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Sanità, le mani sugli ospedali. Parte la carica dei primari
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Messaggio Sanità, le mani sugli ospedali. Parte la carica dei primari 
 
Domenica, 13 Gennaio : 2008

Sanità, le mani sugli ospedali
Parte la carica dei primari

 
+ A seguire, Salizzoni:"Destra e sinistra ormai sono uguali"
 
  
La grande corsa agli ospedali da lottizzare. Le mani di Pd e Cdl sui “posti vacanti”.
I manager transfughi per salvare la poltrona


MAURIZIO TROPEANO

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TORINO - È la fine di febbraio del 2002 quando Amedeo Bianco, presidente dell’Ordine dei medici di Torino, chiede con forza alla politica di mettere un freno al potere assoluto dei manager della Sanità. Da pochi settimane il superdirettore delle Molinette, Luigi Odasso, è in manette per tangenti. Quello scandalo si portò dietro una scia di polemiche sull’influenza politica nelle scelte dei primari. L’appello è rimasto lettera morta. Qualcosa forse cambierà: uno dei collegati alla Finanziaria nel 2007 aumenta da tre a cinque i componenti della Commissione che sceglierà i primari. La decisione finale comunque resta in mano ai manager. E dunque alla politica che li seleziona. Qui nasce la spartizione: chi vince le elezioni applica lo spoil system e si sceglie l’allenatore (il direttore generale). E il coach crea la squadra: primari, capi di dipartimento o di struttura semplice. E’ successo con il centrodestra nei dieci anni di governo del Piemonte (con poche bandierine rosse). E’ adesso è arrivata l’ora del centrosinistra (un paio le casacche azzurre). Dopo un congelamento di due anni e mezzo, infatti, è partita la corsa per la copertura dei «posti vacanti». Quanti sono? Un centinaio tra primari, capi dipartimento e responsabili di strutture semplici in tutto il Piemonte. Forse 150. Il blocco (poche deroghe per il turn over autorizzate dall’assessorato) era stato deciso dall’ex assessore alla Sanità, Mario Valpreda (colpito da ictus e sostituito da Eleonora Artesio, Prc) in attesa dell’approvazione del piano sanitario.

Ora che quel piano è diventato legge le macchine dei partiti hanno iniziato a mettersi in moto. Il numero preciso delle nomine si saprà solo fra tre anni quando scadranno i Prr, i piani di riqualificazione assistenziale e di riequilibrio della spesa di ogni singola Asl. Ma alla fame dei posti e alle raccomandazioni c’è un limite: le risorse. Scarse. Un primariato costa ed è per questo motivo che la giunta Bresso ha escluso tassativamente la creazione di nuovi posti. Anzi, molti saranno tagliati. L’accorpamento delle Asl (da 22 a 13 con un risparmio di 50 milioni l’anno) si porta dietro una riorganizzazione interna con il taglio di 194 posti da primario, 98 da capo dipartimento e 111 da responsabili di struttura semplice. Saranno cancellati i doppioni e i primariati con pochi posti letto. Ma una parte di quei 400 posti dovrà, comunque, essere assegnata per garantire il funzionamento dei servizi sanitari. E così la corsa alla raccomandazione può ripartire. Partiti, correnti e anche singoli consiglieri e deputati «perché è chiaro che dirò la mia sulla scelta del primario dell’ospedale di zona», spiega un consigliere regionale che chiede l’anonimato. Insomma, tutti alla corte dei direttori generali che oltre alle competenze tecniche devono avere anche una precisa conoscenza della geografia politica. La nascita del Pd ha rimescolato le carte: adesso 17 dei 21 manager sono da considerare vicini al partito di Veltroni; due alla sinistra radicale e altri due al centrodestra. Il ribaltone è stato compiuto gradualmente. All’inizio del mandato la Bresso, infatti, conferma tutti i manager scelti dalla Cdl, soprattutto da Forza Italia (l’ex assessore al Bilancio Burzi a Torino, l’ex coordinatore Rosso nel resto del Piemonte) e da An (l’ex vicemninistro Martinat). La svolta arriva nella primavera del 2006 con il via libera all’accorpamento delle Asl. Saltano 21 direttori targati Cdl. C’è chi fa ricorso. Qualcuno lo vince come Maria Renata Paola Ranieri (quota An) che si rivolge al Tribunale del lavoro dopo essere stata silurata dall’Asl di Pinerolo. La giunta «per mettere al riparo l’ente da altre situazioni con probabile aggravio economico» propone una transazione da 100 mila euro. Accettata. Otto manager vengono riconfermati. Perché si salvano? Ci sono i transfughi come Carmelo Frigione che ha lasciato Forza Italia per passare alla Margherita. Enrico Bighetti lascia l’Udc per la Margherita. Quattro sono riconducibili al centrosinistra. È il caso dei diessini Giulio Fornero e Alberto Andrion scelti dalla Cdl anche per i buoni rapporti istituzionali tra Ghigo e il sindaco Chiamparino.

