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Mercoledì, 15 Ottobre : 2008 PIERFRANCESCO FRERE'
LA GIORNATA POLITICA
Lo sbandamento delle borse mondiali dopo la prima risposta positiva alle misure prese da tutti i governi era forse prevista, ma certo segnala il persistere di quella crisi di fiducia che rappresenta il problema numero uno della politica occidentale. A questo punto, come denuncia in Italia l'opposizione, il contraccolpo della recessione - dal mondo della finanza alle tasche dei cittadini - è solo una questione di tempo: negli Stati Uniti sarebbe già in atto, secondo alcuni istituti di analisi, e avrebbe innescato oggi l'ennesima picchiata di Wall Street. Ne deriva che dai premier europei ci si aspetterebbe qualcosa di più delle analisi tecniche difensive; la sensazione invece é che il mondo della politica sia in attesa degli eventi senza ancora aver colto da quale direzione arriverà il colpo più duro. Da Bruxelles Silvio Berlusconi ha messo in guardia contro un pericolo finora sottovalutato: quello che i signori del petrolio, i Fondi sovrani, si impadroniscano delle nostre aziende migliori, approfittando del fatto che sono molto sottoquotate. In questa chiave, non ha torto il premier a denunciare la trasformazione delle Borse in "teatro della speculazione", ma questa è l'economia di mercato si potrebbe replicare: tanto che il Cavaliere oggi ha dovuto ammettere che "riflessi negativi" sulla cosidetta "economia reale" saranno inevitabili, dopo avere assicurato pochi giorni fa che questi contraccolpi non ci sarebbero stati. L'ormone dello stress di cui parlano gli americani tornerà ben presto a farsi vivo; la profondità della crisi dovrebbe suggerire alle forze politiche di trovare punti d'intesa invece di proseguire in polemiche che, viste a livello globale, appaiono surreali. Ma non sembra che ciò possa accadere, nonostante il lavorio della massime cariche dello Stato.
Il presidente del Senato per esempio aveva auspicato che la trattativa per sbloccare le nomine in sospeso (vigilanza Rai e un giudice della Consulta) costituisse il terreno per riavviare un negoziato di più ampio respiro e magari dare corpo allo spirito di unità nazionale chiesto da Pier Ferdinando Casini. Invece si è assistito a un'altra rottura. Il Pd ha bocciato il candidato del Pdl alla Consulta, Gaetano Pecorella, perché indagato: in qualche modo, ha dato l'impressione di allinearsi ad Antonio Di Pietro che aveva subito respinto il nome avanzato dal centrodestra in quanto avvocato di Silvio Berlusconi. La maggioranza ha parlato di un grave errore di Walter Veltroni (Fabrizio Cicchitto) e accusa i democratici di indisponibilità. Ma è davvero così? In realtà dietro questa partita si intuisce il tentativo del segretario del Pd di regolare una volta per tutti i conti con Di Pietro, un alleato trasformatosi in un pericoloso concorrente. Quando il leader dell'Idv accusa il Pd di ricatto per aver collegato la candidatura di Pecorella a quella di Leoluca Orlando, impostando uno "scambio immorale", di fatto trasforma il teorico alleato nell'imputato numero uno. La strategia dipietrista è abbastanza chiara: logorare da sinistra i democratici, bruciando ogni spazio negoziale e costringendoli ad inseguirlo sulla strada dell' oltranzismo antiberlusconiano.
Ciò naturalmente non è nell' interesse di una forza che ambisce a rappresentare il volto nuovo del riformismo italiano ma che allo stesso tempo deve evitare il sospetto di collusioni sottobanco con la maggioranza. Perciò il Pd ha respinto il primo candidato del Pdl. Ma è possibile che Pecorella si trasformi in una sorta di candidatura di bandiera, in attesa di sfoderare il vero nome destinato alla Consulta. La disponibilità espressa da centristi e radicali a votare Pecorella sfalda infatti il fronte dell'opposizione e a questo punto potrebbe cambiare lo scenario della commissione Rai, dove Orlando potrebbe non essere più l'unico candidato: come dice l'Udc Michele Vietti, l'agibilità istituzionale viene prima dei nomi. Se a Udc e radicali si dovesse aggiungere il Pd, il gioco sarebbe fatto: per motivi istituzionali, il Pdl rinuncerebbe al suo uomo ma l'Idv dovrebbe fare altrettanto in un'ottica di "disarmo bilanciato". Un rifiuto di Di Pietro rischierebbe di isolare l'Idv nel momento in cui parte la convocazione ad oltranza delle Camere: il tempo è scaduto.
Il presidente del Senato per esempio aveva auspicato che la trattativa per sbloccare le nomine in sospeso (vigilanza Rai e un giudice della Consulta) costituisse il terreno per riavviare un negoziato di più ampio respiro e magari dare corpo allo spirito di unità nazionale chiesto da Pier Ferdinando Casini. Invece si è assistito a un'altra rottura. Il Pd ha bocciato il candidato del Pdl alla Consulta, Gaetano Pecorella, perché indagato: in qualche modo, ha dato l'impressione di allinearsi ad Antonio Di Pietro che aveva subito respinto il nome avanzato dal centrodestra in quanto avvocato di Silvio Berlusconi. La maggioranza ha parlato di un grave errore di Walter Veltroni (Fabrizio Cicchitto) e accusa i democratici di indisponibilità. Ma è davvero così? In realtà dietro questa partita si intuisce il tentativo del segretario del Pd di regolare una volta per tutti i conti con Di Pietro, un alleato trasformatosi in un pericoloso concorrente. Quando il leader dell'Idv accusa il Pd di ricatto per aver collegato la candidatura di Pecorella a quella di Leoluca Orlando, impostando uno "scambio immorale", di fatto trasforma il teorico alleato nell'imputato numero uno. La strategia dipietrista è abbastanza chiara: logorare da sinistra i democratici, bruciando ogni spazio negoziale e costringendoli ad inseguirlo sulla strada dell' oltranzismo antiberlusconiano.
Ciò naturalmente non è nell' interesse di una forza che ambisce a rappresentare il volto nuovo del riformismo italiano ma che allo stesso tempo deve evitare il sospetto di collusioni sottobanco con la maggioranza. Perciò il Pd ha respinto il primo candidato del Pdl. Ma è possibile che Pecorella si trasformi in una sorta di candidatura di bandiera, in attesa di sfoderare il vero nome destinato alla Consulta. La disponibilità espressa da centristi e radicali a votare Pecorella sfalda infatti il fronte dell'opposizione e a questo punto potrebbe cambiare lo scenario della commissione Rai, dove Orlando potrebbe non essere più l'unico candidato: come dice l'Udc Michele Vietti, l'agibilità istituzionale viene prima dei nomi. Se a Udc e radicali si dovesse aggiungere il Pd, il gioco sarebbe fatto: per motivi istituzionali, il Pdl rinuncerebbe al suo uomo ma l'Idv dovrebbe fare altrettanto in un'ottica di "disarmo bilanciato". Un rifiuto di Di Pietro rischierebbe di isolare l'Idv nel momento in cui parte la convocazione ad oltranza delle Camere: il tempo è scaduto.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
















