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DELITTO COGNE:Caso chiuso; le discussioni continuano (svil.)
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DELITTO COGNE:Caso chiuso; le discussioni continuano (svil.)
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Messaggio COGNE, CASSAZIONE CONFERMA CONDANNA ANNAMARIA FRANZONI 
 



Mercoledì, 21 Maggio : 2008


COGNE, CASSAZIONE CONFERMA
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CONDANNA ANNAMARIA FRANZONI


Diventa definitiva la condanna a 16 anni di carcere inflitta ad Anna Maria Franzoni per l' omicidio del figlio Samuele di tre anni, avvenuto il 30 gennaio 2002 nella loro casa di Cogne. La Corte di Cassazione ha confermato la sentenza emessa nell' aprile dello scorso anno dalla corte di assise di appello di Torino.

Per Anna Maria Franzoni si aprono ora le porte del carcere. La decisione della prima sezione penale della Cassazione è stata emessa dopo circa tre ore e mezza di camera di consiglio. Sono state dichiarate manifestamente infondate anche le due questioni di legittimità costituzionale avanzate dalla difesa. Il consigliere relatore Emilio Gironi ha 30 giorni di tempo per depositare le motivazioni del verdetto di Piazza Cavour.

FIRMATO ORDINE CATTURA PER FRANZONI
La procura generale di Torino ha firmato l'ordine di esecuzione della condanna per Anna Maria Franzoni.

LE TAPPE DEL PROCESSO

L'accusa: "Ha ucciso con un mestolo di rame". Il Pg ha esaminato punto per punto i rilievi illustrati dai difensori della Franzoni ritenendoli infondati: "L'aggressore ha operato inginocchiato sul letto e indossava il pigiama della Franzoni. Ha ucciso con un mestolo o un pentolino di rame, elemento di cui si è trovata traccia sul capo del bambino. E' con umana sofferenza, ma con giuridica certezza, che chiedo la conferma della condanna".

La Franzoni non era in aula. Nessuna indiscrezione sul luogo in cui la Franzoni ha atteso il verdetto. "Ha atteso assieme alla sua famiglia", ha detto il suo avvocato. "Anna Maria - ha detto un'amica che l'ha sentita stamane al telefono nel suo rifugio segreto - sperava nella giustizia; sperava che questa volta i giudici ci ripensassero. Invece..."

"Sono preoccupata per i miei figli". La casa a Ripoli Santa Cristina, in Emilia, dove Anna Maria e la sua famiglia hanno vissuto da quando abbandonarono sei anni fa la villetta di Cogne, è sbarrata. Ma qualche giorno fa, prima di rifugiarsi altrove per evitare l'assalto dei giornalisti, la donna ha parlato per ribadire la sua innocenza: "Non sono stata io ad uccidere Samuele. Se finissi in carcere sarebbe ingiusto". agli amici ha confidato la sua preoccupazione per i figli, Davide di 13 anni e Gioiele di 5: "Temo per i miei bambini costretti a crescere lontano dalla loro mamma".


Ecco le tappe principali della storia:

Ha scosso fortemente l'opinione pubblica la vicenda giudiziaria di Anna Maria Franzoni, condannata in appello a 16 anni di carcere per aver ucciso il figlioletto Samuele. Resta aperta, a Torino, un'inchiesta Cogne-bis per un presunto tentativo di inquinare la scena del delitto durante un sopralluogo del 2004 nella villetta di Cogne.

30 gennaio 2002 - Il piccolo Samuele Lorenzi, di tre anni, viene ucciso a Cogne nella casa in cui vive col papà Stefano, la mamma Anna Maria Franzoni e il fratello maggiore, Davide.
14 marzo 2002 - Anna Maria viene arrestata per ordine del gip di Aosta, Fabrizio Gandini, con l'accusa di omicidio volontario.
30 marzo 2002 - Il tribunale del riesame di Torino scarcera la donna per carenza di indizi.
10 giugno 2002 - Accogliendo un ricorso della procura di Aosta, la Cassazione annulla l'ordinanza del tribunale.
19 settembre 2002 - A Torino, il riesame-bis conferma la validità dell'arresto.
26 gennaio 2003 - Anna Maria Franzoni partorisce un altro figlio, Gioele.
10 febbraio 2003 - Il gip di Aosta revoca l'ordine di custodia. Anna Maria, ormai libera dal 30 marzo, verrà giudicata a piede libero. 19 luglio 2004 - Il giudice Eugenio Gramola, ad Aosta, condanna Anna Maria a 30 anni di carcere.
28 luglio 2004 - I consulenti dell'avvocato difensore Carlo Taormina (che da giugno 2002 è subentrato al primo legale, Carlo Federico Grosso) svolgono un sopralluogo nella villetta di Cogne alla ricerca di una soluzione alternativa.
1 novembre 2005 - L'esposto-denuncia inoltrato da Taormina alla magistratura si trasforma in un procedimento per calunnia e frode processuale contro Anna Maria, i consulenti e lo stesso legale. E' l'inchiesta Cogne-bis.
16 novembre 2005 - Comincia a Torino il processo d'appello.
20 febbraio 2007 - La Cassazione respinge la richiesta di Anna Maria Franzoni e Taormina di trasferire il processo a Milano per 'legittima suspicione'.
4 marzo 2007 - La Franzoni nomina Paola Savio avvocato di fiducia. Taormina abbandona.
27 aprile 2007 - In appello, la Corte dichiara la Franzoni colpevole ma le riduce la pena a sedici anni di carcere.
14 settembre 2007 - La procura di Torino chiude l'inchiesta Cogne-Bis spedendo gli avvisi a undici persone.
19 ottobre 2007 - Depositate le motivazioni della sentenza d'appello.
11 dicembre 2007 - La difesa della Franzoni presenta ricorso in Cassazione.
12 marzo 2008 - A Milano, Anna Maria Franzoni è condannata a tre mesi di reclusione, con penaa sospesa, per diffamazione ai danni del procuratore di Aosta, Maria Del Savio Bonaudo.


 





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Messaggio Cogne, arrestata la Franzoni "Che fate, e ora i miei ba 
 



Mercoledì, 21 Maggio : 2008

La Cassazione conferma i 16 anni di carcere per la morte del piccolo Samuele
In aula non era presente. "Non sono stata io. Sono preoccupata per i miei figli"


Cogne, arrestata la Franzoni
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"Che fate, e ora i miei bambini?"


Notificato l'ordine di cattura in casa di un'amica dove si era rifugiata con la famiglia in attesa della sentenza. Gli avvocati: "La battaglia non finisce qui"

Anna Maria Franzoni

ROMA - Anna Maria Franzoni è stata arrestata. Anche la Cassazione l'ha ritenuta colpevole di aver ucciso il figlioletto Samuele il 30 gennaio 2002. Poche ore dopo la sentenza è stata arrestata dai carabinieri e trasportata nel penitenziario della Dozza di Bologna. "Che fate, e ora i miei bambini?", avrebbe detto ai carabinieri, tra le lacrime degli altri due figli.

La sentenza. Dopo circa 4 ore di camera di consiglio, i giudici della Suprema corte hanno accolto la richiesta del sostituto procuratore generale, confermando la condanna a 16 anni comminata dalla corte d'assise d'appello (in primo grado i giudici avevano deciso per 30 anni di reclusione con rito abbreviato).

LE TAPPE DEL PROCESSO


L'accusa: "Ha ucciso con un mestolo di rame". Il Pg ha esaminato punto per punto i rilievi illustrati dai difensori della Franzoni ritenendoli infondati: "L'aggressore ha operato inginocchiato sul letto e indossava il pigiama della Franzoni. Ha ucciso con un mestolo o un pentolino di rame, elemento di cui si è trovata traccia sul capo del bambino. E' con umana sofferenza, ma con giuridica certezza, che chiedo la conferma della condanna".

Notificato l'ordine di cattura. Fino a quando i carabinieri non hanno raggiunto Anna Maria Franzoni per notificarle il mandato di cattura nessuna indiscrezione è trapelata sul luogo in cui ha atteso la sentenza. Lei è rimasta con la sua famiglia lontana dai riflettori a Ripoli Santa Cristina nell'abitazione adiacente alla sua, quella dell'amica Elisabetta Armenti. Lì sono andati i carabinieri a prelevarla, lasciandole tutto il tempo necessario per prepararsi le cose da portare in carcere e soprattutto per salutare il marito e i bambini. Poi l'hanno portata via a bordo di un'auto, riparandola e tenendola lontana da telecamere e microfoni. Applausi beffardi della gente ai giornalisti che non ha potuto filmare la partenza, avvenuta dal retro dell'edificio.

