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Sabato, 23 Febbraio : 2008
Articolo 27: la responsabilità penale è personale
(ma quella politica è un’altra cosa)
(ma quella politica è un’altra cosa)
di Gennaro Carotenuto
“La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”.
Sfido chiunque a modificarne una virgola. Vorreste forse cambiare il terzo periodo in: “Le pene devono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla afflizione del condannato”? O magari cambiare il primo periodo in: “La responsabilità penale è collettiva e ricadrà sui figli del reo fino alla settima generazione”? Alzi la mano chi è d’accordo. O il quarto in: “è ammessa la pena di morte”? Oppure si potrebbe cambiare il secondo periodo in “l’imputato è considerato colpevole fin dal primo avviso di garanzia”?
Se la Costituzione della Repubblica nata dalla Resistenza continua ad essere impeccabile in quest’articolo e nella stragrande maggioranza degli altri, è evidente che la Costituzione parli di responsabilità penale. Esiste però un altro concetto molto meno rigido, ma paradossalmente più importante, che è quello di responsabilità politica. Nell’Italia degli ultimi tre lustri si è giocato per mischiare le carte e confondere la responsabilità politica con quella penale (spesso cancellata usando l’artificio della prescrizione, fatta passare per assoluzione). La soluzione è stata quella che tutti conoscono: il bivacco di manipoli di inquisiti e condannati in Parlamento.
La politica corrotta si trincera dietro la responsabilità penale per non riconoscere la responsabilità politiche del proprio operato. Il caso più scandaloso resta quello del senatore a vita mafioso, Giulio Andreotti. Il presunto complotto dei magistrati, i processi politici dei quali parla oggi Sandro Bondi, completano un’opera di mistificazione e di inquinamento della cultura del paese che, se ha la punta di lancia in Berlusconi e nel berlusconismo, non è riconducibile solo a lui.
Se non tutti i delinquenti sono politici e neanche tutti i politici sono delinquenti (anche se i qualunquisti sono sempre dietro l’angolo ad affermare il contrario come che non esistono più le mezze stagioni) è del tutto evidente che se i cento Cuffaro in parlamento sono ancora innocenti processualmente non lo sono politicamente. Anzi politicamente sono già condannati. Lo pensa perfino Gianfranco Micciché, che ne chiese le dimissioni (ma è culo e camicia con Marcello dell’Utri, ed è sempre quello che si faceva portare la roba al ministero), in contrasto col proprio partito.
E’ pertanto importante quello che sta succedendo in questi giorni: la scelta del Partito Democratico di Walter Veltroni, che siamo sicuri che sarà adottata alla lettera anche dalla Sinistra Arcobaleno (la Sinistra l’Arcobaleno, per complicarci l’onomastica), di non candidare anche i semplici rinviati a giudizio oltre che i condannati nei vari gradi (tutti innocenti dal punto di vista penale) è OTTIMA. In un paese normale sarebbe il minimo. Ma questo da anni non è più un paese normale. Da qualche parte bisogna iniziare e questo è un buon inizio ed è giusto riconoscerlo anche da parte di chi guarda con sdegno alla casta politica.
Nelle sinistre i casi più spinosi sono tre: Enzo Carra che dalle tangenti Enimont per espiare è diventato esponente di punta dei Teocon (non è lui binettiano ma la Binetti che è carraiana). Sergio d’Elia, che i radicali pretendono di mettere nel pacco dopo 25 anni scontati per banda armata e concorso in omicidio e Francesco Caruso, del PRC, sul quale pende una richiesta di condanna a 13 anni.
Sono casi diversissimi e auspico l’assoluzione di Francesco, così come è vero che d’Elia abbia tutto il diritto di vivere la propria vita da uomo libero, ma è vero che non c’è una prescrizione medica di essere deputati. Si eviti di gridare all’ostracismo. Le sinistre devono candidare la moglie di Cesare (Giulio, non Previti) ed è quindi auspicabile che non ci siano eccezioni di alcun tipo.
Sulle destre c’è poco da dire, anche se a cascata sono già costrette a una riverniciatura, almeno di facciata. Il prossimo parlamento avrà -nei limiti del Porcellum- meno corrotti. Questo è un fatto positivo di per sé a meno di non essere teorici del tanto peggio. Ed è un fatto che anche su questo piano le sinistre impongono l’agenda alla destra.
