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Libri, Arte e Cultura :: CURZIA FERRARI / Sergio Romano e Antonio Carioti
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Citazione:
ASSESSORATO ALLE ATTIVITÀ E BENI CULTURALI
E ALLA VALORIZZAZIONE DELLE IDENTITÀ, CULTURE E LINGUE LOCALI


LUNEDÌ 16 FEBBRAIO 2009  Ore 18.00
Teatro Sancarlino Corso Matteotti 6/a
CURZIA FERRARI


Intervistata da Carla Boroni
Dio del silenzio apri la mia solitudine
dedicato a “LA FEDE TORMENTATA DI SALVATORE QUASIMODO”
a 50 anni dal Nobel

IL 23 FEBBRAIO RITORNANO
 I LUNEDÌ DEL SANCARLINO

Sergio Romano e Antonio Carioti
inaugurano un nuovo ciclo a cura di Roberto Chiarini



LUNEDÌ 16 FEBBRAIO – CURZIA FERRARI  presenta al Teatro Sancarlino il suo libro edito da Ancora Dio del silenzio apri la mia solitudine dedicato a “LA FEDE TORMENTATA DI SALVATORE QUASIMODO” a 50 anni dal Nobel.

La scrittrice è intervistata da Carla Boroni, docente in Letteratura all’Università Cattolica di Brescia.

L’incontro è promosso dall’Assessorato alle Attività e Beni Culturali e alla Valorizzazione delle Identità, Culture e Lingue locali della Provincia di Brescia

Inizio alle ore 18 al Teatro Sancarlino in corso Matteotti 6/a.
L’ingresso è libero.
L’incontro con Piero Angela nell’ambito dei Lunedì del Sancarlino - causa di problemi di salute del popolare divulgatore autore di Quark - è rinviato a data da definire.

IL 23 FEBBRAIO RIPRENDERANNO I LUNEDÌ DEL SANCARLINO, con un nuovo ciclo a cura di Roberto Chiarini, che verrà inaugurato da Sergio Romano e Antonio Carioti.

* * * * *

CURZIA FERRARI
Dio del silenzio apri la mia solitudine (Ancora)
LA FEDE TORMENTATA DI SALVATORE QUASIMODO

(A 50 anni dal Nobel)


“Questo libro non avrei voluto scriverlo. Mi tratteneva la remora di tornare su un personaggio che ha fatto parte della mia vita, pur essendo ormai sentimentalmente archiviato, come la legge del tempo impone”.
È questa l’introduzione che Curzia Ferrari, ultimo amore di Salvatore Quasimodo, fa al suo libro Dio del silenzio, apri la mia solitudine(Ancora Editore).
Lo incontra negli ultimi anni della sua vita, alle prese con il successo mondiale ottenuto nel ‘59, ma ancora “fragile e tormentato”, alla ricerca di piccoli trionfi (“Nobel riconosciuto ed ossequiato, girava con i ritagli dell’Eco della Stampa in tasca per mostrarli al panettiere e al fruttivendolo” ) e di grandi risposte “Dio resta per lui un desiderio insoddisfatto che a lungo lo lascerà prostrato - racconta la scrittrice - una ricerca esistenziale e letteraria, da cui muovevano le nostre discussioni interminabili, quel cammino parallelo che mi trovava un passo più avanti nella fede, a porgergli una mano”.
Il libro è un passaggio di scritture e stili che si adeguano di volta in volta agli argomenti critici, mistici, letterari. Di cronaca, di storia e di biografia, ma questa solo a tratti. Si parte dalla fede, dall’impossibilità di andare oltre il decimo libro di Sant’Agostino, quando il santo filosofo trova la fede e Quasimodo poeta non resta che una presenza rassegnata del suo stesso scetticismo: si attraversa la vita di quest’uomo “un po’ arabo, molto greco e, scrisse Vittorini, a tratti anche spagnolo”. “Carne, decisamente - aggiunge Curzia Ferrari - un uomo ricco di fisicità, quella stessa che riempì il nostro intenso rapporto. “Senza di te la morte”, mi scrisse, e me lo ripeteva ogni volta”.  

Si sfogliano le pagine e ci si ferma a guardare gli scatti in bianco e nero allegati al libro. Come una lucertola, è immortalato a rubare un raggio di sole nella primavera del ’65: Curzia Ferrari lo coglie appoggiato a un muro, in uno dei loro segreti giochi d’amanti; un espediente, la fotografia, inventato da lei per alleggerire la tensione, per cogliere nel privato il suo uomo: “Una posa da attore, perché il gusto della scena ce l’aveva nel sangue, dico nel libro, ma la mia idea nel fotografarlo, era trovare un modo per ridere. Ridevamo delle sue pose strane, delle situazioni buffe che si creavano. Non avevamo molti spunti di risate. Allora ero io a smorzare i momenti più cupi. Il più delle volte ero io a sorridere di lui perché veniva da me proponendomi cose stravaganti per lui normalissime, sorridevo delle piccole stranezze che faceva. Salvatore del resto era un uomo dalla forte ironia, un’ironia a volte tagliente”.
Nel libro si racconta a passi veloci la sua incapacità diplomatica, quel non aver saputo mai mediare, anche politicamente: “Detestava ogni forma di potere, ogni gerarchia. La sua ironia era geniale ma non l’ha mai circondato di consensi”.

Di Montale la Ferrari racconta che erano soliti cambiare marciapiede quando spesso si incontravano in via Brera, ma più complesso è il racconto che fa del rapporto che Quasimodo ebbe con altri due personaggi di spicco della cultura italiana: “In quanto a rapporti conflittuali non posso non ricordare quello con Oriana Fallaci, nato durante un’intervista. In un suo libro lei lo mise tra gli antipatici, lui la ricambiò con un orribile epigramma. Eccessivo a mio parere. Ho molto amato la Fallaci. L’altro personaggio con cui non andò mai d’accordo fu Pasolini. Mi viene ancora da sorridere pensando al suo commento alla notizia del Premio: “La giuria del Nobel, premiando Quasimodo, ha fatto del male soprattutto a lui”. Ovviamente per “lui” Pasolini intendeva Quasimodo, non se stesso (ride ndr). “È stato uno straordinario saggista, ma non credo abbia capito molto di poesia. Dal canto suo Salvatore continuò a pubblicare epigrammi taglienti e non fece nulla per ingraziarsi quei circoli e salotti a cui non amava prendere parte e da cui non vedeva l’ora di fuggire. Ricordo il modo in cui mi tormentava di bigliettini passati sotto al tavolo, al ricevimento di turno. Portami via, seguitava a ripetermi in mille modi. Io sapevo che era impossibile e cercavo di intrattenerlo e distrarlo- e conclude- non era fatto per la politica. Ci tengo del resto a sottolineare che Quasimodo, come tutti i poeti, non capì mai niente di politica, sebbene il suo coltissimo discorso a Stoccolma, in occasione del Nobel, si intitolasse proprio “Il poeta e il politico”. Di base credeva che il poeta debba cercare la sua Verità, ma non è detto che la trovi, anzi, è quasi certo che non la troverà, ma sa comunque che è una sola e non può cambiarla per un’occasione più utile”.

 





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