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Lunedì, 06 Ottobre : 2008 GIUSEPPE TURANI, La Repubblica
A SEGUIRE: A2A - Utilities, i fratelli coltelli che deprimono la Borsa
La cosa più lenta che c’è in Lombardia (e al Nord in genere) è la politica. Sempre la politica è anche il soggetto con la vista più corta. Per rendersene conto, basta dare un’occhiata a quello che sta avvenendo sul piano dell’economia, che si muove in avanti, mentre la politica sta ferma al suo posto, quando non decide addirittura di arretrare. Se si prendono le due capitali più importanti del Nord (Milano e Torino), si vede che è già iniziata una serie di integrazioni molto importanti.
Mesi fa la più importante banca torinese, l’Istituto San Paolo, si è fusa con la milanese Banca Intesa. E molto tempo prima l’altra grande banca torinese (la Cassa di Risparmio) era confluita in Unicredit (di cui fanno parte anche existituti veneti). Inoltre, le due aziende di servizi di Milano e di Brescia si sono fuse, dando vita alla A2A, e si sta discutendo, fra molte difficoltà politiche, di fondere le aziende dei trasporti di Torino e di Milano. Sul piano musicale è nato MiTo, un insieme di concerti nelle due città.
In sostanza, si sta delineando, nei fatti, un modello di città che parte da Torino e arriva fino a Milano, con qualche propaggine nel Veneto e comunque nella vicina Brescia.
E qui è impossibile sfuggire a un rimpianto. Più di venti anni fa due sindaci coraggiosi (Diego Novelli, torinese e comunista, e Carlo Tognoli, milanese, socialista) lanciarono appunto l’idea di Mito. Il progetto era quello di "mettere insieme" le due città, condividendo tutto ciò che era condivisibile, fino a farne una sola entità. Intorno alla cosa si organizzò anche un convegno, e grazie all’allora amministratore delegato dell’Italtel Marisa Bellisario (entusiasta dell’iniziativa), si riuscì anche a dimostrare che grazie alla nuove tecnologie Mito avrebbe potuto essere una cosa importante.
In realtà, non se ne fece nulla perché le associazioni industriali di Milano e di Torino snobbarono la cosa pensando che fosse una fantasia inutile.
Oggi, invece, vediamo nei fatti che l’integrazione MilanoTorino sta andando avanti, spontaneamente.
Ma i politici di adesso fanno finta di non vedere. Tutto cambia, ma loro no. Non riescono a avere uno scatto di fantasia. E "la città che c’è ma che non c’è" (TorinoMilanoBrescia) va avanti senza un minimo di coordinamento e di progetto. Ognuno per conto proprio.
Qualche esempio (nefando) di questa confusione. Nell’area che ho appena indicato ci sono (mal contate) almeno sette facoltà di economia, con tanto di biblioteche, professori, bidelli, aule, edifici. E’ vero che in Italia ogni boss politico locale vorrebbe un’università sotto casa, ma sette facoltà di economia in un’area che in 50 minuti si percorre tutta è solo uno spreco insensato e basta.
Se poi ci mettiamo a contare gli aeroporti da Torino a Venezia non la finiamo più. Sono quattro fino a Bergamo (partendo dalla capitale piemontese), ma poi bisognerebbe tener conto anche di quelli veneti (a meno di un’ora di macchina).
Qualche tempo fa a Milano si è fatto un convegno per discutere della Grande Milano, ma è già finito tutto mentre continua il lavorio per arrivare un giorno, magari, a fare l’inutile provincia di Monza.
L’idea, ad esempio, di mettere su un grande coordinamento TorinoMilanoBrescia e di cominciare con un minuzioso inventario delle risorse presenti nell’area (istruzione, ricerca, alte scuole, sanità, trasporti, ecc.) non sfiora nemmeno i nostri politici, che appaiono piuttosto intenti al complicato lavoro di spartirsi i posti nel consiglio di amministrazione della nascente società dei trasporti MilanoTorino.
L’area appena indicata è probabilmente una delle più forti in Europa, ma non si riesce a fare un passo in avanti rispetto ai localismi di origine ottocentesca. Così il Politecnico di Milano, che dovrebbe essere il nostro Caltech (il nostro Mit), è distribuito su tre o quattro sedi (alcune veramente poco dignitose) e ci sono laboratori di ricerca (di avanguardia, li ho visitati) collocati in appartamenti di abitazione in condomini per mancanza di altri posti. In compenso, poi, si trova un frammento di Politecnico (di Torino) persino a Biella (da cui, evidentemente, deve essere molto faticoso, proibitivo, raggiungere la capitale piemontese o quella lombarda).
Milano è una città che già ha dovuto compiere il passaggio da capitale industriale a capitale del terziario in modo autonomo, spontaneo, perché nessun potere pubblico si è accorto di quello che stava avvenendo, ma adesso si ha la sensazione che si sta davvero esagerando.
