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Sabato, 10 Ottobre 2009: Accadde Oggi Pierpaolo Prati, Giornale di Brescia
La «colpa» di aver perso la figlia
Sentenze dei giudici e scelte degli avvocati nelle vicissitudini di una famiglia che dal 1992 piange la morte di una 21enne e ora è costretta a restituire quanto percepito per i danni
«Un’unica colpa, quella di aver perso una figlia». Una «colpa» impossibile che si è tradotta in una «condanna» insostenibile: diciassette anni passati tra un’aula di tribunale e l’altra, tra sentenze, ricorsi e decreti ingiuntivi. Ai quali oggi si aggiunge il rischio di dover restituire parte del denaro ricevuto come risarcimento di un danno incalcolabile: una figlia che nessuno restituirà più.
La storia è quasi incredibile. Come incredibile è la sua evoluzione. Ma è vera. Tutto inizia la notte tra il 20 e il 21 marzo del 1992 quando l’auto sulla quale Cristina Mosca, 21 anni, viaggia è spinta fuori strada e contro un platano da un’altra costretta a «stringere» a causa di un pirata della strada, che invade la corsia contromano. La giovane invece di raggiungere la discoteca insieme agli amici si ritrova in Rianimazione. Sei, sette ore aggrappata alla vita, che la lascia per i gravissimi traumi dovuti allo schianto.
Il primo verdetto dopo 11 anni
Undici anni dopo, nell’aprile del 2003, il giudice di primo grado pronuncia una sentenza di condanna nei confronti dei conducenti delle tre auto coinvolte nell’incidente avvenuto in via Trento, all’altezza dell’incrocio con via Apollonio. Attribuisce il 60% delle responsabilità al «pirata» che era a bordo di una Fiat Croma «sparita sgommando», il restante 40 lo divide in parti uguali tra il conducente dell’automobile sulla quale viaggiava Cristina e quello che guidava la macchina che l’ha mandata fuori strada. Entrambi, stando ad una perizia, andavano oltre i 50 km/h previsti dal codice della strada: il primo a 60, il secondo tra i 70 e gli 80. Alle assicurazioni dei tre veicoli - per quella del «pirata» risponde il Fondo di Garanzie per le vittime della strada - tocca sborsare 500mila euro di risarcimento danni al papà, alla mamma e al fratello di Cristina cui il giudice riconosce il danno morale, quello biologico (la sofferenza patita dalla giovane nelle 7 ore di agonia vissute in ospedale) e quello patrimoniale futuro.
Le assicurazioni non ci stanno. Propongono ricorso in appello. E qui inizia il secondo calvario della famiglia. La prima sezione civile della Corte riformula la sentenza di primo grado. Innanzitutto esclude che il conducente dell’auto sulla quale era trasportata la vittima avesse responsabilità. «Quest’ultimo - scrivono i giudici - viaggiava a 60 km/h, superando di poco il limite dei 50. Non è provato che le gravi conseguenze dell’urto col platano sarebbero state diverse se la velocità di marcia fosse stata inferiore di 10 km/h». Raddoppia così la percentuale di colpa da attribuire al conducente dell’auto che ha «stretto», mentre lascia invariata quella del «pirata». I giudici di secondo grado rivedono anche la determinazione del danno da risarcire, escludendo quello biologico. Accogliendo così il ricorso della società assicurativa responsabile del Fondo di garanzia sul quale il difensore del padre, della madre e del fratello di Cristina, come rilevano gli stessi giudici in sentenza «ritiene di non spendere parola alcuna». Perché - si chiedono i signori Mosca - ha taciuto sul punto?
Cassazione per due
In attesa che sulla sentenza si formi il giudicato nel giugno del 2006 il padre di Cristina, la madre e il fratello si vedono decurtare di un tot quanto il tribunale di primo grado aveva loro attribuito: 120mila euro più interessi. Non resta che la Cassazione. La famiglia della giovane cambia avvocato per questo ulteriore passaggio. Il legale propone ricorso solo nei confronti delle due assicurazioni condannate anche in appello. Perché? Di chiaro c’è solo il risultato: la sentenza di secondo grado passa in giudicato e diventa esecutiva per l’assicurazione dell’auto sulla quale viaggiava la 21enne. Considerata responsabile inizialmente al 20%, quest’ultima non solo è al sicuro dalle pretese risarcitorie dei parenti della vittima, ma ha diritto ad ottenere quanto già versato, maggiorato degli interessi legali. Una cifra che si aggira attorno ai 170mila euro e rappresenta una parte cospicua di quel risarcimento che la famiglia Mosca ha investito per costruirsi una casa dove vivere tutti insieme, nel nome di Cristina. Una cifra che ora è voce pesante del decreto ingiuntivo e «urla» davanti alla colpa «impossibile» di «aver perso una figlia».














































