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Martedì, 8 Dicembre 2009 Rocco Traisci, metropolis
Citazione:
CRONACA
CASTELLAMMARE DI STABIA (NAPOLI) - Partiamo da un dato: sono circa una ventina i beni sequestrati, confiscati o in via di confisca alle organizzazioni criminali stabiesi nel giro di dieci, quindici anni. Il bilancio è ancora in rosso: ai due milioni di euro sottratti ai D’Alessandro viene opposta non solo la mancanza di destinazione sociale degli immobili confiscati ma anche il tragico sospetto che si tratti solo di una piccola parte di un impero costruito su fondamenta molto più solide di quanto si possa pensare. Un’organizzazione criminale sottovalutata, non c’è dubbio: quando il fuoco delle inchieste stava divampando e gli arresti e le sentenze avevano decimato lo stato maggiore scanzanese, i D’Alessandro avevano già pronta la contromossa: trasferire i capitali al Nord e salvare la ‘pecunia’, che per i clan vale più della vita e della libertà delle persone.
E’ un fatto nuovo, emerso nell’inchiesta sull’omicidio di Gino Tommasino: nelle intercettazioni emergono retroscena inediti che mettono in relazioni la fuga dei killer con una serie di basi di appoggio che - alla fin fine - altro non sono che proprietà immobiliari ed alberghi da anni impiantati sulla riviera romagnola, tra Rimini e Ravenna.
Ma non solo: in trent’anni di attività i D’Alessandro si sono contraddistinti per la loro capacità manageriale di riciclare o reinvestire il denaro sporco con operazioni edilizie e immobiliari di altissimo profilo, rafforzate da un sesto senso per gli investimenti commerciali che ancora oggi fanno detenere al clan copiosi interessi sull’apertura di bar e ristoranti nell’area stabiese e della penisola sorrentina. Il metodo è quello classico: i boss prestano denaro per aprire attività nel settore della ristorazione, ricavandone quote di interesse che assomigliano ad una sorta di vitalizio per il finanziamento della cosca e delle sue operazioni criminali. Soldi che fabbricano altri soldi, attraverso un flusso di denaro interminabile.
Le confische realizzate in questi anni (grazie alla legge 109 del ’96, Rognoni-La Torre) sono solo un segnale, non certo un risultato. Perchè anche quella minima quota di capitale sottratto alla cosca è vincolato da tre fattori: l’intervento delle banche, la lentezza della burocrazia sulle assegnazioni e le destinazioni sociali, un disegno di legge che se dovesse entrare in vigore metterebbe i D’Alessandro nelle condizioni ideali per riappropriarsi dei beni sequestrati partecipando ad una semplice asta.
Beni vincolati a ‘resistenze’ politiche, burocrazia effimera e tribunali dalle sentenze discordanti, che intorbidiscono le acque partorendo casi più unici che rari.
Il caso stabiese è uno dei più esplicativi per capire i gangli del sistema su cui si muovono le assegnazioni degli immobili dei clan destinati a fini sociali: il tribunale assolve un commercialista dal reato di usura, legato al clan D’Alessandro, dopo una lunga vicenda giudiziaria. In questo lasso di tempo i suoi beni vengono sequestrati e poi confiscati. Ma non solo: si scopre, dopo molti anni, che gli appartamenti, le ville e i terreni di Aniello De Rosa sono vincolati da una serie di ipoteche bancarie che - di fatto - assegnano il bene all’istituto di credito, aggirando la normativa.
E - a parte indicazioni generiche - non sono ancora stati destinati alle finalità sociali previste dalla legge in quanto, essendo tutti beni ipotecati per mutui di elevato valore, nei loro confronti sono state intentate procedure esecutive da parte degli istituti di credito. Procedure che purtroppo possono durare anni. Per i quattro beni confiscati nel 1994 ad Aniello De Rosa (un lussuoso appartamento in via Santa Maria dell’Orto, un bar ad angolo davanti alla cassa armonica, una villa in via Panoramica e persino l’immobile che ospita la biblioteca Comunale) il rischio é che l’autorità giudiziaria dichiari la procedura esecutiva improcedibile, consentendo di far escludere il bene nel regime di confisca ed esprimendo un principio che potrà estendersi anche agli altri casi, creando quello che in gergo forense si chiama precedente giuridico. Ora anche una legge e l’ipotesi di un ritorno a casa dei gioielli di famiglia.
