TRISCAIDECAFOBIA
E’ dura la vita d’una laureata, a maggior ragione se ha dimostrato una certa solerzia e pignoleria, nel ricercare particolari situazioni, fuori della portata comune della casistica medica.
Capitò così anche a me di dover accontentare il mio professore, in un lavoro di ricerca legato allo studio delle più strane fobie che caratterizzano l’animo umano, considerando che, per definizione, la fobia è una particolare forma di paura, che presenta aspetti particolarissimi, ossia: essere sproporzionata alla situazione, non poter essere controllata mediante un'analisi razionale, porsi al di là del controllo volontario, ed infine produrre l'evitamento della situazione temuta.
Fatta questa doverosa premessa, il mio intento era quello di non cadere nella banale, nonché semplicistica trattazione, d’un evento patologico, segnalandone particolari eventi, ma, trattandosi di giocarmi una prestigiosa carta, per la carriera universitaria, m’imponevo una rigidità scientifica e razionale quasi assoluta.
Nella fattispecie, dato l’argomento della trattazione, era mia intenzione stravolgere anche tutto il secolare convincimento che, sul tema specifico, aveva affascinato uomini d’ogni estrazione e formazione culturale.
Si trattava di studiare la triscaidecafobia, complicatissima parola, derivata dal greco, che altro non vuol dire che la paura sconsiderata per il numero 13.
Le ricerche, con mio grande stupore, mi conducevano a svariate considerazioni, anche il virtù del fatto che non è stato possibile, almeno da fonti documentali attendibili, stabilire le origini di questa patologia, contemplata, tra l’altro nel mero campo delle superstizioni.
Si parte dall’interessante considerazione matematica che il 13 è il successore di un numero altamente composto, il 12, che è considerato positivo in molte culture. Un insieme di 12 elementi si può, infatti, dividere in parti uguali in molti modi (per due, tre, quattro o sei); un tredicesimo elemento, che si aggiunga a questo insieme, lo spaia irrimediabilmente, impedendo qualunque suddivisione equa (13 è un numero primo).
In ogni caso, l'antipatia per il 13 ha radici antichissime e la trovo confermata in molti modi nella storia: già nel Codice di Hammurabi, manca il numero 13 nell'elenco numerato delle leggi; nella mitologia norrena, Loki , subdolo, traditore e malvagio, era il tredicesimo dio.
Un celebre riferimento al 13 nei Vangeli riguarda l'Ultima Cena, in cui Giuda Iscariota fu il tredicesimo a sedersi a tavola e, sempre nel cristianesimo, Satana viene descritto come il "tredicesimo angelo".
Alcune fonti sostengono che la superstizione derivi dal ricordo dell'infausto Venerdì 13 Ottobre 1307, in cui tutti i beni dei Templari in territorio francese vennero confiscati per volere di Filippo il Bello e l'ordine iniziò la rovinosa caduta, che lo avrebbe portato ad una dissoluzione che fu subitanea e misteriosa, quasi quanto lo era stata l’ascesa.
Insomma, un bel po’ di muri d’abbattere, dal momento che questo tipo di fobia che volevo studiare aveva radici lontanissime, nonché così abbondantemente rendicontate.
Non sto qui a banalizzare, se vi raccontassi che il numero di collocazione di quasi tutti i volumi che ho consultato sull’argomento, avessero nelle cifre di composizione il numero 13, ma con l’obiettività con la quale mi proponevo d’affrontare il mio lavoro, non potevo farmi deviare da una casualità così troppo evidente.
Ma vengo subito all’argomento del contendere, motivo per il quale nasce mio racconto, la cui evoluzione, credetemi è quantomeno curiosità, seguitemi nella lettura e non ve ne pentirete.
Ero già a buon punto con la ricerca dei casi clinici da inserire nel mio database, quando mi giunge un sms al cellulare da parte di una mia carissima amica, che però avevo perso di vista, dopo la laurea, essendomi rintanata in biblioteche ed archivi, per questo strafottusissimo lavoro, da cui dipendeva il mio futuro di ricercatrice.
Ella mi invitava a bere qualcosa in un pub, dandomi appuntamento per la sera del giorno dopo.
Le risposi velocemente di si, ringraziandola per l’inaspettato invito e proponendomi di prendermi un paio d’ore di svago, dopo giorni e giorni di studio matto e disperatissimo, per dirla alla Leopardi.
