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Domenica, 19 Ottobre : 2008

ARCHEOLOGIA & MUNNEZZA.
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Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dal 16 0ttobre, e resterà aperta fino al19 Aprile 09, partirà la Mostra “Ercolano, tre secoli di scoperte”. E’ un evento di grande importanza culturale. Organizzata in un itinerario ragionato, non solo vi saranno esposti i ritrovamenti archeologici operati negli ultimi tre secoli, da quando s’incominciò a scavare;   ma anche sarà presentata la storia e l’evoluzione dei metodi e delle impostazioni, sia tecnico-archeologiche che di ricerca e di confronto con gli Scavi. Nel 1711, il Principe d’Elboeuf, austriaco, ma dignitario della Corte Borbonica, si calò in uno dei numerosi cunicoli di cui le guide e i contadini locali favoleggiavano come “vie segrete”, in un misto di superstizione, oscure reminescenze di culti pagani, mistificazione di memorie tramandate in modi confusi, e iniziò le ricerche a Ercolano. Ciò diede a Johann Joachim Winckelmann, il grande intellettuale, modo di teorizzare, anche sulla base dei reperti pompeiani ed ercolanesi, una nuova figuralità, una nuova modalità con cui riprendere e “aggiornare” la cultura artistica greca e latino-classica che s’incominciava a ritrovare e a guardare, avendola salvata dall’oblio plurisecolare. Era un antico che diventava improvvisamente moderno: anzi, un gusto rivolto al futuro, perché l’occhio al passato non era meramente antiquario-arcadico, anche se aveva ascendenze in tal senso. Non era il raccogliere e l’ammassare reperti per il gusto maniaco del collezionista pippante, che se le cova con lo sguardo allucinato e la bocca in salivazione per golosa bava di possesso. Ma la consapevolezza che questi materiali, usciti come per miracolo dai detriti, dalle cave e dalle secolari stratificazioni di monnezza, di degrado e di povertà dei territori in cui si erano incistate in profondità, risorti letteralmente dalla nuda terra, potevano trasformare il piatto, velleitario immaginario del presente, in una visione che non solo evocava l’antico, ma lo sostanziava di testimonianze reali, materialmente concrete: tra l’altro riproducibili. Quindi l’antico diventava un reticolato di coordinate con cui dal presente immaginare il futuro e lo sviluppo degli spazi della nuova convivenza civile nelle città, adeguata a tempi di grandi trasformazioni storico-sociali, come fu il tardo 700. Chiaramente è un “uso” filosofico della classicità, che sarà storicamente ascritto al neoclassicismo illuminista: poi alla base, segnatamente, dell’immaginario coreografico con cui il potere napoleonico si autorappresentava. Questo uso fu culturalmente molto proficuo. Al di là della banale strumentalizzazione politica, diede vita ad un immaginario collettivo, poi soppiantato da quello medieval-sentimentale del Romanticismo, che definì un’intera epoca. E una riflessione di metodo, che parte da quell’”uso”, può essere utile. Ed è l’analogia con i tempi attuali che più mi sconcerta. L’Archeologia, la cui complessità culturale ho appena appena scalfito, contiene in sè un elemento di “Principio”, di “Inizio” presente nella radice della parola, che si cela, come il “dio velato” degli antichi, nella prosaica, banale, volgare munnezza. Esattamente quella che ci circonda. Che è presente ancora oggi, nonostante l’auto-proclamato miracolo di Silvio Nostro, massiccia e maleodorante, a presidiare i crocicchi, un po’ fuori Napoli. Da cui siamo invasi. Ma da cui, soprattutto, siamo metaforicamente ricoperti, e che tende a stratificarsi. Anche se non è  principalmente questa la ragione dell’innalzamento del livello del terreno, è evidente che la stessa terra, sotto forma di detriti, diventa immondizia e vi coinvolge tutti gli altri rifiuti. La trasformazione dei rifiuti in sostanze naturali, dovrebbe essere il processo fisiologico, tale da accompagnare il nostro ciclo biologico: ma non è così. I rifiuti sono diventati una minaccia per la stessa sopravvivenza dell’umanità. Il 79 dopo Cristo, anno dell’eruzione pliniana, cioè catastrofica e dissolutrice, del Vesuvio, fu un evento circoscritto. Noi stiamo rischiando di fare un 79  “perpetuo” ed espanso, non più limitato ad un singolo territorio e momento temporale, se non si inverte il circuito autodistruttivo in cui ci stiamo avviando, mettendo in essere le politiche centrali e istituzionali e i comportamenti diffusi adeguati. Però noi continuiamo a vivere in questa dimensione inquinata. Non solo cerchiamo di assumere comportamenti collettivi più consapevoli, più critici e positivamente trasformativi rispetto all’”emergenza quotidiana”, ma ci siamo già attrezzati a trasformare in energia culturale positiva il nostro malessere. Oltre che nel cinema (“Gomorra”, ad es.), anche il nostro rapporto con l’Archeologia può ispirare e rinforzare questa consapevolezza. Considerare i rifiuti come una sorta di “dimensione parallela”, un universo sotterraneo in cui scavare, e farvi emergere forme alternative tali da trasformare le visioni non solo della monnezza, ma del mondo. Lo scavarvi può essere reale: volendo estremizzare (e provocare), chissà quante testimonianze materiali utili a certificare i punti di sutura dei vari passati col presente, vi possono essere: riuscire a intravedere i vari “cominciamenti” di situazioni e di trasformazioni storiche e di comportamenti. Ma può anche essere un approccio riflessivo, volto a ricostruire un passato, magari prossimo, ma che già sembra preistoria, che ha perso i connotati della contemporaneità, e non riesce a divenire memoria. Sono molti gli sforzi creativi di artisti, storici civili e del pensiero, intellettuali, in forma singola e collettiva, mirati su queste problematiche.

 



 
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