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Lunedì, 15 Dicembre : 2008 di Nello Ajello, L'Espresso
Carlo Caracciolo
Il ragazzo che amava i giornali
Il ragazzo che amava i giornali
Carlo Caracciolo ha speso la sua vita occupandosi di giornali. Da redattore agli esteri dell'Italia socialista a editore di grande successo. Il ricordo di Nello Ajello
Carlo Caracciolo
Sessanta dei suoi ottantatré anni di vita, Carlo Caracciolo li ha spesi occupandosi di carta stampata. È stata una passione veemente, che sembrava discordare dal suo carattere distaccato e perfino distratto. Ma per cancellare ogni sorpresa bastava ascoltarlo quando parlava di giornali: di come sono fatti, delle ragioni del loro successo e delle zone d'ombra che attraversano.
Che un sentimento tutt'altro che convenzionale legasse all'editoria questo aristocratico noto per la sua ironia sorridente se n'è accorto, nel 2007, il quotidiano francese "Le Monde". Carlo gli concesse un'intervista quando, nel gennaio di quell'anno, decise di entrare nella compagine azionaria del quotidiano "Libération" (ne parlerò più avanti). «L'homme qui n'aime pas voir mourir les journaux», si leggeva in cima a quell'articolo. Un titolo che era un ritratto.
Giornali come creature viventi. Come compagni d'avventura con i quali confrontarsi, divertendosi. Risme di fogli da associare al gusto della scommessa, che del personaggio Caracciolo era tipico.
Brevissimo era stato, subito dopo la Liberazione, il suo apprendistato professionale nel mondo dell'informazione: aveva lavorato come redattore, in politica estera, nell'"Italia socialista", il quotidiano romano del partito d'Azione. Poi, dopo una breve permanenza a New York, nel corso della quale tentò invano di farsi piacere la professione di avvocato, la voglia di vivere nei giornali lo riprese, in una forma nuova e un po' balzana, specie per il primogenito d'una famiglia che era politica fin nel midollo. Carlo si diede a stampare annuari e periodici d'impronta tecnica, legati all'industria.
Il "miracolo economico" era agli albori, e Caracciolo, editore in erba, di miracoli ne sperimentò, a Milano, uno personalissimo. Riscosse cioè un promettente successo in una specialità editoriale che molti si impegnavano a sconsigliargli. Le pubblicazioni che uscivano dall'arrischiata inventiva tecnico-industriale del venticinquenne Carlo si chiamavano "Poliplasti", "Strade e Traffico", "Imballaggi" o "Rivista di meccanica", mentre il fascicolo che riassumeva a scadenze precise l'attività degli ultimi dodici mesi nei più svariati campi dell'imprenditoria italiana s'intitolò, abbastanza prevedibilmente, "L'Anno".
Di annuario in annuario si arrivò a quello intitolato "Kompass", che constava in gran parte di tabelle numeriche e statistiche. Gli industriali sembra ne fossero ghiotti. Sta di fatto che dall'annuario Kompass alla società Etas Kompass, da questa alla Publietas, le aziende in cima alle quali Caracciolo regnò fra i venticinque e i trent'anni, si presentavano anche come "ragioni sociali" con un'aria cosmopolita. Nel raccontare questa fase della sua carriera Carlo indulgeva talvolta all'autosfottò.
Dove però lo scherzo si attenuava era quando si accennava ai collaboratori che egli aveva di volta in volta associato a quelle imprese giovanili. Perché se c'era una vocazione che il principe-editore inclinava a riconoscersi era quella del talent-scout. Qui egli celebrava i propri exploit con ampi sorrisi. Gli tornavano alla mente episodi che lo inorgoglivano. La scoperta e l'acquisizione di Gianfranco Alessandrini, grande esperto di computer in un'epoca pionieristica per l'elettronica. Quella di Lio Rubini, tumultuoso talento in materia pubblicitaria. Ancora: la scelta del giovane letterato Livio Zanetti (che avrebbe poi legato per tanti anni il suo nome a "L'espresso") come direttore di "Poliplasti". L'essersi giovato - altro esempio - dell'amicizia dell'onorevole Bruno Corbi per contattare provvidenzialmente il potente editore Cino Del Duca, re della "press du coeur" italiana, in un momento di gravissima crisi della Publietas. Con il salto d'un paio di decenni abbondanti, fu certo un non casuale privilegio della sorte - così Carlo lo valutava - l'aver chiamato al vertice dell'azienda di via Po quel Marco Benedetto che presto divenne un manager solido e invidiato.
