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Il mondo visto da Roma. 27 Agosto
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Mercoledì, 27 Agosto : 2008

Il mondo visto da Roma


SANTA SEDE
La condanna del Papa: basta violenza anticristiana in India
Il Papa: San Paolo, modello di evangelizzatore

NOTIZIE DAL MONDO
Il nazionalismo hindù, colpevole della violenza anticristiana
Karekin II: la Chiesa armena, finalmente libera di evangelizzare

MEETING DI RIMINI
L’Ue sostenga i cristiani in India
Religioni verso una comune pedagogia della pace
Tre donne africane contro l'AIDS, testimoni dell'amore cristiano
La malattia le fa scoprire il senso della vita

UDIENZA DEL MERCOLEDÌBenedetto XVI traccia una breve biografia di San Paolo

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Santa Sede

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La condanna del Papa: basta violenza anticristiana in India

Il bilancio degli scontri parla di 11 morti

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 27 agosto 2008 (ZENIT.org).- Questo mercoledì il Papa Benedetto XVI ha levato con fermezza la propria voce di condanna dell'ondata di violenze anticristiane che sta sconvolgendo l'India.
Dopo due giorni di scontri tra estremisti hindù, il Papa, al termine della catechesi per l'Udienza generale del mercoledì cui hanno preso parte circa 8mila fedeli, ha detto: "Mentre condanno con fermezza ogni attacco alla vita umana, la cui sacralità esige il rispetto di tutti esprimo spirituale vicinanza e solidarietà ai fratelli e alle sorelle nella fede così duramente provati”.

“Imploro il Signore – ha proseguito – che li accompagni e sostenga in questo tempo di sofferenza e dia loro la forza di continuare nel servizio d'amore in favore di tutti”.

Successivamente, il Pontefice ha invitato “i leaders religiosi e le autorità civili a lavorare insieme per ristabilire tra i membri delle varie comunità la convivenza pacifica e l'armonia che sono sempre state segno distintivo della società indiana”.

Infine, dopo aver espresso “profonda tristezza” per le “violenze contro le comunità cristiane nello Stato indiano dell'Orissa” ha condannato anche il “deplorevole assassinio del leader indù Swami Lakshmananda Saraswati”.

Saraswati, guida degli estremisti del Visha Hindu Parishad, gruppo legato al  Bharatiya Janata Party, il più grande partito politico indiano, di impronta nazionalista-induista, da tempo conduceva una violenta campagna contro le conversioni al cristianesimo e di “rinascita dell’orgoglio nazionalista”

L'ondata di violenza è stata innescata proprio da questo omicidio, la cui responsabilità è stata attribuita ai cristiani.


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Il Papa: San Paolo, modello di evangelizzatore

Catechesi per l'Udienza generale del mercoledì


CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 27 agosto 2008 (ZENIT.org).- San Paolo rappresenta il modello dell'annuncio del Cristo, ha detto questo mercoledì Bendetto XVI in occasione dell'Udienza generale tenutasi nell'aula Paolo VI.

Riprendendo il ciclo di catechesi sulla figura di Paolo di Tarso, in occasione dell'anno giubilare a lui dedicato, il Papa ha voluto offrire ai fedeli una riflessione sulle tappe principali della vita dell'Apostolo delle Genti, dedicata “all’annuncio del Vangelo senza risparmio di energie”.

"Vediamo – ha detto il Pontefice – un impegno che si spiega soltanto con un'anima realmente affascinata dalla luce del Vangelo, innamorata di Cristo, un’anima sostenuta da una convinzione profonda: è necessario portare al mondo la luce di Cristo, annunciare il Vangelo a tutti”.

La riflessione del Santo Padre è partita dalla nascita di Paolo, avvenuta a Tarso, nell'odierna Turchia, dove era stato proconsole anche Cicerone, intorno all’8 d.C. Paolo è un ebreo della diaspora che parlava greco, aveva un nome di origine latina ed era insignito della cittadinanza romana.

"Paolo – ha detto il Vescovo di Roma – appare quindi collocato sulla frontiera di tre culture diverse, e forse anche per questo era disponibile a feconde aperture universalistiche, come si rivelerà nel corso della vita”.

San Paolo, ha proseguito, imparò anche un lavoro manuale, quello di “fabbricatore di tende”.

Il Papa si è soffermato poi sulla formazione giovanile di Paolo, che intorno all'età di 12-13 anni lasciò Tarso per recarsi a Gerusalemme dove fu educato da Gamaliele il Vecchio, “secondo le più rigide norme del fariseismo e acquisendo un grande zelo per la Torah mosaica”.

"Sulla base di questa ortodossia profonda che aveva imparato alla scuola di Hillèl, in Gerusalemme – ha spiegato –, intravide nel nuovo movimento che si richiamava a Gesù di Nazaret un rischio, una minaccia per l'identità giudaica, per la vera ortodossia dei padri”.

Ecco perché, ha aggiunto, Paolo ha “fieramente perseguitato la Chiesa di Dio”.

La sua conversione avvenne intorno al 34 d.C. sulla strada per Damasco, in Siria, dove si recò con l'incarico di imprigionare i cristiani di quella città.

Benedetto XVI ha quindi rivolto il suo pensiero ai viaggi missionari di San Paolo, per esortare i fedeli a seguire il suo esempio.

Il primo di questi, che toccò Cipro e l’Anatolia centro-meridionale, nell'attuale Turchia, fu in realtà affidato a Barnaba, un giudeo-levita nativo di Cipro, che fu uno dei primi ad abbracciare il cristianesimo, dopo la risurrezione di Gesù.

Il secondo viaggio viene invece intrapreso in prima persona da Paolo, dopo il cosiddetto Concilio di Gerusalemme, in cui gli Apostoli decidono di non imporre ai pagani convertiti l’osservanza della legge mosaica.

Durante il terzo viaggio, a Corinto, ha poi rammentato, Paolo scrive la più grande delle sue Lettere, quella ai Romani, che rappresenta la sintesi del suo annuncio. Durante questo viaggio, San Paolo viene arrestato e successivamente condotto prigioniero a Roma.