Il giorno dopo mi svegliai di malumore, vieppiù dopo essermi guardata allo specchio, ed aver appunto le pessime condizioni del mio viso, anonimo che di più non era possibile, unitamente ad un paio di occhiaie scurissime che deturpavano l’incarnato roseo che avevo faticosamente conquistato a furia di cremine ed unguenti vari, oltre che ad un’alimentazione equilibrata e corretta.
<< Accidenti che mostro che sei Lorena >> urlo a quell’altra me che faceva orrenda mostra di se sullo specchio e, mentre faccio solo il cenno di voler scagliarle un pugno in pieno viso, improvvisamente le specchio si frantuma in mille microscopici pezzi.
Questa non mi ci voleva, dal momento che mi toccava ripulire minuziosamente il bagno, facendo attenzione a non farmi male, dato che ero anche a piedi nudi.
Ripulisco per bene con l’aspirapolvere e decido di farmi una doccia, strofinandomi d’oli essenziali, non fosse altro per scacciare quella strana sensazione di fiacchezza che mi sentivo addosso, sin dal risveglio.
La mia pelle frizionata dal guanto di crine reagiva perfettamente al massaggio che mi stavo regalando e, a poco a poco, l’ottimismo che caratterizza il modo d’essere, si stava insinuando in ogni poro del mio derma vellutato.
Oggi ho voglia d’una mise sensuale, chissà che s’accentui questo momento di grazia che la doccia mi ha deliziosamente impregnato e cerco dall’armadio un vecchio tailleur che avevo portato in tintoria e che non mi era capitato ancora di indossare.
Meticolosa come sono, vado a caccia del bollino spillato della lavanderia, dal momento che, nei momenti più impensati, te lo ritrovi punzecchiare, magari in situazioni in cui non puoi permetterti contorsioni strane per rimuoverlo, ma non ve n’è traccia.
<< Strana sta cosa >> esclamo perplessa e mi soffermo ad annusarlo, per verificare che fosse stato lavato, ma il buon odore di trielina, frammisto all’effluvio del cellophane mi convince ch’era stato lavato, magari una distratta commessa s’era dimenticata di spillare il regolamentare sigillo, ma tant’è.
Mi guardo allo specchio e mi sorprendo ad ammirarmi per la vestibilità di quel capo, che ben s’accostava alle mie curve sinuose; uno sguardo all’orologio e mi rendo conto che è tardissimo per andare in facoltà, dove mi attende il professore, per fare il punto del mio lavoro, ch’era in fase di conclusione.
<< Prenderò un taxi, al diavolo i soldi e chi ci pensa >> dissi a me stessa, vaporizzandomi l’ultimo tocco di colonia in corridoio, prima d’uscire trafelata.
Intanto avevo chiamato il radio taxi e, mentre scendo di corsa le scale, lo intravedo già fermo sotto il portone, dalla finestra del palazzo.
<< Facoltà di medicina >> gli dico distrattamente, ed intanto accendo il cellulare, che avevo ancora spento, per potermi preparare in santo pace, senza fastidiosi bip bip che interrompessero i miei rituali mattutini.
Com’era prevedibile, avevo sei o sette messaggi e notai che il tassista se la rideva sotto i baffi per i rumorini inequivocabili che provenivano dal mio cellulare.
Li leggo distrattamente, cercando di fare attenzione alla strada, visto la furia che avevo di raggiungere l’Università.
Chissà che salomonici discorsi avrei dovuto sorbirmi, prima d’intendere le motivazioni del mio Professore, che, quanto ad esser criptico e sibillino, era un’autentica potenza.
<< Tredici euro! Che ladri >> dico non proprio sommessamente, mentre pago la corsa e, ignorando l’occhiata compiaciuta del lestofante tassista di turno, mi avvio di gran carriera verso lo studio dell’Accorsi.
Nella hall trovo la guardia giurata, anche lui con lo sguardo allampanato di sempre, che mi fa cenno di fermarmi: << Accidenti ho fretta, Claudio, non posso darti retta stamani >> gli urlo, piuttosto infastidita. << Lorena aspetta, il prof Accorsi mi ha lasciato un messaggio per te >>. Mi blocco all’improvviso, terrorizzata dall’idea che il mio professore m’abbia tirato un bidone e, quasi in preda ad uno strano atteggiamento isterico, gli strappo dalle mani il foglietto, che sventolava a mò di bandiera.
<< L’aspetto alla mensa, verso le 13, non me ne voglia, ma i migliori affari, si sa, si concludono a tavola e….>> recitava il foglietto, siglato con l’indecifrabile grafia che ormai conoscevo da tanto.