La fama di editore «fortunato» non originava, in Caracciolo, che obiezioni occasionali. Ma il fiuto, quello sì, amava gli venisse riconosciuto. Nella vita (e nell'editoria) molto è dovuto al caso, così la pensava. Non tutto, però. Non sempre.
Fu certo un caso la comparsa, decisiva per la vita di Caracciolo editore, di un personaggio come Adriano Olivetti, industriale atipico, affetto a sua volta del mal della carta stampata e in quanto tale proprietario di un settimanale di gran pregio intitolato "L'Espresso". Non meno imponderabile fu la circostanza che l'ingegner Adriano si servisse, come suo delegato nel campo dei giornali di Riccardo Musatti, uno dei più cari amici di Carlo. Per sua iniziativa, Caracciolo era stato associato all'impresa giornalistica, sia pure con una piccola quota, coperta con un prestito dell'industriale di Ivrea. Per la neonata azienda romana di via Po il principe-editore, ormai trentenne, si impegnava quasi esclusivamente a raccogliere pubblicità. Di quei primissimi esordi ricordava lunghe riunioni per scegliere il titolo del giornale. Qualcuno si batteva per chiamarlo "Il Caffè". Alla fine lo si battezzò "L'Espresso" sulla scia del successo che stava ottenendo "l'Express" in Francia.
A poco più d'un anno dalla sua fondazione, Olivetti dové valutare l'impatto che un'impresa giornalistica così combattiva e indipendente esercitava ai danni della sua autorità nell'azienda-madre, a Ivrea. A ciò si aggiunge il fatto che nel primo anno di gestione il settimanale aveva subìto la perdita di circa cento milioni. Il patron delle macchine per ufficio aveva dunque deciso di disfarsi di quel cespite, e Musatti fu lì sollecito a indicare il nome del successore nell'impresa: Caracciolo. Il quale però non gli nascose una circostanza che gli sembrava decisiva: non aveva una lira. Obiezione e raccolta e superata. Dopo essersi consultato con Eugenio Scalfari, che del settimanale diretto da Arrigo Benedetti era vicedirettore, Carlo consentì all'operazione. Essa prevedeva l'acquisizione da parte del giovane editore del 70 per cento delle azioni, mentre il 20 per cento restava nelle mani dello stampatore Tumminelli, e il restante 10 veniva equamente diviso fra Benedetti e Scalfari, con il quale Caracciolo cominciò a stringere quel rapporto a due che avrebbe influenzato a fondo, nel successivo mezzo secolo, le reciproche carriere. Un connubio fraterno, vincente.
"L'Espresso" si avviava a diventare ciò che i lettori conoscono, attraverso vicende professionali e "proprietarie" che qui è impossibile rievocare. È tuttavia importante pesare l'influenza che, su di esse, ha esercitato Carlo Caracciolo. Con il fiuto che era cosciente di possedere. Con la sua tenacia professionale esente da retorica. Con la personale inclinazione al rischio e il gusto delle sfide. Di rado ci si ferma a riflettere, più in generale, sul fatto che "la Repubblica" rappresenta un caso forse unico in Europa: quello di un quotidiano partorito da un settimanale, o almeno nato nella stessa sua couche. Secondo una consuetudine di scuola, accade l'inverso.
Anche su questi eventi, che un letterato elencherebbe fra i «disguidi del possibile», l'influsso di Caracciolo è stato decisivo. Lui, allergico a monumentalizzarsi, riconosceva di possedere doti non catalogabili con precisione: «Ho il gusto», diceva, «di inventare iniziative, mettere insieme la gente, agitare l'ambiente».
Gli ambienti in cui Caracciolo inseriva la sua personale avventura di editore erano agitati già di per sé. Anche parecchio.
Sentirlo rievocare certi incontri da lui avuti con Silvio Berlusconi durante la lunga vertenza che negli anni Novanta investì il gruppo L'Espresso-Repubblica (la «guerra di Segrate» la chiamarono, e vide cimentarsi, accanto a Caracciolo, glialtri generali in capo, da De Benedetti a Scalfari) diventava un'esperienza ilare nella sua drammaticità. E piena di notazioni a loro modo gaie riusciva il resoconto "d'autore" delle molte traversie che comportò l'assemblamento di quella costellazione di quotidiani locali, sparsi in ogni angolo d'Italia che Caracciolo considerava i propri beniamini.
