In questo forum, sono graditi interventi da parte di persone che - sia pur mantenendo magari il loro ingresso con una user name - firmano i loro interventi con almeno il loro nome (vero) di battesimo perché parlare di cose serie, magari con Lupo Alberto o Orco felice non è molto "stimolante".
Se poi qualcuno avesse anche la "pretesa" di portarci un "verbo" tecnico o professionale che sia, allora sarà INDISPENSABILE che, qui come nell'altra area "tecnica", si registri con il suo nome e cognome esatto, qualifica ecc fornendo quindi tutti i dati necessari a soppesare e poter dare il giusto valore al quanto scriverà.
Anche qui riporto una massima che molto si addice ad argomenti seri che richiederebbero la mobilitazione e l'aiuto di tutti partendo dalla presa d'atto di un problema che esiste e che potrebbe (non lo si augura ma ...) accadere anche a qualche loro congiunto.
Non c'è niente di più deleterio e falso, infatti, del pensare:
"sono cose troppo brutte ... non è possibile .... OPPURE ... ma no, a noi non possono accadere"
Ascoltate quindi un consiglio, sarà quanto mai opportuno il "pensarci" ora perché poi:
“In Germania prima diedero la caccia ai comunisti, e io non protestai perché non ero comunista. Poi diedero la caccia agli ebrei, e io non protestai perché non ero ebreo. Poi fu la volta dei sindacalisti: non feci sentire la mia voce perché non ero sidacalista; e la volta dei cattolici, e io non alzai la mia voce perché non ero cattolico. Alla fine si accanirono su di me e in quel momento non c’era più nessuno a protestare” (Martin Niemoller) |
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 Si impicca, fu stuprata sei anni fa (sviluppi)
Sabato, 12 Luglio : 2008
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Si impicca,
fu stuprata sei anni fa
GIOVANNA ZUCCONI
Ogni stupratore è sempre un assassino. Se anche la sua vittima continua a respirare, per anni o per decenni, ne avrà comunque uccisa la vitalità più intima. Lei sarà morta, pur vivendo.
Dopo Federica, e in fin dei conti allo stesso modo sia pure molto più lentamente, hanno ucciso Valentina. Ieri, a Torino. Aveva ventinove anni, stava per laurearsi in psicologia. È stata una viva-morta per sei anni, da quando un gruppo di sciagurati l’ha violentata. Ieri ha deciso di diventare una morta-morta, e si è uccisa. È una storia orribilmente dolorosa, anche solo da raccontare. Dice, la storia di Federica, che non è vero che il tempo guarisce e lenisce, né che ogni ferita prima o poi si cicatrizza: guariscono appunto le ferite, non la morte, neppure quella morte travestita di segreto e di vergogna che è lo stupro. Federica è stata strangolata, Valentina si è tolta il respiro in solitudine con una corda, e il suo strangolamento è durato sei interminabili anni.
Occorre forzarsi a immaginare quello che è disumano anche solo immaginare. Una catena di sofferenza che corre e correrà attraverso gli anni, le persone, le generazioni, con il tempo che la moltiplica anziché, come è comodo e pietoso credere, attutirla.
C’era, dunque, una ragazza di Casale Monferrato, con un padre pittore, una mamma, una sorella minore, un futuro normale. Sei anni fa, a Milano, lo stupro ad opera di quello che è fin troppo clemente chiamare «branco». Costringiamoci, per una volta, a figurarci di quei momenti il suo terrore, il dolore: a sentirlo nel nostro, di corpo, per quanto (troppo poco) sia possibile provare a condividere l’esperienza di un’altra persona.
Intorno a Valentina scatta la rete degli affetti, c’è una depressione e viene curata, c’è il tentativo di ricominciare altrove e viene comprata una casa, a Torino. In quella casa, ieri mattina, l’hanno trovata i suoi genitori. Ogni genitore sa che l’unico pensiero davvero impensabile è quello della morte di un figlio: e più ancora quello del suicidio di un figlio. Ogni genitore si concede di immaginarla e di immaginarlo, per esorcizzarli: minuto dopo minuto, giorno dopo giorno, sempre, in un esercizio perenne di allarme e di sollievo. Ma soltanto la madre e il padre di Valentina possono sapere come hanno resistito, in questi sei anni, all’ansia per una figlia tanto infragilita dalla brutalità. Avranno anche sperato, certo: negli psicofarmaci perché smorzassero, nel silenzio per cancellare lo stigma, e nella scelta degli studi di psicologia come reperimento di strumenti per aiutare se stessa e in futuro anche altri sofferenti.