Chiunque è in grado di vedere che la città che corre da Torino a Venezia è probabilmente un unicum in Europa per ricchezza imprenditoriale, disponibilità di maestranze qualificate, tecnologie e capacità di fare. Valorizzare questa lunga città (che si è formata per conto suo, ma che c’è, e è bella) dovrebbe essere compito degli amministratori locali, ma ognuno pensa a come multare gli automobilisti che passano sul proprio territorio, a aggiustare qualche marciapiede, e basta. Non c’è un disegno, non c’è un coordinamento. Non c’è niente.
La stessa Expo del 2015 sta nascendo come un fatto milanese, quando è del tutto evidente che Milano, ormai, è una città di professionisti che ha ben poco da esporre o da dire al mondo (se si escludono moda e design). Il meglio sta fuori, nel suo territorio, lungo quell’asse MilanoVenezia dove nasce il 65 per cento del Quarto Capitalismo, e dove c’è la parte più dinamica dell’imprenditoria italiana. Se uno arriva fino a Bergamo può vedere dall’autostrada quella cosa straordinaria che è il Kilometro Rosso di Alberto Bombassei e della sua Brembo (leader mondiale nei freni). A Milano non c’è niente di simile: ci sono i ricercatori del Politecnico mischiati con le massaie che vanno a fare la spesa e con le colf extracomunitarie.
Ma Milano, solo perché è Milano, decide tutto per conto proprio, litiga al suo interno, battibecca con la Regione. L’idea di aprirsi, di fare spazio anche a tutto il nuovo che c’è in quello che una volta era il "contado" e che oggi invece è una delle regioni più forti e più ricche d’Europa non sfiora nemmeno la testa dei politici locali.
Tanti anni fa, in uno dei mille convegni ai quali capita di partecipare, era stata avanzata l’idea che la missione di Milano dovesse essere quella di diventare la capitale di tutto il nuovo (imprenditoria minore) che stava nascendo in Italia. Ma Milano non ne ha mai voluto sapere, non è nemmeno la capitale di Cernusco sul Naviglio. E’ una città chiusa in se stessa e che si apre solo in occasione di qualche fiera. Poi, per undici mesi all’anno, ognuno dentro (o intorno) ai propri Navigli.
E pensare che qui, nel Settecento e nell’Ottocento, c’era la miglior borghesia d’Europa.
E’ bastato un secolo perché la città finisse nelle mani di una classe politica provinciale, litigiosa, dalla vista così corta che quando c’è la nebbia non esce di casa per non andare a sbattere contro i lampioni.
Mesi fa la più importante banca torinese, l’Istituto San Paolo, si è fusa con la milanese Banca Intesa. E molto tempo prima l’altra grande banca torinese (la Cassa di Risparmio) era confluita in Unicredit (di cui fanno parte anche existituti veneti). Inoltre, le due aziende di servizi di Milano e di Brescia si sono fuse, dando vita alla A2A, e si sta discutendo, fra molte difficoltà politiche, di fondere le aziende dei trasporti di Torino e di Milano. Sul piano musicale è nato MiTo, un insieme di concerti nelle due città.
In sostanza, si sta delineando, nei fatti, un modello di città che parte da Torino e arriva fino a Milano, con qualche propaggine nel Veneto e comunque nella vicina Brescia.
E qui è impossibile sfuggire a un rimpianto. Più di venti anni fa due sindaci coraggiosi (Diego Novelli, torinese e comunista, e Carlo Tognoli, milanese, socialista) lanciarono appunto l’idea di Mito. Il progetto era quello di "mettere insieme" le due città, condividendo tutto ciò che era condivisibile, fino a farne una sola entità. Intorno alla cosa si organizzò anche un convegno, e grazie all’allora amministratore delegato dell’Italtel Marisa Bellisario (entusiasta dell’iniziativa), si riuscì anche a dimostrare che grazie alla nuove tecnologie Mito avrebbe potuto essere una cosa importante.
In realtà, non se ne fece nulla perché le associazioni industriali di Milano e di Torino snobbarono la cosa pensando che fosse una fantasia inutile.
Oggi, invece, vediamo nei fatti che l’integrazione MilanoTorino sta andando avanti, spontaneamente.
Ma i politici di adesso fanno finta di non vedere. Tutto cambia, ma loro no. Non riescono a avere uno scatto di fantasia. E "la città che c’è ma che non c’è" (TorinoMilanoBrescia) va avanti senza un minimo di coordinamento e di progetto. Ognuno per conto proprio.