Purtroppo a Casini, da Cesa a Cuffaro, restano solo i banditi, e il Popolo delle Libertà sta messo talmente male che dovrebbe cominciare ad escludere dalle liste il capo, Silvio Berlusconi. Faranno un’eccezione, temo.
Se la Costituzione della Repubblica nata dalla Resistenza continua ad essere impeccabile in quest’articolo e nella stragrande maggioranza degli altri, è evidente che la Costituzione parli di responsabilità penale. Esiste però un altro concetto molto meno rigido, ma paradossalmente più importante, che è quello di responsabilità politica. Nell’Italia degli ultimi tre lustri si è giocato per mischiare le carte e confondere la responsabilità politica con quella penale (spesso cancellata usando l’artificio della prescrizione, fatta passare per assoluzione). La soluzione è stata quella che tutti conoscono: il bivacco di manipoli di inquisiti e condannati in Parlamento.
La politica corrotta si trincera dietro la responsabilità penale per non riconoscere la responsabilità politiche del proprio operato. Il caso più scandaloso resta quello del senatore a vita mafioso, Giulio Andreotti. Il presunto complotto dei magistrati, i processi politici dei quali parla oggi Sandro Bondi, completano un’opera di mistificazione e di inquinamento della cultura del paese che, se ha la punta di lancia in Berlusconi e nel berlusconismo, non è riconducibile solo a lui.
Se non tutti i delinquenti sono politici e neanche tutti i politici sono delinquenti (anche se i qualunquisti sono sempre dietro l’angolo ad affermare il contrario come che non esistono più le mezze stagioni) è del tutto evidente che se i cento Cuffaro in parlamento sono ancora innocenti processualmente non lo sono politicamente. Anzi politicamente sono già condannati. Lo pensa perfino Gianfranco Micciché, che ne chiese le dimissioni (ma è culo e camicia con Marcello dell’Utri, ed è sempre quello che si faceva portare la roba al ministero), in contrasto col proprio partito.
E’ pertanto importante quello che sta succedendo in questi giorni: la scelta del Partito Democratico di Walter Veltroni, che siamo sicuri che sarà adottata alla lettera anche dalla Sinistra Arcobaleno (la Sinistra l’Arcobaleno, per complicarci l’onomastica), di non candidare anche i semplici rinviati a giudizio oltre che i condannati nei vari gradi (tutti innocenti dal punto di vista penale) è OTTIMA. In un paese normale sarebbe il minimo. Ma questo da anni non è più un paese normale. Da qualche parte bisogna iniziare e questo è un buon inizio ed è giusto riconoscerlo anche da parte di chi guarda con sdegno alla casta politica.
Nelle sinistre i casi più spinosi sono tre: Enzo Carra che dalle tangenti Enimont per espiare è diventato esponente di punta dei Teocon (non è lui binettiano ma la Binetti che è carraiana). Sergio d’Elia, che i radicali pretendono di mettere nel pacco dopo 25 anni scontati per banda armata e concorso in omicidio e Francesco Caruso, del PRC, sul quale pende una richiesta di condanna a 13 anni.
Sono casi diversissimi e auspico l’assoluzione di Francesco, così come è vero che d’Elia abbia tutto il diritto di vivere la propria vita da uomo libero, ma è vero che non c’è una prescrizione medica di essere deputati. Si eviti di gridare all’ostracismo. Le sinistre devono candidare la moglie di Cesare (Giulio, non Previti) ed è quindi auspicabile che non ci siano eccezioni di alcun tipo.
Sulle destre c’è poco da dire, anche se a cascata sono già costrette a una riverniciatura, almeno di facciata. Il prossimo parlamento avrà -nei limiti del Porcellum- meno corrotti. Questo è un fatto positivo di per sé a meno di non essere teorici del tanto peggio. Ed è un fatto che anche su questo piano le sinistre impongono l’agenda alla destra.
Purtroppo a Casini, da Cesa a Cuffaro, restano solo i banditi, e il Popolo delle Libertà sta messo talmente male che dovrebbe cominciare ad escludere dalle liste il capo, Silvio Berlusconi. Faranno un’eccezione, temo.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).

