"Preghiamo – ha poi esorato il Papa – affinché il Signore, che ha fatto vedere la sua luce a Paolo, gli ha fatto sentire la sua Parola, ha toccato il suo cuore intimamente, faccia vedere anche a noi la sua luce, perché anche il nostro cuore sia toccato dalla sua Parola e possiamo così anche noi dare al mondo di oggi, che ne ha sete, la luce del Vangelo e la verità di Cristo".

Dopo la catechesi, rivolgendo alcune parole di saluto ai pellegrini di lingua francese presenti, Benedetto XVI ha quindi detto: “Possa l'esempio di San Paolo - ha detto - insegnarci a testimoniare infaticabilmente Cristo e affrontare con coraggio le prove della vita per metterle sotto lo sguardo di Cristo”.

“Mettiamo, come lui, gli affanni delle nazioni nelle nostre preghiere e nel nostro impegno missionario”, ha infine concluso.


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Notizie dal mondo

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Il nazionalismo hindù, colpevole della violenza anticristiana

L'angoscia dell'Arcivescovo di Cuttack-Bhubaneswar per la sorte dei suoi fedeli

KERALA, mercoledì, 27 agosto 2008 (ZENIT.org).- La vera causa dell'attuale persecuzione contro i cristiani in India non è religiosa, ma di tipo nazionalista e politico.
A denunciarlo è stato monsignor Raphael Cheenath, Arcivescovo di Cuttack-Bhubaneswar (la diocesi nella quale si sono verificati gli attacchi più violenti ai danni dei cristiani), al quotidiano vaticano “L'Osservatore Romano” e all'agenzia missionaria Asianews.

Al momento, il bilancio delle vittime è salito a 11. Inoltre, sono state distrutte molte parrocchie e istituzioni assistenziali, tra cui anche un orfanotrofio.

L'escalation di violenza è stata innescata dall'omicidio del leader induista Swami Laxmanananda Saraswati, attribuito ai cristiani.

Nonostante le condanne dell'assassinio da parte della Chiesa in Orissa e della Conferenza Episcopale dell'India, cui si sono aggiunte anche le altre confessioni, questo fatto ha provocato l'ondata più cruenta di violenze negli ultimi mesi.

I cristiani si sentono totalmente indifesi in un Paese in cui rappresentano il 2,4% della popolazione (i cattolici sono solo l'1%).

Anche se non si tratta del primo attacco sferrato contro i cristiani, il Vescovo ha dichiarato che in questo caso “il livello di violenza ha compiuto un balzo in avanti”, perché “allora la rabbia degli estremisti aveva trovato sfogo nella distruzione dei beni dei cattolici, ora invece è diretta contro le persone”.

Secondo monsignor Cheenath, esistono “forze ultra-conservatrici che usano pretesti pseudo-religiosi, come le presunte conversioni forzate, per imporre il loro controllo sulla società. Le folle li seguono in buona fede, spesso manipolate da false informazioni”.

Questo nazionalismo hindù – ha detto il presule in una nota diffusa dalla Conferenza Episcopale dell'India –, responsabile di alimentare l'odio contro i cristiani, è “come un cancro che corrode la coesistenza delle comunità religiose, principio alla base della società indiana”.

“Le radici di questo nazionalismo, sorto intorno all'organizzazione Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), che ha ispirato altri gruppi di fanatici, si trovano nel nazismo di Hitler”, ha commentato.

Uno dei fondatore del RSS, Golwalkar, era infatti un noto ammiratore di Hitler, e a lui si ispirò nei suoi scritti, ha spiegato il presule.

"Gowalkar rifiutava l'idea dell'India come di un Stato laico, e ad essa contrapponeva l'idea dell'Hindu Rashtra (sistema Hindù), nel quale non c'è posto per altre religioni”.

In merito alle accuse di proselitismo, il Vescovo ha detto che si tratta di voci infondate: “Noi cattolici non abbiamo mai fatto opera di proselitismo ma abbiamo sempre dato il buon esempio nelle opere assistenziali”.

“Noi cristiani, i cattolici in particolare, veniamo perseguitati soprattutto per il nostro impegno sociale in favore dei più poveri”, ha spiegato.

“Vorrebbero eliminare la Croce, però le sue radici sono troppo profonde, e il cancro del nazionalismo non prevarrà – ha aggiunto –. La Chiesa sarà la luce per molte generazioni future”.

Preoccupazione per i fedeli

L'Arcivescovo di Cuttack-Bhubaneswar, che, quando è scoppiata la violenza, si trovava in viaggio in Kerala per partecipare alla celebrazione dell'anniversario d'ordinazione di un suo confratello, si è detto molto preoccupato per la situazione dei suoi fedeli ed ha detto di voler ripartire al più presto per raggiungere la sua sede vescovile.

Il presule, che è costantemente in contatto telefonico con alcuni dei suoi collaboratori, si è mostrato particolarmente preoccupato per la sorte dei bambini dell'orfanotrofio di Panampur, nel distretto di Bargarh, poiché non si sa se sono riusciti a salvarsi dall'incendio provocato dagli estremisti che è costato la vita a una missionaria laica di nome Rajnie Majhie.

“La giovane missionaria laica è morta per essere rimasta indietro nell'edificio già in fiamme mentre tutti fuggivano all'esterno – ha detto –. Probabilmente il suo zelo l'aveva spinta ad accertarsi che tutti i piccoli orfani fossero effettivamente usciti”.

“I bambini insieme ad alcune suore si sono probabilmente nascosti nelle piantagioni delle vicinanze – ha continuato – . Tuttavia finora non posso dire nulla di preciso sulla loro sorte. Prego Dio che protegga queste vite innocenti”.

Monsignor Cheenath si è detto anche preoccupato per lo stato di saluto del Direttore dell'orfanotrofio, padre Edward Sequeira, rimasto gravemente ferito dopo essere stato picchiato dagli autori dell'incendio.

L'altro sacerdote di cui si ignora la sorte è padre Thomas, Direttore del centro di pastorale per la diocesi di Cuttack-Bhubaneswar, un altro degli edifici distrutto dagli estremisti.

“Questa – ha aggiunto – era un'opera che era costata tanti sacrifici ai fedeli delle mia diocesi. Eravamo molto orgogliosi dell'opera realizzata”.

