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Lunedì, 10 Novembre : 2008 LUCA IEZZI, La Repubblica/Finanza
Reinventare la legge di gravità. Da anni in Italia riformare il settore dei servizi pubblici locali nella sua interezza sembra un’impresa analoga a quella di trovare un sostituto della legge fondamentale dell’universo. Nel frattempo il mondo del "capitalismo municipale" si è evoluto e frammentato. Sono oltre 3700 le società partecipate dagli enti locali in Italia, tra queste le stelle luminosissime dei grandi gruppi delle multiutilities che valgono svariati miliardi in borsa e si muovono nello scenario europeo dell’elettricità e del gas, ma anche diversi "buchi neri". La maggior parte di loro si concentrano nel Mezzogiorno e nei settori dei trasporti e dell’edilizia, ogni anno fanno sparire centinaia di milioni di denaro pubblico senza speranza di miglioramento.
La parte economicamente più rilevante è quella dei servizi pubblici in senso stretto (utenze, rifiuti, trasporti, edilizia), sono poco meno di mille società censite dall’associazione di settore Confservizi, nel 2007 hanno registrato un giro d’affari da 40 miliardi di euro, dato lavoro a 171 mila persone e investito oltre 7 miliardi di euro. Un motore dell’economia nazionale che però fornisce una spinta molto ineguale sul territorio. Nel 2006, secondo l’ultima analisi della Corte dei conti, i 43 capoluoghi del Mezzogiorno hanno ottenuto dalle loro aziende 5,3 milioni di euro contro i 271,4 milioni al Nord (160 nella Lombardia trainata da Milano e Brescia). Ma la vera differenza più che nel conto economico sta nel fatto che le municipalizzate del Nord approdate in Borsa, hanno subito un processo di "privatizzazione formale", come la chiamano gli addetti del settore, vale a dire che società come A2A, Acegas, Ascopiave dal punto di vista gestionale sono sempre meno influenzate dalla natura pubblica dei loro controllori, ma operano in mercati completamente liberalizzati (luce e gas). Un’evoluzione che ha fatto la fortuna delle casse comunali: in estate, prima che la crisi finanziaria devastasse le capitalizzazioni, le prime cinque municipalizzate valevano 15 miliardi di euro.
Rimangono i vecchi vizi delle piccole "Iri" come i cda usati dai sindaci per premiare amici e alleati (vedi il caso recente dell’Acea), la moltiplicazione delle poltrone e certi comportamenti a difesa di specificità territoriali poco comprensibili. Ma nei fatti l’ultimo anno ha dimostrato che questi vizi non sono un freno enorme alla crescita dimensionale e alla razionalizzazione: lo dimostrano le fusioni tra Milano e Brescia (a cui si aggiunge una forte alleanza tra A2A e la comasca Acsm), quella tra Genova e Torino ora allargata ai comuni emiliani di Enia e infine alla nascente integrazione nel Triveneto tra AcegasAps e Ascopiave. Ogni fusione allenta il cordone ombelicale con le giunte comunali molto più di qualsiasi legge che obbligasse ad un uscita forzata in tempi certi e al tempo stesso lascia spazio a gestioni oculate (gli utili sono cresciuti del 13% l’anno dal 2002 e gli investimenti dell’11%).
Si può dire che qui il mercato ha fatto meglio e più velocemente di ogni riforma, i guadagni realizzati sono stati reimpiegati negli acquedotti e nei rifiuti. Servizi che si trasformano in emergenza politica locale ovunque questa privatizzazione formale non sia avvenuta. La competizione sta in qualche modo riempiendo i vuoti di una riforma tardiva: ci sono alcuni casi simbolo come A2A che vince gli appalti per i termovalorizzatori in Campania o le grandi utilities nazionali (Enel ed Edison) che fanno incetta di municipalizzate del gas nel Sud Italia.
La supplenza del mercato in attesa delle regole non ha solo effetti positivi: riduce gli investimenti. Anche per questo si registra ormai l’intolleranza verso ulteriori interventi da parte delle imprese: «Mantenere sempre incinta la legislazione sul settore non fa bene. Ritenevamo che le scelte fatte l’estate scorsa con la legge 133 fossero definitive — dichiara Raffaele Morese, presidente di Confservizi — Ci sono parti controverse che vanno chiarite, ma penso che ci si possa limitare ai regolamenti attuativi senza la necessità di nuove leggi».
Tra le parti controverse c’è l’acqua: nella scorsa legislatura il dibattito se debba essere trattata come elettricità e gas o se invece non sia un bene pubblico non privatizzabile ha bloccato il tentativo di riforma del governo Prodi. Nella manovra si dice che nel 2010 tutte le concessioni dovranno essere messe a gara, ma al tempo stesso si afferma che le concessioni devono essere rispettate. Potrebbe nascere un nuovo braccio di ferro in un settore dove gli utenti hanno pagato l’immobilismo in termini di costi, sprechi e peggioramento del servizio.
I casi critici sono molti. Tra i settori in eterno rosso spicca il trasporto pubblico. Ma è il settore edilizio il vero nodo da sciogliere: i vecchi Iacp sono finiti a vario titolo nei patrimoni di Regioni e Comuni con l’idea di una progressiva dismissione degli immobili. In realtà le vendite sono ferme da anni e al contrario corrono i costi: 3,7 miliardi nel 2007 contro i soli 1,6 miliardi di ricavi da canoni e dismissioni.
