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Lettere e Comunicati :: Cavaliere ferito ma sempre sovrano
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  Martedì, 15 Dicembre 2009    di Raniero La Valle


Cavaliere ferito ma sempre sovrano

Raniero La Valle ha scritto questa analisi poche ore prima dell’allucinante aggressione che ha ferito il presidente Berlusconi; poche ore prima del suo discorso molto duro verso le Istituzioni gridato in piazza del Duomo a Milano. Nella nota che accompagna l’articolo, La Valle spiega di non aver preso in considerazione l’intervento del capo del Governo a Bonn, dove “è andato oltre alla compatibilità con la carica che ricopre” nell’accusare la Corte Costituzionale composta da magistrati nominati “dagli ultimi tre presidenti della Repubblica (Scalfaro, Ciampi, Napolitano) tutti di sinistra, purtroppo”. La Valle preferisce analizzare la situazione e i problemi italiani facendo risalire le preoccupazioni dei nostri giorni all’allarme lanciato tredici anni fa da Giuseppe Dossetti, tornato dall’esilio spirituale sul Monte Nebo, in Giordania, angosciato dalle manovre di chi si preparava a stravolgere la Carta costituzionale.

Sono tempi in cui non ci sono molte verità “in onda”; secondo il Papa con quello che va in onda il cuore si indurisce e i pensieri si incupiscono. Invece è “fuori onda” che arrivano le verità, come è accaduto con la conversazione di Fini col procuratore Trifuoggi, catturata in un convegno a Pescara attraverso i microfoni incautamente lasciati aperti. Dalle parole di Fini è venuto il giudizio lapidario sulla vera minaccia che oggi incombe sulla nazione italiana; essa sta nel fatto che Berlusconi confonde la leadership con la monarchia assoluta (o più esattamente vuole trasformare la sua leadership in monarchia assoluta). Addirittura, ha detto il presidente della Camera, Berlusconi “è nato con qualche millennio di ritardo, voleva fare l’imperatore romano”. E tanto poco questa era una battuta, che Fini ha specificato: “confonde il consenso popolare con una sorta di immunità nei confronti di qualsiasi altra autorità di garanzia e di controllo: magistratura, Corte dei Conti, Cassazione, Capo dello Stato, Parlamento. Siccome è eletto dal popolo…”. Non poteva esserci per il presidente del Consiglio accusa più bruciante e più espressiva della situazione reale. Una situazione che ora si è resa manifesta, tant’è che perfino un presidenzialista come Fini la denuncia, ma che era già incipiente e prevedibile quando Berlusconi “è sceso in campo”, ed è cominciata la lunga opera di demolizione della Repubblica. L’aveva perfettamente capito Giuseppe Dossetti, che proprio per questo era venuto dal suo eremo per gettare l’allarme nella città. In un discorso ai costituzionalisti il 21 gennaio 1995 parlò di una “mitologia sostitutiva” con cui la destra aveva già acceso il conflitto costituzionale: essa tendeva a sostituire la sovranità popolare col mito antidemocratico, e anzi idolatrico, di un potere da conservare ad ogni costo e contro ogni ragione e interesse di patria, mediante forme plebiscitarie volte a ridurre “il consenso del popolo sovrano a un mero applauso al Sovrano del popolo”. Contro questa “sovranità mitica” invocante il voto popolare, Dossetti ricordava che la sovranità, appartenente al popolo, si esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, e ricordava che “questa volontà popolare ha come normale espressione costituzionale la sua rappresentanza nelle assemblee parlamentari”, che non sono solo “lo sgabello e la cassa di risonanza del presidente del Consiglio e del governo” (e qui la citazione era di Zagrebelsky. E Dossetti denunciava, già allora, che “alla Costituzione ancora formalmente e sostanzialmente vigente si sono volute opporre ipotetiche norme di una mitica Costituzione ancora non scritta, del tutto immaginarie, sulla semplice base di deduzioni ricavate solamente dalla legge elettorale maggioritaria, deduzioni del tutto infondate e senza nessun precedente in qualunque ordinamento costituzionale”.

Tra queste deduzioni infondate figura oggi l’idea che Berlusconi deve obbligatoriamente governare per cinque anni, qualsiasi cosa accada, quale che sia la misura del credito che egli ha perduto in Italia e all’estero, qualunque sospetto lo possa raggiungere, qualunque reato gli attribuiscano sentenze passate o future. E naturalmente entrano in queste deduzioni infondate le pretese di immunità contestategli da Fini, la strage dei processi per far venire meno il suo, l’idea oltremodo bizzarra che il fare il presidente del Consiglio sia in ogni momento e in ogni circostanza un impedimento ad andare in tribunale, e le varie forme di impunità di cui, di lodo in lodo, i suoi avvocati-legislatori sono alla caccia. Di tutto ciò si discute da anni. Ma Fini è andato all’essenziale. Qui c’è un rovesciamento che pretende di fare un passo indietro di secoli, tornando a quella concezione anarchica della sovranità di cui Maritain diceva che si doveva abbandonare perfino il nome. La sovranità ha cominciato ad essere tematizzata prima della modernità, quando il medievale Marino da Caramanico, parlando del potere di un re normanno, scriveva in una sua famosa glossa che “il re, il quale nel suo regno non riconosce alcuna autorità superiore a sé (superior, superanus, sovrano) è un Imperatore”: cioè non è suddito di nessuno, né di uomini né di leggi; è sciolto da tali legami, e perciò fu detto “assoluto”. Ci sono voluti secoli per abbattere i troni e le sovranità assolute, anche degli Stati. Nel 900 si è tolto loro perfino il diritto di guerra. È davvero anacronistico e del tutto sproporzionato, anche rispetto al personaggio, che ora qualcuno in Italia voglia restaurarsi un trono per sè, sciolto da ogni regola, e che tanta brava gente sia lì a dire che avendo Berlusconi vinto le elezioni, ha non solo il diritto ma perfino il dovere di farlo.


    Raniero La Valle ha diretto, a soli 30 anni, L’Avvenire d’Italia, il più importante giornale cattolico nel quale ha seguito e raccontato le novità e le aperture del Concilio Vaticano II. Se ne va dopo il Concilio (1967) quando inizia la normalizzazione che emargina le tendenze progressiste del cardinale Lercaro. La Valle gira il mondo per la Rai, reportages e documentari, sempre impegnato sui temi della pace: Vietnam, Cambogia, America Latina. Con Linda Bimbi scrive un libro straordinario, vita e assassinio di Marianela Garcia Villas (“Marianela e i suoi fratelli”), avvocato salvadoregno che provava a tutelare i diritti umani violati dalle squadre della morte. Prima al mondo, aveva denunciato le bombe al fosforo, regalo del governo Reagan alla dittatura militare: bruciavano i contadini che pretendevano una normale giustizia sociale. Nel 1976 La Valle entra in parlamento con Sinistra Indipendente; si occupa della riforma della legge sull’obiezione di coscienza. Altri libri “Dalla parte di Abele”, “Pacem in Terris, l’enciclica della liberazione”, “Prima che l’anno finisca”, “Agonia e vocazione dell’Occidente”. Nel 2008 ha pubblicato “Se questo è un Dio”. Nel 2008 è stato promotore del “Manifesto per la sinistra cristiana” nel quale propone il rilancio della partecipazione politica e dei valori del patto costituzionale del ’48 e la critica della democrazia maggioritaria.
 





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