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Il mito e la realtà
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Giovedì, 6 Novembre : 2008  GIULIO ANSELMI, La Stampa

Il mito e la realtà

    
L’America ha dato al mondo la risposta che buona parte del mondo attendeva. E l’ha data con grandiosità americana affiancando sullo stesso palcoscenico mediatico il giovane trionfatore e l’anziano sconfitto in un gioco di reciproca legittimazione davanti a una folla plaudente: yes, we can.

«Ecco, il cambiamento è arrivato, siamo in un luogo dove le cose sono possibili», dice calmo Barack Obama, appena scelto come 44° Presidente degli Stati Uniti. E nelle parole del giovane ma navigato senatore non si coglie traccia di retorica o di cinismo: la sua elezione suona davvero all’opinione pubblica come l’ultima prova della leggendaria capacità di rinnovarsi attribuita alla più grande democrazia della Storia, segna una cesura con la stagione di George W. Bush che ha portato a un livello mai raggiunto l’impopolarità della superpotenza, interrompe la grande rivoluzione conservatrice iniziata da Reagan, attribuisce a un importante evento politico un immenso valore simbolico.

Un uomo di colore che entra alla Casa Bianca, col ruolo che fino a poco tempo fa poteva immaginarsi soltanto qualche film buonista di Hollywood, rappresenta molto più di una rivoluzione razziale. L’evento, davvero straordinario per i più anziani che ricordano lo scontro elettorale del democratico anti-segregazionista Lyndon Johnson col razzista Barry Goldwater, nei primi Anni Sessanta, viene interpretato dai più giovani con grande pragmatismo: Obama è un «non bianco», che gran parte degli afroamericani dei ghetti non considera «uno di noi» (lo prova l’affluenza alle urne, superiore solo di un paio di punti alla precedente consultazione), un meticcio, figlio di una società multiculturale - con una nonna in Kenya, un’altra alle Hawaii, il padre nero e la madre bianca del Kansas -, rappresentante di una classe mista portata all’ascesa sociale dalla globalizzazione, esponente di una società mischiata che per la maggioranza degli americani è comunque upper class.

Ma, in primo luogo, l’elezione, in un Paese ormai pronto a un presidente nero, come hanno sottolineato Colin Powell e Condoleezza Rice, due segretari di Stato che il problema della pelle lo hanno sperimentato in proprio, dipende dal forte segno di novità preteso dalla maggioranza degli americani, gente della middle class capace di votare repubblicano o democratico a seconda delle circostanze. A questa maggioranza di elettori è sembrato che il vigore di Obama nel cambiare la rotta fosse assai maggiore di quello dell’anziano McCain, segnato, suo malgrado, dall’appartenenza allo stesso partito di Bush. Se non fossero riusciti a dare col loro voto un forte segno di discontinuità, come ha scritto su La Stampa Vittorio Emanuele Parsi, avrebbero perso la fiducia che, quando le cose non vanno, i cittadini possono sempre cambiarle e mandare a casa chi ritengono responsabile.

Parlare dell’ultima incarnazione del sogno americano, con tutti gli elementi fantastici che comporta fin quasi alle soglie del mito, non ci esenta però dal realismo.

Sul piano interno, Obama dovrà fare i conti con tutte le aspettative suscitate: per lui la crisi finanziaria innescata dall’affare subprime, con le gravi conseguenze che comporta per l’economia reale, si incrocia con una profonda esigenza di giustizia sociale. La necessità di una nuova governance globale della finanza appare meno urgente di rapidi provvedimenti antirecessivi ai suoi elettori, parecchi dei quali fanno i conti con la decurtazione della base finanziaria del sistema pensionistico. Non è un caso che, parlando del leader democratico, in una stagione che ricorda i fantasmi del ’29 e della Grande Depressione si evochino Franklin D. Roosevelt e il New Deal. Non è un caso che una delle parole che Obama ha pronunciato con maggiore frequenza sia stata «redistribuzione».

D’altra parte, in tutta la campagna come nella scelta del vice, il nuovo Presidente si è mosso in modo da allontanare da sé ogni sospetto di radicalismo.

C’è poi tutta una serie di problemi sul fronte della politica internazionale, dall’Afghanistan all’Iraq al Medio Oriente alle relazioni con la Russia, dove la strategia politica e militare di George Bush lascia un’America indebolita e immiserita agli occhi del mondo. Non c’è da attendersi alcuna rivoluzione immediata per la ben nota continuità che condiziona la politica estera, ma certo, per restaurare l’immagine degli Usa all’interno e negli altri Paesi, Obama appare molto più attrezzato del suo predecessore e del suo antagonista. L’effetto novità, il colore della pelle, la bellezza, il portamento e tutti quegli elementi che concorrono a definire uno stile che rasenta il culto della personalità (e lasciamo perdere i patetici tentativi di tanti politici che, qua e là per i continenti, si affannano per essere arruolati come obamiani di complemento) sono a favore dell’uomo emerso da Chicago.

Il nuovo Presidente sa meglio di chiunque altro - lo ha detto già nel suo primo discorso - di avere di fronte a sé enormi problemi da risolvere. Vedremo di che stoffa è fatto, vedremo quali capacità lo sorreggeranno nel governo, al di là delle indubbie doti mediatiche di cui ha già dato gran prova. Per tutto il mondo, c’è da augurarsi - e noi sinceramente lo crediamo - che la scelta degli americani, fatta senza paura di puntare sul nuovo, sia stata azzeccata.

  





ViviCentro (art. 19 e 21)

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