"Che fate ai miei bambini?" L'espressione sconvolta, Anna Maria Franzoni si è lasciata andare a una frase di sconforto all'arrivo dei carabinieri che hanno posto fine alla sua libertà: "Che fate, e ora i miei bambini?". Sarebbero queste le parole che la donna avrebbe pronunciato al momento dell'arresto. Intanto i figli, i piccoli Davide e Gioele, quando sono arrivati i carabinieri che hanno arrestato la loro mamma sono scoppiati a piangere e a implorarla di "non andare via". E quando è partito il corteo dei carabinieri per portare la Franzoni in carcere, una donna le ha gridato: "Anna Maria, ti vogliamo bene".

Gli avvocati: "La battaglia non finisce qui". "Anna Maria è una donna disperata" ha detto Paola Savio, uno degli avvocati della Franzoni. "La giustizia si svolge in tre gradi di giudizio, e questo era l'ultimo" ha aggiunto. Deluso ma non scoraggiato l'avvocato Paolo Chicco, codifensore insieme al professor Carlo Federico Grosso, di Anna Maria Franzoni. "Speravamo molto in un esito differente ma la battaglia non finisce qui. Ci sono ancora strumenti giudiziari che possiamo utilizzare: nel corso del procedimento Cogne-bis (per calunnia e frode processuale contro l'imputata, i consulenti e l'avvocato Taormina) sarà possibile intervenire per la ricerca effettiva della verità". Clamoroso, nello stile del personaggio, il commento alla sentenza pronunciato da Carlo Toarmina, ex difensore di Anna Maria Franzoni: "Se ne va in carcere un'innocente", ha detto il legale. "Questo è un paese nel quale non c'è giustizia. La prova della colpevolezza della Franzoni manca. Anna Maria è stata condannata solo perché non si è trovato un altro colpevole".

 





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Messaggio Sorvegliata a vista Anna Maria Franzoni 
 



Giovedì, 22 Maggio : 2008 L'Unione Sarda


Sorvegliata a vista
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Anna Maria Franzoni


Prima notte in cella per la Franzoni, condannata a 16 anni di prigione per l'omicidio del figlio Samuele. Disperata al momento di lasciare la sua casa alla volta del carcere, ieri la donna avrebbe trascorso una nottata tranquilla


Avrebbe trascorso una notte tranquilla Anna Maria Franzoni, condannata in via definitiva a sedici anni di carcere per l'omicidio del suo figlio di due anni Samuele. La donna, arrivata alle due e mezza di stanotte nell'istituto penitenziario Dozza di Bologna, è stata sottoposta ad una visita medica di primo ingresso, mentre oggi avrà il colloquio con lo psicologo per valutare eventuali inclinazioni suicide. È stato anche disposto che la Franzoni sia sorvegliata a vista da due agenti di Polizia penitenziaria nella sezione femminile del carcere dove è reclusa.
La Franzoni era arrivata in carcere a bordo di un'auto dei carabinieri a notte fonda e secondo i vicini, e soprattutto secondo il suo avvocato Paola Savio, sarebbe “una donna disperata”. Le gazzelle dei carabinieri erano partite da Ripoli Santa Cristina alle 23.15. Esattamente in quel momento è finita la libertà per Anna Maria Franzoni, a meno di tre ore dal pronunciamento degli “ermellini”. Una persona distrutta che, dopo aver atteso la sentenza che la spedisce in carcere nella casa dell'amica Elisabetta Armenti, attigua alla propria, lascia altri due figli nella disperazione in un paesino di montagna che, attonito, ha accolto la sentenza temuta. "Che fate, e ora i miei bambini?", dice Anna Maria, l'espressione sconvolta, all'arrivo dei militari. "Non andare via", la implorano piangendo i figlioletti Davide e Gioele. Fuori, la platea di giornalisti, fotografi e cameraman, avvolti tutto il giorno dalla rabbia e dalla delusione del popolo di Ripoli, rimasto fino all'ultimo convinto dell'innocenza di Anna Maria, subisce l'assalto di persone arrabbiate. Partono spintoni, anche uno schiaffo all'indirizzo di Flavio Isernia, inviato di Sky: "Basta - urla una donna - sono sei anni che va avanti così. Cosa volete che vi diciamo, che ci dispiace?". Rabbia dettata dall'assoluta certezza che Anna Maria sia innocente.

Gli avvocati comunque non si danno per vinti. Se emergeranno "nuovi elementi", dicono, si potrà anche chiedere la revisione del processo.

 





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Messaggio Re: DELITTO COGNE: Caso chiuso. Franzoni arrestata 
 



Giovedì, 22 Maggio : 2008

FRANZONI IN CARCERE,
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PG CHIEDE L'INDULTO


PG CHIEDE APPLICAZIONE INDULTO
 La procura generale di Torino oggi ha chiesto l'applicazione dell'indulto per Anna Maria Franzoni. L'iniziativa è dettata dalla norma. Per la madre di Samuele questo comporta uno sconto di tre anni della pena.


PER ANNAMARIA ALMENO CINQUE O SEI ANNI IN CARCERE
Dopo l'applicazione dell'indulto, che comporterebbe la riduzione della condanna da sedici a tredici anni di reclusione, Anna Maria Franzoni potrebbe dover scontare in carcere dai cinque ai sei anni prima di ottenere qualche beneficio. E' quanto riferiscono un pubblico ministero della procura di Torino che si occupa di esecuzioni e un penalista interpellato dall'ANSA. La concessione di permessi premio, ammissione al lavoro esterno, detenzione domiciliare o semilibertà è disciplinata, su richiesta, dal tribunale di sorveglianza competente per territorio, in questo caso quello di Bologna. "In genere - spiega l'avvocato Antonio Mencobello - si aspetta che il condannato abbia scontato un periodo di pena giudicato congruo, che in genere tende ad essere la metà. Ma nel calcolo dei tempi bisogna tener conto della liberazione anticipata". Si tratta dello sconto ai detenuti garantito in caso di buona condotta: 45 giorni ogni sei mesi, che si sottraggono alla pena complessiva. "In pratica - aggiunge Mencobello - ogni anno c'é una riduzione di novanta giorni che, quindi, diventano sei mesi ogni due anni". Una stima approssimativa lascia pensare, dunque, non si possa aspettare meno di cinque anni. L'ordinamento, in particolare, prevede che la semilibertà venga concessa alla metà della pena.

FRANZONI IN CARCERE
Annamaria Franzoni avrebbe trascorso una prima notte tranquilla nel carcere bolognese della Dozza, dove e' stata portata alle 2:40 della notte, dopo la condanna in via definitiva a sedici anni di carcere per l'omicidio del suo piccolo Samuele. La donna è stata sottoposta ad una visita medica di primo ingresso. In vista del colloquio con lo psicologo, che avrà in giornata anche per valutare eventuali inclinazioni suicide, è stato disposto che la Franzoni sia sorvegliata a vista da due agenti di Polizia penitenziaria nella sezione femminile del carcere dove è reclusa.

La donna è stata arrestata nella tarda serata di ieri a Ripoli Santa Cristina, il paesino dove abita sull'Appennino bolognese, in esecuzione dell'ordine di cattura firmato dalla Procura generale di Torino dopo che la Cassazione ha confermato la condanna a 16 anni di reclusione per l'omicidio del figlio Samuele.

I militari della compagnia di Vergato hanno eseguito l'ordine di cattura della procura generale di Torino, all'interno dell'abitazione dell'amica Elisabetta Armenti, attigua alla propria, dove la Franzoni ha atteso la sentenza. Applausi beffardi della gente ai giornalisti che non hanno potuto filmare la partenza, avvenuta dal retro dell'edificio.

L'espressione sconvolta, Anna Maria Franzoni si e' lasciata andare a una frase di sconforto all'arrivo dei carabinieri che hanno posto fine alla sua liberta': ''Che fate, e ora i miei bambini?''. Sarebbero queste le parole che la donna avrebbe pronunciato, secondo quanto e' filtrato dalle persone che hanno assistito all'arresto.

 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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Messaggio Re: DELITTO COGNE: Caso chiuso. Franzoni arrestata 
 
   Confermata condanna a 16 anni per Anna Maria Franzoni
   Oserei dire finalmente perchè questo siginifica l’inizio di un periodo di tregua per la disgraziata mamma!
  

