Domenica 2 marzo 2008 (ore 15.30)
Teatro di Roma ed ELLEDIEFFE
presentano
LE VOCI DI DENTRO
“tarantella in tre atti”
di Eduardo De Filippo
regia Francesco Rosi
scene Enrico Job
costumi di Enrico Job e Cristiana Lafayette
luci Stefano Stacchini
con
Luca De Filippo – Gigi Savoia – Antonella Morea
Marco Manchisi – Carolina Rosi
Durata dello spettacolo:40 m.(I°atto) –intervallo (15 minuti),
45 m.(II°atto) – (intervallo 5m.), 25 m. (III°atto)
“LE VOCI DI DENTRO”
Una sera dell’anno scorso, in attesa dell’inizio di uno spettacolo al Teatro Quirino, il critico Aggeo Savioli, che aveva apprezzato la mia regia di “Napoli Milionaria!”, mi si rivolge per chiedermi: «Ma perché non metti in scena “Le voci di dentro”?». Io ero seduto dietro a lui assieme a Luca De Filippo e a mia figlia Carolina. Gli risposi, più che sorpreso, sbalordito, come per un segno di premonizione magica: «Ma è proprio quello che abbiamo deciso di fare con Luca per la prossima stagione.» Lo spettacolo lo faremo e spero che ad Aggeo Savioli piacerà.
Questa commedia, scritta e rappresentata per la prima volta nel 1948, chiude il ciclo delle opere dell’immediato dopoguerra. Eduardo stesso la collocava a chiusura di un discorso unico e coerente, aperto da “Napoli Milionaria!” e continuato con “Filumena Marturano”, “Questi fantasmi” e “Le bugie con le gambe lunghe”.
«Secondo me – dice Eduardo a Vito Pandolfi in un’intervista del 1956 – non si è entrati nello spirito, si sono fermati al fatto della commedia. E’ sfuggito quello che era il mio proposito. I tre figli di Filumena Marturano rappresentano le tre forze dell’Italia: l’operaio, il commerciante, lo scrittore… I figli sono quelli che si tengono nelle braccia quando sono piccoli…. Ma quando sono grandi, quando sono diventati uomini, o sono figli tutti quanti o sono nemici… Pensavo con quella commedia di aver messo in evidenza questa situazione ai governanti, pensavo che avrebbero preso dei provvedimenti. Poi scrissi “Questi fantasmi”, poi “Le bugie con le gambe lunghe”, ma le cose rimasero stazionarie e allora ho scritto “Le voci di dentro”, dove il personaggio non parla più perché è inutile parlare quando nessuno ascolta.»
La commedia ebbe molto successo, la gente, anche se spiazzata da tanta anticipazione, riuscì a cogliere il lato amaro di quello che Eduardo aveva voluto dire: la famiglia come luogo di gelosia, di rancori, di odi nascosti.
“Il sogno è la spia di una grande inquietudine che ci attanaglia. I personaggi di questa commedia portano in sé l’ansia di una guerra appena finita, di violenze non dimenticate” (Intervista a Giulio Baffi – L’Unità – 10 gennaio 1977).
Noi oggi possiamo continuare con l’elenco desunto da una cronaca quotidiana sempre più tormentata da violenze insopportabili: madri che uccidono figli, figli che uccidono padri, familiari che si ammazzano tra di loro, pedofilia sempre più diffusa negli ambienti creati per la protezione dell’innocenza, famiglie sconvolte dall’odio, dai sospetti più atroci, da crimini commessi in nome degli interessi più sordidi. Il valore di profezia della commedia di Eduardo, definita dall’autore una “tarantella in tre atti”, la sua attualità, sono sconcertanti.
Alberto Saporito ha un incubo, forse una visione, che definirà un “sogno”: il delitto commesso da una famiglia di tranquilli borghesi, e non esita a denunciarli, tanto ci crede. Gli accusati, invece di proclamare ad alta voce tutti insieme la loro estraneità al delitto, sospettano che sia stato commesso da uno di loro e si accusano l’un l’altro, arrivando a progettare un delitto vero per coprirne uno solo immaginato. Situazione paradossale, commedia difficile proprio per questo suo muoversi tra realismo e surrealismo.
Scrisse Cesare Garboli (Corriere della sera - 21 gennaio 1977): “Seppe tradire il realismo beffandolo col paradosso, inquietandolo con una pericolosa emulsione di teatro magico e esterrefatto, dove il non senso e gli spettri sono di casa né più né meno del maccherone riscaldato o del ferro da stiro. Sempre partendo dal quotidiano, Eduardo liberava una sostanza popolare nascosta, preziosa e immateriale. E lo spirito di Napoli si lasciava sfuggire un anello bluastro, una spirale di fumo inatteso.”