Secondo quanto affermato dall'organo informato della Conferenza Episcopale dell'India, migliaia di militanti del Vishwa Hindu Parishad (VHP) hanno fatto irruzione nel centro di pastorale per la diocesi di Cuttack-Bhubaneswar al grido di “Uccidete i cristiani e distruggete le loro istituzioni”.

La stessa cosa è accaduta a un centro sociale a K. Nuagam, a una chiesa e alla casa parrocchiale a Kandhamal e poi a una cappella a Sundergarh.

I fondamentalisti hindù hanno assalito anche un pullmino delle suore di Madre Teresa a Bhavanipatni e uno delle suore del Preziosissimo Sangue a Udayagir.


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Karekin II: la Chiesa armena, finalmente libera di evangelizzare

Incontro del Catholicos di tutti gli armeni con un gruppo di pellegrini italiani


di Chiara Santomiero

ETCHMIADZIN, mercoledì, 27 agosto 2008 (ZENIT.org).- “Stiamo vivendo oggi uno dei periodi migliori della storia armena, anche sotto l’aspetto religioso e della vita spirituale”: lo ha detto il Patriarca supremo e Catholicos di tutti gli armeni, Karekin II, ricevendo a fine luglio, un gruppo di pellegrini italiani.

“Finalmente, dopo molti secoli, la Chiesa è completamente libera di agire e di evangelizzare il suo popolo”, ha detto il Karekin II ricevendoli a S. Echmiadzin, la sede del Patriarcato della Chiesa armena.

Echmiadzin significa: “Discesa dell’Unigenito”; secondo la leggenda, Cristo indicò in sogno con un martello d’oro a S. Gregorio l’Illuminatore - il santo apostolo che portò l’Armenia nel 301 a divenire la prima nazione convertitasi al cristianesimo -, il luogo dove doveva essere costruita la prima chiesa.

Attorno alla cattedrale, risalente al IV secolo, si estende quello che viene definito il “Vaticano” armeno, centro spirituale del paese dove “il nostro popolo – ha sottolineato Karekin II - per 1700 anni ha mantenuto la sua fede in Cristo in situazioni storiche molto difficili”.

“Abbiamo vissuto sotto il giogo islamico – ha spiegato Karekin II, riassumendo le tappe principali della storia della chiesa e della nazione armena – quando l’intolleranza era massima; il genocidio operato dai turchi ha dato un colpo fatale al nostro popolo anche sotto l’aspetto della vita religiosa; a tutto questo vanno aggiunti gli anni del comunismo ateo”.

“Il nostro popolo – ha proseguito il Patriarca di tutti gli armeni – ha conservato la fede cristiana nel suo cuore, ma la Chiesa non aveva la possibilità di illuminare, educare e far maturare questa scelta”.

“Molto spesso la fede cristiana si è tramandata come eredità familiare di generazione in generazione, con la coscienza che ogni figlio dovesse essere battezzato, in quanto il battesimo era avvertito come segno di appartenenza alla nazione. Se un bambino non era battezzato, non poteva considerarsi un armeno”.


“Per questo – ha affermato Karekin II – uno dei compiti principali che abbiamo davanti come Chiesa è l’educazione dei fedeli e per questo abbiamo chiesto e ottenuto di introdurre la disciplina della storia della Chiesa armena nell’insegnamento scolastico obbligatorio: per poter tramandare il sapere religioso ai nostri giovani”.

Tra le altre priorità della Chiesa armena, quelle della ricostruzione e dell’edificazione di nuove chiese e le attività sociali a favore dei più bisognosi. Il Patriarcato gestisce mense per i più poveri, orfanotrofi, due case di accoglienza per anziani, un ospedale dove accedono gratuitamente coloro che non possono pagare le cure mediche e dei servizi ambulatoriali presso alcune caserme e prigioni.

Si occupa inoltre di sostenere economicamente le famiglie che hanno accolto bambini rimasti senza genitori.

Un aspetto importante sono i rapporti ecumenici tra le chiese. “Con molta gioia – ha affermato Karekin II – posso dire che la chiesa armena ha rapporti di fraternità sincera con tutte le confessioni cristiane”.

“Se abbiamo problemi, sono legati alle sette o a quelle organizzazioni, svariatissime, che si rifanno al mondo protestante, sorte negli ultimi tempi in Armenia. Con tutte le chiese tradizionali – cattolica, ortodossa, anglicana, orientali calcedonesi – abbiamo invece rapporti amichevoli”.

Karekin II ha poi ricordato la visita di Giovanni Paolo II in Armenia nel 2001 e l’invito del Santo Padre Benedetto XVI che lo ha portato a Roma nello scorso maggio: “Con la Chiesa cattolica – ha detto –, i nostri rapporti sono intimi e calorosi”.

“Possano le Chiese cristiane – ha auspicato il Patriarca di tutti gli armeni concludendo l’incontro –, con sforzi riuniti, affrontare le difficoltà che i tempi moderni pongono alle chiese e ai loro fedeli”.


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Meeting di Rimini

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L’Ue sostenga i cristiani in India

Dal Meeting di Rimini proteste contro la violenza nel Paese asiatico

di Antonio Gaspari
RIMINI, mercoledì, 27 agosto 2008 (ZENIT.org).- Una voce diffusa di indignazione sale dal Meeting di Rimini contro le persecuzioni dei cristiani in India.

Mario Mauro, Vicepresidente del Parlamento Europeo, ha diffuso un comunicato in cui dichiara che “la libertà religiosa costituisce la cartina di tornasole per il rispetto di tutte le libertà e diritti dell’uomo”.

Mauro ha commentato con amarezza come “ancora una volta ci troviamo di fronte ad un attacco contro le comunità cristiane, l’ennesimo episodio di una persecuzione che sembra non avere fine”.

Secondo il Vicepresidente del Parlamento Europeo “la persecuzione dei cristiani nel mondo rappresenta una delle più feroci sfide contemporanee alla dignità della persona”.

Per questo motivo, ha proseguito Mauro, “la promozione dei nostri ideali di libertà e di giustizia deve diventare sempre di più il marchio dell’Unione europea contro chi si rifugia nell’ideologia per il suo progetto di potere”.