A saperlo avrei preso la metro e mi sarei risparmiata un bel po’ d’euro; non che io sia taccagna, per carità, ma ho sempre cercato di amministrare ponderatamente le mie scarse risorse economiche, non volendo pesare sulle spalle dei miei, né dell’amante e/o concubino del momento.
A questo punto, rallento il passo, evitando di soffermarmi con la guardia giurata, mal sopportando lo sguardo idiota che si dipinge sempre in faccia a certo uomini, quando ti vedono abbigliata in un modo diverso dal normale.
Sarei passata un attimo dalla segreteria, perché mi serviva un certificato di laurea, per approntare la documentazione per una borsa di studio, quindi mi avviai tra i corridoi affollatissimi della Facoltà, pregando in cuor mio di non incappare in nessuna conoscenza, per far tutto con calma e ritornare dall’altro lato del fabbricato, ove era situata la mensa.
Mentre cammino a passo di massaia uno strano pizzicore mi prende dietro la nuca e, pensando che fossero i miei lunghi capelli biondi ad essersi intrufolati nel moschettone della collana, mi ritrovo tra le mani l’odiatissimo bollino della lavanderia: << Accidenti a te, e mò come ti tolgo? >> esclamo stizzita e,, non riuscendo a cavarmela con le mie contorsioni, infilo la prima porta che mi capita sulla sinistra e mi tolgo la giacca. << Speriamo non mi si spezzi un’unghia dannazione >> pensavo mentre cercavo di compiere una banalissima operazione di scollatura d’una puntina, ma dopo pochi minuti ci riesco:01313 il numero ch’era stato abbinato al mio tailleur.
<< Ma va là che stupidaggine >> penso, gettandolo nel primo cestino dei rifiuti che mi capita a tiro.
<< Dottoressa Livigni, stavamo per chiamarla al telefono >> mi fa l’impiegata dietro lo sportello, anche lei abbagliata dal mio inusuale abbigliamento. << Mi dica pure, son qui, intanto mi prepara un certificato di laurea, senza farmi perdere molto tempo, per carità…..ho l’Accorsi che mi attende di qui a un quarto d’ora >> le spiego, quasi implorante, ma con solito tono altezzoso che ho nei confronti degli impiegati della Facoltà.
<< Dovrà perderlo si, un po’ di tempo >> di rimando lei, quasi gongolante << Dovrebbe compilarmi alcuni moduli ed effettuare un versamento che manca, altrimenti non posso rilasciarle alcunché >> conclude quasi in preda ad un amplesso multiplo, in reazione al mio atteggiamento di superiorità di poco prima.
<< Mi passi tutto e vado di là a compilare, ma di che versamento si tratta, di grazia? >> chiedo con il massimo della gentilezza che riuscivo ad ostentare << Mi sono laureata da tre mesi ed ancora pago tasse? >> continuai querula.
<< Tredici euro e tredici centesimi? >> non è possibile, esclamo ad alta voce, quando leggo la cifra che c’era da versare << Mi chiedete 13 euro e tredici centesimi? >> ed il mio tono s’era fatto ormai così elevato, che in molti si girano dalla mia parte.
Non posso fare a meno d’osservare le mani della maggior parte degli studenti, ravanare scompostamente nella parte anteriore dei jeans.
Di converso, non riesco a contenermi, nel dare in escandescenze, in una sorta di reazione, quanto mai istintiva e, quasi stessi tenendo un comizio in una pubblica piazza, comincio ad argomentare su tutto il lavoraccio che avevo fatto nei mesi precedenti riguardo la triscaidecafobia: << Il compositore Arnold Schoenberg titolò la sua ultima opera "Moses and Aron", invece di "Moses and Aaron", con due A, com’era giusto che fosse, perché nella scrittura corretta, sarebbe venuta fuori una frase di 13 lettere. Questo non significa che Schoenberg non sia stato apprezzato, per quello che era e non per le sue fobie; così come trattasi di semplice coincidenza che lui sia morto proprio il tredicesimo giorno del mese. Quindi, io pagherò questo versamento di tredici euro e tredici centesimi, anche in virtù del fatto che, con la tassa di un euro, imposta dall’Ufficio Postale, diventeranno quattordici euro e tredici centesimi >> concludo convinta, lasciando quell’improvvisata platea a bocca aperta, per quella mia uscita.
Detto questo, mi avvio inviperita verso la filiale, all’interno della Facoltà, pregando il buon Dio che non ci fosse il mondo a pagare bollette e cazzate varie.
