L’assessore all’Ambiente del Comune commenta i dati della ricerca che ha rivelato l’alta concentrazione della sostanza chimica nel sangue dei bresciani
Brunelli: diossina, eredità avvelenata
Prime bonifiche a sud della Caffaro: sotto i 35 centimetri di terreno c’è ancora Pcb
di Thomas Bendinelli
«Non abbiamo preso alcun provvedimento particolare per il semplice motivo che non ci è arrivata alcuna comunicazione in tal senso dall’Asl che, da quanto leggo, invita peraltro a prendere in mano i dati con prudenza».
L’assessore all’ambiente Ettore Brunelli commenta così la ricerca diffusa sabato in occasione di un convegno di Medicina Democratica rispetto alle preoccupanti quantità di diossina nel sangue dei bresciani e riportata ieri con ampio risalto da Bresciaoggi. La ricerca, condotta nel 2005 dall’Istituto Superiore di sanità e dall’Asl di Brescia ma mai diffusa pubblicamente, ha evidenziato nel sangue dei bresciani concentrazioni di diossina doppie rispetto alla popolazione di Seveso (la fuoriuscita della nube tossica dalla società Icmesa avvenne nel luglio del ’76) nella seconda metà degli anni ’90.
L’assessore invita alla prudenza, ma non ha intenzione di minimizzare il problema, anzi: «L’esito della ricerca non mi stupisce - afferma -: è da anni che andiamo ripetendo in convegni e incontri pubblici quale è lo stato dell’ambiente a Brescia». Brunelli richiama alla memoria lo «Studio di dispersione atmosferica di inquinanti emessi sul territorio bresciano» realizzato nel 2004 dal Comune e l’università degli studi di Brescia. «Il rapporto è disponibile sul sito internet del Comune - spiega Brunelli -, con tanto di dati e tabelle che parlano in modo chiaro dell’impatto ambientale di alcune attività industriali».
Nelle conclusioni del rapporto si fa riferimento al contributo delle attività industriali (fusione di metalli, acciaio e cemento) nella produzione di ossidi di azoto (29 percento), particolato fine (18 percento) e soprattutto emissioni di microinquinanti (99.8 percento) nell’aria atmosferica.
«La domanda che bisogna porsi è se vogliamo conviverci - osserva Brunelli -. È senz’altro vero che l’industria ci dà da mangiare ma si potrebbe fare molto per migliorare gli impianti produttivi e mettere dei filtri».
Rispetto alla questione Caffaro e al disastro nella zona sud della città, Brunelli anticipa che a fine giugno verrà senz’altro rinnovata l’ordinanza di limitazione sull’ utilizzo di alcuni parchi, orti e giardini. «Abbiamo commissionato lo studio di analisi del rischio all’Istituto Superiore di Sanità - ricorda Brunelli -, ma mancano alcuni dati sulla qualità dell’aria, fondamentali per cercare di capire quali siano i rischi in questo momento per le persone».
L’assessore spiega che il problema dei terreni non è di secondaria importanza ma almeno la «catena alimentare» è stata spezzata in quanto «restano i divieti di mangiare le verdure coltivate nell’orto». Questo significa che se le ordinanze precauzionali vengono rispettate il problema, nell’immediato, è stato risolto. Diverso però il discorso sulla bonifica. Come è stato ricordato più volte i soldi a disposizione in questo momento - compresi i 6.7 milioni di euro stanziati a livello nazionale ma non ancora arrivati - rappresentano una goccia nel mare rispetto a quanto servirebbe. Anche le ultime «prove» nei tre giardini a sud della Caffaro non hanno dato i risultati attesi. «Erano tre aree con concentrazioni di Pcb particolarmente elevate - spiega Brunelli -, ma sicuramente siamo rimasti delusi quando dopo aver asportato 35 centimetri di terreno abbiamo verificato che, sotto, il terreno era ancora inquinato». In tutto 500 metri quadrati di terreno e un costo di bonifica intorno ai 130.000 euro, giusto per dare l’idea dei soldi che servirebbero nell’insieme. Quando si sbloccheranno i 6.7 milioni annunciati si partirà con i giardini di via Passo del Gavia e con il campo sportivo «Calvesi», tutto sommato poco più di due fazzoletti di terra rispetto alle dimensioni dell’area inquinata ma che hanno a preventivo circa 4 milioni di euro di bonifica.