Nel corso dell’incontro sul tema “Misurare il desiderio di infinito? La qualità della vita”, svoltosi al Meeting di Rimini il 26 agosto, Giancarlo Cesana, docente universitario e dirigente italiano di Comunione e Liberazione, ha spiegato che il cristianesimo in India “rompe ogni sistema di caste e il grande fascino dell’esperienza cattolica e cristiana è proprio il fatto che ogni uomo è protagonista, anche un malato. Per questo siamo perseguitati”.


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Religioni verso una comune pedagogia della pace

Il Cardinale Jean-Louis Tauran interviene al Meeting di Rimini

di Mirko Testa
RIMINI, mercoledì, 27 agosto 2008 (ZENIT.org).- Mentre dall'India giungevano notizie sulla nuova ondata di violenza anticristiana perpetrata da estremisti hindù, al Meeting di Rimini, il 25 agosto, si è tenuto un colloquio sulla pace.

A intervenire sono stati Franco Frattini, Ministro degli Esteri, Amre Moussa, Segretario generale della Lega degli Stati Arabi e il Cardinale Jean-Louis Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso.

“Ci preme la pace – ha esordito il moderatore del dibattito, Mario Mauro, Vicepresidente del Parlamento Europeo –. Ques'ansia che vive nel cuore della persona umana”.

Nel suo intervento, Frattini ha posto l'accento sulla necessità di una nuova eleborazione del concetto di pace, non più intesa come “assenza di guerra” ma come “garanzia di accesso di tutti al godimento dei diritti fondamentali della persona”.

Ecco – ha affermato – che diventa fondamentale un dialogo rispettoso del proprio interlocutore, senza per questo dover “annacquare i propri valori”: “Deve prevalere l’inviolabilità di ogni persona come condizione imprescindibile per il dialogo, che non può portare al cedimento sui valori assoluti”.

“Oggi invece rischiamo il pensiero debole che attenua il richiamo alle proprie radici – ha avvertito –. Ma la rinuncia dei valori è solo un gesto di mancata sincerità”.

Nel prendere la parola Amre Moussa ha richiamato invece, il dovere di tutti a “non cadere prigionieri delle frange estremiste e dello scontro di civiltà”: “Spetta a noi opporci a tutti i comportamenti distruttivi, a tutte le reazioni violente”.
Moussa ha poi parlato dell'importanza di un'etica dello sviluppo in nome della pari dignità delle persone, perché aiutare il Terzo Mondo a riemergere vuol dire anche rifiutare le disparità e le ingiustizie che dividono i diversi popoli.

Il Segretario generale della Lega degli Stati Arabi, che riunisce 22 Paesi in rappresentanza di 300 miloni di persone, ha quindi toccato la questione palestinese, a suo avviso, un obiettivo imprescindibile per il conseguimento della pace.

Per questo, ha sottolineato l'importanza di dare vita a uno Stato palestinese, almeno entro la fine di quest'anno, e di “normali rapporti con Israele nel contesto di un accordo generale di pace che ripristini i confini”.

“La città di Gerusalemme deve essere la città della pace, la città di tutti e per tutte le religioni – ha affermato –. E l'obiettivo è di avere a Gerusalemme la capitale di entrambi gli Stati”.

Nel suo intervento il Cardinale Tauran ha quindi precisato che “le religioni sono fattori di pace”, intesa come “riflesso dell'armonia divina”, sebbene il paradosso che si vive oggi è che “le religioni fanno paura per le azioni di alcuni credenti che hanno tradito la propria fede”.

“Le ingiustizie, le malattie, le guerre di ogni tipo – ha detto il porporato – non sono una fatalità, ma la conseguenza di tutti i nostri egoismi (personali e collettivi), della nostra ignoranza, dei nostri errori non riconosciuti, della nostra incapacità a trarre insegnamento dalle esperienze - positive e negative - del passato”.

Sul cammino per la riconciliazione tra i popoli, ha detto, “la solidarietà è una priorità! Nessuna pace senza giustizia! Tutte le religioni invitano i loro seguaci alla compassione: un credente non può essere indifferente di fronte all'uomo che soffre o che è vittima di chi è più forte di lui”.

In questo contesto, ha aggiunto, “l'educazione alla pace, che comincia nella famiglia e nella scuola, è la migliore delle strategie per assicurare la tranquillità e l'armonia di domani”.

“Quindi i responsabili religiosi hanno il dovere di indicare la via da intraprendere per dare a ognuno la possibilità di scegliere, nella libertà e con responsabilità, la via giusta”.

Successivamente, ha osservato come spesso venga sottovalutato il patrimonio spirituale della preghiera che accomuna i fedeli delle diverse religioni.

“Ecco perché sono del parere – ha detto – che i credenti abbiano la missione di essere protagonisti di una vera e concreta 'pedagogia della pace', ovvero: primato della persona umana sullo Stato e sull'organizzazione economica della società; speciale attenzione alla giustizia; rifiuto della guerra quale mezzo per risolvere le controversie tra Stati; primato del diritto sulla violenza”.

Vitale, ha osserato, è il dialogo interreligioso nel rispetto delle reciproche identità e specificità, e l'impegno comune di tutti i fedeli nel “mobilitare le coscienze perché finalmente gli uomini capiscano che non possiamo essere felici gli uni senza gli altri e certamente mai gli uni contro gli altri!”.

“Alla fine – ha sottolineato il Cardinale Tauran –, basta ricordare che Dio continua a dire ai figli d'Abramo: 'non uccidere', 'ama il prossimo come te stesso', 'la tua religione non è autentica se tu non auguri all'altro ciò che tu auguri per te stesso'”.

“È un messaggio di cui l'umanità ha bisogno, specialmente i giovani, qui così numerosi – ha concluso –. A questi giovani, troppo spesso eredi senza eredità e costruttori senza modelli, dobbiamo dare o ridare il gusto di vivere e di vivere assieme”.


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Tre donne africane contro l'AIDS, testimoni dell'amore cristiano

di Antonio Gaspari
RIMINI, mercoledì, 27 agosto 2008 (ZENIT.org).- La sala era strapiena, tanto che gli organizzatori hanno deciso di collegarla in diretta con gli altri spazi della Fiera. Le relatrici hanno raccontato esperienze che sono un inno alla vita, e la gente è uscita con gli occhi umidi dalle lacrime.