Prendo il numerino, badando bene a cercare lo sportello dedicato ai titolari di Postamat, per lo meno avrei evitato la coda inverosimile degli “ umili” utenti di Poste Italiane. Non faccio caso nemmeno al mio turno, avevo solo notato che toccava a me dopo due persone, che vedevo in piedi davanti a me, ma quando il fastidioso bip illuminò il display con numero 13, prendo coscienza, giocoforza, che quel numero aveva deciso di rovinarmi la giornata.
Impettita mi avvio allo sportello, porgendo con malagrazia il bollettino e la carta del bancomat, per pagare. << Digiti il pin, per favore >> mi chiede l’impiegato cordialmente ed io digito frettolosamente il numero, che da anni era il mio codice segreto, così semplice da ricordare. << Signorina è sbagliato >> mi fa l’impiegato, invitandomi a digitare nuovamente. Non so spiegare bene cosa mi sia preso in quel momento, ma di certo so che faccio attenzione a che le quattro cifre fossero quelle esatte; non potevo sbagliarmi, no!
A quel punto l’impiegato si alza e mi sussurra da dietro il vetro: << La carta è priva di fondi >>, mentre io sbianco dalla vergogna, non riuscendo a capacitarmi di come fosse possibile una tale assurdità, quindi, per evitare altro imbarazzo, pago in contanti e mi dileguo alla chetichella, prima di farmi venire un attacco isterico, per la rabbia.
Non ho tempo adesso di controllare cosa diavolo sia successo al saldo del mio conto corrente, quindi torno in segreteria, sperando di non mettere di cattivo umore l’Accorsi, per il ritardo con cui sarei arrivata al suo appuntamento.
Invece, ironia della sorte, arrivo puntualissima, anzi anche con qualche minuto in anticipo, quindi mi guardo intorno alla ricerca del testa canuta dell’anziano cattedratico, riconoscibilissima, nel mare di variegate fogge e tinte delle capigliature dei miei coetanei.
<< Lei è un incanto stamani, Signorina Livigni >> mi fa il professore alzandomi, per lasciarmi accomodare dinanzi a lui, ed arrossisco volutamente, per quel complimento che, fatto da lui, mi turbava e non poco.
Vero è che avrei fatto carte false, pur d’ottenere l’ambito incarico di assistente alla cattedra dell’Accorsi, tuttavia non m’ero mai posta il problema di dover scendere a compromessi eccessivamente “ sconci “: era davvero troppo, anche per una mente elastica come la mia.
Sedendomi, sorrido e con una mano scosto il numero del tavolo a cui eravamo seduti, mentre il professore mi versa da bere nel bicchiere: non sto a raccontarvi che si trattava ancora di quel benedetto 13 e, solo a quel punto, mi rendo conto che quel giorno mi stava capitando di tutto e di più.
Ad ogni buon conto, il fare del mio docente fa presagire sviluppi piuttosto interessanti, sul prosieguo della discussione, non fosse altro che lo vedo sorridere, con un’aria tra il compiaciuto ed il bonario, che non gli avevo mai vista stampata in volto.
Eravamo al primo, quando mi sento toccare, da sotto il tavolo da un qualcosa che assomigliava molto ad un piede: << Cavoli, ecco ora son chiari quei puntini di sospensione del suo messaggio>>, penso, cercando di decidere, nell’esigua manciata di secondi che avevo a mia disposizione, se essere accomodante, remissiva e fors’anche sensuale, o, come il mio istinto ghignava da di dentro impetuosamente, di alzarmi di scatto e mandarlo al diavolo assieme a tutta la tavola imbandita.
Memore dell’espulsione dal Conservatorio, per aver chiuso le mani del giovane musicista che aveva osato palparmi vistosamente le tette, dovetti fare non poca fatica, per prendere coscienza che quello era un prezzo da pagare; intanto l’Accorsi, preso atto del mio irreprensibile savoir faire, mi comunica che, nel giro di due mesi al massimo, avrei fatto parte del suo entourage accademico, a condizione che io portassi in tipografia il lavoro concluso, nel giro di venti giorni.
Quella notizia fa cadere le mie ultime esitazioni di natura etica, chiamatele come volete, e finisco con l’accompagnare, sebbene in maniera garbata e spudoratamente spontanea, l’accavallamento delle mie gambe, così da consentire al dannatissimo piede del mio professore, d’esplorare ogni mio più recondito accesso.
Si era accorto che avevo le autoreggenti e, dall’improvviso arrossamento che gli leggo nelle guance, unitamente ad un rivolo di sudore che s’intravede nell’attaccatura dei capelli, prendo atto che la cosa gli piace e non poco, così, sfilata con maestria una scarpa, inizio ad assecondare le voglie del professore, non fosse altro per vedere fino a che punto fosse capace di arrivare.
