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Mercoledì, 9 Dicembre 2009 Roberta Bellino, GdB
Quella povertà che è tra noi
Viaggio tra gli ospiti delle strutture che accolgono chi è senza nulla. Dal giocatore d’azzardo che ha perso tutto alla ragazza scappata dalla famiglia. Maione: «Importante proteggerli»
Ore 19, Ermanno (il nome è di fantasia, la sua storia invece no), un 34enne della Bassa si avvicina zoppicando, munito di stampelle e con un grintoso cappellino sul capo. Da un anno e mezzo trascorre il pomeriggio e la notte al dormitorio San Vincenzo. Come mai sei finito qui? «Facevo il vigile antincendio in un centro commerciale, ma avevo la passione del gioco d’azzardo che presto si è trasformata in dipendenza da videopoker e da casinò». Ermanno parla senza alcuna timidezza e con lucidità: «A causa di un infortunio sul lavoro, l’assicurazione mi ha dato circa 14mila euro. Sai cosa ho fatto con tutti quei soldi? Sono andato al casinò di Lugano e li ho giocati tutti, perdendo ogni cosa. Assuefatto dal gioco com’ero, quando perdevo, continuavo a giocare nella convinzione di vincere alla puntata successiva. Se invece vincevo, in me cresceva il desiderio di vincere ancora».
Quella voglia di riemergere
Sul suo viso compare qualche segno di stanchezza che si fa via via più evidente fino allo sfogo di disperazione che stentava a venir fuori: «Ho voglia di uscire di qui, di riprendermi una vita normale, di trovare un lavoro e ricominciare tutto da capo. La struttura e i volontari hanno fatto molto per me, ma ho bisogno di ricominciare». Dalle 14 alle 8 la quarantina di uomini ospitati al dormitorio S. Vincenzo possono beneficiare di un pasto serale, di un’accoglienza notturna e di un servizio di lavanderia. Non è onesto parlare di povertà, senza ascoltare e vedere le storie dei loro drammi. «Viviamo in una società teatrale - dice don Amerigo Barbieri, parroco di S. Giovanni -, dove gli attori che salgono sul palco a recitare poco sanno di quello che accade fuori dalla scena». La povertà si conosce solo scendendo dal palcoscenico, vedendola e «parlando con lei». Direttamente e senza mediazioni.
Non si vedono, ma ci sono!
Ore 21. Sulla porta dell’Emergenza Freddo di Casa Betel in via Vittorio Emanuele troviamo una giovane donna. «Ho 25 anni, mi chiamo Chiara (il nome è di fantasia, ndr). Perché siete interessati alla mia storia?», chiede e senza aspettare risposta continua a parlare come un fiume in piena. «Sono scappata di casa perché non andavo d’accordo con i miei genitori, per un po’ sono rimasta da un mio amico e poi...». E poi è finita a dormire in strada, in stazione, dove capitava. Talvolta la povertà è immaginata come qualcosa di lontano. Chiara potrebbe essere un’amica, una sorella, una figlia, e infatti lo è. Una ragazza italiana, diplomata e completamente indifesa. Il suo modo di parlare è convulso, a momenti eccitato, frenetico, dietro al quale facilmente si scorge la paura nei confronti del domani. Chiara è ospite di Casa Betel Caritas dove trova alloggio e ristoro da novembre ad aprile. E prima dell’apertura dell’emergenza freddo? «Stavo in strada, dormivo dove capitava, a terra o in stazione. Vivevo e vivrò facendo l’elemosina nelle piazze, fuori dalle chiese, ovunque. Nonostante la mia situazione, posso dire di essere stata fortunata nel trovare l’appoggio della Mensa Menni e dei ragazzi del Progetto Strada». La ragione stenta a credere alle parole della 25enne. Così giovane e già così priva di speranze e già così sola, nonostante alle spalle non ci siano problemi di droga, alcol o altro.
E mentre ti chiedi dove siano i suoi genitori, lei intercetta, misteriosamente, la domanda: «Da qualche mese ho ricominciato a sentirli. A proposito, mi ha appena chiamata mia madre». Quel suo modo di fare esuberante sembra un’arma di difesa: ripete più volte di aver sentito poco prima la madre, quasi volesse rincuorarsi. Poi il pensiero va ad aprile, quando la struttura chiuderà: «Tornerò là fuori, col mio fidanzato».
Il tour nella povertà
«Forse siamo riusciti a togliere una giovane ragazza dalla strada, anche solo per poco tempo». Queste le parole dell’assessore alla Famiglia, Giorgio Maione, appena usciti dalla Casa durante «il giro nella povertà» di qualche giorno fa, insieme al presidente della commissione consiliare «Servizi alla persona e sanità», Giovanni Aliprandi. «Sono contento del fatto che, grazie ai molti progetti e servizi del Comune, qualcuno, fosse anche una sola persona, si senta protetto per qualche tempo. È ancora lungo il percorso di Chiara ma lei si sente supportata e tutelata dalle istituzioni e questo non può che rallegrarmi come assessore e come uomo».














































