Scegli: Cronaca - Politica - Economia - Ambiente - Salute - VideoNews
- Sport
Spigolature - Le "altre"news - Accadde Oggi - Seduti sul muretto - News dal Vaticano
Pianeta "giustizia" - Entertainment
- Cuoco anch'io - Spettacoli, Arte, Cultura
Informazione? - Abusi & Violenze - Pedofilia - Pedofilia
(documentazione video)
TUTTE le "Ultimissime" e "Chi è in linea ora" - HOME PAGE - I nostri FORUM - ARCHIVIO "Indici"
_____________________________________________________________________________________________
Spigolature - Le "altre"news - Accadde Oggi - Seduti sul muretto - News dal Vaticano
Pianeta "giustizia" - Entertainment
Informazione? - Abusi & Violenze - Pedofilia - Pedofilia
TUTTE le "Ultimissime" e "Chi è in linea ora" - HOME PAGE - I nostri FORUM - ARCHIVIO "Indici"
_____________________________________________________________________________________________
Domenica, 10 Febbraio : 2008
Il regista Damian Harris affronta il tabù dei bambini rapiti e stuprati
Choc pedofilia
Vite violate sullo schermo
Nessuna scena scabrosa però il tema è così forte che molti lasciano la sala
Una scena di Gardens of the Night
BERLINO — L'infanzia di Leslie finisce una bella mattina di sole. Otto anni, capelli biondi, occhi chiari e fiduciosi, va a scuola percorrendo il solito vialetto fiorito. Ma dietro una siepe ad attenderla c'è il Lupo, un affabile signore di mezza età che finge di cercare il suo cane. La bambina gli dà retta, per aiutarlo fa tardi e accetta un passaggio in auto. In classe quel giorno Leslie disegna angeli sorridenti, nel pomeriggio lo sconosciuto è ancora in agguato. Ancora la invita a salire in macchina, ma stavolta il viaggio sarà verso l'inferno. Il nuovo mondo che l'attende è quello della pedofilia, della tratta dei bambini, della violenza più atroce. Gardens of the Night di Damian Harris, ieri in concorso, ha scosso la Berlinale sollevando un tema di sconvolgente attualità, che rimanda alla vicenda recente della piccola Maddie, pure lei bionda e bella.
L'insostenibile crescendo di angoscia della storia ha così spinto molti ad abbandonare la proiezione del film, che pur senza mostrare nulla lascia intendere tutto. Ma quello che più ha turbato è il legame tra la piccola vittima e il suo carnefice, capace di tenerezza, di incantarla con coccole, giocattoli, bevande drogate. Dopo una di queste bibite Leslie si sveglia in una casa con la porta chiusa a chiave e le sbarre alle finestre. Nella stessa stanza c'è un altro bimbetto, scuro di pelle, Donnie, anche lui raggomitolato in un lettino, anche lui accudito da quel signore gentile che sa consolare le lacrime e convincerli di esser stati abbandonati dai genitori. Si fa chiamare «zio». E da bravo zio pettina i capelli di Leslie, l'accudisce durante il bagnetto, le porta il latte con il sonnifero, le toglie la camicia e la fotografa. Talvolta, di nascosto, la conduce in una villetta dove altre bimbe tristi come lei indossano per il piacere dei padroni di casa vestine da bambola. «Tutti mi sconsigliavano di accettare questo turpe ruolo ma io dovevo farlo — interviene Tom Arnold che impersona il rapitore —. È stata dura, anche perché ho vissuto sulla mia pelle un'esperienza simile. A quattro anni sono stato molestato da un vicino di casa. Mi dava i bonbon e faceva parere tutto un gioco, tanto che per molti anni ho pensato che quelle cose lì le facessero tutti i bambini. Da grande sono andato a cercare quell'uomo, ho scoperto che era sposato e aveva quattro figli adottivi ».