Martedì 26 agosto si è svolto al Meeting di Rimini, l’incontro dal titolo “Si puo vivere cosi”. Tre donne africane Marguerite Barankitse, Rose Busingye e Vicky Aryenyo hanno raccontato storie strazianti, con famiglie devastate dalle guerre e dall’aids; con bambini ammalati, maltrattati e perseguitati dalle varie fazioni in contrasto.

In questo contesto di male, la vita e il bene stanno però trionfando, perché queste donne si stanno spendendo in opere di carità cristiana, che salva tutti.

Ha cominciato Rose Busingye, una infermiera professionale ugandese, specializzata in malattie infettive. Dal 1992 Rose cura e assiste pazienti malati di AIDS. Per questa attività ha fondato l’International Meeting Point di Kampala, che si occupa non solo dei malati ma delle famiglie dei malati e soprattutto degli orfani.

Rose ha spiegato che la forza per opporsi a tanto male l’ha trovata nel “valore infinito delle persone” che possono vincere “l’orrore delle guerre e delle malattie”.

“E’ il riconoscimento dell’altro – ha continuato Rose – che crea la realtà, e resta presente nella compagnia della Chiesa”.

“Ciò che può dare valore a tutta la nostra libertà – ha sottolineato l’infermiera ugandese – è qualcosa di più grande,è un rapporto”.

Secondo Rose, “un io che appartiene, diviene protagonista perché ha un volto” ed è questo che “rende la vita danzante”.

Commovente la testimonianza di Marguerite Barankitse, una burundese che ha salvato decine di migliaia di persone, soprattutto bambini, di etnia hutu ed tutsi.

Per questo oggi è chiamata “l’angelo del Burundi” ed ha ricevuto diversi riconoscimenti internazionali, tra cui il “Prix des Droits de l’Homme” del governo francese, il “Prix Shalom” in Germania, il premio Internazionale per i rifugiati dell’Alto Commissariato ONU e la laurea Honoris causa dell’Università di Lovanio.

Nel 1993, in seguito all’assassinio del primo presidente Hutu eletto democraticamente in Burundi, è esplosa la guerra civile scatenata dall’etnia tutsi che da sempre dominava il Paese.

In un contesto che ha visto il massacro di almeno duecentomila persone, Marguerite si è chiesta dove fosse il Dio dell’amore, ma prima ancora di avere la risposta, ha cominciato ad aiutare e raccogliere i bambini rimasti orfani.

Ha cominciato con i primi quattro bambini, hutu e tutsi, nascosti insieme ad altre famiglie nella casa del Vescovo di Ruygi.

Ma la casa viene attaccata e sessanta rifugiati vengono trucidati dinanzi agli occhi di Marguerite.

“Erano miei amici, gente che volevo salvare. Credevo fossero al sicuro – ha raccontato l’angelo del Burundi –. Risparmiarono solo me perché sono tutsi, ma mi picchiarono in modo violento perché mi consideravano una traditrice”.

Quando i carnefici si avvicinarono ai bambini, Marguerite offrì tutti i suoi soldi per salvarli. Gli assalitori accettarono.

Da allora l’angelo del Burundi ha salvato più di diecimila bambini, alcuni mutilati o malati di Aids.

Marguerite ha raccontato che ogni sera guardava i bambini negli occhi e vedeva “una speranza che non veniva mai meno” ed ha aggiunto: “fu allora che capii che era Dio a rispondermi attraverso il loro sguardo”.

L’angelo del Burundi ha organizzato l’assistenza ai bambini in fondazioni di villaggi “Maison Shalom” dove le famiglie li hanno accolti e accuditi. Oggi molti di loro sono sposati, medici, economisti, infermieri e continuano a collaborare alla missione, per questo, nonostante l’orrore passato ha concluso affermando che “la vita è una festa”.

Marguerite ha raccontato che ancora oggi qualcuno in Burundi dice che la sua è stata una follia, per questo la chiamano “la pazza del Burundi”, “ma io dico – ha aggiunto– che questo è il frutto dell’amore”.

Per concludere, ha ricordato un insegnamento di Madre Teresa di Calcutta, la quale una volta disse: “Invece di maledire le tenebre, accendiamo una piccola candela”.

Commovente anche la testimonianza di Vicky Aryenyo, una volontaria ugandese che si occupa di assistere i malati di AIDS al Meeting Point International.

Vicky ha raccontato di aver maledetto tutto e tutti quando ha scoperto che sia lei che il terzo dei suoi figli erano malati di AIDS.

Non riusciva a capacitarsi del male che aveva colpito un piccolo innocente, e ha confessato di aver pregato perché suo marito, responsabile dell’infezione, morisse.

Disperata e sempre più povera, Vicky era convinta di morire e respingeva ogni aiuto.

Rose Busingye l’ha cercata, l’ha inseguita, ha cercato in tutti i modi di convincerla a curarsi. Vicky rifiutava, finchè Rose una volta non gli ha detto: “Dammi il bambino perché lui ha una vita da vivere”.

Per amore del figlio, Vicky accettò di frequentare il centro e da allora è rinata.

“Io non morirò schiava del virus – ha detto – perché ho imparato a dire sì alla croce che devo portare”.

“Sappiamo che Lazzaro è resuscitato – ha detto poi Vicky –. Se non avete visto un miracolo, eccolo, sono io; anch’io infatti ero morta. Tutto è cominciato con un incontro e questo incontro ha fatto risorgere la mia vita. Rose mi ha dato una spalla sulla quale appoggiarmi a Cristo”.


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La malattia le fa scoprire il senso della vita

Malata di cancro, rifiuta il testamento biologico

di Antonio Gaspari
RIMINI, mercoledì, 27 agosto 2008 (ZENIT.org).- Aveva già scritto il testamento biologico, ma appena ha scoperto di essere malata di cancro ha cambiato idea.

E' la storia di Silvie Menard, francese, sposata con un italiano, oncologa, consulente del Centro di Oncologia sperimentale dell’Istituto Nazionale di Tumori di Milano e specializzata nello studio del cancro e dei nuovi farmaci per contrastarlo.

Ha raccontato la sua vicenda nel corso dell’incontro “Misurare il desiderio infinito? La qualità della vita”, svoltosi al Meeting di Rimini il 26 agosto.