Inventare iniziative: è il talento che Carlo si riconosceva. Come non parlare dell'ultima? Si chiama "Libération". Il quotidiano dell'estrema sinistra francese languiva: nel 2006 aveva perduto 14 milioni di euro. Nel gennaio del 2007, Caracciolo decise - come dire? - di prendersene cura, dopo essersi accertato che si stesse procedendo a una riduzione del personale e averne valutata l'entità. Fu lo stesso quotidiano a darne l'annunzio, compiacendosi di annoverare fra i suoi comproprietari questo «grande professionista». Come dirlo meglio?
Carlo Caracciolo
Che un sentimento tutt'altro che convenzionale legasse all'editoria questo aristocratico noto per la sua ironia sorridente se n'è accorto, nel 2007, il quotidiano francese "Le Monde". Carlo gli concesse un'intervista quando, nel gennaio di quell'anno, decise di entrare nella compagine azionaria del quotidiano "Libération" (ne parlerò più avanti). «L'homme qui n'aime pas voir mourir les journaux», si leggeva in cima a quell'articolo. Un titolo che era un ritratto.
Giornali come creature viventi. Come compagni d'avventura con i quali confrontarsi, divertendosi. Risme di fogli da associare al gusto della scommessa, che del personaggio Caracciolo era tipico.
Brevissimo era stato, subito dopo la Liberazione, il suo apprendistato professionale nel mondo dell'informazione: aveva lavorato come redattore, in politica estera, nell'"Italia socialista", il quotidiano romano del partito d'Azione. Poi, dopo una breve permanenza a New York, nel corso della quale tentò invano di farsi piacere la professione di avvocato, la voglia di vivere nei giornali lo riprese, in una forma nuova e un po' balzana, specie per il primogenito d'una famiglia che era politica fin nel midollo. Carlo si diede a stampare annuari e periodici d'impronta tecnica, legati all'industria.
Il "miracolo economico" era agli albori, e Caracciolo, editore in erba, di miracoli ne sperimentò, a Milano, uno personalissimo. Riscosse cioè un promettente successo in una specialità editoriale che molti si impegnavano a sconsigliargli. Le pubblicazioni che uscivano dall'arrischiata inventiva tecnico-industriale del venticinquenne Carlo si chiamavano "Poliplasti", "Strade e Traffico", "Imballaggi" o "Rivista di meccanica", mentre il fascicolo che riassumeva a scadenze precise l'attività degli ultimi dodici mesi nei più svariati campi dell'imprenditoria italiana s'intitolò, abbastanza prevedibilmente, "L'Anno".
Di annuario in annuario si arrivò a quello intitolato "Kompass", che constava in gran parte di tabelle numeriche e statistiche. Gli industriali sembra ne fossero ghiotti. Sta di fatto che dall'annuario Kompass alla società Etas Kompass, da questa alla Publietas, le aziende in cima alle quali Caracciolo regnò fra i venticinque e i trent'anni, si presentavano anche come "ragioni sociali" con un'aria cosmopolita. Nel raccontare questa fase della sua carriera Carlo indulgeva talvolta all'autosfottò.
Dove però lo scherzo si attenuava era quando si accennava ai collaboratori che egli aveva di volta in volta associato a quelle imprese giovanili. Perché se c'era una vocazione che il principe-editore inclinava a riconoscersi era quella del talent-scout. Qui egli celebrava i propri exploit con ampi sorrisi. Gli tornavano alla mente episodi che lo inorgoglivano. La scoperta e l'acquisizione di Gianfranco Alessandrini, grande esperto di computer in un'epoca pionieristica per l'elettronica. Quella di Lio Rubini, tumultuoso talento in materia pubblicitaria. Ancora: la scelta del giovane letterato Livio Zanetti (che avrebbe poi legato per tanti anni il suo nome a "L'espresso") come direttore di "Poliplasti". L'essersi giovato - altro esempio - dell'amicizia dell'onorevole Bruno Corbi per contattare provvidenzialmente il potente editore Cino Del Duca, re della "press du coeur" italiana, in un momento di gravissima crisi della Publietas. Con il salto d'un paio di decenni abbondanti, fu certo un non casuale privilegio della sorte - così Carlo lo valutava - l'aver chiamato al vertice dell'azienda di via Po quel Marco Benedetto che presto divenne un manager solido e invidiato.
La fama di editore «fortunato» non originava, in Caracciolo, che obiezioni occasionali. Ma il fiuto, quello sì, amava gli venisse riconosciuto. Nella vita (e nell'editoria) molto è dovuto al caso, così la pensava. Non tutto, però. Non sempre.
