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LA GIORNATA POLITICA di Mercoledì, 5 Novembre 2008
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Mercoledì, 5 Novembre : 2008

LA GIORNATA POLITICA


ROMA - Speranza e' la parola piu' pronunciata per la vittoria di Barack Obama. C'e' una speranza che la svolta storica degli Stati Uniti abbia riflessi importanti anche per il nostro Paese? Giorgio Napolitano e' convinto di si'. Il capo dello Stato e' stato il primo ad indicare la straordinaria prova di vitalita' fornita dalla democrazia americana e a sottolineare le attese di nascita di un ordine mondiale piu' giusto. Ma il presidente della Repubblica e' andato anche piu' in la', invitando a trarre insegnamento dallo spirito di patriottismo e di unita' nazionale dato ieri notte dai due contendenti alla Casa Bianca: rafforzare l'unita' dell'Italia, ha detto Napolitano, resta il mio assillo pur nelle difficolta' del cambiamento e delle riforme.

Una lezione politica magistrale che tuttavia le forze politiche italiane hanno difficolta' ad assimilare, come dimostra l'esplosione della polemica sul chi sia piu' figlio della vittoria obamiana: l'appartenenza d'area (che peraltro gli americani intendono in modo diverso dagli europei) o la vocazione alle riforme? In realta', come osserva Gianfranco Fini, la democrazia statunitense appare un modello difficilmente uguagliabile per le sue capacita' di rigenerazione. Non ha torto Massimo Cacciari quando osserva come il successo di Obama abbia un significato metapolitico, nel senso che va al di la' del suo stesso campo assumendo un rilievo culturale e addirittura antropologico, dunque un fatto di per se' eccezionale.

Il sindaco di Venezia giudica ''patetico'' chiunque voglia appropriarsi in Italia la vittoria del neopresidente Usa e sostiene che anche il Pd non ha nulla a che fare con Obama, non fosse altro che per la sua incapacita' di rinnovarsi al di la' della sommatoria Ds-Dl. Parole dure che tradiscono l'esistenza nel campo del centrosinistra di un disagio che potrebbe persino essere amplificato dalla vittoria dei democratici Usa: Antonio Di Pietro pensa che ci sia poco da festeggiare perche' i problemi italiani restano sul tappeto, ma c'e' anche chi si dice convinto (Luigi Meduri del Pd) che alla fine Berlusconi ''rubera' '' Obama alla sinistra italiana al primo incontro internazionale, come del resto e' accaduto con Tony Blair.

Fausto Bertinotti giudica un fatto enorme l'ascesa alla presidenza Usa del primo candidato afroamericano, ma ''cio' - avverte - non salvera' la sinistra europea''. Veltroni, che ha organizzato a Roma una festa per la vittoria di Obama, non la pensa cosi': a suo avviso il vento degli Stati Uniti spirera' ben presto forte anche in Europa. Il segretario democratico ritiene che il neopresidente Usa incarni alla perfezione i valori del Pd e giudica una ''miseria politica'' che la destra sostenitrice di Bush tenti di spacciarsi oggi per ammiratrice di Obama. Certo, e' ancora presto per valutare tutti gli effetti che potra' avere sulla societa' europea ed italiana il valore simbolico della vittoria obamiana, forse la resurrezione della american way of life in politica ed economia quale modello guida dell'Occidente.

Ma il centrodestra non sembra avere avuto meno problemi del centrosinistra nel valutarne la portata. La gaffe di Maurizio Gasparri, secondo il quale Al Qaeda e' piu' contenta con Obama alla Casa Bianca, ha semioscurato infatti tutte le altre reazioni, seminando imbarazzo e irritazione: il tentativo del ministro Gianfranco Rotondi di derubricarla a una battuta infelice non e' riuscito a coprire la delusione di quella parte del centrodestra che ha tifato alla luce del sole per Mc Cain. Silvio Berlusconi si e' sottratto al cono d'ombra spiegando come per la politica estera italiana non cambi nulla perche' la linea guida e' l'amicizia con gli Stati Uniti: il Cavaliere ricorda di aver collaborato benissimo sia con Clinton che con Bush e attende l'occasione del prossimo G20 per ''abbracciare'' e forse dare ''qualche consiglio'' a Obama in virtu' della maggiore anzianita' anagrafica e politica. Tuttavia da palazzo Chigi si sottolinea come il primo problema che il nuovo presidente dovra' affrontare sia la crisi mondiale dei mercati: il tema che divide per eccellenza, il vero convitato di pietra di questa elezione presidenziale e del prossimo summit mondiale. Il fantasma del collasso del mondo occidentale nato proprio negli Usa e che negli Usa dovra' essere esorcizzato.

  





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