La Suprema Corte di Cassazione si è pronunciata ed ha sabilito ufficilmente la colpevolezza di Anna Maria Franzoni per la morte del figlioletto Samuele, barbaramente ucciso il 30 gennaio del 2002 in quel di Cogne.
Un delitto atroce, dicevamo perchè il piccolo di poco meno di tre anni è stato rinvenuto ancora vivo, ma con il cranio sfondato nel lettone dei genitori.
La prima, e direi l’unica, sospettata fu la mamma Anna Maria Franzoni.
Sin dal primo momento il delitto si è presentato oscuro nella sua chiarezza (non è una contraddizione in termini) ed immediatamete l’Italia si è schierata pro o contro la colpevolezza della madre.
Un delitto di tale gravità non poteva daltronde non generare schieramenti di parte e la cosa ci apparve subito “normale”.-
Noi, da parte nostra, come uomini e come giornalisti, non siamo riusciti a vederci chiaro per cui i pro ed i contro avevano tutti pari dignità ed il dubbio ha albergasto (ed alberga) in noi che ci possiamo solamente limitare ad accettare o respingere, ma in maniera aprioristica, una o l’altra tesi.
Quello che invece non ci hanno mai lasciati indifferenti sono stati i comportamenti dei nostri colleghi e delle testate dei mass media, che hanno operato con un comportamento che, prevaricando ampiamente i limiti del lecito diritto/dovere di informare e di sapere, ha sfiorato (termine molto addolcito!) lo sciacallaggio mediatico.
Nell' “occhiello” abbiamo detto commentando il titolo che dava notizia della conferma alla detenzione di 16 anni “Oserei dire finalmente perchè questo siginifica l’inizio di un periodo di tregua per la disgraziata mamma!”.
Infatti, a nostro modesto avviso, la Franzoni non è stata una “normale” presunta autrice di un delitto efferato e sconvolgente come lo sono tantissimi soggetti di altri delitti, ma è stata la vittima sacrificale del “Dio Informazione”  o, peggio, del “Dio Scoop” commerciale per colleghi, e, soprattutto per  moltissime testate anche pubbliche.
In questi 2271 giorni trascorsi da quel maledetto 30 gennaio, la Franzoni è stata inquisita, vivisezionata, processata, assolta, condannata, giudicata umanamente per la quasi totalità dei giorni da tutta l’opinion pubblica e di questo i responsabili sono stati proprio i mass media che non hanno dato tregua alla malcapitata!
Se è colpevole, se è innocente il fatto certo è che la signora Franzoni ha subito un linciaggio morale ed un accanimento mediatico che trova pochissimi riscontri nella storia moderna del giornalismo.
Forse adesso, finalmente, si spegneranno i riflettori su Anna Maria Franzoni, mamma che potrebbe avere avuto la disgrazia di essere vittima di un raptsus omicida incontrollato.
Quando si parla di pena di morte tutti insorgono e dicono “non è degna di un popolo civile”, ma è degno di un popolo civile operare un processo sommario avverso un presunto colpevole? ed è umanamente accettabile che ci si scateni per anni alimentando morbosità?
Forse adesso i colleghi cambieranno registro, azzannando famelici un altro probabile reo e, finalmente, la Franzoni potrà avere pace nella solitudine di un carcere che la vedrà ospite per ben 16 lunghissimi anni.
Potrà finalmente trovare, o tentare di trovare,  in se stessa la serenità e la rassegnazione sia che sia colpevole e sia che non lo sia, ma lo potrà fare lontana dai riflettori finendo di sentirsi una belva braccata d un'orda di cacciatori latranti e famelici.
Fra 16 anni, quando tornerà in questa societa (in)civile troverà ad attenderla un marito anziano e due persone adulte che malapena la riconosceranno: i suoi figli.
Ed allora ineluttabilmente ricomincerà il suo “processo” ma questa volta sarà una corte molto più gelida a  giudicarla: saranno i suoi figli che, si sa, in linea di massima sono sempre più portati alla condanna che all’assoluzione di una perfetta sonosciuta al grido di ”in dubbio contro reo”.
Ribadiamo che non sappiamo assolutamente prendere la parte dei pro o dei contro, ma una cosa è certa, quando le agenzie di stampa hanno battuta la notizia della conferma della condanna, il sottoscritto ha sentito un nodo alla gola e, forse, ho pianto, perchè ha visto un essere umano che ha dovuto subire la “tortura” dei mass media ed adesso deve espiare una pena che forse sarebbe stato meglio farle espiare in un nosocomio che non nelle patrie galere!
Gli ammalati si curano, non si puniscono.

fromor

 





Un popolo che non gode di una stampa libera è un popolo di ectoplasmi
 
Ultima modifica di fromor il Lun 26 Mag, 2008 08:30, modificato 1 volta in totale 
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Messaggio Colpevole o innocente? Il delitto di Cogne dalla A alla Z 
 

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Sabato, 24 Maggio : 2008 Red. / Arianna Luciani / Andrea Camboni

Interessante lo spunto ed i pensieri che metti a corredo del tutto. Avrei (ho) tanta voglia di dire qualcosa anch'io e spero di riuscire a ritagliarmi il tempo necessario che il tutto merita al più presto, magari in serata (nottata) stessa.

Nel frattempo, visto che HAI OSATO aprire a riflessioni, io ti ho calato un altro asso in "Seduti sul Muretto": » Salvatore Crisafulli, il Terry Schiavo italiano. » e, di seguito, ti riporto un RIEPILOGO sul "Delitto di Cogne". Speriamo di non aver osato troppo nel "sollecitare" riflessioni tanto che qualcuno, magari, ..... ma no. Non c'è rischio.

OK. In attesa di riprendere il tutto .... eccoti quanto premesso.


Colpevole o innocente?
Image
Il delitto di Cogne dalla A alla Z  


Il 30 gennaio 2002, a Cogne viene ucciso Samuele Lorenzi, tre anni. Dopo sei anni di processi, colpi di scena, ricorsi e processi-bis, la Cassazione decide la sorte di Annamaria. Ripercorriamo la vicenda giudiziaria dalla A alla Z.

Delitto Cogne. Tutti i pezzi
La villetta della frazione di Cogne Montroz dove è stato ucciso Samuele Lorenzi
Image A come Avvocati - Dal 2002 a oggi, Annamaria Franzoni in Lorenzi, unica imputata per la morte del piccole Samuele, 3 anni, all’epoca suo figlio piccolo, ha cambiato molti legali. Il primo è stato Carlo Federico Grosso, il grande penalista torinese, figlio dell’autorevole studioso di diritto romano, Giuseppe Grosso. Si laurea a Torino nel 1959, subito dopo intraprende la carriera universitaria dopo aver conseguito la libera docenza nel 1962 in diritto penale. Nel 1963 inizia a insegnare diritto penale a Urbino. Tre anni più tardi vince il concorso per la cattedra di diritto penale e dal 1966 è professore ordinario della stessa materia sempre nell’Università di Urbino. Insegna poi diritto penale a Genova, per passare nel 1974 all’Università di Torino, dove è tuttora componente come professore ordinario di diritto penale. Negli anni Ottanta intraprende la carriera politica come indipendente nelle liste del Pci. È vicesindaco a Torino e, dal 1980 al 1990, consigliere comunale. In quell’anno è eletto vicepresidente del consiglio regionale del Piemonte. Quattro anni dopo il Parlamento lo elegge membro del Consiglio superiore della Magistratura – Csm. Si è occupato della riforma del codice penale e di doping.
Collabora con il quotidiano 'La Stampa' su argomenti che riguardano la giustizia. Il presidente Oscar Luigi Scalfaro lo nomina Cavaliere di Gran Croce all’ordine della Repubblica italiana. È componente del Comitato scientifico di alcune importanti riviste penalistiche italiane, tra le quali, dal 1973, della Rivista italiana di diritto e procedura penale, nonché di Cassazione penale. È legale del giornale La Repubblica del Gruppo editoriale L'Espresso. È stato avvocato di parte civile nel processo per la strage della Stazione di Bologna del 2 agosto 1980 e in quello per la strage del Rapido 904 del 23 dicembre 1984. Si sta occupando anche del processo per il crack Parmalat in corso a Parma e a Milano.

