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"Siamo pronti a un Papa nero"
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Giovedì, 6 Novembre : 2008  GIACOMO GALEAZZI, La Stampa

ANCORA UNA VOLTA, ridendo e scherzando e tra il serio ed il faceto .... su vivicentro abbiamo anticipato, a modo nostro e secondo lo stile dell'area, quanto oggi è seriamente testimoniato nell'articolo che segue.
BRAVI... Grazie!
(faccio tutto da solo.... tanto .....  Thumbup



INTERVISTA

"Siamo pronti a un Papa nero"
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Il capo dei vescovi statunitensi: "Obama è come il primo uomo sbarcato sulla luna"

Grazie agli ultimi pontificati la Curia è diventata internazionale, ora la Chiesa è pronta ad un Papa di colore». Il sessantenne arcivescovo metropolita di Atlanta, Wilton Daniel Gregory, primo presidente di colore della Conferenza episcopale degli Stati Uniti e originario della Chicago-quartier generale di Obama, traccia un «parallelo storico» tra la Casa Bianca e il Vaticano.

Cosa cambia con l’elezione di Obama?
«È un grande passo per l’umanità, il segno che negli Stati Uniti il tema della razza e il problema della discriminazione sono stati superati. Obama presidente dimostra il grado di maturità raggiunto dagli americani e, spero, sia una definitiva dimostrazione di riconciliazione. Anche la Chiesa ha fatto balzi in avanti impressionanti. Credo che in Vaticano i recenti pontificati abbiano svolto un eccellente lavoro per rendere internazionale e cosmopolita la Curia, portando a Roma membri di un grande spettro di razze e nazioni per assistere il Papa nelle funzioni della Chiesa centrale. Così si offre una visione della Chiesa nei suoi doveri e compiti internazionali e in ciò si vede il riflesso delle importanti differenze e diversità che recano in Curia i prelati dell’Africa, dell’Asia e di tutti i continenti. Lavorano insieme in Vaticano affinché la Chiesa possa dar prova della sua reale identità mondiale».

«Il prossimo Papa potrebbe essere africano, sarebbe un bel segnale», disse prima del conclave Joseph Ratzinger. È possibile un Pontefice di colore?
«Sì, è certamente possibile. Attraverso la saggezza dei cardinali potrebbe accadere nel prossimo conclave che ci auguriamo tutti sia il più lontano possibile nel tempo. Vedo già impressionanti sforzi per far sì che la Chiesa sia testimone del mondo e dell’universalità. La mia elezione alla presidenza dell’episcopato americano è stato un segnale significativo. Nel 2001 i vescovi degli Stati Uniti hanno eletto qualcuno di cui si fidano e che rispettano al di là della sua razza, quindi lo stesso può accadere per l’elezione del Papa. Si sceglie la persona, indipendentemente dalla razza. Da tempo nella Chiesa c’è una nuova mentalità, la Chiesa non è più incentrata sull’occidente ma mondiale e questo si esprime nella missione ecclesiale svolta. Se Obama alla Casa Bianca è come il primo uomo sulla Luna, sicuramente può accadere lo stesso sul soglio di Pietro. Non dimentichiamo che in conclave la saggezza dei cardinali è guidata dalla sapienza dello Spirito Santo per scegliere la personalità che meglio risponda alle esigenze del momento».

Dov’è iniziata questa svolta?
«È stato Giovanni XXIII a far entrare aria nuova nelle sacre stanze, poi Paolo VI ha allargato al mondo l’orizzonte della chiesa, diventando il primo papa a fare lunghi viaggi. Stati Uniti, Terra santa, Filippine. Lì è maturata l’apertura della Chiesa verso altre culture, verso aree del mondo diverse e lontane dall’Europa. Giovanni Paolo II ha spinto ancora più avanti la frontiera e ora Benedetto XVI sta proseguendo questa tradizione globalizzante e mette il suo speciale talento al servizio della Chiesa universale. La sua competenza di studioso, la sua cultura, il dono unico di teologo spalancano i cuori e le menti nei cinque continenti. Il Santo Padre ha vissuto gli orrori della Seconda guerra mondiale, è stato professore all’università, vescovo a Monaco, prefetto in Vaticano alla congregazione per la dottrina della fede. Tutto questo parla una lingua universale, è un patrimonio inestimabile».

Sperava da seminarista di arrivare a guidare la Chiesa americana?
«Da giovane studente in seminario minore il mio obiettivo era diventare prete non pensavo a quali responsabilità aggiunte avrebbero potuto chiedermi di assumere. Pochi giorni fa ho festeggiato i 25 anni da vescovo e ho fatto un bilancio positivo di quante cose ho visto mutare davanti ai miei occhi. Ho visto tanti cambiamenti attorno a me, anche nella Chiesa. Ho visto cambiare la situazione in molti modi buoni e incoraggianti. Sono molto fiducioso che i miglioramenti proseguiranno. Con tutti i passi avanti cui ho assistito non posso che essere ottimista».

  





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