenere la tradizione cattolica e cristiana e la sua fede in un creatore buono, nel suo «progetto intelligente del còsmos» (Papa Benedetto xvi, udienza generale del 13 novembre 2006). Sosteniamo l'antica idea — elaborata per la prima volta dai filosofi greci pagani e dai monoteisti ebrei e fortemente ribadita dai primi cristiani eredi di entrambe le tradizioni — secondo la quale la ragione è in grado di discernere l'intelligenza nel e dietro il grande ordine naturale che rende possibile la scienza moderna.

Ma concludiamo con una nota diversa che è più cupa e tuttavia decisamente aperta alla speranza di qualsiasi altro prodotto della filosofia e della scienza naturali. La scienza moderna può portare a chiederci perché questo cammino complicato, laborioso e apparentemente «barbarico» di evoluzione cosmica? Perché i suoi innumerevoli tentativi, i suoi vicoli ciechi, i suoi miliardi e miliardi di anni e di espansione dell'universo? Perché le esplosioni gigantesche delle supernovae, gli elementi che si amalgamano nella fusione nucleare delle stelle, la macina instancabile dell'evoluzione biologica con i suoi infiniti inizi e estinzioni, le sue catastrofi e crudeltà, fino ad arrivare alle indicibili brutalità della vita odierna e della sopravvivenza? Non è forse più sensato considerare il tutto come il gioco cieco della casualità di una natura priva di progetto? Non è più onesto questo, che non i tentativi di teodicea di un Leibnitz, cui vengono a mancare gli argomenti? Non è forse più plausibile dire semplicemente: sì, il mondo è per l'appunto così crudele?

E vengo alla conclusione di queste riflessioni.

Giunti al termine delle nostre riflessioni occorre dire una cosa: non cerchiamo di voler affrettatamente mostrare l'intelligent design ovunque, in maniera apologetica. Come Giobbe, anche noi non conosciamo la risposta al dolore. Abbiamo ricevuto soltanto una risposta, quella scritta da Dio. Il lògos attraverso il quale e nel quale tutto è creato, è divenuto carne e con essa l'intera storia dell'universo, l'evoluzione, con i suoi lati grandiosi e orribili. Si è assunto su di sé l'intera negatività del dolore, della distruzione e soprattutto del male morale. La croce è la chiave del progetto e consiglio divino. Per quanto importante ed essenziale sia un approfondimento rinnovato della filosofia della natura, il lògos della croce è l'ultima saggezza divina. Perché con la sua santa croce ha conciliato il mondo intero. Ma la Croce è la porta della resurrezione.

Se la resurrezione di Cristo è, come ha detto Papa Benedetto nella sua prima omelia di Pasqua, «l'esplosione dell'amore» che sciolse l'intreccio fino ad allora indissolubile del «muori e divieni», allora anche noi possiamo dire: questo è il traguardo «dell'evoluzione». Noi conosciamo anche il suo significato a partire dalla sua fine, dal suo completamento. Anche se a volte appare privo di meta o di direzione nelle sue singole fasi, il lungo cammino ha avuto uno scopo nella Pasqua e da essa in poi. Non è che «il cammino è lo scopo», ma piuttosto la resurrezione e il secondo avvento del Signore sono lo scopo del cammino.

*Cardinale, arcivescovo di Vienna

  





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