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11 SETTEMBRE 01, SETTE ANNI DOPO.
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Sabato, 13 Settembre : 2008



APPROFONDIMENTO:
Image L'inganno totale
Image Il grande segreto del Pentagono


    L’11 sett 01, allorché le Torri Gemelle di New York furono rase al suolo da due attacchi dal cielo, causando circa 3000 morti, è stato variamente ricordato: da noi come una ricorrenza poco più che rituale; in Usa con maggiore enfasi. Quella data ha segnato lo spartiacque tra il XX e il nostro secolo: anzi è stato l’inizio di un’era storica nuova. Caratterizzata dalla presenza di un solo grande giocatore planetario, gli USA della Presidenza Bush, il solo che avesse strumenti, volontà e capacità strategiche per aver un ruolo non solo politicamente, ma anche militarmente attivo in aree sensibili dove fossero suoi interessi da implementare. Secondo il famoso, e mai smentito “Memorandum Presidenziale” del 2000, si dovevano “creare” delle condizioni per cui, di fronte all’opinione pubblica mondiale, “diventasse lecito” intervenire a dispetto dei Trattati, delle Convenzioni e del rispetto delle Sovranità Nazionali, ecc. Così all’indomani dell’11 Sett si attaccò l’Afghanistan, considerato il “Santuario” di Al Qaeda e di Bin Laden, indicati come colpevoli della strage; e si passò, in un secondo momento, all’Iraq. Questa feroce dittatura fu indicata come prona a Bin Laden e/o in possesso di “armi di distruzione di massa”: su questa fragile base, poi dimostrata un colossale falso, fu invaso un paese sovrano. E ora? La pace è forse meglio garantita? No; non solo gli Usa, nella sostanza stanno andando incontro ad una sconfitta strategica, ma hanno dato forza ad altri attori che stanno acquistando importanza proprio sulla base del loro errori. Non si è mai visto un’operazione militare di così ampia portata, come è stato l’attacco all’Iraq, così priva di visione strategica, circa il “dopo” la vittoria. Solo ora, e con fatica, dopo che si stanno accordando con le varie fazioni armate in Iraq si sta assistendo ad una leggera ripresa dell’estrazione del petrolio, e quindi del flusso di soldi che ne deriva. Ma queste fazioni, fino a pochissimo fa, erano combattute dai Marines: ovvero, sul campo, gli Usa hanno ottenuto una sonora sconfitta militare, e perfino a Bagdad, a poche centinaia di metri dalla zone iperprotette, hanno dovuto cedere la loro sovranità; certo, in modi informali, poco appariscenti e nel più fondo silenzio mediatico, ma sostanziali. Proprio perciò, non casualmente, Al Qaeda, nell’ultimo video di Al Zawahiri, considerato il proconsole di Bin Laden in Iraq, l’Iran è stato attaccato, come “Nemico dell’Islam”. Ma tutto ciò ha rafforzato le componenti filoiraniane, ovvero islamico-sciite della scena politica. Il paradosso è che, quindi, grazie all’insipienza politica della banda Cheney-Rumsfeld-Wolfowitz, di cui Bush “o’ piccirillo” era solo il front man più o meno parlante, i veri vincitori siano gli Ayatollah di Teheran, gli unici in grado di assicurare un minimo di controllo sulle aree calde del paese. Gli americani stanno adottando la stessa sciagurata tattica  del “Search & Distroy” (“Mira e Distruggi”) che hanno applicato in Corea, Vietnam; e ora anche in Afghanistan, con l’esito di rafforzare i Taliban, attraverso gli attacchi indiscriminati a civili e bambini. Mentre i contigenti Onu, di cui fa parte l’Italia, hanno come scopo il venire incontro alle esigenze di pace degli abitanti del paese, con scuole, ospedali, formazione di nuclei di professionalità civili, gli Usa sono presenti in forza della Nato, sganciati e autonomi, se non ostili, a queste forze Peace Keeper, con lo scopo di (secondo loro) stanare Al Qaeda. Il cui capo, Bin Laden, è sempre misteriosamente, sospettamente imprendibile. Perciò, loro malgrado, le forze Onu sono coinvolte nei combattimenti, a causa dell’aggressività Usa: e ciò sta mutando radicalmente il quadro generale, con gli americani all’offensiva. Però sempre in modi indecifrabili: cito, ad esempio, la strana  “non lotta” degli Usa contro le piantagioni d’oppio, i cui proventi sono alla base dell’armamenti dei vari Signori della Guerra. E’ come se non si volesse, realmente, la fine della guerra. Di fatto si vuole  condizionare la presenza dell’insieme di queste truppe al controllo americano, rispetto agli altri partners, soprattutto europei, “diffidati” dal mettere in essere politiche autonome, che non siano di pura aggressività militare; ma anche creare un’ipoteca al successore di Bush, sia esso Repubblicano o Democratico. E’ un gioco tortuoso, ma a cui fanno da sponda egregiamente Al Qaeda e i Taliban. Ma la guerra in Iraq ha creato uno sfascio anche nei conti pubblici. Il suo costo non è poche centinaia di milioni di dollari, come hanno strombazzato. Ma, come ha dimostrato l’economista Jeremy Rifkin, è una cifra che oscilla tra i 3 e i 4 Mlrd di usd: una cifra immane, che tende ad aumentare. Ed è per questo, secondo alcuni osservatori, che la finanza pubblica è stata lasciata a briglie sciolte, complice la Fed, la banca centrale, con un tasso di sconto bassissimo, volto a coprire le necessità di vendere i titoli del colossale debito pubblico presso gli operatori internazionali, essendo il dollaro la moneta di riferimento mondiale. Su questa base è avvenuto il crollo dei SubPrime ipotecari dell’edilizia, perché col denaro a costi così bassi c’è stata una paranoica corsa all’indebitamento. Questo, non sorretto dall’”economia reale”, è imploso creando le crisi che tutti conosciamo.

  



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