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Sabato, 5 Settembre 2009: Accadde Oggi
Alla Mostra di Venezia la triste Italia di
«Videocracy»
e «Francesca»
«Videocracy»
Sul tappeto i temi della telecrazia e dell’immigrazione, ovvero due snodi del dibattito politico e sociale, due punti nevralgici del sistema che da noi fanno discutere e all’estero spesso appaiono esotici e incomprensibili. Alla proiezione di «Videocracy», il documentario sull’intreccio politico-mediatico del Paese negli ultimi trent’anni, di cui si è molto parlato per il rifiuto della Rai di mandarne in onda i trailer, tutti aspettavano Fabrizio Corona, specialmente assieme a Belen.
Ma lui, che nel film si definisce un moderno Robin Hood («prendo i soldi ai ricchi e li do a me») e si fa riprendere nudo sotto la doccia, ha preferito dare forfeit all’ultimo minuto. Di fronte alle centinaia di accreditati rimasti senza posto il festival ha organizzato comunque una seconda proiezione a tarda sera. La tesi di Gandini è semplice: la tv commerciale ha cambiato la testa degli italiani e l’artefice di questa rivoluzione è uno solo: Silvio Berlusconi, «il presidente prima della tv e poi di tutto». Per spiegarlo, il regista parte da lontano, dagli anni Settanta, quando sulle tv locali cominciarono a comparire gli spoglirelli casalinghi di signore cellulitiche e volenterose, e arriva ai tempi del Billionaire, della Costa Smeralda invasa da tronisti e veline, della ricerca del successo e soprattutto dei soldi. Si vedono, nel film, ragazzi che da anni partecipano a tutti i provini, accettando umilianti selezioni nella speranza di sbarcare al «Grande fratello» o a «X Factor». Alcuni si lamentano della concorrenza sleale delle ragazze («ti rubano il posto perché fanno audience»), parecchie, tra queste ultime, confessano candide di voler diventare velina «per sposare un calciatore».
Lele Mora, presentato ai tempi del massimo fulgore come «l’agente più potente della tv», ha «Faccetta nera» nella suoneria del cellulare, difende Corona dalle accuse di Vallettopoli, elogia l’amico Berlusconi, ripreso in varie occasioni, così come fanno la vicina di casa del premier a Porto Rotondo, Marella (l’unica autorizzata, dice, a scattare foto durante le sue feste private), e le signore canterine del jingle «Meno male che Silvio c’è». «L’Italia non è più divisa tra destra e sinistra, ma tra chi è una celebrity e chi no» commenta Gandini.
«La tv è diventata una religione, la banalità uno strumento del potere. Questa televisione mi fa paura, penso ai giovani che pur di accedere a un mondo che dall’alto li affascina e li domina si abbandonano a un uso indiscriminato della telecamera. Con la mia cinepresa sono entrato in quel mondo strettamente legato al presidente Berlusconi, che lo presenta sempre come puro intrattenimento, e invece è molto, molto di più».
Appassionato della forma documentario, il regista dice però di sentirsi più vicino ad Antonioni che a Michael Moore: «La dimensione del mio lavoro non è politica, ma emotiva». Nemmeno Paunescu, l’autore di «Francesca», insiste sul coté della denuncia politica. Però il suo film, la storia di una ragazza rumena (Monica Birladeanu) che vuole a tutti i costi trasferirsi in Italia, si apre con due pesanti insulti ad Alessandra Mussolini e al sindaco di Verona Tosi, peraltro accolti con brevi applausi alla prima proiezione per la stampa. La Mussolini protesta a mezzo agenzie minacciando di ricorrere agli avvocati, il distributore Procacci spiega che il film uscirà nelle sale senza cambiamenti a metà ottobre: «Quegli insulti non sono uno slogan o il centro del film, se poi un’azione legale dovesse aver successo valuteremo il da farsi con il regista». Ma il caso monta, fa discutere e lui, il giovane Bobby, si affanna a spiegare: «Lo spunto del film nasce da un fatto di cronaca, la violenza e l’omicidio di Giovanna Reggiani, a Roma, per mano di un rumeno. Allora l’onorevole Mussolini disse che lo stupro era nel dna dei rumeni. Chi fa dichiarazioni del genere deve assumersene la responsabilità».
Tuttavia «Francesca», insiste, è un atto d’amore per l’Italia, «la nostra terra promessa»: «Ormai sono un milione e quattrocentomila gli immigrati, e solo novecento i condannati. Non si può generalizzare».














