Dopo di lui, la Franzoni passa a Carlo Taormina, classe 1940, il noto giurista e uomo politico. Dopo la laurea all’Università La Sapienza, diventa avvocato e poi magistrato, anche se decide di dedicarsi alla carriera forense. Segue alcuni processi “noti”, tra i quali quello per la strage di Ustica, per l'eccidio delle Fosse Ardeatine, nel quale è difensore dell'ex capitano delle SS Erich Priebke, l'omicidio della studendessa Marta Russo; è legale di alcuni imputati di Tangentopoli e dei bambini di Rignano Flaminio per sospetti casi di pedofilia, oltre che della signora Maria Pia Maoloni, la madre delle due bimbe italo-belghe contese per sospetti abusi sessuali da parte del padre e del nonno paterno.
Nel 1975 diventa professore ordinario di procedura penale a Macerata, ruolo che ricopre oggi all'Università di Roma "Tor Vergata". Passa alcuni anni all’estero, in particolare in Gran Bretagna, per lo studio dei sistemi processuali di matrice anglosassone. Ha scritto, tra gli altri, un Manuale di diritto processuale e diverse monografie. È direttore responsabile, dal 1975, della rivista specializzata La Giustizia Penale. È stato inoltre condirettore della rivista Il Foro Italiano.
Oltre alla carriera penale, Taormina si dedica anche a quella politica. Nel 1996 si candida alla Camera nel collegio di Roma per il Polo della Libertà, ma è sconfitto da Ennio Parrelli. Nella XIV legislatura, nelle fila di Forza Italia, diventa sottosegretario al Ministero dell’Interno. È nella Commissione parlamentare d’inchiesta per la morte della giornalista della Rai, Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin.

Taormina si ritira per protesta il 20 novembre del 2006, e al suo posto subentra l’avvocato d’ufficio Paola Savio. Estratta a sorte dal sistema, la giovane avvocato – classe 1967 -, madre di due figli, dal 1997 lavora nello studio legale di Paolo Chicco. Quando la chiamano per affidarle l’incarico, l’avvocato Savio pensa a uno scherzo. Prima di entrare in aula, con Carlo Taormina fa il passaggio delle consegne, e il giurista le illustra i contenuti delle sue ultime istanze. Oltre che per il delitto di Cogne, Savio è impegnata anche per altri processi: il Cogne bis che la vede accusata con lo stesso Taormina per frode processuale e calunnia, un procedimento a Milano per diffamazione al procuratore capo di Aosta e altri due nel capoluogo aostano dove lei e il marito sono parte lesa. Prima del ricorso in Cassazione, torna per la difesa il professor Grosso, contro la sentenza emessa il 27 aprile 2007 dalla Corte di assise di appello di Torino che aveva condannato la Franzoni a sedici anni di carcere. A proporre il ritorno di Grosso è stato proprio l’avvocato Chicco (collega della Savio nella difesa di Anna Maria), e il professore, primo legale e che era riuscito a ottenere la scarcerazione dal Riesame di Torino, prima che la famiglia Franzoni decidesse di affidarsi a Taormina, ha accettato.

A come Accusa. Secondo quanto sostiene l’accusa, i fatti si sarebbero svolti in questo modo. La mattina del 30 gennaio 2002, in un arco di tempo che va dalle 7.40 – quando Stefano Lorenzi esce di casa per andare al lavoro – e le 8.15 – prima che Annamaria esca di casa per accompagnare il figlio maggiore, Davide, alla fermata dello scuolabus – la donna uccide il figlio minore, Samuele, di soli 3 anni. Come arma, usa un oggetto che aveva cercato nei giorni precedenti. Si reca nella stanza da letto, si toglie la maglia del pigiama e, coprendosi con un altro o con altri abiti, sale sul letto e colpisce il figlio con 17 colpi sulla testa. Leva poi il sangue che l’ha sporcata, nasconde l’arma e i vestiti sporchi di materiale ematico. Si veste, prende Davide e lo accompagna alla fermata dello scuolabus.

D come Difesa. Diversa la ricostruzione della difesa dello svolgimento dei fatti. In questo caso, mentre Annamaria esce di casa per accompagnare il figlio Davide alla fermata dell’autobus, l’assassino entra in casa, e uccide Samuele in un minuto circa, uscendo con l’arma del delitto. L’assassino non avrebbe lasciato tracce fuori dalla villetta di Cogne perché in quel periodo non c’era neve, ma solo ghiaccio. A causa della posizione della casa, che sorge isolata dalle altre abitazioni, nessuno sarebbe stato in grado di vedere un uomo allontanarsi dalla casa, o che si nasconde, o che si avvicina. Nel frattempo Annamaria è fuori con Davide, e la vedono l’autista dello scuolabus e suo nipote. Mancano, in questa ricostruzione, sia l’arma del delitto, mai trovata e non del tutto individuata, ma anche i vestiti sporchi di sangue, se si esclude il pigiama che Annamaria aveva lasciato sul letto prima di vestirsi per uscire con il figlio maggiore.

E come Eventi – Alle 5.39 del mattino del 30 gennaio 2002, Stefano Lorenzi chiama il 118 perché Annamaria avverte dolori in tutto il corpo. Alle 5.42 in casa Lorenzi arriva la telefonata della dottoressa Stefania Neri, allertata dal 118, che lascia l’abitazione nella frazione di Montroz intorno alle 6.20 del mattino. Intorno alle 7.40, Stefano esce di casa per andare al lavoro. Alla stessa ora, Annamaria prende il figlio grande, Davide, di sei anni, e gioca con lui nel letto matrimoniale “perché non voleva fare colazione”. Alle 8, dopo aver fatto mangiare il figlio, scende nella stanza per i vestiti, e Samuele sta ancora dormendo. Alle 8.10 Annamaria scende di nuovo, si leva il pigiama, risale, veste Davide e alle 8.15 escono di casa verso la fermata dello scuolabus. Nel frattempo il piccolo Samuele si alza e piange sulle scale. La madre, per tranquillizzarlo, lo mette nel suo letto e gli dice che ha già accompagnato il fratello alla fermata. Intanto esce, e alle 8.20 il conducente dell’autobus vede la donna con Davide. Tra le 8.24 e le 8.25 Annamaria torna a casa, si cambia le scarpe e indossa gli zoccoli. Va nella stanza dove si trova Samuele, che ha la coperta sulla testa. “Ho tirato giù la coperta e ho visto che era pieno di sangue”. Disperata, la donna chiama a voce la vicina, Daniela Ferrod: “Daniela, c’è Samuele che perde sangue dalla testa…”.
Alle 8.28 Annamaria chiama il 118 chiedendo aiuto, e con il cellulare chiama la dottoressa Ada Satragni. All’operatore che prende la chiamata, dice che il figlio ha “vomitato sangue e non respira, abito a Cogne”. Le passano un’operatrice dopo brevi secondi di attesa, con Le Quattro Stagioni di Antonio Vivaldi in sottofondo. Quando deve spiegare alla donna l’indirizzo di casa, le dice “È già venuta stanotte perché stavo male io. Vi prego, aiutatemi, non respira”. Il resto della telefonata è molto concitata, Annamaria continua a dire che il figlio ha vomitato sangue, che è insanguinato e che non respira. Sulla scheda del 118 l’operatore annota “ematemesi”, ovvero espulsione di sangue con vomito. Quando arriva in casa Lorenzi, la Ferrod trova Samuele supino nel letto, con il pigiama, la faccia piena di sangue. Annamaria, immobile vicono al letto, le chiede di andare a chiamare la dottoressa Satragni, che vive lì vicino, ma appena esce la vede arrivare con la macchina. Allora torna “indietro rimanendo sulla porta finestra e ho notato che c'era sangue sulla parete dietro il letto... sentivo che si lamentava, emetteva dei suoni, apriva e chiudeva gli occhi...". La dottoressa Satragni presta i primi soccorsi al bambino. Lei crede che il piccolo abbia avuto un aneurisma. Alle 8.29 Annamaria chiama la ditta dove lavora il marito, che due minuti dopo lo avverte. Stefano telefona a casa alle 8.32. Pochi secondi dopo l’operatrice del 118 chiama Annamaria per individuare un luogo per far atterrare l’elicottero. Alle 8.51 l’elicottero arriva vicino alla casa dei Lorenzi, e alle 9.16, dopo aver preso Samuele, parte in direzione dell’ospedale di Aosta. Subito dopo l’arrivo dei soccorsi, giungono i Carabinieri per i primi sopralluoghi nella villetta dei Lorenzi. Quaranta giorni dopo, il 14 marzo 2002, Annamaria è iscritta nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio volontario.