Il cellulare mi distoglie, presa com’ero dalla miriade di incombenze a cui stavo provvedendo in contemporanea, ma in quel preciso istante un altro rumore sordo prende il sopravvento: l’Accorsi era con la testa nel piatto, caduta d’improvviso con un tonfo.
Mi viene istintivo urlare, mentre qualche altra persona s’avvicina premurosamente, ed un trambusto incredibile invade la sala mensa.
In un attimo arriva l’ambulanza ed il medico, non può che constatarne il decesso, per arresto cardiocircolatorio, intanto qualcuno ha anche allertato il 113, quindi il corpo non viene rimosso da quella posizione, finché la scientifica non ebbe effettuato i rilevamenti di rito.
Mi invitano a seguirli in commissariato, perché vogliono farmi delle domande: sembra tutto così assurdo, in questa giornata che sembra non voler mai finire, per di più il mio abbigliamento induce in qualcuno il sospetto ch’io possa essere una di quelle prostitute d’alto lignaggio.
Mi trattengono per 13 ore esatte, dopo un estenuante interrogatorio, durante il quale mi han chiesto di tutto e di più, poi mi rilasciano, pregandomi di non lasciare la città.
E chi la lascia, dal momento che l’indomani mattina sarei dovuta andare a verificare cos’era successo al mio conto corrente.
Dopo una notte, passata quasi insonne, mi sveglio e mi vesto lentamente, stavolta molto più trend e pratica: jeans grigio slavato ed una camicetta bianca; scarpe comode per la metro e un marsupio con dentro l’indispensabile.
Do un’occhiata rapida al mio monolocale da single, terribilmente in disordine, ma non era proprio il caso adesso di pensare a ripulirlo, grazie a Dio quel giorno era passato.
Prendo le chiavi e sulla mensola, nell’ingresso l’occhio mi cade sul fascicolo rilegato a spirale del mio faticosissimo lavoro “ triscaidecafobia “….<< Tutte cazzate >> esclamo ad alta voce, rivolta ad un fantomatico, quanto inesistente interlocutore.
<< Signorina Livigni, sono stati effettuati cospicui prelievi negli ultimi tredici giorni, dal suo conto, ecco, controlli anche lei >> mi dice la Direttrice dell’Ufficio Postale, porgendomi l’estratto conto aggiornato.
Non potevo credere ai miei occhi: il mio conto prosciugato, ed io non avevo che prelevato l’indispensabile.
Tredicimila euro andati a farsi benedire: erano i miei risparmi dei tanti lavoretti ch’ero riuscita a procurarmi, grazie ad una serie di oculate conoscenze ( ripetizioni private, consulenze, lavori a cottimo, correzione di bozze ).
Non mi restava un centesimo in tasca, mi rimanevano solo i miei sogni e le mie pragmatiche convinzioni, anche se, a fine giornata anche quelle sembrava traballare di colpo.
Toccò a me redigere il necrologio ( e non vi nascondo che mi toccò fare non poca fatica, poiché il titolo, il nome ed il cognome del professore, sommate tra loro costituivano esattamente tredici lettere )che il giorno dopo apparve sul quotidiano locale: << Con somma tristezza diamo l'annuncio della prematura scomparsa dell'esimio Professor Alizio Accorsi, noto docente dell'Ateneo, non solo per i suoi meriti di pregevole e attento studioso, quanto per il suo valente lavoro di ricercatore e pubblicista. Tuttavia noi piangiamo soprattutto l'uomo, un Uomo vero, di virtù preclare, degno della nostra stima e del nostro ricordo. Ci uniamo attorno al dolore della moglie, delle figlie e dei suoi tredici nipoti esternando profondo cordoglio, pur rallegrandoci di aver potuto conoscere l'Uomo, il Docente e lo Scienziato. L'ultimo saluto al Professor Accorsi sarà dato domani, alle ore 13,00 nella Chiesa degli Angeli, in piazza dei 13 Martiri >>.
La mia carriera accademica subì una repentina frenata, dal momento che, morto l’Accorsi, subentrò un dottorucolo, vincitore di concorso, precario presso un Ateneo lombardo ed a me non è rimasto che accettare un incarico di precariato, come assistente al consultorio di igiene mentale dell’ASL n°13 del Piemonte.
* Le poesie si scrivono sulle pietre, con le ginocchia piagate * ( Alda merini )




