Fu certo un caso la comparsa, decisiva per la vita di Caracciolo editore, di un personaggio come Adriano Olivetti, industriale atipico, affetto a sua volta del mal della carta stampata e in quanto tale proprietario di un settimanale di gran pregio intitolato "L'Espresso". Non meno imponderabile fu la circostanza che l'ingegner Adriano si servisse, come suo delegato nel campo dei giornali di Riccardo Musatti, uno dei più cari amici di Carlo. Per sua iniziativa, Caracciolo era stato associato all'impresa giornalistica, sia pure con una piccola quota, coperta con un prestito dell'industriale di Ivrea. Per la neonata azienda romana di via Po il principe-editore, ormai trentenne, si impegnava quasi esclusivamente a raccogliere pubblicità. Di quei primissimi esordi ricordava lunghe riunioni per scegliere il titolo del giornale. Qualcuno si batteva per chiamarlo "Il Caffè". Alla fine lo si battezzò "L'Espresso" sulla scia del successo che stava ottenendo "l'Express" in Francia.
A poco più d'un anno dalla sua fondazione, Olivetti dové valutare l'impatto che un'impresa giornalistica così combattiva e indipendente esercitava ai danni della sua autorità nell'azienda-madre, a Ivrea. A ciò si aggiunge il fatto che nel primo anno di gestione il settimanale aveva subìto la perdita di circa cento milioni. Il patron delle macchine per ufficio aveva dunque deciso di disfarsi di quel cespite, e Musatti fu lì sollecito a indicare il nome del successore nell'impresa: Caracciolo. Il quale però non gli nascose una circostanza che gli sembrava decisiva: non aveva una lira. Obiezione e raccolta e superata. Dopo essersi consultato con Eugenio Scalfari, che del settimanale diretto da Arrigo Benedetti era vicedirettore, Carlo consentì all'operazione. Essa prevedeva l'acquisizione da parte del giovane editore del 70 per cento delle azioni, mentre il 20 per cento restava nelle mani dello stampatore Tumminelli, e il restante 10 veniva equamente diviso fra Benedetti e Scalfari, con il quale Caracciolo cominciò a stringere quel rapporto a due che avrebbe influenzato a fondo, nel successivo mezzo secolo, le reciproche carriere. Un connubio fraterno, vincente.
"L'Espresso" si avviava a diventare ciò che i lettori conoscono, attraverso vicende professionali e "proprietarie" che qui è impossibile rievocare. È tuttavia importante pesare l'influenza che, su di esse, ha esercitato Carlo Caracciolo. Con il fiuto che era cosciente di possedere. Con la sua tenacia professionale esente da retorica. Con la personale inclinazione al rischio e il gusto delle sfide. Di rado ci si ferma a riflettere, più in generale, sul fatto che "la Repubblica" rappresenta un caso forse unico in Europa: quello di un quotidiano partorito da un settimanale, o almeno nato nella stessa sua couche. Secondo una consuetudine di scuola, accade l'inverso.
Anche su questi eventi, che un letterato elencherebbe fra i «disguidi del possibile», l'influsso di Caracciolo è stato decisivo. Lui, allergico a monumentalizzarsi, riconosceva di possedere doti non catalogabili con precisione: «Ho il gusto», diceva, «di inventare iniziative, mettere insieme la gente, agitare l'ambiente».
Gli ambienti in cui Caracciolo inseriva la sua personale avventura di editore erano agitati già di per sé. Anche parecchio.
Sentirlo rievocare certi incontri da lui avuti con Silvio Berlusconi durante la lunga vertenza che negli anni Novanta investì il gruppo L'Espresso-Repubblica (la «guerra di Segrate» la chiamarono, e vide cimentarsi, accanto a Caracciolo, glialtri generali in capo, da De Benedetti a Scalfari) diventava un'esperienza ilare nella sua drammaticità. E piena di notazioni a loro modo gaie riusciva il resoconto "d'autore" delle molte traversie che comportò l'assemblamento di quella costellazione di quotidiani locali, sparsi in ogni angolo d'Italia che Caracciolo considerava i propri beniamini.
Inventare iniziative: è il talento che Carlo si riconosceva. Come non parlare dell'ultima? Si chiama "Libération". Il quotidiano dell'estrema sinistra francese languiva: nel 2006 aveva perduto 14 milioni di euro. Nel gennaio del 2007, Caracciolo decise - come dire? - di prendersene cura, dopo essersi accertato che si stesse procedendo a una riduzione del personale e averne valutata l'entità. Fu lo stesso quotidiano a darne l'annunzio, compiacendosi di annoverare fra i suoi comproprietari questo «grande professionista». Come dirlo meglio?













