F come Famiglia -
Nei fatti di cronaca, le famiglie svolgono sempre un ruolo importante. Quella di Annamaria, quella d’origine, sin dall’inizio ha dichiarato la sua totale innocenza e ha fatto di tutto per proteggerla dalla stampa. Tanto da costituirsi anche ufficio stampa per fare da tramite con i giornalisti. Accanto ad Annamaria c’è sempre stato il marito Stefano, che ha difeso la moglie e l’ha appoggiata dal 2002 senza un momento di cedimento. Nel novembre del 2005 arriva persino a interpretare un breve filmato, “regista” l’avvocato Taormina, per provare che un uomo avrebbe avuto il tempo di entrare nella casa di Cogne durante la breve assenza di Annamaria, uccidere il piccolo Samuele e scappare senza lasciare traccia. E per dimostrare che il vero assassino sarebbe stato libero di andarsene senza essere visto da nessuno, neanche da Annamaria. A gestire, anche quella volta, l’evento, insieme alle ricerche, volute dalla famiglia Lorenzi, del misterioso uomo, c’è dietro Mario Lorenzi, padre di Stefano e nonno di Samuele. Lo stesso che aveva voluto Taromina come avvocato, mandando via Grosso. Il ritorno al penalista torinese, che sostituisce la Paola Savio, e annunciato dal ritorno nel collegio difensivo di Carlo Torre, primo consulente medico-legale di Annamaria, indica anche una decisiva rottura con il passato. Rottura dalla risonanza mediatica dell’evento creata da Taormina, dagli pseduo-periti ma anche dal suocero. Tra le tante notizie vere o presunte tali che sono uscite sull’argomento, qualcuno ha ipotizzato una parentela tra Annamaria e Flavia Franzoni, la moglie dell’ex premier Prodi. Che quest’ultima ha smentito categoricamente.

P come Procuratore dell’accusa. In vista dell’udienza che pone la parola “fine” al caso di Cogne, la procura della Cassazione aveva schierato il suo 'numero uno', l'avvocato generale dello Stato Gianfranco Ciani. In ballo c’era l’udienza nella quale i giudici della Prima sezione penale della Suprema Corte dovevano affrontare il ricorso con il quale Annamaria Franzoni provava a evitare il carcere.  Ciani è il più autorevole dei magistrati in servizio alla Procura del 'Palazzaccio'. I suoi sono tra i pareri più seguiti dagli 'ermellini', di solito riguardo a procedimenti molto delicati. È stata sua la richiesta di assolvere Giulio Andreotti dal delitto Pecorelli, o quella di infliggere una condanna più severa all'omicida di Desirée Piovanelli, la quattordicenne bresciana uccisa da un ragazzo di sedici anni; o di dissequestrare gli 850 milioni di euro del tesoro 'Impregilo'. A lui si deve l'estradizione lampo, verso la Gran Bretagna, di Hamdi Issac, l'etiope accusato dei falliti attentati di Londra.  Insomma i fascicoli giudiziari più delicati approdano sulla sua scrivania e, dal momento che il Procuratore generale di Piazza Cavour - Mario Delli Priscoli - non tiene udienza, l'Avvocato generale Ciani è la più alta autorità della Procura ad andare in aula. La sua indicazione viene dunque tenuta nella massima considerazione - dal collegio presieduto da Severo Chieffi – sulla conferma del verdetto, o meno. In appello la condanna della Franzoni è stata quasi dimezzata (rispetto ai 30 anni inflitti in primo grado dal Gip di Aosta, il 19 luglio 2004) con il riconoscimento dell'attenuante dello stato di sofferenza mentale e lo 'sconto' del rito abbreviato. Ed oggi è stata anche la prima volta che la Cassazione discuteva a porte aperte, in pubblica udienza, del "delitto di Cogne". Finora i ricorsi della Franzoni - tra i quali due contro la custodia cautelare e uno per trasferire il processo da Torino - sono sempre stati affrontati a porte chiuse. I legali hanno depositato 180 pagine di ricorso e memorie aggiuntive. L'udienza inizierà con la relazione del consigliere Emilio Gironi (del collegio a cinque fanno inoltre parte Paolo Bardovagni, Franco Antonio Granero e Francesco Novarese). Poi la parola - nel giorno più lungo della Franzoni - passerà a Ciani e, dopo,) a Chicco e a Grosso.

P come Punti non chiari. Ci sono dieci punti sui quali la difesa, l’accusa, il tribunale del riesame, ma anche i Ris hanno dibattuto e sui quali hanno cercato di dare una soluzione. O quanto meno di spiegarli per dare un contesto alla vicenda. La prima cosa è il luogo dell’omicidio. Cogne è un comune che conta circa 1.500 abitanti, ed è diviso in 10 frazioni. In una di queste, Montroz, vivevano i Lorenzi, in una zona isolata in alto rispetto al paese. Considerando questi fatti, il pm ha portato in aula dei teste che non hanno visto nessuno entrare o uscire dalla villetta. Se per la difesa è decisamente difficile vedere una persona in quella zona, non è così per il gip, secondo il quale il luogo isolato è ben visibile. Il primo tribunale del riesame ha deciso che le indagini non erano esaustive, mentre la Cassazione, che mantiene l’accusa, non ne tratta.
È poi la volta degli 8 minuti di tempo, e dell’alibi di Annamaria. In quella frazione, la donna è uscita di casa per accompagnare il figlio grande alla fermata dell’autobus. Secondo il pubblico ministero, l’ora dell’aggressione al piccolo Samuele potrebbe essere fissata intorno alle 8.10 del mattino del 30 gennaio 2002. Dal canto suo, la difesa considera l’alibi valido, e il 1 tribunale del riesame accoglie questa ipotesi, ma non la Cassazione. In ogni caos, secondo il gip, l’alibi non è sufficiente.
Per quanto concerne la porta non chiusa a chiave, il pm crede che Annamaria si sia contraddetta. I Carabinieri, dal canto loro, credono che questo faccia parte del disegno criminale di Annamaria. Solo in questo modo, avrebbe potuto giustificare l’intervento di un aggressore esterno. Il parere del giudice è che sia poco credibile la spiegazione data dall’imputata, la quale afferma di aver lasciato la porta non chiusa a chiave per non svegliare Samuele con il rumore. Perché nell’interrogatorio la donna racconta che il piccolo è sveglio, e che non di buon umore. Per farlo stare bene, accende la televisione. Mentre lei esce con Davide, dice di aver detto al figlio minore che lei era in casa e di non preoccuparsi. Secondo la difesa, i verbali non sono stati citati in modo corretto. Annamaria non avrebbe chiuso la porta a chiave non per evitare di svegliare il piccolo Samuele – già sveglio – ma per non fargli capire che rimaneva solo in casa. In ogni caso, secondo il Primo Riesame le parole di Annamaria non sono determinanti.
Un punto molto oscuro di tutta questa vicenda è rappresentato dai pantaloni del pigiama, che secondo i Carabinieri sono indossati al dritto, ma per il Ris, il gip e il pm non rappresentano un indizio importante. La difesa, dal canto suo, colloca i pantaloni appoggiati sul piumone, nel letto dove Samuele è stato ucciso.
Sempre riguardo al pigiama, la casacca stavolta, è indossata al rovescio per i carabinieri e il pm, è stata oggetto delle perizie del Ris, è solo indossata – senza specifiche sul verso – per il gip, si trova ancora una volta sul piumone per la difesa. Al Primo Riesame le analisi del Ris non sono convincenti, ma la Cassazione non ha trovato logico questo giudizio.
Gli zoccoli bianchi sono diventati un punto chiave per quanto riguarda le macchie di sangue. Per carabinieri, Ris e pm il sangue si trova all’interno delle scarpe e sulle suole, mentre per la difesa solo su quest’ultima. Il gip è convinto è convinto che Annamaria indossi sempre gli zoccoli, il primo riesame spiega le macchie come difesa, e la cassazione non trova logico il giudizio del riesame.
C’è poi un dubbio su quale tipo di scarpe indossasse Annamaria il giorno dell’omicidio. Perché una parte dei testimoni dice di averla vista portare degli stivaletti, ma le loro testimonianze non risultano concordi – per la difesa -  e inaffidabili – per il primo riesame.
Tra la difesa e i carabinieri c’è poi un disaccordo sulla richiesta di soccorsi, effettuata dalla stessa Annamaria, sollecitati secondo la difesa.
Argomento che fa discutere è anche la freddezza della donna all’arrivo dei soccorritori, che il gip ritiene strano, visto tutto quello che era appena successo. Eccessivamente lucida e fredda. Per la difesa, la donna è disperata, mentre il primo riesame considera il suo comportamento “comprensibile” per il grande dolore.
Ultimo dei punti non chiari e sui quali vertono molti dubbi sono gli eventuali alibi dei vicini di casa e le inimicizie tra queste famiglie e quella dei Lorenzi, che avrebbe potuto scatenare la violenta reazione contro il piccolo Samuele per punire i genitori. Secondo il gip non esistono problemi o inimicizie particolari, mentre la difesa punta sulla mancanza di alibi di alcuni, rilevata anche dal primo riesame. Ma la cassazione non trova logico questo giudizio del riesame.