Per anni, impegnata tra malati gravi, degenze e tumori, la Menard aveva espresso una posizione favorevole al testamento biologico. Poi un giorno ha scoperto che ad essere malata non era un suo paziente ma lei. La diagnosi è stata inclemente: un tumore al midollo osseo.

“Da allora la mia vita ha assunto un peso diverso - ha raccontato l’oncologa -. Da quando sono malata ho voglia di vivere ogni istante della mia vita, proprio perché mi accorgo che è unica”.

La Menard, ha raccontato che all’inizio era dubbiosa se farsi curare o no, esattamente il dubbio che assale ogni paziente.

Sapeva che era molto difficile guarire, ma “inguaribile è diverso da incurabile”, ha precisato.

La dottoressa si è sottoposta a cure molto tossiche, che per qualche tempo le hanno appannato anche la mente. Tuttavia, ha commentato, “anche facendo il trapianto di cuore ad un malato si rischia di ammazzarlo”.

In merito alle proposte di eutanasia e di testamento biologico, nel corso della conferenza stampa svolta in mattinata, la Menard aveva precisato che “tanti in Italia sono a favore dell’eutanasia per gli altri e non pensano alla fine della propria vita”.

“Io vi posso dire – ha aggiunto – che da sano uno non sa come reagirà in caso di malattia, per questo il testamento biologico scritto da una persona sana non ha senso”.

La Menard si è detta quindi “contraria all’eutanasia, perché il diritto alla morte in quel caso rischia di diventare un dovere”.

Nel corso dello stesso incontro, Giancarlo Cesana, professore di Igiene generale applicata all’Università degli Studi di Milano, ha spiegato che “la vita è un mistero, la sentiamo, la percepiamo ma non l’abbiamo creata, perché è una cosa infinita e quindi non misurabile”.

Nel corso della conferenza stampa mattutina, Cesana ha risposto ad una domanda sul caso di Eluana Englaro precisando che “il papà di Eluana non vuole l’eutanasia della figlia per motivi economici, ma perché la considera già morta”.

“Il vero rischio – ha aggiunto il professore di Igiene generale – , è che si rischia di impedire la carità, il che significherebbe la fine della medicina”.

Cesana ha concluso affermando che “la medicina è nata nel Medioevo, per fare quello che non succedeva in epoca classica: curare. A Napoli c’era l’ospedale degli inguaribili, perché la medicina è nata per curare. Se si impedisce questo, la medicina è finita”.


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Udienza del mercoledì

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Benedetto XVI traccia una breve biografia di San Paolo

Per l'Udienza generale del mercoledì


CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 27 agosto 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo dell'intervento pronunciato questo mercoledì mattina da Benedetto XVI nel corso dell'Udienza generale nell'aula Paolo VI.

Nel suo discorso, il Papa ha ripreso oggi il ciclo di catechesi dedicato all’approfondimento della figura e del pensiero dell’apostolo Paolo, soffermandosi in particolare sulla sua biografia.


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Cari fratelli e sorelle,

nell’ultima catechesi prima delle vacanze – due mesi fa, ai primi di luglio – avevo iniziato una nuova serie di tematiche in occasione dell’anno paolino, considerando il mondo in cui visse san Paolo. Vorrei oggi riprendere e continuare la riflessione sull’Apostolo delle genti, proponendo una sua breve biografia. Poiché dedicheremo il prossimo mercoledì all'evento straordinario che si verificò sulla strada di Damasco, la conversione di Paolo, svolta fondamentale della sua esistenza a seguito dell’incontro con Cristo, oggi ci soffermiamo brevemente sull’insieme della sua vita. Gli estremi biografici di Paolo li abbiamo rispettivamente nella Lettera a Filemone, nella quale egli si dichiara "vecchio" (Fm 9: presbýtes) e negli Atti degli Apostoli, che al momento della lapidazione di Stefano lo qualificano "giovane" (7,58: neanías). Le due designazioni sono evidentemente generiche, ma, secondo i computi antichi, "giovane" era qualificato l’uomo sui trent’anni, mentre "vecchio" era detto quando giungeva sulla sessantina. In termini assoluti, la data della nascita di Paolo dipende in gran parte dalla datazione della Lettera a Filemone. Tradizionalmente la sua redazione è posta durante la prigionia romana, a metà degli anni 60. Paolo sarebbe nato l'anno 8, quindi avrebbe avuto più o meno sessant'anni, mentre al momento della lapidazione di Stefano ne aveva 30. Dovrebbe essere questa la cronologia giusta. E la celebrazione dell'anno paolino che facciamo segue proprio questa cronologia. È stato scelto il 2008 pensando a una nascita più o meno nell'anno 8.

In ogni caso, egli nacque a Tarso in Cilicia (cfr At 22,3). La città era capoluogo amministrativo della regione e nel 51 a.C. aveva avuto come Proconsole nientemeno che Marco Tullio Cicerone, mentre dieci anni dopo, nel 41, Tarso era stato il luogo del primo incontro tra Marco Antonio e Cleopatra. Ebreo della diaspora, egli parlava greco pur avendo un nome di origine latina, peraltro derivato per assonanza dall'originario ebraico Saul/Saulos, ed era insignito della cittadinanza romana (cfr At 22,25-28). Paolo appare quindi collocato sulla frontiera di tre culture diverse — romana, greca, ebraica — e forse anche per questo era disponibile a feconde aperture universalistiche, a una mediazione tra le culture, a una vera universalità. Egli apprese anche un lavoro manuale, forse derivato dal padre, consistente nel mestiere di "fabbricatore di tende" (cfr At 18,3: skenopoiòs), da intendersi probabilmente come lavoratore della lana ruvida di capra o delle fibre di lino per farne stuoie o tende (cfr At 20,33-35). Verso i 12-13 anni, l'età in cui il ragazzo ebreo diventa bar mitzvà ("figlio del precetto"), Paolo lasciò Tarso e si trasferì a Gerusalemme per essere educato ai piedi di Rabbì Gamaliele il Vecchio, nipote del grande Rabbì Hillèl, secondo le più rigide norme del fariseismo e acquisendo un grande zelo per la Toràh mosaica (cfr Gal 1,14; Fil 3,5-6; At 22,3; 23,6; 26,5).

