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Mercoledì, 2 Aprile : 2008 teatrionline
Rassegna a cura di:
Castellammare di Stabia (NA)
DANIELA OLIVIERI
Ha una media di una grassa risata ogni 5 secondi lo spettacolo Seven di Giobbe Covatta al Teatro Ambra Jovinelli di Roma. L’attore cinquantunenne mette in scena i sette vizi capitali con ironia, irriverenza e battute political scorrect.
Accompagnato da Giosi Cincotti alla tastiera e Ugo Gangheri alla chitarra e percussioni, Giobbe Covatta si cimenta per la prima volta in canzoni che aprono i sette capitoli, per poi proporre vari personaggi che incarnano i piccoli vizi individuali, che da sempre accompagnano l’uomo pieno di debolezze e imperfezioni. Il pubblico si piega in due durante il discorso della mutanda visto in tv negli sketch di Zelig.
Per meglio definire i peccati di lussuria, gola, ira, avarizia, superbia, invidia e accidia ricorre al dizionario, ad una verosimile terminologia medica, episodi biblici, fotografie e a Dante Alighieri. Ma subito appare evidente che non serve andare troppo in dietro nel tempo per avere esempi di condotte peccaminose, non occorre fermarsi agli episodi letterari. La realtà contemporanea è ancora dominata da questi sette re, per citare una canzone della Bandabardò con cui apre la serata.
Il grande comico napoletano sa mescolare le risate e riflessioni quando si accorge che ad accontentare la gola si scade nel consumismo, che l’accidia significa l’indolenza di una società che non si indigna più di fronte a niente, che la superbia può diventare razzismo, che l’invidia può portare all’abuso della chirurgia estetica, che l’avarizia si traduce nella fame nel mondo, tematica, questa, particolarmente a cuore all’attore, da anni impegnato nell’AMREF (Fondazione Africana per la Medicina e la Ricerca).
In tempi di (ri)letture dantesche, la fantomatica Divina Commedia scritta dal “cugino di Dante di Castellammare di Stabia” letta da Giobbe Covatta negli ultimi minuti della serata è davvero una chicca che vorremmo tenere sul comodino
.Accompagnato da Giosi Cincotti alla tastiera e Ugo Gangheri alla chitarra e percussioni, Giobbe Covatta si cimenta per la prima volta in canzoni che aprono i sette capitoli, per poi proporre vari personaggi che incarnano i piccoli vizi individuali, che da sempre accompagnano l’uomo pieno di debolezze e imperfezioni. Il pubblico si piega in due durante il discorso della mutanda visto in tv negli sketch di Zelig.
Per meglio definire i peccati di lussuria, gola, ira, avarizia, superbia, invidia e accidia ricorre al dizionario, ad una verosimile terminologia medica, episodi biblici, fotografie e a Dante Alighieri. Ma subito appare evidente che non serve andare troppo in dietro nel tempo per avere esempi di condotte peccaminose, non occorre fermarsi agli episodi letterari. La realtà contemporanea è ancora dominata da questi sette re, per citare una canzone della Bandabardò con cui apre la serata.
Il grande comico napoletano sa mescolare le risate e riflessioni quando si accorge che ad accontentare la gola si scade nel consumismo, che l’accidia significa l’indolenza di una società che non si indigna più di fronte a niente, che la superbia può diventare razzismo, che l’invidia può portare all’abuso della chirurgia estetica, che l’avarizia si traduce nella fame nel mondo, tematica, questa, particolarmente a cuore all’attore, da anni impegnato nell’AMREF (Fondazione Africana per la Medicina e la Ricerca).
In tempi di (ri)letture dantesche, la fantomatica Divina Commedia scritta dal “cugino di Dante di Castellammare di Stabia” letta da Giobbe Covatta negli ultimi minuti della serata è davvero una chicca che vorremmo tenere sul comodino
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
