T come Tappe principali della vicenda
.  Quaranta giorni dopo il 30 gennaio 2002, Annamaria è arrestata per ordine del gip di Aosta, Fabrizio Gandini, con l’accusa di omicidio volontario. Ma il 30 marzo il tribunale del riesame di Torino la scarcera per carenza di indizi. Tre mesi dopo, il 10 giugno, la Cassazione, accogliendo un ricorso della procura di Aosta, annulla l'ordinanza del tribunale. Passata l’estate, il 19 settembre 2002, a  Torino, il riesame-bis conferma la validità dell'arresto. A quasi un anno dalla tragedia, Annamaria mette alla luce un altro figlio, Gioele. Pochi giorni più tardi, il 10 febbraio 2003, il gip di Aosta revoca l'ordine di custodia. Annamaria, ormai libera dal 30 marzo, verrà giudicata a piede libero. Oltre un anno dopo, il 19 luglio 2004, il giudice Eugenio Gramola, ad Aosta, condanna Annamaria a 30 anni di carcere. Ma pochi giorni dopo, il 28 luglio, i consulenti dell'avvocato difensore Carlo Taormina - da giugno 2002 legale della Franzoni, dopo Carlo Federico Grosso - svolgono un sopralluogo nella villetta di Cogne alla ricerca di una soluzione alternativa. Il 1 novembre 2005, l’esposto-denuncia inoltrato da Taormina alla magistratura si trasforma in un procedimento per calunnia e frode processuale contro Annamaria, i consulenti e lo stesso legale. Si tratta dell’inchiesta denominata Cogne-bis. Poco dopo, il 16 novembre 2005, inizia a Torino il processo d'appello. Nel febbraio del 2007, la Cassazione respinge la richiesta di Annamaria Franzoni e Taormina di trasferire il processo a Milano per 'legittima suspicione'. Il mese successivo, nuovo cambio di avvocati per Annamaria, che si affida a Paola Savio. Taormina abbandona. Il 27 aprile 2007, in appello, la Corte dichiara la Franzoni colpevole ma le riduce la pena a sedici anni di carcere. Si chiude il 14 settembre 2007 l’inchiesta Cogne-bis, con la quale la procura di Torino spedisce avvisi a undici persone. Il 19 ottobre del 2007 sono depositate le motivazioni della sentenza d'appello, ma l’11 dicembre dello stesso anno Annamaria presenta ricorso in Cassazione. Il 12 marzo 2008, a Milano, Annamaria Franzoni è condannata a tre mesi di reclusione, con pena sospesa, per diffamazione ai danni del procuratore di Aosta, Maria Del Savio Bonaudo. 21 maggio la decisione della Prima sezione penale della Cassazione, che conferma,  il verdetto della Corte di Assise d'Appello di Torino, dell' aprile dello scorso anno, che ha condannato Annamaria a 16 anni di carcere per l’omicidio di Samuele.

"Delitto e castigo" di Annamaria Franzoni  

Nel terzo giorno di carcere di Annamaria Franzoni, condannata dalla Corte di Cassazione a 16 anni di reclusione, non si spengono le telecamere sul delitto più seguito di questo inizio millennio

Annamaria Franzoni è stata tradotta in carcere mercoledì sera, poche ore dopo la conferma della condanna a sedici anni di reclusione stabilita, mercoledì scorso, dalla Corte di Cassazione di Torino. Il carcere bolognese della Dozza l’accoglie con grida e insulti, per quel codice non scritto che adoperano i detenuti per sentirsi migliori di altri. Per decine di minuti fanno eco tra le celle il tam tam delle stoviglie sulle sbarre tra i corridoi della sezione femminile dell’istituto penale. Istinto materno che non muore mai. Nemmeno se a uccidere il proprio figlio è la madre.

Quando una vicenda giudiziaria è conclusa, , bisogna  lasciare il reo convivere con il suo inferno privato. Dopo due notti in carcere, reclusa in una cella singola che non è trattamento da detenuti eccellenti ma “una scelta di prassi” come ha riferito il provveditore alle carceri dell'Emilia-Romagna, Nello Cesari. Andrebbe spenta la luce e lasciata ai parenti la condivisione del comune dolore, della rabbia, della stanchezza, dopo 6 anni di tiro alla fune con la giustizia. Annamaria Franzoni ha cominciato a scontare la pena. E non siamo ancora contenti. Vorremmo sapere cosa mai ha detto al marito, Stefano Lorenzi,  e al suocero che questa mattina sono andati a trovarla verso le 11,30 nel carcere di Bologna. Un colloquio di due ore. Incontro che ha fatto slittare quello con il cappellano del carcere che la Franzoni aveva chiesto di incontrare. Sappiamo anche chi non ha chiesto di incontrare, ovvero il garante per i diritti delle persone private della libertà, l'avvocato Desi Bruno. Perché ci interessa? Sappiamo che ha guardato la televisione e letto Famiglia Cristiana, che voleva una scatola di biscotti ma non aveva i soldi per comprarla. Conosciamo quanti soldi ha in tasca; cosa ci importa se il marito le ha dato 50 euro? Ha parlato con uno psicologo, un educatore e uno psichiatra. In questi 6 anni ci siamo spesso chiesti chi fosse Annamaria Franzoni, per capire se avesse potuto uccidere davvero, ma qual è il senso ora? Anche Dostoevskij, maestro della vertigine umana, ha steso un velo sull’intima sofferenza del castigo di Raskol'nikov, perché come ebbe a scrivere “qui già comincia una nuova storia”. Una storia “fino allora completamente ignota” e non sta scritto da nessuno parte che non debba rimanere tale. Certo, “questo potrebbe formare argomento di un nuovo racconto; ma il nostro racconto odierno è finito”.

Andrea Camboni
 





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Messaggio Cogne: Anna Maria Franzoni pensa a grazia 
 

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Domenica, 25 Maggio : 2008


Anna Maria Franzoni
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pensa a grazia


BOLOGNA - Nel suo terzo giorno, ieri, al carcere bolognese della Dozza,  per Anna Maria Franzoni, condannata definitivamente a 16 anni per l' omicidio del figlio Samuele, e al suo terzo giorno alla Dozza, resta la disperazione. Unico conforto i suoi bambini, la memoria di Samuele e il marito. Anche per loro probabilmente non esclude la possibilità di chiedere la grazia.

La donna l'ha detto a Giancarlo Mazzuca, parlamentare Pdl ed ex direttore editoriale del 'Quotidiano nazionale', che l'ha incontrata durante l'ora d'aria. "Ci stiamo pensando", si è limitata a rispondere sull'onda dell'appello lanciato dal quotidiano 'Liberazione' per una grazia d'ufficio. Uno spiraglio a cui aggrapparsi per andare avanti, per una donna che al parlamentare bolognese è apparsa "fragile, pallidissima e senza più speranze".

Intatta però la sua rabbia contro i giornalisti che, a suo avviso secondo quanto ha riferito Mazzuca, "colpendo me hanno colpito anche i miei figli, Davide e Gioele; e mio marito Stefano ora è un uomo distrutto. Come me". Apprezzamento, invece, per il personale della Dozza, definito dalla donna "gente meravigliosa".

Ma proprio gli agenti della casa circondariale di Bologna sembrano dividersi sul trattamento alla mamma di Cogne. Da un lato l'Ugl, dall'altro la Cgil. A bacchettare la direzione dell'istituto di pena per la "corsia preferenziale" concessa a marito e suocero della Franzoni che ieri le hanno fatto visita per la prima volta è stato Flavio Menna, segretario provinciale del sindacato di destra, che avrebbe raccolto le lamentele di decine di agenti. Per l'Ugl il colloquio è avvenuto con modalità "non irregolari ma inusuali". Sott'accusa, in particolare, la durata delle visite, quasi il triplo dei sessanta minuti regolamentari; l'ingresso consentito dal varco del personale anziché da quello riservato ai familiari, generalmente sottoposti a perquisizione; il numero delle persone ammesse al colloquio. Oltre a marito e suocero e all'avvocato Paola Savio, Annamaria ha visto ieri anche i figli Davide e Gioele, fatti entrare "alla chetichella". Critiche smorzate da Renato Cistaro della Cgil: "Non mi risulta alcuna lamentela da parte degli agenti", ha premesso l'ispettore. Poi la spiegazione: "Non c'é stata alcuna preferenza: è il dpr 230/2000 che prevede regole per i colloqui ma anche le deroghe per motivi di sicurezza o privacy che, se richieste espressamente dai parenti, devono e possono essere autorizzate dalla direzione del carcere". L'Ugl ha precisato che il suo non è un attacco personale alla madre di Cogne, ma solo un allarme contro il rischio che un eventuale trattamento di favore alla detenuta 'eccellente' possa innescare il risentimento delle recluse. Altre però, attraverso una nota dell'ufficio del Garante delle persone private della libertà del Comune di Bologna, hanno preso le distanze dal "coinvolgimento in una vicenda mass mediatica che sentono lontana, per come proposta, dai temi veri della detenzione" come il disagio e la lontananza da figli e compagni.

