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Lunedì, 16 Novembre 2009: Accadde Oggi GdB, Dal nostro inviato Anna Della Moretta
Donne e Hiv:
quando il genere fa la differenza
quando il genere fa la differenza
Nel mondo ci sono 33 milioni di persone sieropositive o in Aids conclamato; di queste, 17 milioni sono donne tra i 15 e i 49 anni La comunità scientifica sta cercando cure adeguate: anche se rispondono ai trattamenti come gli uomini, hanno pesanti effetti collaterali
Il virus dell’immunodeficienza umana Hiv
il cui stadio clinico conclamato
è noto come Aids
Il numero delle sieropositive aumenta non solo nei Paesi in via di sviluppo, ma anche in Europa occidentale dove i casi diagnosticati tra le donne sono in costante crescita.
Per affrontare la sfida del prossimo futuro, ovvero l’impatto di genere sul trattamento, l’assistenza e l’impatto sociale del problema, i massimi esperti europei, riuniti a Colonia, hanno preso parte alla tavola rotonda «Gender Perspective - HIV and Women» promossa da Bristol-Myers Squibb nell’ambito dell’annuale Conferenza europea sull’Aids. Tra gli argomenti affrontati, la ricerca di nuovi trattamenti, la gestione dell’Hiv/Aids durante la gravidanza, gli effetti delle terapie, gli aspetti psicosociali della cura, l’impatto della malattia sulle famiglie e, anche, l’opportunità di consigliare alle donne gravide di sottoporsi al test Hiv per evitare di trasmettere l’infezione al nascituro.
Universo femminile
«L’epidemia di Aids ha avuto un impatto molto forte sulle donne: è doveroso da parte della comunità medica approfondire l’universo femminile come popolazione specifica di pazienti affetti da Hiv. I fattori che hanno determinato questa situazione sono molteplici, incluso il ruolo del genere nella determinazione della vulnerabilità di un individuo all’infezione da Hiv e la sua capacità di accedere alle migliori cure» ha dichiarato Antonella D’Arminio Monforte, direttore del Dipartimento malattie infettive all’Ospedale San Paolo di Milano.
La differenza di genere è evidente anche nella risposta alla malattia: le donne hanno dimostrato differenze nella carica virale dell’Hiv, nella farmacocinetica dei medicinali e negli effetti collaterali dei farmaci, come gravi episodi di eruzione cutanea, lipodistrofia e sintomi depressivi. «Se la risposta delle donne al trattamento è paragonabile a quella degli uomini, non si può dire altrettanto per gli effetti collaterali, molto più pesanti. C’è ancora molto da fare per trovare la terapia più adeguata per le donne» sottolinea la specialista.
La trasmissione
In generale, il 70-80% delle infezioni da Hiv viene trasmesso principalmente attraverso rapporti sessuali. La trasmissione da madre a figlio, durante la gravidanza, alla nascita o durante l'allattamento, così come lo scambio di aghi da parte dei tossicodipendenti, rappresentano ognuno il 5-10% di tutte le infezioni da Hiv. Anche il consumo di alcol e l'uso di sostanze stupefacenti sono considerati fattori che possono portare a una riduzione del senso di responsabilità e contribuire alla diffusione di comportamenti a rischio sia negli uomini sia nelle donne.
Al di là di quelli fisiologici, esistono altri fattori che aumentano il rischio di infezione nelle donne: credenze o comportamenti culturali, vulnerabilità economiche, mancanza di educazione e consapevolezza e sfruttamento sessuale, inclusi prostituzione, stupri e abusi sessuali. Nel mondo, una donna/ragazza su tre è stata picchiata o abusata almeno una volta nella vita, fattore che aumenta il rischio di contrarre il virus. Si stima che ogni anno un milione di bambini, in prevalenza femmine, venga introdotto nel mercato del commercio sessuale. Un traffico che coinvolge quasi quattro milioni di donne e ragazze l’anno e di queste circa 500.000 sono destinate al «mercato» dell’Europa Occidentale.
L’Hiv-Aids non colpisce solo le donne, ma anche le loro famiglie e la società nel suo complesso. Le donne sieropositive devono combattere con la malattia e con la trasmissione da madre a figlio, oltre che con le numerose difficoltà che la società impone loro, come il pregiudizio. Il notevole aumento dell’infezione tra loro contribuisce alla creazione di infrastrutture sociali e familiari frammentate; in Sud Africa, ad esempio, l’Hiv/Aids ha reso orfani oltre 13 milioni di bambini; entro il 2010, questa cifra è destinata a triplicarsi, fino ad arrivare a 42 milioni di orfani, con grandi ripercussioni sull'aspetto sociale del Paese.
La vulnerabilità fisica
Uno dei fattori di rischio per molte donne che sviluppano l’Hiv è spesso costituito dai comportamenti a rischio praticati dai loro partner.
Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità esiste una vulnerabilità fisica più accentuata rispetto all’uomo: la trasmissione dell’Hiv da uomo a donna nel corso di un rapporto sessuale ha una possibilità due volte superiore di verificarsi rispetto alla trasmissione da donna a uomo. E le donne più giovani sono ancora più a rischio.
L’impatto sociale dell’Hiv/Aids sulle donne riguarda tutti gli aspetti della vita. Gli studi dimostrano che le donne soffrono molto di più i pregiudizi e la discriminazione che l’essere affetti da Hiv comporta, sono più a rischio per quanto riguarda la possibilità di contrarre le forme più aggressive e dannose della malattia e hanno più difficoltà a confrontarsi con questa situazione.
Terapie sicure per non trasmettere l’infezione al nascituro
Riportata per la prima volta in letteratura nel 1981, la Sindrome da immunodeficienza acquisita, altrimenti nota come Aids, rappresenta lo stadio clinico avanzato dell’infezione da parte del virus dell’immunodeficienza umana (Hiv). E, fin dall’inizio, gli studi effettuati sull’infezione sono stati «al maschile». La focalizzazione delle ricerche sulle donne sieropositive era soprattutto rivolta al problema della trasmissione dell’infezione dalla madre al bambino.
Attualmente in molti paesi il tasso di infezione da Hiv sta crescendo più velocemente nelle donne in età fertile. La consulenza prima del concepimento consente di valutare l’opportunità di una gravidanza, di discutere dell’effetto della gravidanza sulla eventuale progressione della malattia da Hiv, dei possibili rischi dei trattamenti antiretrovirali e dei successi ottenuti nella riduzione del tasso di trasmissione verticale. La terapia antiretrovirale deve essere garantita alle donne HIV gravide con il duplice obiettivo di curare l’infezione materna e di prevenire la trasmissione verticale. Ed è infatti grazie a tale terapia che il rischio di trasmissione materno-fetale si è ridotto al punto da spingere le donne sieropositive a compiere scelte di maternità consapevole per motivi non diversi dalle donne sane. Diventa inoltre di fondamentale importanza che la donna trovi, presso il centro che la segue, non soltanto una estrema disponibilità ma anche un percorso multisciplinare che coinvolga, oltre l’infettivologo, anche altre figure quali il ginecologo ed il neonatologo.














