Marginale, ma solo per la difficoltà di una classificazione compiuta, tutto il resto del "capitalismo municipale", che spazia da realtà consolidate come le farmacie comunali a quelle più nuove dei servizi informatici. Realtà che crescono spesso grazie agli affidamenti "in house" e su cui il legislatore ha deciso di non esprimersi con nettezza: ogni comune potrà scegliere se assoggettarle alla concorrenza o coltivare il proprio piccolo monopolio
La parte economicamente più rilevante è quella dei servizi pubblici in senso stretto (utenze, rifiuti, trasporti, edilizia), sono poco meno di mille società censite dall’associazione di settore Confservizi, nel 2007 hanno registrato un giro d’affari da 40 miliardi di euro, dato lavoro a 171 mila persone e investito oltre 7 miliardi di euro. Un motore dell’economia nazionale che però fornisce una spinta molto ineguale sul territorio. Nel 2006, secondo l’ultima analisi della Corte dei conti, i 43 capoluoghi del Mezzogiorno hanno ottenuto dalle loro aziende 5,3 milioni di euro contro i 271,4 milioni al Nord (160 nella Lombardia trainata da Milano e Brescia). Ma la vera differenza più che nel conto economico sta nel fatto che le municipalizzate del Nord approdate in Borsa, hanno subito un processo di "privatizzazione formale", come la chiamano gli addetti del settore, vale a dire che società come A2A, Acegas, Ascopiave dal punto di vista gestionale sono sempre meno influenzate dalla natura pubblica dei loro controllori, ma operano in mercati completamente liberalizzati (luce e gas). Un’evoluzione che ha fatto la fortuna delle casse comunali: in estate, prima che la crisi finanziaria devastasse le capitalizzazioni, le prime cinque municipalizzate valevano 15 miliardi di euro.
Rimangono i vecchi vizi delle piccole "Iri" come i cda usati dai sindaci per premiare amici e alleati (vedi il caso recente dell’Acea), la moltiplicazione delle poltrone e certi comportamenti a difesa di specificità territoriali poco comprensibili. Ma nei fatti l’ultimo anno ha dimostrato che questi vizi non sono un freno enorme alla crescita dimensionale e alla razionalizzazione: lo dimostrano le fusioni tra Milano e Brescia (a cui si aggiunge una forte alleanza tra A2A e la comasca Acsm), quella tra Genova e Torino ora allargata ai comuni emiliani di Enia e infine alla nascente integrazione nel Triveneto tra AcegasAps e Ascopiave. Ogni fusione allenta il cordone ombelicale con le giunte comunali molto più di qualsiasi legge che obbligasse ad un uscita forzata in tempi certi e al tempo stesso lascia spazio a gestioni oculate (gli utili sono cresciuti del 13% l’anno dal 2002 e gli investimenti dell’11%).
Si può dire che qui il mercato ha fatto meglio e più velocemente di ogni riforma, i guadagni realizzati sono stati reimpiegati negli acquedotti e nei rifiuti. Servizi che si trasformano in emergenza politica locale ovunque questa privatizzazione formale non sia avvenuta. La competizione sta in qualche modo riempiendo i vuoti di una riforma tardiva: ci sono alcuni casi simbolo come A2A che vince gli appalti per i termovalorizzatori in Campania o le grandi utilities nazionali (Enel ed Edison) che fanno incetta di municipalizzate del gas nel Sud Italia.
La supplenza del mercato in attesa delle regole non ha solo effetti positivi: riduce gli investimenti. Anche per questo si registra ormai l’intolleranza verso ulteriori interventi da parte delle imprese: «Mantenere sempre incinta la legislazione sul settore non fa bene. Ritenevamo che le scelte fatte l’estate scorsa con la legge 133 fossero definitive — dichiara Raffaele Morese, presidente di Confservizi — Ci sono parti controverse che vanno chiarite, ma penso che ci si possa limitare ai regolamenti attuativi senza la necessità di nuove leggi».
Tra le parti controverse c’è l’acqua: nella scorsa legislatura il dibattito se debba essere trattata come elettricità e gas o se invece non sia un bene pubblico non privatizzabile ha bloccato il tentativo di riforma del governo Prodi. Nella manovra si dice che nel 2010 tutte le concessioni dovranno essere messe a gara, ma al tempo stesso si afferma che le concessioni devono essere rispettate. Potrebbe nascere un nuovo braccio di ferro in un settore dove gli utenti hanno pagato l’immobilismo in termini di costi, sprechi e peggioramento del servizio.
I casi critici sono molti. Tra i settori in eterno rosso spicca il trasporto pubblico. Ma è il settore edilizio il vero nodo da sciogliere: i vecchi Iacp sono finiti a vario titolo nei patrimoni di Regioni e Comuni con l’idea di una progressiva dismissione degli immobili. In realtà le vendite sono ferme da anni e al contrario corrono i costi: 3,7 miliardi nel 2007 contro i soli 1,6 miliardi di ricavi da canoni e dismissioni.
Marginale, ma solo per la difficoltà di una classificazione compiuta, tutto il resto del "capitalismo municipale", che spazia da realtà consolidate come le farmacie comunali a quelle più nuove dei servizi informatici. Realtà che crescono spesso grazie agli affidamenti "in house" e su cui il legislatore ha deciso di non esprimersi con nettezza: ogni comune potrà scegliere se assoggettarle alla concorrenza o coltivare il proprio piccolo monopolio














































