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Lunedì, 21 Luglio : 2008
LA GIORNATA POLITICA
DI PIERFRANCESCO FRERE'
Con la manovra in dirittura d'arrivo alla Camera, la crisi economica d'autunno alle porte, il caso Alitalia ancora aperto, Silvio Berlusconi avrebbe evitato volentieri l'infuocata polemica sui simboli dell'unità nazionale innescata inopinatamente dal "Bossi bifronte". L'impressione che anche la maggioranza di centrodestra uscita dalle elezioni debba fare i conti con un leader "di lotta e di governo", come il precedente esecutivo, infatti, condiziona inevitabilmente il profilo innovativo del Pdl e l'autonomia del premier: Walter Veltroni e Antonio Di Pietro avanzano apertamente il sospetto che il Senatur punti con le sue forzature a blindare una sorta di scambio federalismo-giustizia. Il silenzio del premier (che in serata si è sentito Bossi per un chiarimento) tradisce le difficoltà: non è in discussione il rapporto politico personale, ma certo il profilo esterno della coalizione.
Così è toccato ai presidenti delle due Camere Gianfranco Fini e Roberto Schifani condannare duramente il gestaccio del leader leghista all'inno nazionale, e al Quirinale far trapelare la soddisfazione per un richiamo giudicato ineludibile. Il triangolo istituzionale, in altri termini, ha isolato la Lega e il dibattito parlamentare ha fatto il resto: i lumbard sono rimasti soli a difendere le parole del capo, ribadendo che la gente del Nord vuole cambiare, i politici invece no. Ma quali politici? L'accusa generica mossa dai banchi stessi della maggioranza ha finito per aprire una frattura all'interno del Pdl, dove Italo Bocchino di An è sembrato assai più severo dell'azzurro Fabrizio Cicchitto nella critica al Senatur. E l'ira di Bossi, secondo il quale Fini avrebbe fatto meglio a tacere, riapre di fatto vecchie ferite che sembravano dimenticate.
L'interrogativo è se il leader del Carroccio si sia davvero fatto trascinare dalla concitazione davanti a una platea "calda" (per usare le sue parole) o se piuttosto - come pensa Veltroni - abbia voluto lanciare un messaggio trasversale agli alleati e anche agli avversari. E in questo caso quale sia la natura di tale messaggio. Secondo Pier Ferdinando Casini, l'opposizione farebbe bene a ricordarsi di avere alternativamente oscillato tra la speranza di utilizzare la Lega per destabilizzare il centrodestra e la denuncia della sua pericolosità; cosa che Marco Follini ammette implicitamente quando parla del comportamento leghista come di un monito a quanti nel Pd hanno dato troppa corda a Bossi. La maggioranza sembra invece credere alla necessità del Senatur di tenere sotto pressione la sua base elettorale, ma serpeggia anche la preoccupazione che il Carroccio cominci a ritenere a rischio il traguardo federalista. Fini ha ricordato a Bossi come le riforme non si possano fare offendendo i sentimenti degli italiani; anche nel Pd del resto si dice esplicitamente che con questo clima il dialogo è sempre più faticoso.
Difficile credere che Bossi potesse ritenere senza conseguenze la sua offesa all'inno di Mameli, non del tutto ritirata nemmeno a posteriori. Il Senatur parla di strumentalizzazioni ma è come se abbia voluto lanciare un segnale a Berlusconi, rispedendo al mittente il ben chiaro "simul stabunt..." evocato dal premier in occasione dello scontro sulla giustizia: se il Cavaliere non fa passi indietro nel suo campo, nemmeno il Carroccio è disposto a farne in quello federale, soprattutto in vista di un autunno caldo in cui a tutti (ministeri ed enti locali) saranno chiesti nuovi e pesanti sacrifici economici. Si vedrà ben presto quali saranno le conseguenze sull'alleanza di un Bossi "stretto tra due fuochi" per sua stessa ammissione: già in passato infatti si è dimostrato che le riforme non hanno speranza se non varate su base bipartisan e sembra difficile che quella federale possa passare in uno scenario di guerra a tutto campo sulla giustizia. Con ogni probabilità dunque Bossi dovrà cercare nuove strategie senza ignorare le mosse del centro, dove l'Udc ha manifestato una inattesa capacità manovriera.
Così è toccato ai presidenti delle due Camere Gianfranco Fini e Roberto Schifani condannare duramente il gestaccio del leader leghista all'inno nazionale, e al Quirinale far trapelare la soddisfazione per un richiamo giudicato ineludibile. Il triangolo istituzionale, in altri termini, ha isolato la Lega e il dibattito parlamentare ha fatto il resto: i lumbard sono rimasti soli a difendere le parole del capo, ribadendo che la gente del Nord vuole cambiare, i politici invece no. Ma quali politici? L'accusa generica mossa dai banchi stessi della maggioranza ha finito per aprire una frattura all'interno del Pdl, dove Italo Bocchino di An è sembrato assai più severo dell'azzurro Fabrizio Cicchitto nella critica al Senatur. E l'ira di Bossi, secondo il quale Fini avrebbe fatto meglio a tacere, riapre di fatto vecchie ferite che sembravano dimenticate.
L'interrogativo è se il leader del Carroccio si sia davvero fatto trascinare dalla concitazione davanti a una platea "calda" (per usare le sue parole) o se piuttosto - come pensa Veltroni - abbia voluto lanciare un messaggio trasversale agli alleati e anche agli avversari. E in questo caso quale sia la natura di tale messaggio. Secondo Pier Ferdinando Casini, l'opposizione farebbe bene a ricordarsi di avere alternativamente oscillato tra la speranza di utilizzare la Lega per destabilizzare il centrodestra e la denuncia della sua pericolosità; cosa che Marco Follini ammette implicitamente quando parla del comportamento leghista come di un monito a quanti nel Pd hanno dato troppa corda a Bossi. La maggioranza sembra invece credere alla necessità del Senatur di tenere sotto pressione la sua base elettorale, ma serpeggia anche la preoccupazione che il Carroccio cominci a ritenere a rischio il traguardo federalista. Fini ha ricordato a Bossi come le riforme non si possano fare offendendo i sentimenti degli italiani; anche nel Pd del resto si dice esplicitamente che con questo clima il dialogo è sempre più faticoso.
Difficile credere che Bossi potesse ritenere senza conseguenze la sua offesa all'inno di Mameli, non del tutto ritirata nemmeno a posteriori. Il Senatur parla di strumentalizzazioni ma è come se abbia voluto lanciare un segnale a Berlusconi, rispedendo al mittente il ben chiaro "simul stabunt..." evocato dal premier in occasione dello scontro sulla giustizia: se il Cavaliere non fa passi indietro nel suo campo, nemmeno il Carroccio è disposto a farne in quello federale, soprattutto in vista di un autunno caldo in cui a tutti (ministeri ed enti locali) saranno chiesti nuovi e pesanti sacrifici economici. Si vedrà ben presto quali saranno le conseguenze sull'alleanza di un Bossi "stretto tra due fuochi" per sua stessa ammissione: già in passato infatti si è dimostrato che le riforme non hanno speranza se non varate su base bipartisan e sembra difficile che quella federale possa passare in uno scenario di guerra a tutto campo sulla giustizia. Con ogni probabilità dunque Bossi dovrà cercare nuove strategie senza ignorare le mosse del centro, dove l'Udc ha manifestato una inattesa capacità manovriera.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).