Castellammare: la camorra che investe
su ristoranti, pub e movida
su ristoranti, pub e movida
E’ un fatto nuovo, emerso nell’inchiesta sull’omicidio di Gino Tommasino: nelle intercettazioni emergono retroscena inediti che mettono in relazioni la fuga dei killer con una serie di basi di appoggio che - alla fin fine - altro non sono che proprietà immobiliari ed alberghi da anni impiantati sulla riviera romagnola, tra Rimini e Ravenna.
Ma non solo: in trent’anni di attività i D’Alessandro si sono contraddistinti per la loro capacità manageriale di riciclare o reinvestire il denaro sporco con operazioni edilizie e immobiliari di altissimo profilo, rafforzate da un sesto senso per gli investimenti commerciali che ancora oggi fanno detenere al clan copiosi interessi sull’apertura di bar e ristoranti nell’area stabiese e della penisola sorrentina. Il metodo è quello classico: i boss prestano denaro per aprire attività nel settore della ristorazione, ricavandone quote di interesse che assomigliano ad una sorta di vitalizio per il finanziamento della cosca e delle sue operazioni criminali. Soldi che fabbricano altri soldi, attraverso un flusso di denaro interminabile.
Le confische realizzate in questi anni (grazie alla legge 109 del ’96, Rognoni-La Torre) sono solo un segnale, non certo un risultato. Perchè anche quella minima quota di capitale sottratto alla cosca è vincolato da tre fattori: l’intervento delle banche, la lentezza della burocrazia sulle assegnazioni e le destinazioni sociali, un disegno di legge che se dovesse entrare in vigore metterebbe i D’Alessandro nelle condizioni ideali per riappropriarsi dei beni sequestrati partecipando ad una semplice asta.
Beni vincolati a ‘resistenze’ politiche, burocrazia effimera e tribunali dalle sentenze discordanti, che intorbidiscono le acque partorendo casi più unici che rari.
Il caso stabiese è uno dei più esplicativi per capire i gangli del sistema su cui si muovono le assegnazioni degli immobili dei clan destinati a fini sociali: il tribunale assolve un commercialista dal reato di usura, legato al clan D’Alessandro, dopo una lunga vicenda giudiziaria. In questo lasso di tempo i suoi beni vengono sequestrati e poi confiscati. Ma non solo: si scopre, dopo molti anni, che gli appartamenti, le ville e i terreni di Aniello De Rosa sono vincolati da una serie di ipoteche bancarie che - di fatto - assegnano il bene all’istituto di credito, aggirando la normativa.
E - a parte indicazioni generiche - non sono ancora stati destinati alle finalità sociali previste dalla legge in quanto, essendo tutti beni ipotecati per mutui di elevato valore, nei loro confronti sono state intentate procedure esecutive da parte degli istituti di credito. Procedure che purtroppo possono durare anni. Per i quattro beni confiscati nel 1994 ad Aniello De Rosa (un lussuoso appartamento in via Santa Maria dell’Orto, un bar ad angolo davanti alla cassa armonica, una villa in via Panoramica e persino l’immobile che ospita la biblioteca Comunale) il rischio é che l’autorità giudiziaria dichiari la procedura esecutiva improcedibile, consentendo di far escludere il bene nel regime di confisca ed esprimendo un principio che potrà estendersi anche agli altri casi, creando quello che in gergo forense si chiama precedente giuridico. Ora anche una legge e l’ipotesi di un ritorno a casa dei gioielli di famiglia.














