Quel futuro non ci sarà, non per Valentina. Né si può chiamare «futuro» quello che toccherà ai suoi genitori, a loro volta vivi-morti per gli anni o i decenni durante i quali sopravvivranno a se stessi e alla loro bambina. Non è sempre vero che il tempo cura: il tempo trasmette il dolore, di corpo in corpo, di vita in vita. Qualche giorno fa, in un’intervista televisiva, la sorella di Rosaria Lopez, stuprata e uccisa al Circeo più di trent’anni fa, raccontava di essere fuggita da Roma, e di non avere mai smesso di piangere. E la sua ferita è diventata la ferita di sua figlia, perché non ha mai trovato le parole per raccontarle l’orrore di famiglia, e le ha riversato addosso un’apprensione mortifera.
Quegli stupratori che in una notte milanese hanno ucciso una ragazza, con una tortura durata sei anni, sappiano che fra anni e decenni continueranno a far soffrire i suoi genitori, sua sorella, i figli e le figlie non ancora nati di sua sorella, chissà quanti parenti e amici: tutti loro vittime. La violenza contagia, ed è ancora più odiosa se la si fa passare per il maschio sfogo di pochi attimi. Ora che è troppo tardi, se c’è una preghiera che ci sentiamo di rivolgere a un’eventuale entità misericordiosa, è che le vittime collaterali di questo crimine scoprano, almeno loro, che il tempo può cicatrizzare, e la vita essere vissuta da vivi.
Ultima modifica di Redazione il 15 Lug 2008 06:21, modificato 1 volta in totale
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 A Casale i funerali di Valentina - "Dopo lo stupro subi
Martedì, 15 Luglio : 2008
A Casale i funerali di Valentina
"Dopo lo stupro subito sei anni fa, non si era mai ripresa"
Casale Monferrato - 14/07/2008
Avrebbe compiuto 29 anni a fine luglio, Valentina Cavalli, la giovane casalese che si è tolta la vita nella sua abitazione di Torino, la città in cui stava per lauarearsi. Dietro a quel tragico gesto, c'è una storia drammatica iniziata circa sei anni fa, a Milano. Valentina - che all'epoca studiava da stilista nel capoluogo lombardo - subì violenza da parte di tre balordi, che immobilizzarono il suo ragazzo e la stuprarono in strada.
Da quel trauma, Valentina non si è mai ripresa, malgrado la volontà di provare a rimarginare quella ferita. «Ma non cercava vendetta - dice il padre Gian Paolo Cavalli, noto pittore casalese - né augurava ai suoi carnefici il carcere: sperava che si riscattassero. Questo suo pensiero privo di odio ci aiuta a reagire. Ci auguriamo che la sua storia possa essere di aiuto ad altre».
Sono stati proprio i genitori a trovare il corpo senza vita di Valentina, venerdì mattina.
Per fissare la data dei funerali, che saranno celebrati in Cattedrale a Casale, si attende il nulla osta dopo l'autopsia. I famigliari hanno chiesto di devolvere le offerte in memoria di Valentina a un fondo a favore delle donne vittime di violenza: la scelta dovrebbe essere definita in queste ore. E c'è chi propone di dedicare a Valentina Cavalli lo Sportello ascolto che sarà aperto dal Comune.
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 Lei si impicca dopo lo stupro, i suoi carnefici vanno al mar
Giovedì, 24 Luglio : 2008
La tragedia di Valentina - I figli di papà non finiscono in galera. Ascolta la canzone di Gabry Ponte dedicata alla vittima
Lei si impicca dopo lo stupro,
i suoi carnefici vanno al mare
* La ballata di Gabry Ponte per Valentina Cavalli
MILANO 24/07/2008 - Lei ha passato ogni giorno cercando di dimenticare quella notte. Loro hanno rimosso, scherzato, rinnegato. Lei ha affrontato il processo in silenzio, con la morte nel cuore. Loro le hanno riso in faccia. Lei voleva solo che le chiedessero scusa. Loro le hanno girato le spalle.
