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Libri, Arte e Cultura :: Com'è pazza Venezia - Tiziano Scarpa/Simone Donati
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Lunedì    10 Agosto : 2009  di Tiziano Scarpa. Foto di Simone Donati/Terra Project/G.Neri, L'Espresso

VIAGGI D'AUTORE

Com'è pazza Venezia
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Non solo la Biennale. Anche gli antichi monumenti sono in realtà un'opera d'arte contemporanea. Viaggio-provocazione in Laguna di un celebre scrittore
 
MAPPA INTERATTIVA Venezia, un 'classico' da riscoprire
GUARDA Cartoline dalla città sull'acqua


Image Quest'estate Venezia è la capitale mondiale dell'arte contemporanea. È stata inaugurata Punta della Dogana, con la faraonica collezione di François Pinault. Poco distante, ai Magazzini del Sale, le grandi tele di Emilio Vedova scorrono appese a un binario fissato sull'alto soffitto, smistate da un computer-capostazione, poi tornano a immagazzinarsi roboticamente sul fondo della sala. Si rimescolano come un mazzo di carte per una partita fra giganti in cui è di briscola il caos, o il solitario di un dio che collaudi le diverse combinazioni dell'informe prima della creazione. La Peggy Guggenheim Collection propone gli assemblaggi di scarti raccolti da Robert Rauschenberg nelle discariche della Florida. A Ca' Pesaro ci sono i refusés italiani. La Fondazione Querini Stampalia ospita l'imperdibile personale di Mona Hatoum. All'Istituto Veneto artisti di tutto il mondo sfidano il vetro, un materiale difficile da transustanziare perché troppo sciantoso. E naturalmente c'è la Biennale che, oltre alle sedi tradizionali nei Giardini e alle Corderie dell'Arsenale, ha disseminato una quantità di padiglioni nazionali e eventi collaterali un po' dappertutto in città. E così capita di svoltare l'angolo di una calle e incappare in agguati di mirabilie, o stanare paradossali mostre nascoste e esibizioni inappariscenti.
Dopo un po' che giri non capisci più se quello che stai guardando è messo lì per caso o se invece si tratta di un intervento site specific di qualche artista in incognito. In verità pochi sanno che a Venezia è in atto un progetto clandestino: l'arte contemporanea si insinua negli sfondi urbani travestendosi da opere medievali, rinascimentali, barocche, settecentesche. Artisti della nostra epoca hanno compiuto incursioni notturne, installando statue, sostituendo affreschi, rimodellando scenari. Attualmente non è disponibile nessun catalogo di questa fantasmatica Biennale parallela, forse non verrà scritto mai. Ci abbiamo pensato noi a stilare una guida provvisoria ai capolavori mascherati, provando a indovinare chi potrebbero essere i grandi artisti che si celano dietro queste opere sorprendenti.

I SANTI SUICIDI Accanto alla stazione ferroviaria, guardate la facciata della chiesa degli Scalzi. In alto, a destra della Madonna con bambino, c'è una nicchia vuota. La sommità del piedistallo è scabra: si vede che la scultura si è sradicata. Un santo disperato, giudicando si indegno di stare lassù, si è buttato di sotto? Ha sofferto di vertigini paradisiache, non ha retto alla sopraelevazione in excelsis? Oppure si tratta di un impostore defenestrato, un arrampicatore teologico smascherato nell'aldilà, in seguito a un'inaudita scomunica celeste, la cassazione del processo di canonizzazione. Anche sulla facciata di San Tomà ci sono due cornicioni disastrati, uno sopra l'altro, crollati in due punti coincidenti, come se qualcuno fosse precipitato rasente il muro. Chi è l'artista che spinge i santi al suicidio? Non è azzardato pensare a un'opera postuma, vagamente blasfema, di Martin Kippenberger o di Gordon Matta Clark.

