Sopra il letto, sul soffitto mansardato della mia casa,c’è una grande finestra.
Bascula.
Come me,talvolta.
Mi presenta il cielo ogni mattino, con i suoi ospiti:
aerei,frecce di rondini,nubi cotonate da assaggiare o grigie,avare di profondità.
Un mattino erano arancioni,decorate dalla sabbia del deserto.Davano alla città un’aria infernale,abbronzando marciapiedi,muri e persone.
Mi nascondo con lo sguardo lassù,nel cielo, quando sono malinconica.
Quando lo stomaco chiama in basso gli angoli della bocca e non permette il sorriso.
Quando le mie persone sanno che è meglio lasciar perdere.
Inutile cercare la mia solita allegria.
Sono nella tana ancora per un po’.
Chiusa dentro a doppia mandata. “Non disturbare”.
Voglio solitudine e silenzio.
Trovo quiete spostandomi altrove.
Libero il cervello dai pensieri, inoltrandomi nei colori,in una realtà virtuale che mi assorbe e disintegra.
Può essere prato fustellato d’erba verde, o azzurro-blu-celeste del mare-lago-cielo.
Cerco pace.
…….Da bambina abitavo al primo piano di questo palazzo.
L’attuale mansarda,casa mia, era un solaio.
Ricordo ancora l’odore ed il fascino particolare che esercitava su di me.
Una porta scrostata si apriva su un regno magico:
Un corridoio...calpestavo lunghe assi polverose..una finestra con la ringhiera appesa ai gerani curati dal nonno Mario indossando un grembiule nero.
Una porta col vetro grigio smerigliato,ti regalava un bugigattolo pieno di libri,giornali, cose accatastate:lo sgabuzzino del vento.La scrivania con la lampada incorporata erano fuse insieme dal tempo.
In quella stanzetta, mio padre aveva studiato pedagogia,laureandosi a quarant’anni.
Spazio sacro ed eretico:
Libri di Piaget e Freud, ignoravano con spocchia, giornaletti con donne poco vestite.
Il vestito Arlecchinato di mio papà!
Una minuscola finestra dava su un terrazzo.Piccolo. Mensole consumate accoglievano ovviamente gerani.
Ricordo che per uscire, anch’io dovevo abbassare la testa, perché un grosso trave di ferro tutelava l’uscita.
Come la stanza dell’arte al Vittoriale di D’Annunzio.
Come se il tetto fosse un museo.
Ma era vero!
Ciò che vedevo era un’opera d’arte!
Tetti con comignoli particolari.La cupola del Duomo.Il campanile del Broletto.Il colle Cidneo col suo castello dove non viveva alcuna principessa. Perché la principessa ero io.
Appoggiavo il mento al parapetto. Mi appendevo ai fili arrugginiti.
Mi beavo.
Ricordo che avevo nascosto sotto una tegola un bracciale rigido di rame.
Controllavo nel tempo se cambiava colore,forma.
Se qualche folletto me lo prendeva lasciandomi un dono a sua volta.
Nel solaio,il salone principale era un po’ inquietante.
Camminavi su strati di cose.
Calpestavi porte,tapparelle,reti per materassi.
Residui di pavimento mi osservavano perplessi. Rischiavi di inciampare.
La stanza era divisa da una capriata di grosse travi di legno.Tonde. Alberi maestri di chissà quale veliero pirata.
Un triangolo massiccio di cui ero innamorata.
Il solaio era un ricettacolo di cose mai gettate.Perché per i nonni,nulla si buttava.
Infatti traboccava di cose inutili.
Ricordo un tubo di scarico di gomma di una lavatrice. Era rimasto solo quello,con un lato incastrato nel pavimento stratificato.
Forse portava ossigeno a qualche villaggio piccino,celato là sotto.
Non c’era molta luce.
Due abbaini vestiti di ragnatele ed inchiostro di ruggine tentavano di sconfiggere il buio.
