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Attentati di Mumbai, in cella i titolari del ... (aggiorn.)
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  Domenica, 22 Novembre 2009    Wilma Petenzi, Brescia Oggi


Attentati di Mumbai,
in cella i titolari del «money transfer» di Brescia

TERRORISMO. Sono arrivate a una svolta le indagini della Digos e della Guardia di Finanza avviate lo scorso dicembre
Hanno usato un nome fittizio per inviare i soldi poi impiegati per attivare i telefonini del «commando»


Abdul Wahid
Image Chi ha trasferito dall'agenzia Madina Trading di corso Garibaldi il denaro per attivare le cinque linee telefoniche VoIP utilizzate lo scorso 26 novembre dagli attentatori che hanno seminato morte a Mumbai? Poco meno di duecento euro hanno garantito la possibilità di restare in costante contatto telefonico tra loro e con i mandanti ai dieci terroristi che per tre giorni spararono al Taj Mahal Hotel, all'Oberoi-Trident, alla Mariman House, alla stazione e al Leopold Caffè uccidendo 165 persone, Ma chi versò quei pochi euro per l'attivitazione del servizio VoIP?

I «BANCHIERI» dei terroristi ora hanno un nome. Chi ha effettuato la rimessa di denaro permettendo ai terroristi di parlarsi e di coordinare una strage durata tre giorni è stato individuato. Grazie alle indagini della Digos di Brescia, coordinate dal sostituto procuratore Antonio Chiappani, e alla collaborazione della Guardia di Finanza, sono finiti in manette i due titolari dell'agenzia che ha effettuato il trasferimento di denaro.

Padre e figlio pakistani, gestori del Madina Trading di corso Garibaldi, sono finiti in manette con l'accusa di favoreggiamento (mentre l'agenzia è stata sequestrata): questo il reato per cui il gip Enrico Ceravone ha accolto la richiesta di custodia cautelare avanzata dalla procura, negando però l'arresto per favoreggiamento di terrorismo.

Per il giudice, in sostanza, i due titolari dell'agenzia non avevano consapevolezza, non sapevano che la transazione avrebbe consentito a un gruppo di terroristi di mettere in atto il loro piano stragista.

Nessun cliente pakistano, nessun fantomatico pakistano da cercare a Brescia, nè in mezzo mondo. I titolari dell'agenzia Western Union «Madina Trading», utilizzando i dati identificativi di Javaid Iqbal, hanno pagato 180 euro per il noleggio delle schede affittate dai dieci terroristi legati al movimento estremista Laskhar-e-Taiba (LeT). Il pagamento effettuato a Brescia da Mohammad Yaqub Janjua e dal figlio Aamer Yaqub Janjua ha permesso di attivare l'utenza telefonica statunitense 201-253-1824 risultata di proprietà della società belga «Voxbone» e intestata alla società di telecomunicazioni Callphonex con sede nel New Jersey, negli Stati Uniti. I terroristi, anche durante le fasi d'attacco, hanno continuato a ricevere istruzioni e informazioni telefoniche dai presunti mandanti che utilizzavano il numero 201-253-1824 per convogliare le chiamate verso l'India.

Il numero, come appurato nell'inchiesta, consiste in una sorta di centrale telefonica che fornisce un servizio di tipo VoIP, una sorta di provider di servizi di telefonia. Il servizio VoIP è stato attivato da Kharak Singh attraverso un primo trasferimento di denaro su circuito «moneygram» a nome di Mohammed Ashfaq dal Pakistan. Il 25 novembre dello scorso anno, il giorno prima dell'inizio degli attacchi a Mumbai, a Brescia è stato effettuato al Madina Trading il secondo pagamento all'account VoIP attivato da Singh.

IL PAGAMENTO era stato preannunciato alla Callphonex dallo stesso Singh via e-mail, con l'indicazione dei dati della rimessa che sarebbe arrivata da Brescia. La e-mail, acquisita dall'Fbi alla Callphonex confermava l'importo, gli esteremi della transazione e indicava come mittente Javaid Iqbal, nato il 31 dicembre 1962 e domiciliato a Brescia in via Milano. In realtà questo Iqbal vive ormai a Barcellona, e il 25 novembre, come verificato dagli inquirenti, non era passato da Brescia.

I titolari del Madina Trading hanno dichiarato, fin da quando ha preso il via l'indagine, la completa regolarità dell'operazione confermando agli inquirenti l'esistenza di Javaid Iqbal a Brescia come proprio cliente abituale, di cui però non erano in grado di fornire elementi utili all'individuazione. In realtà il 25 novembre dello scorso anno Javaid Iqbal non aveva varcato la soglia dell'agenzia di corso Garibaldi, non era sua la firma sulla ricevuta della rimessa di denaro che Mohammad Yaqub Janj- ua mostrò ai giornalisti.