DOLCE MADRE ASSASSINA La statua lignea della Madonnina in Rio Terà a San Polo ha una doppia natura: tiene fra le braccia suo figlio e schiaccia sotto i piedi un diavoletto rosso. Notate quanto quei due neonati si assomiglino: sono due versioni dello stesso bimbo. Ogni madre, nel mettere al mondo un figlio, ne uccide un altro: è questa l'evidenza inquietante che propone una tale scultura. Le donne, nel dare la vita, condannano a morte. Partoriscono esseri mortali. Negli ambienti più informati si vocifera di una collaborazione sperimentale fra Louise Bourgeois e Maurizio Cattelan, in vista di prossime uscite pubbliche in coppia.

PAGHI UNO PRENDI IL CONTRARIO Sul ponte degli Scalzi che attraversa il Canal Grande, in certi giorni, si possono godere alcune installazioni estemporanee: venditori senegalesi stendono le loro borsette taroccate davanti a striscioni con la scritta ?No alle merci contraffatte'', ?Stop al commercio abusivo'', appese dietro le loro spalle, sulla balaustra di pietra del ponte. Gli striscioni sono impreziositi dalle figure di due affabili poliziotti a grandezza naturale, stilizzati come due pupazzetti di plastica della Playmobil. Forse è stato quel burlone di Dan Perjovschi, o qualche altro artista sensibile alle contraddizioni sociali, a mettere in scena questa clamorosa autosmentita, tipica dei nostri tempi. Un po' come i pacchetti di sigarette che contengono la propria messa in guardia, ?Il fumo uccide'', o la tv inguardabile che si guarda da sé e si applaude da sola grazie al pubblico presente in studio, o i politici puttanieri pro leggi antiprostituzione che partecipano al family day. Quest'epoca ti offre sé stessa e il suo contrario nello stesso gesto.

Image NEW VENICE Come sarebbe Venezia se fosse stata fondata nel Novecento e terminata ai nostri giorni? Lo si vede camminando nei pressi del ponte della Costituzione. In questo caso l'autore è noto, è Santiago Calatrava, ma il senso del suo intervento si comprende allargando lo sguardo, per abbracciare i dintorni del
Il ponte di Calatrava
ponte. In quel tratto del Canal Grande si spalanca il sogno di una Venezia nuovissima, completamente contemporanea. Il panorama, da lì, fa impressione: gli autobus di Piazzale Roma, il grande garage comunale degli anni Cinquanta e, lungo la riva, i depositi ora occupati da Poste e supermercati; sulla sponda opposta, gli edifici di servizio della stazione, e le palazzine geometrili del dopolavoro ferroviario. Il ponte di Calatrava è il suggello che mancava per incorniciare in questo insieme anche l'elemento fondamentale veneziano, l'acqua, con il suo traffico di barche, i battelli di linea, i tassisti abusivi, le chiatte cariche di rifornimenti per i ristoranti turistici, i barchini degli adolescenti con l'impianto stereo a tutto volume, la modernità pullulante di una città acquea del Duemila.

ARTE VS. ARTE Nella chiesa di San Sebastiano, in alto, è dipinta l'ennesima versione di uno dei più celebri martìri cristiani. Avevo sempre accettato pacificamente l'attribuzione di quest'opera a Paolo Veronese, finché, di recente, una fine osservazione dello studioso Manlio Brusatin mi ha aperto gli occhi: «Vedi? Sono due dipinti separati: gli arcieri sono raffigurati in un angolo della chiesa, le loro sagitte attraversano tutta la navata, vanno a colpire il santo dalla parte opposta. È un quadro che sta tirando frecce contro un altro quadro!». Si tratta dunque di indagare quale artista dei nostri anni abbia potuto avere una trovata tanto scaltra concettualmente. Giulio Paolini?

IL CULTO DEL VUOTO La facciata di San Barnaba sembra quella di un tempio dedicato al Nulla. Candida, sgombra. Anche qui le nicchie dei santi sono vuote. Che cosa ha voluto comunicare l'artista? Ci sono ancora posti liberi in Paradiso, la vicenda umana non si è compiuta, può succedere ancora molto, anzi, niente è ancora cominciato. Ma queste nicchie vuote possono voler dire che, finora, nessuno si è dimostrato all'altezza dell'ideale, nemmeno i martiri più pii, nemmeno gli eroi più coraggiosi. Laddove c'è la perfezione non ci siamo noi. Di chi è quest'opera? Probabilmente si tratta di un lascito di Sol Lewitt, ma potrebbe esserci anche lo zampino di Anish Kapoor.