Sulla base di questa ortodossia profonda che aveva imparato alla scuola di Hillèl, in Gerusalemme, intravide nel nuovo movimento che si richiamava a Gesù di Nazaret un rischio, una minaccia per l'identità giudaica, per la vera ortodossia dei padri. Ciò spiega il fatto che egli abbia fieramente "perseguitato la Chiesa di Dio", come per tre volte ammetterà nelle sue Lettere (1 Cor 15,9; Gal 1,13; Fil 3,6). Anche se non è facile immaginarsi concretamente in che cosa consistesse questa persecuzione, il suo fu comunque un atteggiamento di intolleranza. È qui che si colloca l'evento di Damasco, su cui torneremo nella prossima catechesi. Certo è che, da quel momento in poi, la sua vita cambiò ed egli diventò un apostolo instancabile del Vangelo. Di fatto, Paolo passò alla storia più per quanto fece da cristiano, anzi da apostolo, che non da fariseo. Tradizionalmente si suddivide la sua attività apostolica sulla base dei tre viaggi missionari, a cui si aggiunse il quarto dell'andata a Roma come prigioniero. Tutti sono raccontati da Luca negli Atti. A proposito dei tre viaggi missionari, però, bisogna distinguere il primo dagli altri due.

Del primo, infatti (cfr At 13-14), Paolo non ebbe la diretta responsabilità, che fu affidata invece al cipriota Barnaba. Insieme essi partirono da Antiochia sull'Oronte, inviati da quella Chiesa (cfr At 13,1-3), e, dopo essere salpati dal porto di Seleucia sulla costa siriana, attraversarono l'isola di Cipro da Salamina a Pafo; di qui giunsero alle coste meridionali dell'Anatolia, oggi Turchia, e toccarono le città di Attalìa, Perge di Panfilia, Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra e Derbe, da cui ritornarono al punto di partenza. Era così nata la Chiesa dei popoli, la Chiesa dei pagani. E nel frattempo, soprattutto a Gerusalemme, era nata una discussione dura fino a quale punto questi cristiani provenienti dal paganesimo fossero obbligati ad entrare anche nella vita e nella legge di Israele (varie osservanze e prescrizioni che separavano Israele dal resto del mondo) per essere partecipi realmente delle promesse dei profeti e per entrare effettivamente nell’eredità di Israele. Per risolvere questo problema fondamentale per la nascita della Chiesa futura si riunì a Gerusalemme il cosiddetto Concilio degli Apostoli, per decidere su questo problema dal quale dipendeva la effettiva nascita di una Chiesa universale. E fu deciso di non imporre ai pagani convertiti l'osservanza della legge mosaica (cfr At 15,6-30): non erano cioè obbligati alle norme del giudaismo; l’unica necessità era essere di Cristo, di vivere con Cristo e secondo le sue parole. Così, essendo di Cristo, erano anche di Abramo, di Dio e partecipi di tutte le promesse. Dopo questo avvenimento decisivo, Paolo si separò da Barnaba, scelse Sila e iniziò il secondo viaggio missionario (cfr At 15,36-18,22). Oltrepassata la Siria e la Cilicia, rivide la città di Listra, dove accolse con sé Timoteo (figura molto importante della Chiesa nascente, figlio di un’ebrea e di un pagano), e lo fece circoncidere, attraversò l'Anatolia centrale e raggiunse la città di Troade sulla costa settentrionale del Mar Egeo. E qui si ebbe di nuovo un avvenimento importante: in sogno vide un macedone dall'altra parte del mare, cioè in Europa, che diceva, "Vieni e aiutaci!". Era l'Europa futura che chiedeva l'aiuto e la luce del Vangelo. Sulla spinta di questa visione entrò in Europa. Di qui salpò per la Macedonia entrando così in Europa. Sbarcato a Neapoli, arrivò a Filippi, ove fondò una bella comunità, poi passò a Tessalonica, e, partito di qui per difficoltà procurategli dai Giudei, passò per Berea, giunse ad Atene.

In questa capitale dell'antica cultura greca predicò, prima nell'Agorà e poi nell'Areopago, ai pagani e ai greci. E il discorso dell'Areopago, riferito negli Atti degli Apostoli, è modello di come tradurre il Vangelo in cultura greca, di come far capire ai greci che questo Dio dei cristiani, degli ebrei, non era un Dio straniero alla loro cultura ma il Dio sconosciuto aspettato da loro, la vera risposta alle più profonde domande della loro cultura. Poi da Atene arrivò a Corinto, dove si fermò un anno e mezzo. E qui abbiamo un evento cronologicamente molto sicuro, il più sicuro di tutta la sua biografia, perché durante questo primo soggiorno a Corinto egli dovette comparire davanti al Governatore della provincia senatoriale di Acaia, il Proconsole Gallione, accusato di un culto illegittimo. Su questo Gallione e sul suo tempo a Corinto esiste un'antica iscrizione trovata a Delfi, dove è detto che era Proconsole a Corinto tra gli anni 51 e 53. Quindi qui abbiamo una data assolutamente sicura. Il soggiorno di Paolo a Corinto si svolse in quegli anni. Pertanto possiamo supporre che sia arrivato più o meno nel 50 e sia rimasto fino al 52. Da Corinto, poi, passando per Cencre, porto orientale della città, si diresse verso la Palestina raggiungendo Cesarea Marittima, di dove salì a Gerusalemme per tornare poi ad Antiochia sull’Oronte.

Il terzo viaggio missionario (cfr At 18,23-21,16) ebbe inizio come sempre ad Antiochia, che era divenuta il punto di origine della Chiesa dei pagani, della missione ai pagani, ed era anche il luogo dove nacque il termine «cristiani». Qui per la prima volta, ci dice San Luca, i seguaci di Gesù furono chiamati «cristiani». Da lì Paolo puntò dritto su Efeso, capitale della provincia d'Asia, dove soggiornò per due anni, svolgendo un ministero che ebbe delle feconde ricadute sulla regione. Da Efeso Paolo scrisse le lettere ai Tessalonicesi e ai Corinzi. La popolazione della città però fu sobillata contro di lui dagli argentieri locali, che vedevano diminuire le loro entrate per la riduzione del culto di Artemide (il tempio a lei dedicato a Efeso, l'Artemysion, era una delle sette meraviglie del mondo antico); perciò egli dovette fuggire verso il nord. Riattraversata la Macedonia, scese di nuovo in Grecia, probabilmente a Corinto, rimanendovi tre mesi e scrivendo la celebre Lettera ai Romani.