Si parlò del realismo metafisico di Eduardo.
Salvatore Quasimodo (Il Dramma – 1948): “L’ironico, il tragico, il grottesco hanno cadenza di alto ritmo. Ho sognato – grida Alberto – ma ormai il sospetto è entrato in casa Cimmaruta: l’uno viene accusato dall’altro, la crudeltà, la vigliaccheria si rivelano a ogni parola. Aniello, il presunto assassinato, è vivo, ritorna. Non importa: le voci di dentro ormai sono scoperte.”
Francesco Rosi
Con la messa in scena di “Le voci di dentro” dopo “Napoli Milionaria!” desidero proseguire, insieme a Francesco Rosi, il discorso teatrale sulla drammaturgia di Eduardo. Le due commedie, scritte a pochi anni di distanza (“Napoli Milionaria!” nel 1945 e “Le voci di dentro” nel 1948), segnano infatti il momento di passaggio da un Eduardo in cui è ancora viva la speranza nei grandi cambiamenti e nel recupero dei valori fondamentali, dopo il terribile dramma della guerra, ad un Eduardo in cui la disillusione ed il pessimismo prevalgono in misura crescente. E’ il momento in cui Eduardo passa dalla riflessione sulla società all’approfondimento dei rapporti all’interno della famiglia, sempre più espressione di ipocrisia, tornaconto personale, cinismo e sempre meno di quei grandi ideali quali la fraternità, la solidarietà, la pietà, che avrebbero dovuto segnare il rinnovamento sociale ed individuale.
“Le voci di dentro”, nel filone del fantastico eduardiano con l’ambiguo rapporto sogno-realtà, esprime profondamente gli umori del tempo, di un Paese scosso nel suo sistema di valori e poco fiducioso in una autentica rinascita, come se gli orrori della guerra, ancorché finita, avessero contaminato la coscienza delle persone, come se una sottile corruzione morale fosse penetrata in profondità, pur coperta da un’apparente moralità, riportando a quella connivenza e alle responsabilità individuali e collettive che avevano rese possibili le tragedie ancora così vicine.
Il titolo è emblematico e come tale è entrato nel linguaggio quotidiano: le voci di dentro non corrispondono più alle voci di fuori, e a forza di reticenze, sospetti reciproci e ipocrisie si può arrivare a estremi impensabili, alla negazione della comunicazione e della stima reciproca, rivelando zone insospettabili di una umanità come sperduta.
Luca De Filippo
Una sera dell’anno scorso, in attesa dell’inizio di uno spettacolo al Teatro Quirino, il critico Aggeo Savioli, che aveva apprezzato la mia regia di “Napoli Milionaria!”, mi si rivolge per chiedermi: «Ma perché non metti in scena “Le voci di dentro”?». Io ero seduto dietro a lui assieme a Luca De Filippo e a mia figlia Carolina. Gli risposi, più che sorpreso, sbalordito, come per un segno di premonizione magica: «Ma è proprio quello che abbiamo deciso di fare con Luca per la prossima stagione.» Lo spettacolo lo faremo e spero che ad Aggeo Savioli piacerà.
Questa commedia, scritta e rappresentata per la prima volta nel 1948, chiude il ciclo delle opere dell’immediato dopoguerra. Eduardo stesso la collocava a chiusura di un discorso unico e coerente, aperto da “Napoli Milionaria!” e continuato con “Filumena Marturano”, “Questi fantasmi” e “Le bugie con le gambe lunghe”.
«Secondo me – dice Eduardo a Vito Pandolfi in un’intervista del 1956 – non si è entrati nello spirito, si sono fermati al fatto della commedia. E’ sfuggito quello che era il mio proposito. I tre figli di Filumena Marturano rappresentano le tre forze dell’Italia: l’operaio, il commerciante, lo scrittore… I figli sono quelli che si tengono nelle braccia quando sono piccoli…. Ma quando sono grandi, quando sono diventati uomini, o sono figli tutti quanti o sono nemici… Pensavo con quella commedia di aver messo in evidenza questa situazione ai governanti, pensavo che avrebbero preso dei provvedimenti. Poi scrissi “Questi fantasmi”, poi “Le bugie con le gambe lunghe”, ma le cose rimasero stazionarie e allora ho scritto “Le voci di dentro”, dove il personaggio non parla più perché è inutile parlare quando nessuno ascolta.»