Caramelle e manipolazione psicologica danno i loro frutti: rassegnata alla sua sorte Leslie muore dentro. La ritroveremo otto anni dopo sul marciapiede, graziosa adolescente (a darle il volto la delicata Gillian Jacobs) ma anche tossica e prostituta, usa a battere con il suo «fratellino» di sventura e tanti altri ragazzi perduti. Un'occasione di salvezza le verrà offerta da un assistente sociale (John Malkovich, in un intenso cameo) che riuscirà addirittura a farle ritrovare la famiglia. Ma ormai troppo tardi. «Le statistiche dicono che negli Usa i ragazzi di strada sono un milione e trecentomila, il 60% di loro sono vittime di violenze e abusi — dichiara il regista —. Ho parlato con membri del Child Sex Crimes di New Orleans e la Polizia di San Diego, dove mi hanno detto che questa città è ormai la capitale dei "kiddie porn"». Un altro rapimento di bambino, pur se con lieto fine, si è visto sempre ieri in Julia di Eric Zonca, protagonista Tilda Swinton, nei panni di un'alcolista fuori di testa, pronta a improvvisare un sequestro di minore. «Una donna senza alcun senso materno — si definisce l'attrice —. Ce ne sono tante, non occorre essere ubriacone. Ma a Julia tocca la fortuna di scoprirsi madre nel modo più inatteso»
L'insostenibile crescendo di angoscia della storia ha così spinto molti ad abbandonare la proiezione del film, che pur senza mostrare nulla lascia intendere tutto. Ma quello che più ha turbato è il legame tra la piccola vittima e il suo carnefice, capace di tenerezza, di incantarla con coccole, giocattoli, bevande drogate. Dopo una di queste bibite Leslie si sveglia in una casa con la porta chiusa a chiave e le sbarre alle finestre. Nella stessa stanza c'è un altro bimbetto, scuro di pelle, Donnie, anche lui raggomitolato in un lettino, anche lui accudito da quel signore gentile che sa consolare le lacrime e convincerli di esser stati abbandonati dai genitori. Si fa chiamare «zio». E da bravo zio pettina i capelli di Leslie, l'accudisce durante il bagnetto, le porta il latte con il sonnifero, le toglie la camicia e la fotografa. Talvolta, di nascosto, la conduce in una villetta dove altre bimbe tristi come lei indossano per il piacere dei padroni di casa vestine da bambola. «Tutti mi sconsigliavano di accettare questo turpe ruolo ma io dovevo farlo — interviene Tom Arnold che impersona il rapitore —. È stata dura, anche perché ho vissuto sulla mia pelle un'esperienza simile. A quattro anni sono stato molestato da un vicino di casa. Mi dava i bonbon e faceva parere tutto un gioco, tanto che per molti anni ho pensato che quelle cose lì le facessero tutti i bambini. Da grande sono andato a cercare quell'uomo, ho scoperto che era sposato e aveva quattro figli adottivi ».
Caramelle e manipolazione psicologica danno i loro frutti: rassegnata alla sua sorte Leslie muore dentro. La ritroveremo otto anni dopo sul marciapiede, graziosa adolescente (a darle il volto la delicata Gillian Jacobs) ma anche tossica e prostituta, usa a battere con il suo «fratellino» di sventura e tanti altri ragazzi perduti. Un'occasione di salvezza le verrà offerta da un assistente sociale (John Malkovich, in un intenso cameo) che riuscirà addirittura a farle ritrovare la famiglia. Ma ormai troppo tardi. «Le statistiche dicono che negli Usa i ragazzi di strada sono un milione e trecentomila, il 60% di loro sono vittime di violenze e abusi — dichiara il regista —. Ho parlato con membri del Child Sex Crimes di New Orleans e la Polizia di San Diego, dove mi hanno detto che questa città è ormai la capitale dei "kiddie porn"». Un altro rapimento di bambino, pur se con lieto fine, si è visto sempre ieri in Julia di Eric Zonca, protagonista Tilda Swinton, nei panni di un'alcolista fuori di testa, pronta a improvvisare un sequestro di minore. «Una donna senza alcun senso materno — si definisce l'attrice —. Ce ne sono tante, non occorre essere ubriacone. Ma a Julia tocca la fortuna di scoprirsi madre nel modo più inatteso»
Giuseppina Manin (Corriere della Sera)
10 febbraio 2008
Alcolismo e pedofilia, il lato oscuro della Berlinale
Dall'alcolismo alla scoperta della maternità, anche se acquisita. È il percorso fatto dall'attrice londinese (classe 1960) Tilda Swinton in “Julia” del regista francese Eric Zonca (“La vita sognata degli angeli”), film passato ieri in concorso alla Berlinale.
