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La lettera di Veltroni
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Lunedì, 8 Settembre : 2008 Il Messaggero

La lettera di Veltroni


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Dolce, mesto ricordo di quell' 8 settembre 1943!    


ROMA (8 settembre) - Nella lettera di dimissioni indirizzata al presidente della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici, al presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna, e a Settimio Di Porto del direttivo  dell'associazione Figli della Shoahricorda, Veltroni evidenzia lo sforzo fatto da sindaco di Roma per dar corpo alla proposta di un museo romano della Shoah.

La lettera. «Sono state proprio le vostre sollecitazioni ad entrare nel consiglio di amministrazione del comitato dei fondatori del Museo della Shoah, che mi hanno spinto a farne parte. Ho accettato per senso di responsabilità e per portare a termine un lungo lavoro condiviso con voi e tanti altri. Ho deciso ora però di presentare le mie dimissioni dal consiglio dopo le dichiarazioni del sindaco Alemanno che mi sono apparse gravissime. Quel tentativo di esprimere un giudizio "doppio" sul fascismo, questa ambiguità non chiarita e anzi se possibile aggravata dalle successive dichiarazioni mi feriscono e mi fanno ritenere impossibile rimanere al mio posto nel comitato presieduto dal sindaco di Roma Alemanno. Ho letto le vostre reazioni alle dichiarazioni del sindaco - prosegue Veltroni - e mi unisco al limpido giudizio espresso dal presidente Gattegna quando annota che le leggi razziali sono state emanate dal regime fascista e convalidate dalla monarchia. Quindi mi sembra difficile separare le due cose. Così come mi hanno emozionato le dichiarazioni di una persona cui sono legato da un grande affetto come Piero Terracina, quando ricorda che se non ci fosse stato il fascismo non ci sarebbero state le leggi razziali. Il fascismo è stato allora e rimane ancora una malattia contagiosa, e c'è sempre il pericolo che, se non lo si ferma, diventi inarrestabile».

«Prima della promulgazione delle leggi razziali - prosegue il segretario del Pd - il regime fascista aveva già espresso la sua carica totalitaria, aveva soppresso la libertà di tutti, non solo degli antifascisti, aveva perseguitato i suoi nemici, avvelenato l'aria del paese con la sua ideologia pervasiva e violenta. Non è a voi che devo ricordare cosa, dal colpo di stato della "marcia su Roma" e persino prima, era avvenuto nel nostro Paese. Dalle sedi sindacali e mutualistiche bruciate, dalle tante violenze perpetrate per imporsi con la forza dei manganelli e dei moschetti nasce quel regime che subito impone la fine delle libertà. Il delitto Matteotti, la messa al bando di ogni opposizione, la chiusura dei giornali avversari e la normalizzazione di tutta la stampa sono i primi atti costitutivi del fascismo al potere. Allo stesso modo finiscono le libertà di organizzazione e di espressione, gli oppositori come Gramsci vengono rinchiusi nelle carceri fino alla loro morte, altri gettati al confino o costretti all'esilio, altri ancora uccisi vigliaccamente da sicari come Giovanni Amendola, Piero Gobetti, don Minzoni e i fratelli Carlo e Nello Rosselli».

«È il fascismo - scrive ancora l'ex primo cittadino della Capitale - che spinge l'Italia nelle guerre coloniali che furono, benché in pochi lo ricordino, segnate da crimini gravissimi contro le popolazioni civili come il bombardamento dei villaggi in Etiopia con l'iprite. È qui che si inseriscono le leggi razziali non come un semplice "cedimento" al nazismo ma come la conseguenza di uno spirito razzista e antisemita che aveva serpeggiato a lungo nell'ideologia mussoliniana, è qui che si innesta la scelta scellerata dell'entrata in guerra», in un conflitto, scrive Veltroni che provoco «milioni di morti in Europa e lo sterminio sistematico degli ebrei. Ad esso il fascismo italiano, stavolta sotto le divise della Repubblica sociale, contribuì attivamente e consapevolmente come ci ricordano i rastrellamenti nelle strade dell'Italia occupata, il campo di concentramento di Fossoli, o la Risiera di San Sabba. Ritengo che una istituzione come il futuro Museo romano della Shoah - aggiunge Veltroni - al cui progetto abbiamo lavorato in tutti questi anni con la passione che sapete, che ha al centro proprio l'affermazione di una memoria condivisa come fondamento della convivenza civile e che fa del ricordo della Shoah un elemento imprescindibile non possa ammettere ambiguità o incertezze. Per questo, anche se con grande rammarico, vi annuncio le mie dimissioni. Al tempo stesso voglio confermarvi che continuerò a compiere ogni sforzo insieme a voi perchè il Museo romano della Shoah possa realizzarsi e possa essere il luogo della denuncia di ogni dittatura e ogni totalitarismo che insieme abbiamo immaginato».

  





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