Della sperimentazione avviata a fine febbraio dalla azienda Eurovix di Cazzago, che prevedeva il trattamento del terreno con una miscela enzimatico batterica, si sono intanto perse le tracce. «I miracoli non esistono - osserva Brunelli -, in queste situazioni il terreno cambia metro dopo metro ed è molto difficile tradurre sul campo i risultati conseguiti in laboratorio».
L’assessore all’ambiente Ettore Brunelli commenta così la ricerca diffusa sabato in occasione di un convegno di Medicina Democratica rispetto alle preoccupanti quantità di diossina nel sangue dei bresciani e riportata ieri con ampio risalto da Bresciaoggi. La ricerca, condotta nel 2005 dall’Istituto Superiore di sanità e dall’Asl di Brescia ma mai diffusa pubblicamente, ha evidenziato nel sangue dei bresciani concentrazioni di diossina doppie rispetto alla popolazione di Seveso (la fuoriuscita della nube tossica dalla società Icmesa avvenne nel luglio del ’76) nella seconda metà degli anni ’90.
L’assessore invita alla prudenza, ma non ha intenzione di minimizzare il problema, anzi: «L’esito della ricerca non mi stupisce - afferma -: è da anni che andiamo ripetendo in convegni e incontri pubblici quale è lo stato dell’ambiente a Brescia». Brunelli richiama alla memoria lo «Studio di dispersione atmosferica di inquinanti emessi sul territorio bresciano» realizzato nel 2004 dal Comune e l’università degli studi di Brescia. «Il rapporto è disponibile sul sito internet del Comune - spiega Brunelli -, con tanto di dati e tabelle che parlano in modo chiaro dell’impatto ambientale di alcune attività industriali».
Nelle conclusioni del rapporto si fa riferimento al contributo delle attività industriali (fusione di metalli, acciaio e cemento) nella produzione di ossidi di azoto (29 percento), particolato fine (18 percento) e soprattutto emissioni di microinquinanti (99.8 percento) nell’aria atmosferica.
«La domanda che bisogna porsi è se vogliamo conviverci - osserva Brunelli -. È senz’altro vero che l’industria ci dà da mangiare ma si potrebbe fare molto per migliorare gli impianti produttivi e mettere dei filtri».
Rispetto alla questione Caffaro e al disastro nella zona sud della città, Brunelli anticipa che a fine giugno verrà senz’altro rinnovata l’ordinanza di limitazione sull’ utilizzo di alcuni parchi, orti e giardini. «Abbiamo commissionato lo studio di analisi del rischio all’Istituto Superiore di Sanità - ricorda Brunelli -, ma mancano alcuni dati sulla qualità dell’aria, fondamentali per cercare di capire quali siano i rischi in questo momento per le persone».
L’assessore spiega che il problema dei terreni non è di secondaria importanza ma almeno la «catena alimentare» è stata spezzata in quanto «restano i divieti di mangiare le verdure coltivate nell’orto». Questo significa che se le ordinanze precauzionali vengono rispettate il problema, nell’immediato, è stato risolto. Diverso però il discorso sulla bonifica. Come è stato ricordato più volte i soldi a disposizione in questo momento - compresi i 6.7 milioni di euro stanziati a livello nazionale ma non ancora arrivati - rappresentano una goccia nel mare rispetto a quanto servirebbe. Anche le ultime «prove» nei tre giardini a sud della Caffaro non hanno dato i risultati attesi. «Erano tre aree con concentrazioni di Pcb particolarmente elevate - spiega Brunelli -, ma sicuramente siamo rimasti delusi quando dopo aver asportato 35 centimetri di terreno abbiamo verificato che, sotto, il terreno era ancora inquinato». In tutto 500 metri quadrati di terreno e un costo di bonifica intorno ai 130.000 euro, giusto per dare l’idea dei soldi che servirebbero nell’insieme. Quando si sbloccheranno i 6.7 milioni annunciati si partirà con i giardini di via Passo del Gavia e con il campo sportivo «Calvesi», tutto sommato poco più di due fazzoletti di terra rispetto alle dimensioni dell’area inquinata ma che hanno a preventivo circa 4 milioni di euro di bonifica.
Della sperimentazione avviata a fine febbraio dalla azienda Eurovix di Cazzago, che prevedeva il trattamento del terreno con una miscela enzimatico batterica, si sono intanto perse le tracce. «I miracoli non esistono - osserva Brunelli -, in queste situazioni il terreno cambia metro dopo metro ed è molto difficile tradurre sul campo i risultati conseguiti in laboratorio».

















