PELO SULLO STOMACO A Ca' Rezzonico non perdete uno dei cicli di affreschi più strepitosi della storia della pittura. Sono le immagini con cui Giandomenico Tiepolo aveva decorato le stanze della sua villa di campagna. Pareti dipinte per sé stesso, senza compiacere nessuna committenza. Conoscete senz'altro quello più grande, in cui una folla si assiepa per assistere allo spettacolo della lanterna magica. Ci sono anche due nobili, là in mezzo: ad alcuni studiosi piace pensare che si tratti dei due Tiepolo, Giambattista e Giandomenico, padre e figlio, convocati lì per un passaggio di testimone: è la pittura che sta cedendo il primato ai prodromi della fotografia e del cinema. Avrete già visto tante volte anche i Pulcinella sull'altalena di corda, ubriachi, saltimbanchi, anarchici, malinconici. Meno conosciuti sono i centauri e satiri di Tiepolo, rapaci, stupratori, che si dondolano su un'altra altalena, nella stessa posa dei loro discendenti civilizzati: sono il corrispettivo feroce dei Pulcinella, il sottofondo bestiale dell'umanità, l'inguine peloso sotto la stoffa dei calzoni. È chiaro che si tratta di un'aggiunta apocrifa di Georg Baselitz o, al limite, di Lucien Freud.

LATO B Un vero kolossal si è materializzato in Campo San Giacomo dell'Orio: la chiesa è stata rivoltata. Dove dovrebbe esserci la facciata c'è l'abside, anzi, un insieme di torrette cilindriche che fanno finta di niente affacciandoci sull'ampio sagrato. La facciata se ne sta relegata in un angusto campiello. Chi ha fatto ruotare la chiesa di centottanta gradi? Chi ha deciso di offrire non il volto di Dio, ma la sua schiena alla devozione dei fedeli? Si sospetta l'artista polacca Monika Sosnowska, che nella Biennale scorsa riuscì a ficcare una mastodontica struttura d'acciaio nel suo padiglione nazionale, ma c'è chi ipotizza un nuovo ciclo di Rachel Witheread, che dopo aver preso calchi in cemento degli interni degli edifici potrebbe aver deciso di cominciare a ribaltarli.

PALCO REALE Sbaglierebbe chi scontornasse dalla sua collocazione il ?Ragazzo con la rana'' di Charles Ray. È vero, è una statua che da sola, col suo biancore stagliato contro il cielo azzurro, è diventata il simbolo della nuova sede della collezione Pinault. L'opera però non consiste in una semplice statua singola, ma in una raffinata performance (sarà mica di Tino Sehgal?): per proteggerla dai vandali, infatti, è custodita giorno e notte da due guardie private. Per capire di che cosa stiamo parlando, va detto che la punta della Dogana è uno dei posti più incantevoli di Venezia. Quella prua di pietra fra Giudecca e Canal Grande è una riva pedonabile che si incunea nel Bacino San Marco, con il campanile e il Palazzo Ducale a sinistra e l'isola di San Giorgio a destra. Una vista mozzafiato, interdetta per anni a causa dei restauri. Lì una volta c'era una panchina: probabilmente la panchina più romantica di tutto il pianeta Terra. Terminati i restauri, riaperta la riva, è sparita la panchina, ci siamo ritrovati la riva presidiata dal bamboccio di Charles Ray: bello, per carità, ma è comprensibile che metta voglia di prenderlo a calci in culo per restituire quell'angolo a veneziani e turisti. Chi è passato da quelle parti di sera con la persona che ama per una sosta sentimentale, ha dovuto cedere il posto al ragazzo con la rana: eventuali scambi di tenerezze si devono svolgere sotto la sorveglianza dei due pizzardoni. Non scherziamo: Venezia non è mica fatta per gli innamorati! È una visione riservata agli occhi ciechi delle statue miliardarie.

 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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