Nella prima domenica passata in cella, Annamaria potrebbe partecipare a una delle messe che saranno celebrate in carcere. Ma nessuna conferma né smentita è arrivata dal cappellano della Dozza, frate Franco. "Non rilascio dichiarazioni sui detenuti": è stato l'unico commento. Intanto il 'fronte' innocentista continua a vivere sotto forma di striscioni pro Annamaria. Un altro, il terzo da giovedì, è stato lasciato da mani misteriose (unica firma 'Bri') su una siepe all'incrocio con il carcere. "Non esiste nessuna prova di responsabilità e neppure l' arma del delitto. Perché avete condannato questa mamma?", si legge.

 





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Messaggio COLPEVOLE O INNOCENTE? L'ITALIA E' ANCORA DIVISA 
 

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Domenica, 25 Maggio : 2008 La Stampa


 
COLPEVOLE  O INNOCENTE?
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L'ITALIA E' ANCORA DIVISA


Cresce il partito dei "no grazia"
Compassione per i figli, ma c'è una sentenza


PIERANGELO SAPEGNO
INVIATO A BOLOGNA

Ma qual è l’anomalia del caso Franzoni? «La cosa più incredibile è che non finisce mai», ha scritto il Foglio. Attorno all’«affranta Annamaria», come la descrivono adesso i giornali, e alla sua vicenda infinita, succede sempre qualcosa di nuovo, e ogni volta non si capisce bene perché. Adesso, l’avvocatessa sua solerte, è riuscita a farle vedere i due figli dopo neanche 48 ore di carcere, mentre le altre detenute si lamentano di dover aspettare minimo due mesi. Sky ha messo su un sondaggio in fretta e furia, e il 78 per cento degli intervistati s’è detto contrario alla concessione della grazia.

Strano. Perché il giornale «Liberazione» è arrivato a chiederla, dopo appena due giorni. Da sinistra a destra c’è chi già protesta contro la sentenza. E poi, come spiega Marzio Barbagli, sociologo del Mulino, tutte le ricerche dimostrano che «c’è sempre una forte relazione tra la percentuale di cattolici e di indulgenti». L’ultimo studio compiuto su quindici Paesi dell’Unione Europea «dimostra che ci sono differenze molto forti tra protestanti e cattolici, e che c’è una larga tradizione del perdono nei paesi cattolici». Vuol dire, Barbagli, che la Chiesa «ha in qualche modo ritardato l’affermarsi del sistema giudiziario moderno, dove le regole e la disciplina sono sacre e inflessibili, e dove tutti devono essere trattati allo stesso modo».

Così, tornando alla Franzoni, Barbagli dice che prova pena per lei «perché è una madre. Ma esistono principi generali che sono quelli della Giustizia», e lì i sentimenti non c’entrano più. «Tocca ai magistrati decidere. E io per fortuna non sono un giudice». In ogni caso, resta la domanda: sono davvero privilegi quelli di Annamaria? Dobbiamo scandalizzarci?

Filippo Berselli, di Alleanza Nazionale, presidente della Commissione Giustizia del Senato, spiega, tanto per cominciare, che «l’anomalia non è quella della Franzoni che vede i suoi figli dopo appena due giorni. L’anomalia è il contrario: se uno deve aspettare due mesi o più per vederli, perché questo significherebbe una malagestione del carcere». Nessuna corsia preferenziale, allora? «Di solito bisogna aspettare una settimana. Ma la prima visita può avvenire anche dopo due giorni. Trovo molto più strana la richiesta della grazia fatta da un giornale. Spetta al Capo dello Stato, non a me, concederla. Ma spetta ai parenti o al detenuto richiederla. Non a un giornale».

Il fatto è che se uno parla dei figli, ha ragione Giulio Base, il regista di don Matteo e di tanti altri successi, «come si fa a dir di no? Si può discutere sui privilegi più in generale. La legge è uguale per tutti, così dovrebbe essere e anche a me infastidisce un trattamento diverso. Però, questo processo non ha riguardato solo la giustizia comune, è stato un caso di rilievo nazionale, con tanto di onore e di oneri. Lei è diventata la regina della cronaca». Ed è proprio per questo, sostiene il giornalista Marco Travaglio, «che godrebbe di certe attenzioni e di certi favori. A nessuno verrebbe mai in mente di chiedere la grazia per una che è stata appena condannata, o di far vedere i figli dopo due giorni a chi è in carcere per averne ucciso uno. Tutto ciò non sarebbe possibile se lei non fosse una star mediatica, e su questo noi come categoria abbiamo delle grosse responsabilità. Fra l’altro, fatti i calcoli, sconterà appena cinque anni, se le va male. Fosse stata una rumena avrebbero protestato tutti. E’ l’isteria italiana che passa dalle forche alle indulgenze plenarie».

La cosa che rende ancora più anomala la vicenda Franzoni, è che Vittorio Sgarbi dice le stesse cose di Travaglio, uno con il quale di solito condivide litigi e qualche insulto. Anzi, dice proprio che ha ragione lui: «Questa volta sì, occorre rispettare le sentenze che ci assicurano che lei è colpevole. E se anche avessimo un dubbio sulla sua colpevolezza, non potremmo schierarci pro reo, ma a favore dei figli, letteralmente innocenti. E come dunque affidarli nelle mani di una condannata per omicidio?». Tanto per esagerare, poi, persino Michela Vittoria Brambilla si schiera con Travaglio: «Questa vicenda mi amareggia, ma rispetto pienamente il lavoro dei magistrati».

 





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Messaggio Re: DELITTO COGNE:Caso chiuso; le discussioni continuano (sv 
 

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Domenica, 25 Maggio : 2008 La Stampa

POLEMICHE IN CARCERE

"Troppi favori alla Franzoni"
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Il direttore: usiamo questo atteggiamento con tutti


    
Protesta il sindacato delle guardie carcerarie: «Per lei i dirigenti hanno chiuso gli occhi»

LODOVICO POLETTO
INVIATO A BOLOGNA

Mamme con i bimbi in braccio e mamme con i bimbi per mano. Donne che si asciugano gli occhi e annuiscono: «Certo che lo sappiamo che lì dentro c’è la mamma più famosa d’Italia». Lo dicono mentre se ne vanno dopo l’ora di colloquio «una volta al mese» con il papà, lo zio, il nonno dietro le sbarre. E la Franzoni? «Quella? E’ una vip, non un povero Cristo come tutti gli altri». Visto da qui, da questa spianata d’asfalto, che è il parcheggio adesso affollato di umanità dolente, la «Dozza» è soltanto un parallelepipedo di cemento armato tempestato di finestre, né più brutto né più bello di cento altre galere d’Italia. E Anna Maria è soltanto uno dei 1056 detenuti di questo carcere ultraffollato, dove in dieci metri quadri di cella convivono anche tre detenuti. «E alla Franzoni invece riservano ogni tipo di beneficio. Compreso il fatto di poter ricevere due visite in un sol giorno. Compreso il fatto che ai suoi familiari è stato consentito di entrare in carcere con l’auto nel cortile e lasciarla lì per tutte le ore di colloquio» tuona Flavio Menna, segretario della provincia di Bologna dell’Ugl polizia penitenziaria. Lo fa, dice, a nome dei suoi colleghi agenti che hanno assistito «allibiti», al «trattamento di favore riservato a quella signora».

Trattamento di favore in questo carcere? Possibile? Menna, un omone grande grosso e barbuto, s’infervora. Parla di «malcontento degli agenti», e punta il dito contro i vertici del carcere: «Per questa detenuta vip hanno chiuso non un occhio, ma entrambi». E insiste: «Qui dentro tutti sanno come sono andate le cose venerdì. Tutti. Quando mai si è visto un simile comportamento in un carcere? Pensi che anche gli agenti non possono entrare lì dentro con l’automobile. Ai parenti di quella detenuta, invece hanno dato tutto». E ancora: «Qui si deve tornare subito alla normalità. Che cosa accadrà quando un’altra detenuta chiederà le stesse cose che ha ottenuto la Franzoni e non le otterrà? Le regole sono regole, e sono valide per tutti».

Se Menna s’infervora il Provveditore regionale dei carceri dell’Emilia, Nello Cesaro, butta acqua sul fuoco della polemica. Parla di «fantasie senza fondamento» per le accuse di favoritismo. E poi spiega: «La signora Franzoni è stata accolta come tutti gli altri detenuti». Tutti-tutti? «Certo. Usiamo questo atteggiamento con quelle persone che entrano qui per la prima volta. Cerchiamo di stargli vicini. Di rendere dolce il distacco dalla famiglia. Insomma, si fa ciò che prevede la legge. Perché chi è qui dentro non senta troppo lontani i suoi cari».