Qualche esempio (nefando) di questa confusione. Nell’area che ho appena indicato ci sono (mal contate) almeno sette facoltà di economia, con tanto di biblioteche, professori, bidelli, aule, edifici. E’ vero che in Italia ogni boss politico locale vorrebbe un’università sotto casa, ma sette facoltà di economia in un’area che in 50 minuti si percorre tutta è solo uno spreco insensato e basta.
Se poi ci mettiamo a contare gli aeroporti da Torino a Venezia non la finiamo più. Sono quattro fino a Bergamo (partendo dalla capitale piemontese), ma poi bisognerebbe tener conto anche di quelli veneti (a meno di un’ora di macchina).
Qualche tempo fa a Milano si è fatto un convegno per discutere della Grande Milano, ma è già finito tutto mentre continua il lavorio per arrivare un giorno, magari, a fare l’inutile provincia di Monza.
L’idea, ad esempio, di mettere su un grande coordinamento TorinoMilanoBrescia e di cominciare con un minuzioso inventario delle risorse presenti nell’area (istruzione, ricerca, alte scuole, sanità, trasporti, ecc.) non sfiora nemmeno i nostri politici, che appaiono piuttosto intenti al complicato lavoro di spartirsi i posti nel consiglio di amministrazione della nascente società dei trasporti MilanoTorino.
L’area appena indicata è probabilmente una delle più forti in Europa, ma non si riesce a fare un passo in avanti rispetto ai localismi di origine ottocentesca. Così il Politecnico di Milano, che dovrebbe essere il nostro Caltech (il nostro Mit), è distribuito su tre o quattro sedi (alcune veramente poco dignitose) e ci sono laboratori di ricerca (di avanguardia, li ho visitati) collocati in appartamenti di abitazione in condomini per mancanza di altri posti. In compenso, poi, si trova un frammento di Politecnico (di Torino) persino a Biella (da cui, evidentemente, deve essere molto faticoso, proibitivo, raggiungere la capitale piemontese o quella lombarda).
Milano è una città che già ha dovuto compiere il passaggio da capitale industriale a capitale del terziario in modo autonomo, spontaneo, perché nessun potere pubblico si è accorto di quello che stava avvenendo, ma adesso si ha la sensazione che si sta davvero esagerando.
Chiunque è in grado di vedere che la città che corre da Torino a Venezia è probabilmente un unicum in Europa per ricchezza imprenditoriale, disponibilità di maestranze qualificate, tecnologie e capacità di fare. Valorizzare questa lunga città (che si è formata per conto suo, ma che c’è, e è bella) dovrebbe essere compito degli amministratori locali, ma ognuno pensa a come multare gli automobilisti che passano sul proprio territorio, a aggiustare qualche marciapiede, e basta. Non c’è un disegno, non c’è un coordinamento. Non c’è niente.
La stessa Expo del 2015 sta nascendo come un fatto milanese, quando è del tutto evidente che Milano, ormai, è una città di professionisti che ha ben poco da esporre o da dire al mondo (se si escludono moda e design). Il meglio sta fuori, nel suo territorio, lungo quell’asse MilanoVenezia dove nasce il 65 per cento del Quarto Capitalismo, e dove c’è la parte più dinamica dell’imprenditoria italiana. Se uno arriva fino a Bergamo può vedere dall’autostrada quella cosa straordinaria che è il Kilometro Rosso di Alberto Bombassei e della sua Brembo (leader mondiale nei freni). A Milano non c’è niente di simile: ci sono i ricercatori del Politecnico mischiati con le massaie che vanno a fare la spesa e con le colf extracomunitarie.
Ma Milano, solo perché è Milano, decide tutto per conto proprio, litiga al suo interno, battibecca con la Regione. L’idea di aprirsi, di fare spazio anche a tutto il nuovo che c’è in quello che una volta era il "contado" e che oggi invece è una delle regioni più forti e più ricche d’Europa non sfiora nemmeno la testa dei politici locali.
Tanti anni fa, in uno dei mille convegni ai quali capita di partecipare, era stata avanzata l’idea che la missione di Milano dovesse essere quella di diventare la capitale di tutto il nuovo (imprenditoria minore) che stava nascendo in Italia. Ma Milano non ne ha mai voluto sapere, non è nemmeno la capitale di Cernusco sul Naviglio. E’ una città chiusa in se stessa e che si apre solo in occasione di qualche fiera. Poi, per undici mesi all’anno, ognuno dentro (o intorno) ai propri Navigli.
E pensare che qui, nel Settecento e nell’Ottocento, c’era la miglior borghesia d’Europa.
E’ bastato un secolo perché la città finisse nelle mani di una classe politica provinciale, litigiosa, dalla vista così corta che quando c’è la nebbia non esce di casa per non andare a sbattere contro i lampioni.
Ultima modifica di Redazione il 06 Ott 2008 12:59, modificato 1 volta in totale
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La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).


