Disubbidendo e rischiando grosso,li ribaltavo,scansavo il vetro crepato ed ero sul tetto.
Sdraiata sui coppi caldi.Contemplavo.
Ruggero,il leone di terracotta immobile sulla punta di un camino,ruggiva salutandomi.
I colombi, sul cornicione della chiesa di S.Clemente, tubavano,si inseguivano prepotenti per impossessarsi dello spazio.
La Maddalena era sempre là.
Cambiava solo il colore del vestito,adeguato alle stagioni.Sempre generosa,dava spessore al mio sguardo.
La casa vicina era abitata solo da gatti. Almeno una decina. Alcuni da combattimento,massicci e strappati. Altri,lasciavano il fastidio ai forti. Dormivano mollemente.
Sui coppi non esistevano formiche. Né sporcizia.
Si lavavano il viso ogni alba e aspettavano la doccia delle nubi.
Mi sentivo in paradiso.
Chiudevo gli occhi per conservare lo sguardo dentro,con la sensazione di benessere cinguettato dagli uccelli intorno.
Voci di alluminio delle macchine laggiù. Passi nei vicoli.
Riapro gli occhi.
Ancora la chiesa, i colombi,Ruggero.
I gatti hanno lasciato il posto a finestre lussuose e parabole satellitari.
Dietro la mia schiena,Guido parla con le figlie…
Voci palle da bowling,saltano i birilli della mia tristezza. Strike!
Non mi volto….
Sono ancora ragazza ora,
ascolto un po’ in allarme dalla cucina nella casa di Gussago
i genitori che parlano coi nonni,seduti intorno al tavolo del soggiorno.
Giocano a carte.
Papà: …”Vorrebbe ristrutturare il solaio…” nonno:...”Diventerà solo una piccionaia!...”
Nonna:…”Avete visto l’espressione che la “sceta” aveva quando ha detto:La mia casa la vorrei lassù!E’ il mio sogno!.....
Paura….Paura del nostro No!”
La nonna!
Mi capiva così bene.
Cosa deve essere costato loro,rinunciare alla scala luminosa arredata di gerani!
I ricordi si susseguono.
Le acrobazie da circo per ottenere permessi, abitabilità, strutture putrellate.
Ricordo i temporali notturni durante i lavori,su una casa scoperchiata.
Camicia da notte. Piedi nudi croccanti nell’acqua. Torcia e stracci per contenere,raccogliere.
Mattoni forati sistemati meglio sui cellophane,perché tutto non volasse via.
Ricordo che la nonna non riuscì a vedere il mio sogno che si apriva sciogliendo il nastro rosa.
Ricordo la mia tenacia per ottenere,parlando ad un mondo di uomini che mi guardavano sorridendo sardonici.
Le delusioni per l’incompetenza ed il pressappochismo.
L’entusiasmo caparbio.
Ricordo un giorno calmo,a lavori ultimati.
Nonna non c’era più.
Nello stesso spazio dove ora c'è la finestra guardavo il cielo.
Parlavo muta.
Finalmente coraggiosa pregavo.”Mi hai detto che se potevi saresti tornata….ti aspetto ora…sono pronta a rivederti...senza paura..!
Nel petto baccano…..
…..Giulia ride.
Anche Maddalena mi sorride col suo vestito verde intenso. Quello fantasia. Fatto di case,strade, lampioni ed antenne.
Ricambio tranquilla.
Il turbine dentro si è mitigato.
I ricordi tornano negli astucci.
Ferma sul mio terrazzo guardo ancora l’azzurro del cielo.
Lo stesso Cielo che mi invita ogni notte o mattino, dalla finestra sopra il letto.
Cielo mai disabitato.
Guido chiama.
Mi giro.
Mi restituisco.
Ultima modifica di ceci1959 il 12 Dic 2006 19:43, modificato 1 volta in totale



