La Swinton è appunto Julia. Una donna di quarant'anni attaccata compulsivamente al bicchiere. Beve continuamente ed è anche una grande bugiarda. Sta per perdere il lavoro e sempre più spesso si ritrova al mattino nel letto di persone che neppure conosce. Agli Alcolisti Anonimi incontra una giovane messicana, Elena, che la convince a rapire suo figlio, dato in affidamento al nonno, un uomo ricco e potente quanto malavitoso. Spinta dal denaro che potrebbe ricavare dal riscatto del bambino, Julia accetta la sfida e si ritrova a gestire un rapimento con impaccio, ma anche con la follia della sua disperazione. Riesce a portare avventurosamente Tom (Aidan Gould) in Messico e qui si troverà ad affrontare la malavita locale che vuole a sua volta portargli via Tom.
Un ragazzino con il quale nel frattempo ha instaurato un rapporto materno e protettivo che non si aspettava più di poter provare per nessuno. Il film è come diviso in due parti. La prima nello stile raffinato di Zonca e la seconda, quella più di azione, legata evidentemente a una volontà produttiva che guarda al mercato. Lo stesso regista in conferenza stampa ieri ha detto: «Ci ho messo cinque anni per scrivere questa storia e tante difficoltà per trovare dei produttori. Nessuno vuole una storia con un'alcolizzata e un bambino. Solo dopo molto tempo è arrivato il supporto della 3 e di una produzione belga». L'ispirazione gli è venuta da una foto (di Helmut Newton) di una donna in auto nel deserto e naturalmente da “Gloria” di Cassavetes anche se la Swinton ci tiene a dire che «Io e Zonca siamo dei fan di Cassavetes, ma non volevamo rifare questo film».
L'iconoclasta Swinton, nominata quest'anno all'Oscar come attrice non protagonista per “Michael Clayton” e che con “Julia” potrebbe aspirare all'Orso come miglior attrice, non ci tiene troppo a parlare della preparazione sostenuta per questo film: «Non credo che ci sia una preparazione particolare. Ognuno di noi può essere Giulia, una donna che ha uno sguardo non morale, ma pieno di compassione». Spiega infine Zonca della scelta della Swinton:«volevo un'attrice fisica, una che parlasse con il corpo e gesticolasse come un'italiana».
GARDENS OF THE NIGHT Bambini scomparsi all'ombra della pedofilia. È quello che propone il film “Gardens of the Night”, produzione anglo americana a firma di Damian Harris in concorso alla 58ma edizione della Berlinale. Toni pacati, ma non per questo meno crudi per descrivere la vita difficile di Leslie (Rayan Simpkins) una bambina di nove anni rapita da due balordi, Alex (Tom Arnold) e il suo più giovane complice Frank (Kevin Zegers), e portata nella loro casa dove la ragazzina trova un'altra vittima. Un ragazzino di otto anni di colore, Donnie, a cui è stato fatto credere di essere stato venduto dalla madre psicologicamente instabile. Quello che succede a questi due ragazzini non si vede più di tanto se non da una fotografia che non manca di una certa morbosità. Solo in qualche scena del film, si capisce che i due bambini, che nel frattempo si sono inventati un loro mondo immaginario per sopravvivere, vengono utilizzati nel mercato della pedofilia e dei film porno.
In “Gardens of the Night” si fa poi un salto di otto anni. Leslie (Gillian Jacobs) è ormai una bellissima diciassettenne che lotta per sopravvivere tra droga e prostituzione nelle strade di San Diego ancora insieme al fedele e protettivo amico Donnie (Evan Ross) che in realtà la ama da sempre. Sulla loro strada anche un assistente sociale Michael (John Malcovich) che dà accoglienza agli homeless street children. Lui cercherà di recuperare Leslie e le darà un'occasione per tornare alla normalità. Un'occasione che Leslie non potrà più cogliere perchè ormai la sua vita e di «una morta vivente» destinata a vivere sulla strada. Per questo film Damian Harris ha fatto lunghe ricerche negli Stati Uniti: «Ho parlato con membri del Child Sex Crimes Units di New Orleans e il Dipartimento della Polizia di San Diego dove un ufficiale mi ha detto come questa città sia ormai la capitale dei “kiddie porn”».