Sono passati solo 11 giorni dalla morte di Valentina Cavalli, 29 anni, la studentessa che si è impiccata perché non era riuscita a dimenticare lo stupro subito una notte di giugno di sei anni fa, a Milano. Oggi di questa storia fatta di lacrime e sangue rimangono solo le carte processuali, fredde e precise, e una bara coperta di fiori.
Una vicenda giudiziaria densa di mistero che ancora non è si conclusa e dalla quale emergono nuovi e inquietanti dettagli finora rimasti nell’ombra. Così come nell’ombra, all’epoca dei fatti, rimase il pestaggio subito da Valentina e dal suo fidanzato Lorenzo.
Nessun giornale o notiziario, allora, ne aveva parlato. Silenzio anche durante i due processi (di primo e secondo grado). Taciuti, pure, i nomi dei colpevoli. Ragazzi della “Milano bene”, si era detto. Ventenni istruiti e con un futuro promettente che una notte di giugno hanno massacrato di botte e violentato una giovane donna danneggiandole l’anima, oltre che il corpo, in maniera irrimediabile. “Bravi ragazzi” che non hanno scontato un solo giorno di carcere e che oggi sono liberi, in vacanza per l’esattezza, in attesa della sentenza della Corte di Cassazione. Yuri Papi, 24 anni, Matteo Miotto, 25 anni, Andrea C. (assolto in primo grado per non aver commesso il fatto). Questi i loro nomi.
Valentina li aveva guardati per tutta la durata del processo d’Appello, lo scorso 5 febbraio, e loro, per tutta la durata del processo, avevano riso e scherzato. Eppure lo sapevano che più che la vendetta, o la giustizia penale, erano le scuse che lei stava cercando.
Neanche dopo la notizia della sua morte i tre ragazzi si sono fatti vivi con la famiglia della vittima. Uno dei tre in questi giorni è in vacanza, in una spiaggia assolata.
Quella tragica notte del 9 giugno del 2002 è scritta nei verbali redatti dai poliziotti del commissariato Fiera, nella scheda compilata dai ginecologi della clinica Mangiagalli, nei documenti della Procura di Milano. Valentina Cavalli allora aveva 23 anni, da Casale Monferrato si era trasferita a Milano per frequentare l’università. Aveva fatto nuove amicizie, si era innamorata. Quella sera, con il suo fidanzato Lorenzo, era andata a un concerto al centro sociale “Il Cantiere”, in via Monte Rosa. Poco dopo la mezzanotte la coppia si era incamminata verso casa. Ad un tratto è spuntata una Mercedes di colore scuro. A bordo c’erano tre ragazzi. Hanno cominciato a urlare. Due di loro sono scesi dall’auto. Uno ha immobilizzato Lorenzo, l’altro si è avventato su Valentina. L’ha spinta a terra, poi contro un muro. L’ha colpita a schiaffi e pugni. L’ha palpeggiata nelle parti intime. Le ha infilato le mani dentro i pantaloni. In poche parole, l’ha violentata. La coppia è riuscita a divincolarsi. I tre sono saliti a bordo della Mercedes e sono scappati via. Valentina intanto ha chiamato il 113. Mentre camminavano per la strada semi-deserta, sconvolti e feriti, l’incubo si è ripetuto. La Mercedes è riapparsa e i due ragazzi sono stati colpiti di nuovo.
«È stato un pestaggio politico – dice oggi l’avvocato della vittima, Saverio Onesti – quei tre hanno sempre detto con orgoglio, anche durante il processo, di essere di destra. E probabilmente hanno voluto punire Valentina e il fidanzato in quanto frequentatori di un centro sociale».
Gli aggressori (che poi dichiareranno di essere stati «provocati» dalla coppia) sono riusciti a scappare. Ma per poco. Una volante della polizia li ha raggiunti poco dopo. Per i tre neppure un giorno d’arresto: sono stati indagati a piede libero.
