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«Berlusconi sa vincere le elezioni, ma non governare»
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Martedì, 5 Agosto : 2008 - PAOLO PAGANI - Direttivo prov.le Pd - Coord. prov.le - Associazione «A Sinistra» - (Brescia)

«Berlusconi sa vincere le elezioni,
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ma non governare»


La storia si sta ripetendo. Berlusconi sta dimostrando di saper vincere le elezioni, ma di non essere all’altezza della prova di governo. Tutti prima o poi raggiungono il loro livello di inadeguatezza: per il Cavaliere la soglia è quella del governo di una grande nazione, che evidentemente non è una grande azienda. - I primi mesi di questa legislatura sono davvero emblematici. - La destra ha fatto una «cosa» che non serviva al Paese; non ha fatto e non sta facendo la «cosa» necessaria al Paese. - Ha bloccato il Paese per salvare Berlusconi da un processo, anche a rischio di scassare la giustizia. Il decreto blocca processi era quella cosa lì: la «cosa» che non serviva al Paese. Il Lodo Alfano ha reso il re nudo. - La «cosa» che invece serve è una terapia d’urto per contrastare la crisi economica, sostenere i consumi e il potere d’acquisto di salari, stipendi e pensioni: una consistente riduzione delle tasse per i redditi medio-bassi. - È la «cosa» che questo governo non sta facendo. Fa l’esatto contrario. Altro che Robin Hood, piuttosto sceriffo di Nottingham.

Ecco l’elenco:

- abolizione dell’Ici per i redditi medio alti,
- taglio dei fondi per i rinnovi contrattuali del pubblico impiego,
- riduzione degli stanziamenti per la Sanità,
- abbassamento delle tutele per giovani e precari.

Una classica politica della destra populista, alla faccia di chi si era illuso che la destra facesse una politica di sinistra. Le due cose evidentemente stanno insieme: simul stabunt, simul cadent.

Il Partito Democratico, dopo un iniziale sbandamento, sta rimettendo sulla corsia giusta l’opposizione legando la battaglia per la democrazia e la legalità a quella per difesa e la tutela dei ceti popolari. - La petizione popolare, con l’obiettivo di cinque milioni di firme, e la manifestazione nazionale del 25 ottobre sono l’espressione concreta di questa politica. Credo che ciò sia anche il risultato del superamento (frutto di un confronto non sempre avvenuto nelle sedi appropriate) di due impostazioni francamente sbagliate: una polemica infondata sulla proliferazione di associazioni e fondazioni; una enfatizzazione della vocazione maggioritaria (come se ci fossero stati due vincitori delle elezioni) e una contestuale sottovalutazione di una necessaria politica delle alleanze. - Sulla prima vale il linguaggio immaginifico di Bersani: un fiume non può vivere senza affluenti (identificando nel fiume il partito e negli affluenti le associazioni aperte anche ai non aderenti al partito). Più prosaicamente per un partito plurale com’è il Pd, le associazioni sono una ricchezza ed un valore. Il pericolo vero per il Pd è una deriva oligarchica. Non è stato e non è un pericolo immaginario. - Sulla seconda valgono le parole di Bettini: da soli non vinceremo mai. - A questo punto è però non più rinviabile la messa a punto di una strategia finalizzata a ricostruire una larga alleanza sociale e politica a forte partecipazione popolare. La sede più appropriata deve essere la conferenza programmatica fissata per l’autunno, dove va sciolto il nodo delle due linee politiche presenti nella discussione interna al Pd. Se è così, e credo che sia così, il nodo non si scioglie richiamando dalla base il gruppo dirigente ad una generica unità, ma richiedendo al gruppo dirigente una discussione, come si diceva un tempo, franca per decidere quale deve essere la rotta. Una unità di facciata lascia la nave senza nocchiere. - Il dibattito sulla legge elettorale non è e non è stato pura accademia: sottende quelle due linee che richiamavo. - Pensare, come Vassallo, ad un sistema vicino allo spagnolo vuol dire pensare al Pd come al Re Sole con gli eventuali alleati in una posizione da satelliti, ad una primazia del partito riformista. Mi pare irrealismo allo stato puro: il più grande errore che si può commettere in politica. - Pensare, come D’Alema, ad un sistema vicino al tedesco, vuol dire pensare ad un sistema di alleanze che, partendo dalla realtà sociale e politica dell’Italia di oggi, può dar vita ad un nuovo centro sinistra. Una strategia che non subordina il programma alle alleanze e viceversa ma che tiene insieme alleanze e programma. - I partiti riformisti hanno saputo assumere una funzione nazionale, nel senso di essere necessari al futuro di una nazione, quando sono stati capaci di legare in un rapporto virtuoso alleanze e programmi (questo è quello che è mancato all’Unione ed al governo Prodi). Questo è il compito del Pd: un compito antico e nuovo al tempo stesso.

  





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