LE INDAGINI hanno permesso di accertare che i titolari del Madina Trading non hanno effettuato rimesse di denaro con nomi «fittizi» solo il 25 novembre e solo a favore dei terroristi della LeT, ma hanno appurato che per la coppia di pa- kistani aggirare la legge e non lasciare traccia dei trasferimenti di denaro era quasi un'abitudine. La procura di Brescia ha accertato che Madina Trading, dal 2006 al 2008, ha utilizzato per oltre 300 volte le generalità di Javaid Iqbal per effettuare transazioni di denaro verso diversi paesi esteri per un importo complessivo di circa 400 mila euro. L'abile lavoro investigativo degli uomini della Digos e della Finanza ha permesso di appurare che il legame tra i titolari del negozio e i terroristi pakistani non è limitato alla rimessa di denaro. Le indagini hanno permesso di stabilire che tra il 20 settembre 2008 e il 25 dicembre dello stesso anno alla Madina Trading sono stati effettuati versamenti di denaro verso tre soggetti pakistani ricercati per gli attentati in India. E per aggirare la legge i titolari dell'agenzia di trasferimento denaro ricorrevano alla «Ha- wala», un metodo antico e veloce di trasferimento del denaro al di fuori del sistema bancario e quindi illecito. Svolgendosi su base fiduciaria il sistema della Hawala non lascia tracce documentali, si spostano flussi di denaro senza che ci sia alcun riscontro sul destinatario e sull'inviatore. Un metodo usato dai«banchieri» dei terroristi.

 





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  Venerdì, 11  Dicembre 2009    Pierpaolo Prati, GdB


Inferno a Mumbay, liberi a Brescia

Per il gip padre e figlio che gestivano il money transfer da cui partì il denaro per attivare i telefoni dei terroristi non erano fiancheggiatori del commando. Il Riesame li scarcera

Accusati di aver aiutato la cellula che seminò morte a Mumbay, tornano liberi i gestori del Money transfer di corso Garibaldi
Da pericolosi fiancheggiatori della cellula terrorista che volle e pianificò l’inferno di Mumbay, a indagati in libertà. Il tutto in poco più di due settimane. Tanto è passato da quando Mohammad Yaqub Janjua, 60 anni, e Aamer Yaqub Janjua, 29, padre e figlio pakistani sono entrati in carcere a ieri: giorno della loro scarcerazione ordinata dal Tribunale del Riesame che ha accolto il ricorso dei loro legali e annullato il provvedimento del gip Enrico Ceravone.

«Il favoreggiamento è personale»
All’esame dei giudici della Libertà, che si sono riservati alcuni giorni per rendere pubbliche le motivazioni della decisione, la ricostruzione dei fatti così come formulata dall’accusa e in parte avallata dal giudice che ha aperto loro le porte del carcere, non ha retto. I due gestori del Madina Trading, l’agenzia di Money Transfer di Corso Garibaldi dalla quale partì il versamento necessario per attivare la linea telefonica Voip utilizzata dal commando che nel novembre del 2008 mise a ferro e fuoco Mumbay e uccise 185 persone, secondo la Digos della Questura, la Guardia di Finanza e la Procura della Repubblica avevano consapevolmente finanziato il commando. Di qui l’iscrizione nel registro degli indagati con l’accusa contemplata dall’art 270ter del codice penale: fiancheggiatori di un’associazione con finalità di terrorismo.

Nel corso delle indagini che hanno visto gli inquirenti impegnati in intercettazioni telefoniche e ambientali, in pedinamenti e in verifiche bancarie, il cerchio si stringe attorno a diciassette individui. La Procura chiede misure detentive per tutti: le accuse variano dal favoreggiamento ai terroristi a quello dell’immigrazione clandestina. Il gip che riceve il fascicolo però ridimensiona il portato accusatorio, concede arresti per cinque indagati, ma quel che più conta riqualifica il capo di imputazione per i due Janjua: il favoreggiamento è personale, nulla a che vedere con quello terroristico e più grave ipotizzato dall’accusa. Interrogati dallo stesso giudice i due, difesi dagli avvocati Gianfranco Abate e Alberto Bordone, si difendono dicendo di aver gestito con leggerezza il trasferimento di denaro, ma respingono totalmente l’addebito che li vuole collegati ai fatti di Mumbay. La loro verità finisce anche davanti al Tribunale del Riesame (presidente Michele Mocciola) che ieri ha annullato l’ordinanza in seguito alla quale il 21 novembre scorso padre e figlio sono finiti in carcere.

Stesso destino per un altro indagato finito al centro della vasta inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Antonio Chiappani. I giudici hanno deciso la scarcerazione anche di Abdul Wahid, 48enne pakistano, difeso dall’avvocato Lorenzo Valtorta, accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Libero anche un terzo indagato
Nel corso delle intercettazioni telefoniche cui sono state sottoposte le utenze telefoniche di diversi appartenenti alla comunità pakistana, secondo la Procura, è emersa la prova dell’esistenza di un’associazione a delinquere finalizzata all’ingresso nel territorio italiano di diversi clandestini provenienti da Islamabad e dintorni. Un’associazione che, stando alla ricostruzione dell’accusa, procurava false credenziali a chi chiedeva di arrivare in Italia dietro il pagamento di un prezzo. Tanto denaro, migliaia di euro, preteso anche con mezzi brutali: minacce spesso degenerate in estorsioni vere e proprie ai danni dei parenti, rimasti in Pakistan. Il Tribunale del Riesame ha rimesso in libertà anche questo indagato. In carcere, dopo aver rinunciato al ricorso, resta un solo connazionale ma, considerati gli ultimi sviluppi, potrebbe lasciare la cella per altre vie. Con una semplice istanza di scarcerazione.
 

 





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