Di qui tornò sui suoi passi: ripassò per la Macedonia, per nave raggiunse Troade e poi, toccando appena le isole di Mitilene, Chio, Samo, giunse a Mileto dove tenne un importante discorso agli Anziani della Chiesa di Efeso, dando un ritratto del pastore vero della Chiesa, cfr At 20. Di qui ripartì facendo vela verso Tiro, di dove raggiunse Cesarea Marittima per salire ancora una volta a Gerusalemme. Qui fu arrestato in base a un malinteso: alcuni Giudei avevano scambiato per pagani altri Giudei di origine greca, introdotti da Paolo nell’area templare riservata soltanto agli Israeliti. La prevista condanna a morte gli fu risparmiata per l’intervento del tribuno romano di guardia all’area del Tempio (cfr At 21,27-36); ciò si verificò mentre in Giudea era Procuratore imperiale Antonio Felice. Passato un periodo di carcerazione (la cui durata è discussa), ed essendosi Paolo, come cittadino romano, appellato a Cesare (che allora era Nerone), il successivo Procuratore Porcio Festo lo inviò a Roma sotto custodia militare.

Il viaggio verso Roma toccò le isole mediterranee di Creta e Malta, e poi le città di Siracusa, Reggio Calabria e Pozzuoli. I cristiani di Roma gli andarono incontro sulla Via Appia fino al Foro di Appio (ca. 70 km a sud della capitale ) e altri fino alle Tre Taverne (ca. 40 km). A Roma incontrò i delegati della comunità ebraica, a cui confidò che era per "la speranza d'Israele" che portava le sue catene (cfr At 28,20). Ma il racconto di Luca termina sulla menzione di due anni passati a Roma sotto una blanda custodia militare, senza accennare né a una sentenza di Cesare (Nerone) né tanto meno alla morte dell'accusato. Tradizioni successive parlano di una sua liberazione, che avrebbe favorito sia un viaggio missionario in Spagna, sia una successiva puntata in Oriente e specificamente a Creta, a Efeso e a Nicopoli in Epiro. Sempre su base ipotetica, si congettura di un nuovo arresto e una seconda prigionia a Roma (da cui avrebbe scritto le tre Lettere cosiddette Pastorali, cioè le due a Timoteo e quella a Tito) con un secondo processo, che gli sarebbe risultato sfavorevole. Tuttavia, una serie di motivi induce molti studiosi di san Paolo a terminare la biografia dell'Apostolo con il racconto lucano degli Atti.

Sul suo martirio torneremo più avanti nel ciclo di queste nostre catechesi. Per ora, in questo breve elenco dei viaggi di Paolo, è sufficiente prendere atto di come egli si sia dedicato all’annuncio del Vangelo senza risparmio di energie, affrontando una serie di prove gravose, di cui ci ha lasciato l’elenco nella seconda Lettera ai Corinzi (cfr 11,21-28). Del resto, è lui che scrive: "Tutto faccio per il Vangelo" (1 Cor 9,23), esercitando con assoluta generosità quella che egli chiama "preoccupazione per tutte le Chiese" (2 Cor 11,28). Vediamo un impegno che si spiega soltanto con un'anima realmente affascinata dalla luce del Vangelo, innamorata di Cristo, un’anima sostenuta da una convinzione profonda: è necessario portare al mondo la luce di Cristo, annunciare il Vangelo a tutti. Questo mi sembra sia quanto rimane da questa breve rassegna dei viaggi di san Paolo: vedere la sua passione per il Vangelo, intuire così la grandezza, la bellezza, anzi la necessità profonda del Vangelo per noi tutti. Preghiamo affinché il Signore, che ha fatto vedere la sua luce a Paolo, gli ha fatto sentire la sua Parola, ha toccato il suo cuore intimamente, faccia vedere anche a noi la sua luce, perché anche il nostro cuore sia toccato dalla sua Parola e possiamo così anche noi dare al mondo di oggi, che ne ha sete, la luce del Vangelo e la verità di Cristo.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Mi rivolgo ora con affetto ai pellegrini di lingua italiana. Saluto specialmente voi, Delegate al Capitolo Generale delle Suore Scolastiche Francescane di Cristo Re, ed auspico che i lavori capitolari siano per il vostro Istituto un’occasione di rinnovamento spirituale e missionario. Saluto voi, cari Seminaristi partecipanti all’incontro estivo degli alunni dei Seminari Maggiori e vi auguro di prepararvi spiritualmente, teologicamente e pastoralmente ad esercitare con solidità il vostro futuro ministero nel contesto dell’odierna società in gran parte secolarizzata.

Ed infine, come di consueto, è a voi, cari giovani, malati e sposi novelli, che indirizzo il mio pensiero. L’esempio di Santa Monica, che ricordiamo oggi, e di suo figlio Agostino, che celebreremo domani, vi aiutino a guardare con fiducia indomita a Cristo, luce nelle difficoltà, sostegno nelle prove e guida in ogni momento dell’umana esistenza.


[Appello per la situazione in India]

Ho appreso con profonda tristezza le notizie circa le violenze contro le comunità cristiane nello Stato indiano dell’Orissa, scoppiate in seguito al deplorevole assassinio del leader indù Swami Lakshmananda Saraswati. Sono state finora uccise alcune persone e ne sono state ferite diverse altre. Si è avuta inoltre la distruzione di centri di culto, proprietà della Chiesa, e di abitazioni private.

Mentre condanno con fermezza ogni attacco alla vita umana, la cui sacralità esige il rispetto di tutti, esprimo spirituale vicinanza e solidarietà ai fratelli e alle sorelle nella fede così duramente provati. Imploro il Signore che li accompagni e sostenga in questo tempo di sofferenza e dia loro la forza di continuare nel servizio d’amore in favore di tutti.

Invito i leaders religiosi e le autorità civili a lavorare insieme per ristabilire tra i membri delle varie comunità la convivenza pacifica e l’armonia che sono sempre state segno distintivo della società indiana.

[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]

  





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La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
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