(Un momento del funerale di Valentina)
Inizia il calvario giudiziario. In primo grado, l’11 novembre del 2004, Andrea C., che non ha partecipato attivamente alla violenza, viene assolto per non aver commesso il fatto. Papi e Miotto sono condannati entrambi a 2 anni di reclusione con sospensione condizionale della pena. L’accusa, oltre alle lesioni, è di violenza sessuale continuata in concorso.
Passano quattro anni. Valentina prova a dimenticare. Non ci riesce. Nel frattempo lascia Milano, si trasferisce a Torino, si iscrive alla facoltà di neuropsichiatria in un tentativo, estremo, di «rielaborare il dolore».
Quattro anni dopo, lo scorso 5 febbraio, la sentenza d’Appello, persino più leggera di quella in primo grado. Anche stavolta «gli imputati ridono per tutta la durata del processo», riferisce il legale, tanto che è il giudice stesso a richiamarli. Cinque mesi dopo, a sei anni esatti da quella notte, Valentina si impicca nella cucina del suo appartamento.
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 Un albero per Vale «Così può rivivere»
Giovedì, 24 Luglio : 2008
Valeria Cavalli illustra le iniziative per ricordare la sorella
Un albero per Vale
«Così può rivivere»
TORINO - «Valentina deve continuare a vivere e io farò di tutto perché possa farlo». Valeria Cavalli, sua sorella, passa i giorni a pensare a lei. Lo scorso venerdì, ai funerali, ha salutato per l’ultima volta la sua Valentina e l’altro ieri ha assistito allo spargimento delle ceneri. «Credo – dice la ragazza con i suoi grandi occhi azzurri - che l’unico modo per farla rivivere sia fare qualcosa per lei e per tutte le donne che, come lei, hanno subito un’ingiustizia: ho pensato ad un albero di melograno, simbolo di amicizia, vita e di giustizia: piantato in un parco o in un giardino, per non dimenticare queste donne».
E il pensiero di Valeria va anche alla giovane Federica Squarise e ai suoi genitori a cui vorrebbe portare una parola di solidarietà. Il primo albero di melograno è stato piantato il 19 luglio nel parco della Cittadella di Casale Monferrato, città dove le due sorelle hanno vissuto. A settembre, un altro albero sarà piantato in un parco di Pregnana milanese, un paese vicino Rho, in provincia di Milano, e la speranza di Valeria è che un altro ancora venga piantato in un parco di Torino, che quest’anno è la “Città dell’albero”. Ma Valeria ha un altro grande desiderio: la nascita, a Casale Monferrato, di un’associazione che porti il nome di Valentina: “L’Albero di Valentina”.
(Valeria Cavalli, la sorella di Valentina)
Valeria, di recente, ha aperto un conto corrente per raccogliere fondi. «Vorrei che questa associazione porti un messaggio di sensibilizzazione e prevenzione nelle scuole e sostenga i centri di ascolto e le case di accoglienza per donne che hanno subito violenza di ogni tipo». Donne senza giustizia, come Valentina. « Mi diceva – racconta Valeria – che quei ragazzi con le teste rasate e tatuaggi fascisti alle braccia avevano aggredito lei e il fidanzato solo perché uscivano da un centro sociale.
Li avevano investiti e trascinati per alcuni tratti di strada con la macchina, ma il capo d’accusa di tentato omicidio da subito si è perso nel processo. Solo Valentina e il suo fidanzato - continua Valeria – sono stati sottoposti ad esami, quei ragazzi no. Valentina era convinta che non avrebbero mai fatto un giorno di carcere, e che la galera non servisse a niente». Valentina avrebbe voluto una cosa soltanto. «Che arrivassero delle scuse da parte di quei ragazzi o dai loro genitori, ma non sono mai arrivate – prosegue Valeria -. Che gli anni in carcere per quei ragazzi si potessero trasformare in anni di lavoro e di impegno volontario, magari proprio in case di accoglienza per donne vittime di violenza: perché aprissero le loro coscienze. “In questo modo” diceva Valentina “avrebbero capito, forse, questa sofferenza che mi hanno provocato». Fino a quell’ultimo tragico gesto che ha lasciato chi l’amava con il vuoto nel cuore.
ViviCentro (art. 19 e 21)
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