La commedia ebbe molto successo, la gente, anche se spiazzata da tanta anticipazione, riuscì a cogliere il lato amaro di quello che Eduardo aveva voluto dire: la famiglia come luogo di gelosia, di rancori, di odi nascosti.
“Il sogno è la spia di una grande inquietudine che ci attanaglia. I personaggi di questa commedia portano in sé l’ansia di una guerra appena finita, di violenze non dimenticate” (Intervista a Giulio Baffi – L’Unità – 10 gennaio 1977).
Noi oggi possiamo continuare con l’elenco desunto da una cronaca quotidiana sempre più tormentata da violenze insopportabili: madri che uccidono figli, figli che uccidono padri, familiari che si ammazzano tra di loro, pedofilia sempre più diffusa negli ambienti creati per la protezione dell’innocenza, famiglie sconvolte dall’odio, dai sospetti più atroci, da crimini commessi in nome degli interessi più sordidi. Il valore di profezia della commedia di Eduardo, definita dall’autore una “tarantella in tre atti”, la sua attualità, sono sconcertanti.
Alberto Saporito ha un incubo, forse una visione, che definirà un “sogno”: il delitto commesso da una famiglia di tranquilli borghesi, e non esita a denunciarli, tanto ci crede. Gli accusati, invece di proclamare ad alta voce tutti insieme la loro estraneità al delitto, sospettano che sia stato commesso da uno di loro e si accusano l’un l’altro, arrivando a progettare un delitto vero per coprirne uno solo immaginato. Situazione paradossale, commedia difficile proprio per questo suo muoversi tra realismo e surrealismo.
Scrisse Cesare Garboli (Corriere della sera - 21 gennaio 1977): “Seppe tradire il realismo beffandolo col paradosso, inquietandolo con una pericolosa emulsione di teatro magico e esterrefatto, dove il non senso e gli spettri sono di casa né più né meno del maccherone riscaldato o del ferro da stiro. Sempre partendo dal quotidiano, Eduardo liberava una sostanza popolare nascosta, preziosa e immateriale. E lo spirito di Napoli si lasciava sfuggire un anello bluastro, una spirale di fumo inatteso.”
Si parlò del realismo metafisico di Eduardo.
Salvatore Quasimodo (Il Dramma – 1948): “L’ironico, il tragico, il grottesco hanno cadenza di alto ritmo. Ho sognato – grida Alberto – ma ormai il sospetto è entrato in casa Cimmaruta: l’uno viene accusato dall’altro, la crudeltà, la vigliaccheria si rivelano a ogni parola. Aniello, il presunto assassinato, è vivo, ritorna. Non importa: le voci di dentro ormai sono scoperte.”
Francesco Rosi
Con la messa in scena di “Le voci di dentro” dopo “Napoli Milionaria!” desidero proseguire, insieme a Francesco Rosi, il discorso teatrale sulla drammaturgia di Eduardo. Le due commedie, scritte a pochi anni di distanza (“Napoli Milionaria!” nel 1945 e “Le voci di dentro” nel 1948), segnano infatti il momento di passaggio da un Eduardo in cui è ancora viva la speranza nei grandi cambiamenti e nel recupero dei valori fondamentali, dopo il terribile dramma della guerra, ad un Eduardo in cui la disillusione ed il pessimismo prevalgono in misura crescente. E’ il momento in cui Eduardo passa dalla riflessione sulla società all’approfondimento dei rapporti all’interno della famiglia, sempre più espressione di ipocrisia, tornaconto personale, cinismo e sempre meno di quei grandi ideali quali la fraternità, la solidarietà, la pietà, che avrebbero dovuto segnare il rinnovamento sociale ed individuale.
“Le voci di dentro”, nel filone del fantastico eduardiano con l’ambiguo rapporto sogno-realtà, esprime profondamente gli umori del tempo, di un Paese scosso nel suo sistema di valori e poco fiducioso in una autentica rinascita, come se gli orrori della guerra, ancorché finita, avessero contaminato la coscienza delle persone, come se una sottile corruzione morale fosse penetrata in profondità, pur coperta da un’apparente moralità, riportando a quella connivenza e alle responsabilità individuali e collettive che avevano rese possibili le tragedie ancora così vicine.
Il titolo è emblematico e come tale è entrato nel linguaggio quotidiano: le voci di dentro non corrispondono più alle voci di fuori, e a forza di reticenze, sospetti reciproci e ipocrisie si può arrivare a estremi impensabili, alla negazione della comunicazione e della stima reciproca, rivelando zone insospettabili di una umanità come sperduta.
Luca De Filippo