La Swinton è appunto Julia. Una donna di quarant'anni attaccata compulsivamente al bicchiere. Beve continuamente ed è anche una grande bugiarda. Sta per perdere il lavoro e sempre più spesso si ritrova al mattino nel letto di persone che neppure conosce. Agli Alcolisti Anonimi incontra una giovane messicana, Elena, che la convince a rapire suo figlio, dato in affidamento al nonno, un uomo ricco e potente quanto malavitoso. Spinta dal denaro che potrebbe ricavare dal riscatto del bambino, Julia accetta la sfida e si ritrova a gestire un rapimento con impaccio, ma anche con la follia della sua disperazione. Riesce a portare avventurosamente Tom (Aidan Gould) in Messico e qui si troverà ad affrontare la malavita locale che vuole a sua volta portargli via Tom.
Un ragazzino con il quale nel frattempo ha instaurato un rapporto materno e protettivo che non si aspettava più di poter provare per nessuno. Il film è come diviso in due parti. La prima nello stile raffinato di Zonca e la seconda, quella più di azione, legata evidentemente a una volontà produttiva che guarda al mercato. Lo stesso regista in conferenza stampa ieri ha detto: «Ci ho messo cinque anni per scrivere questa storia e tante difficoltà per trovare dei produttori. Nessuno vuole una storia con un'alcolizzata e un bambino. Solo dopo molto tempo è arrivato il supporto della 3 e di una produzione belga». L'ispirazione gli è venuta da una foto (di Helmut Newton) di una donna in auto nel deserto e naturalmente da “Gloria” di Cassavetes anche se la Swinton ci tiene a dire che «Io e Zonca siamo dei fan di Cassavetes, ma non volevamo rifare questo film».
L'iconoclasta Swinton, nominata quest'anno all'Oscar come attrice non protagonista per “Michael Clayton” e che con “Julia” potrebbe aspirare all'Orso come miglior attrice, non ci tiene troppo a parlare della preparazione sostenuta per questo film: «Non credo che ci sia una preparazione particolare. Ognuno di noi può essere Giulia, una donna che ha uno sguardo non morale, ma pieno di compassione». Spiega infine Zonca della scelta della Swinton:«volevo un'attrice fisica, una che parlasse con il corpo e gesticolasse come un'italiana».
GARDENS OF THE NIGHT Bambini scomparsi all'ombra della pedofilia. È quello che propone il film “Gardens of the Night”, produzione anglo americana a firma di Damian Harris in concorso alla 58ma edizione della Berlinale. Toni pacati, ma non per questo meno crudi per descrivere la vita difficile di Leslie (Rayan Simpkins) una bambina di nove anni rapita da due balordi, Alex (Tom Arnold) e il suo più giovane complice Frank (Kevin Zegers), e portata nella loro casa dove la ragazzina trova un'altra vittima. Un ragazzino di otto anni di colore, Donnie, a cui è stato fatto credere di essere stato venduto dalla madre psicologicamente instabile. Quello che succede a questi due ragazzini non si vede più di tanto se non da una fotografia che non manca di una certa morbosità. Solo in qualche scena del film, si capisce che i due bambini, che nel frattempo si sono inventati un loro mondo immaginario per sopravvivere, vengono utilizzati nel mercato della pedofilia e dei film porno.
In “Gardens of the Night” si fa poi un salto di otto anni. Leslie (Gillian Jacobs) è ormai una bellissima diciassettenne che lotta per sopravvivere tra droga e prostituzione nelle strade di San Diego ancora insieme al fedele e protettivo amico Donnie (Evan Ross) che in realtà la ama da sempre. Sulla loro strada anche un assistente sociale Michael (John Malcovich) che dà accoglienza agli homeless street children. Lui cercherà di recuperare Leslie e le darà un'occasione per tornare alla normalità. Un'occasione che Leslie non potrà più cogliere perchè ormai la sua vita e di «una morta vivente» destinata a vivere sulla strada. Per questo film Damian Harris ha fatto lunghe ricerche negli Stati Uniti: «Ho parlato con membri del Child Sex Crimes Units di New Orleans e il Dipartimento della Polizia di San Diego dove un ufficiale mi ha detto come questa città sia ormai la capitale dei “kiddie porn”».














