Via libera anche per Giorgio Rabino e Fulvio Moirano (Margherita). Mario Minola e Giovanni Monchiero non cambiano casacca ma vengono spostati d’incarico. Poi arriva la carica di Ds e Margherita. Per contenerla Valpreda, in accordo con la Bresso, impone l’arrivo di esperti esterni. È il caso del ligure Mauro Barabino, amico dell’ex ministro azzurro Scajola che viene spedito a Vercelli. Da Roma arriva Marinella D’Innocenzo, fedelissima di Walter Veltroni, tanto da guidare una lista in suo sostegno alle primarie del Pd. Dall’Emilia c’è Macchi per l’ospedale di Novara. La presidente manda Gatti all’ospedale di Cuneo. Resta fuori dalle nomine Mario Lombardo, nonostante il pressing della Margherita che lo ha accolto dopo l’addio a Forza Italia. Alla fine il compromesso: avrà un posto da dirigente nell’Agenzia regionale alla Sanità. Un posto di riserva? Assolutamente no. L’Aress ha un ruolo centrale nella designazione dei primari perché si occupa di programmazione sanitaria e di indicare i profili organizzativi delle strutture ospedaliere. Una funzione che ha acquistato maggior peso con la scelta di farla guidare dall’oncologo Oscar Bertetto, ex consigliere regionale dei Ds. I boatos narrano di tensioni sempre più forti tra l’Aress in mano al Pd e la struttura tecnica voluta da Valpreda e riconfermata dalla Artesio. Bresso media ma intanto Pd e Cdl hanno trovato il modo di mettere in minoranza la Artesio e la sinistra approvando un ordine del giorno che sblocca le autorizzazioni per la sanità privata. Il peso di Forza Italia e An nella sanità resta forte e la nomina dei primari può diventare il terreno per un inciucio (la Cdl governa 5 province). Senza dimenticare che in alcuni casi si tratta di nomine da condividere con l’Università.

  





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Messaggio Re: Sanità, le mani sugli ospedali. Parte la carica dei prim 
 
Domenica, 13 Gennaio : 2008

I RACCOMANDATI-INTERVISTA A MAURO SALIZZONI

"Destra e sinistra ormai sono uguali"


 In precedenza: Sanità, le mani sugli ospedali Parte la carica dei primari
  
«Ogni schieramento porta i suoi uomini, e non sempre ci sono le capacità»

MARCO ACCOSSATO


Mauro Salizzoni
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Per ogni primario premiato per meriti sul campo, nei nostri ospedali ce n’è un altro mediocre». All’ospedale Molinette di Torino, il professor Mauro Salizzoni, responsabile del primo Centro trapianti di fegato d’Italia, è fin troppo esplicito. «Sulle nomine, con l’andare degli anni, ci si è appiattiti».

Primario mediocre significa raccomandato dal politico di turno?
«Non si può negare che sia spesso così».

E chi raccomanda di più?
La destra o la sinistra? «Fra destra e sinistra, trent’anni fa, era diverso. Oggi si assomiglia tutto. Ciascuno tende a portare i propri uomini, che a volte sono validi e va bene, ma spesso non dovrebbero avere una responsabilità».

Un raccomandato per ogni «onesto» non è una fotografia tanto lusinghiera né rassicurante della nostra sanità...
«Un raccomandato, se è bravo, può persino essere prezioso, per l’ospedale».

In che senso?
«Per fermare la spinta contraria del raccomandato non valido che potrebbe essere piazzato al suo posto».

Una manna dal cielo... Battute a parte. Abbia il coraggio di fare i nomi.
«No, i nomi no».

Due o tre, i più clamorosi.
«Diciamo che al Centro-Nord è meglio che al Sud».

Dica allora almeno i settori dove ci sono più raccomandati.
«Le chirurgie. E poi le specialità economicamente più redditizie. In generale, è soprattutto negli ospedali periferici che c’è la tendenza a non cambiare, per non portarsi grane in casa, confermando chi si conosce. E così, a un certo punto, arriva l’aiuto del medico anziano, e poi l’aiuto dell’aiuto del medico anziano. E il medico anziano è sempre lo stesso, messo lì chissà da chi».

Ma cosa interessa, alla politica, piazzare uomini in periferia? Non sono i grandi ospedali a stimolare i più grandi appetiti?
«Alla politica interessa molto la periferia. Dare un primariato a un incapace alle Molinette implica rischi enormi. Nel grande ospedale l’incapace è scoperto facilmente, è una scelta troppo visibile. Troppo pericolosa».

Qual è l’origine della raccomandazione politica?
«Finché la scelta di nominare un primario sarà del direttore generale il pericolo che incombe. Il direttore generale, sappiamo bene, è soggetto a mille pressioni».

Invece?
«Invece dovrebbe essere una commissione a decidere. Una commissione di specialisti riconosciuti, interdisciplinare, composta da più medici per ogni specialità. Un esempio? Per nominare il nuovo primario di Cardiochirurgia serve anche il parere del cardiologo, e quello del gastroenterologo che spesso lavora con queste due équipe. Serve una commissione “randomizzata”».

Lei è dichiaratamente di sinistra. Ammetta: mai favorito dal politico del suo partito?
«Semmai sono stato svantaggiato, all’epoca. La prima volta che ho lasciato le Molinette per andare all’estero a studiare, il presidente di allora, comunista, mi disse che non avrei avuto una lira di rimborso. “Se ti dessi qualcosa - mi spiegò - direbbero che lo faccio perché sono comunista come te”».

In questo senso dice che un tempo era diverso, fra destra e sinistra?«La sinistra di oggi è il mio grande dilemma, il mio dramma. A vedere che si divide nelle cose che sta facendo mi viene da ridere. Mi incazzo a sentire certi rappresentanti della sinistra dire ciò che sostengono in tivù. La difesa spinta della Sanità pubblica non è più una bandiera di tutta la sinistra. Non siamo più così diversi dagli altri. Io spero che il Pd sia ancora una forza da considerare quantomeno nel centrosinistra».
www.lastampa.it/accossato

  





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