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EDITORIALI :: Amanda, la giustizia e la politica BORIS BIANCHIERI
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  Martedì, 8 Dicembre 2009    BORIS BIANCHIERI, La Stampa

Citazione:
Si ricorda che sono saltati i contenuti immessi dal 3 al 7 - ore 11:00. Quanto era possibile è stato già recuperato. NON sarà possibile, però, correggere tutti i Link nei vari indici e pertanto, per il periodo dal 3 al 7, risulteranno sballati. Si potrà ancora far uso degli stessi ma solo per riprendere il titolo di quanto si vorrà consultare al fine di utilizzarlo per fare ricerca dell'articolo corrispondente o nell'area (forum) specifica o usando la funzione: CERCA - Grazie e scusate ancora per l'inconveniente



Amanda, la giustizia e la politica

    Sospinto da una campagna mediatica affannosa, il processo di Perugia è arrivato fino ai piani alti dei palazzi del potere. Non accade certo tutti i giorni.
Ma non è neppure eccezionale che un governo manifesti interessamento e all’occorrenza anche preoccupazione se un caso giudiziario che si svolge in un altro Paese e coinvolge un proprio cittadino solleva movimenti di opinione o forti reazioni di dissenso nella propria opinione pubblica.


E’ passato solo qualche mese dall’arresto di Roman Polanski da parte delle autorità svizzere, sulla base di un mandato di cattura spiccato dalle autorità americane per un delitto da lui commesso quaranta anni fa. La cosa ha fatto scorrere fiumi di inchiostro e ha dato luogo ad esternazioni di rammarico da parte di taluni membri di governo dettate, appunto, dalle reazioni che si sono avute nel Paese di origine del regista, la Polonia, o negli ambienti intellettuali di quello di residenza, la Francia. E non sono mancati, a quel che si sa, degli interventi da parte americana affinché a tali esternazioni gli svizzeri si guardino bene dal dare seguito.

Casi in qualche modo simili non sono mancati nei rapporti tra l’Italia e gli Stati Uniti negli ultimi decenni. Il caso più celebre di tutti, quello che ha occupato più a lungo le rispettive diplomazie e che venne risolto, per così dire, d’autorità dai due governi, è quello di Silvia Baraldini. Come si ricorderà, l’attivista italiana (così era definita dalla stampa in America) aveva fatto parte negli Anni Settanta negli Stati Uniti di movimenti insurrezionali connessi con i famosi «Black Panthers». Fu condannata nel 1983 da una corte americana a 20 anni di reclusione per concorso nell’evasione di una terrorista che si trovava in prigione, ad altri 20 per appartenenza ad associazione sovversiva e infine ad altri 3 per essersi rifiutata di rispondere alle domande dei giudici durante il dibattito. In tutto 43 anni di carcere.

Innumerevoli passi diplomatici furono compiuti dal nostro ambasciatore presso il ministro della Giustizia a Washington e poi dall’allora ministro italiano Diliberto, affinché la Baraldini fosse oggetto di indulto o di riduzioni di pena e comunque di migliore trattamento nella sua reclusione. La sproporzione tra la gravità della pena inflittale e i reati di cui era colpevole - nessun omicidio era tra questi - avevano sollevato in Italia una forte reazione dell’opinione pubblica e la costituzione di un vero e proprio movimento per la sua liberazione. La soluzione fu trovata attraverso una convenzione, detta «di Strasburgo», che prevede che due governi possono concordare tra loro che a un cittadino condannato dalla Corte di uno dei due Paesi sia consentito di scontare la pena prevista in patria anziché all’estero. Quando tale soluzione venne inizialmente proposta, gli americani rifiutavano adducendo che l’Italia avrebbe prima o poi finito con lasciare la Baraldini in libertà, violando così l’accordo e creando un incidente politico tra due Paesi amici. E tuttavia le pressioni si moltiplicarono, gli americani alla fine cedettero e la Baraldini fu consegnata all’Italia nel 1999, dopo aver trascorso quasi venti anni in varie carceri d’oltre Atlantico.

Il caso Baraldini aveva, per sua natura, carattere politico. Ma anche casi ben diversi, e quello di Amanda Knox non fa eccezione, rischiano di prendere carattere politico quando sui blog, sulla stampa e perfino da autorevoli membri della maggioranza del Congresso si attribuisce una sentenza come quella di Perugia ai sentimenti anti-americani dei giudici o all’intimidazione dei media o, peggio ancora, alle condizioni di sfacelo e di corruzione in cui verserebbe l’intera magistratura del nostro Paese. Nulla di sorprendente, dunque, che, qualora le pressioni dell’opinione pubblica americana persistano, della cosa si possa venire a parlare, in modo più o meno confidenziale, tra i due governi. Tenendo conto dello stato d’animo prevalente negli Stati Uniti, Hillary Clinton si è detta disponibile ad ascoltare chi pensa che nella sentenza di Perugia «vi sia qualcosa che non va»; ha fatto così, seppur con una certa prudenza, un passo in questa direzione.

C’è tuttavia un rischio da non sottovalutare: quando uno stato d’animo che si è prodotto a livello popolare viene implicitamente fatto suo dal proprio governo, spesso le divergenze si accrescono anziché attenuarsi e le posizioni rispettive tendono ad assumere un carattere dichiaratamente nazionalistico. Un fatto di carattere episodico, anche se doloroso, finisce così col lasciare tracce nella memoria storica dell’una e dell’altra parte. Ciò renderebbe in questo caso oltretutto più difficile la necessaria serenità di giudizio quando la sentenza di condanna di Amanda Knox sarà oggetto - e possiamo solo sperare che ciò avvenga al più presto - di riesame in sede di appello.

 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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