Mentre lui spiega Annamaria Franzoni se ne sta in cella da sola, controllata a vista. La sua ora d’aria, in mattinata, l’ha passata nel cortiletto interno. Deserto. Scarpe da ginnastica, maglietta grigia, ha trascorso almeno 40 minuti con Giancarlo Mazzuca, parlamentare del Pdl e amico di famiglia che ieri è andato a trovarla. «E’ una donna molto provata e stanca» dice il deputato. Che adesso parla del pianto di Annamaria, del senso di impotenza. «Credevo nella giustizia. Fino alla fine ho sperato che venisse fuori la verità; invece...» ha ripetuto Annamaria. Che se l’è presa con i giornalisti, ma avuto parole di apprezzamento per il personale della Dozza: «Qui ho trovato gente meravigliosa. Colpendo me - ha detto Annamaria - hanno colpito anche i miei figli, Davide e Gioele; e mio marito Stefano che ora è un uomo distrutto. Per loro potrei anche chiedere la grazia». Poi s’è persa nel ricordo di Samuele, parole dolcissime per quel bimbo strappato alla vita. Parole di mamma. Di dolore: «Adesso è stata tradita anche la memoria di Samuele».

 





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Lunedì, 26 Maggio : 2008 Quotidiano.net

INTERVISTA ESCLUSIVA

Anna Maria: "Sono delusa da tutto
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La grazia? Sì, ci sto pensando"


Colloquio fra la Franzoni e il parlamentare del Pdl ed ex direttore del Quotidiano Nazionale e de il Resto del Carlino, Giancarlo Mazzuca Commenta

Bologna,  MI ACCOGLIE nel cortiletto 4x4 dove sta trascorrendo la sua ora d’aria mattutina, tutta sola ma sorvegliata a vista da una guardia carceraria. E’ l’ombra di quella donna che avevo conosciuto qualche anno fa, lassù, sull’Appennino bolognese: allora, Anna Maria sperava ancora nella giustizia. Eravamo alla vigilia del processo d’appello e Anna Maria, sostenuta dal parroco don Marco e dalle amiche del comitato in sua difesa, m’invitò a cena assieme al collega Gianni Leoni e m’inondò di carte che avrebbero dimostrato la propria innocenza: non era stata lei a uccidere il piccolo Samuele. Oggi, dopo la sentenza definitiva della Cassazione che la condanna a sedici anni di carcere, le sembra davvero che sia crollato il mondo addosso: «Sono delusa da tutto, ma ho anche tanta rabbia in corpo».

E’ VESTITA di grigio, un paio di pantaloni e una maglietta, e, quando mi vede alla porta d’ingresso del cortiletto, m’abbraccia ma non riesce a nascondere il suo risentimento contro l’intera categoria dei giornalisti. Per lei io sono sempre un giornalista, anche se ieri ho potuto visitarla come parlamentare nel carcere della Dozza, a Bologna. «Scrivevate tutto quello che vi dicevano i giudici. Vi chiedevo di guardare le carte, ma voi non le avete mai lette veramente». Anna Maria è una donna fragile, minuta, pallidissima, senza più speranze. Per lei è stato commesso un doppio delitto: prima, dice, le hanno ammazzato il figlio, il dolore più grande per una mamma, e ricorda ancora, la scena di quell’omicidio, il sangue dappertutto, l’inferno, il caos. Poi l’hanno condannata definitivamente per quell’omicidio mentre il vero assassino gira libero e indisturbato.

 «UNA TREMENDA ingiustizia è stata commessa, anche nei confronti della memoria del piccolo Samuele». Non posso non abbracciarla di nuovo, quando si mette a piangere. Le lacrime le rigano il viso e io mi chiedo: come può una madre fingere tanto se fosse davvero lei l’assassina? Sì, aggiunge, sarebbe stato molto meglio che quella bastonata si fosse abbattuta sul suo capo: avrebbe certo sofferto di meno. Le chiedo se preferirebbe, a questo punto, morire. Ma Annamaria risponde, senza esitazioni, di no: una che vuole morire smetterebbe di mangiare, ma lei vuole vivere, vivere per i suoi figli Davide e Gioele, vivere per suo marito, la sua famiglia e per la memoria di Samuele.

E’ ANCORA aggrappata alla vita, Anna Maria, e quando le domando se i suoi avvocati stiano pensando alla grazia da chiedere al presidente Giorgio Napolitano — un’ipotesi avanzata dal quotidiano Liberazione e su cui è intervenuto l’ex presidente della Commissione per la riforma del codice penale, Giuliano Pisapia, che riterrebbe invece più opportuna la commutazione della detenzione da carceraria a domicialiare secondo l’articolo 87 della Costituzione — non risponde di no: «Ci stiamo pensando».

SAREBBE davvero una via d’uscita che le consentirebbe di tornare a vivere con i figli, anche se a molti potrebbe apparire quasi come un’ammissione di colpa, quell’ammissione di colpa che lei, invece, ha sempre rifiutato anche quando le chiesero di invocare la seminfermità di mente: «Ma io non sono matta. Hanno persino sostenuto che fossi sonnambula e che, in un momento di trance, avessi poi combinato tutto quel macello». No, lei non è matta, né sonnambula, come tanti giornali e tanti psicologi hanno continuato ad affermare con grande arroganza e, ancora adesso, non ricorre ad alcuna medicina.

CERCO di difendere, in qualche modo, la categoria dei giornalisti accusati di superficialità e ricordo ad Anna Maria che, in questi giorni, molti quotidiani hanno preso le sue difese o, comunque, non hanno nascosto i dubbi sulla sua colpevolezza sollevati da tanta gente, ora che giustizia è stata fatta. Ma lei fa subito cenno di no con la testa: non legge più i giornali, anche se nella piccola cella in cui vive isolata sotto l’occhio vigile di alcune poliziotte che fanno i turni e che sono già diventate le sue migliori confidenti, c’è un televisore. Non ha perso i contatti con il resto del mondo.

LE CHIEDO come sono le sue prigioni, come trascorre le giornate in carcere: «Parlo molto, qui tra il personale carcerario ho trovato gente meravigliosa...». Aggiunge anche, e me lo conferma poi il vice-commissario delle carceri, una giovane e graziosa tenente di Avellino, che non c’è stata alcuna manifestazione di protesta da parte di altre detenute quando, mercoledì notte, lei è arrivata alla Dozza: tutte invenzioni dei giornali... Come un’invenzione di un giornale è stata la riproduzione delle immagini del suo pigiama, in quel tremendo mattino di Cogne di oltre sei anni fa. Immagini in cui si vedono le macchie di sangue, il sangue di Samuele, quando lo stesso giudice parla, semmai, di minuscole tracce, anche all’interno dello stesso pigiama. Cerco di confortare, in qualche modo, Anna Maria: davanti a me c’è, in questo momento, al di là di tutto quello che è successo, della colpevolezza o dell’innocenza, una persona disperata, che ha bisogno di solidarietà e di affetto.

HA TROVATO conforto nella religione? Sì, anche se è dura, molto dura... Ha parlato con il suo parroco che, in tutto questo tempo, le è stato sempre molto vicino? Sì, ma solo per interposta persona. Il pensiero di Anna Maria va sempre ai suoi figli Davide e Gioele: «Colpendo me, hanno colpito anche loro...». E, per la seconda volta, si mette a piangere. Li ha visti, Davide e Gioele, venerdì sera in carcere, ma di questo incontro non vuole proprio parlare: i bambini sono stati fin troppo strumentalizzati. Stavolta la Franzoni ricorda molto spesso anche il marito Stefano che, in tutti questi anni, ha sempre difeso la moglie. «Ora è un uomo distrutto, distrutto come me».

ECCO, allora, che mi affiora un altro dubbio: come è possibile che un padre, se anche avesse avuto il minimo dubbio sull’innocenza di Anna Maria, avesse concepito con lei un altro figlio poco tempo dopo la morte di Samuele? E come è anche possibile che, a difenderla, ci sia sempre stato il suocero Mario Lorenzi con cui pure, mi confessa oggi la Franzoni, i rapporti non erano mai stati idilliaci prima del delitto?
Domando ad Anna Maria se lei adesso odia gli italiani. Lei dice di no: ha già ricevuto, in questi giorni, tante lettere di madri e di padri che le esprimono la loro vicinanza, la loro solidarietà.

IL SUO ODIO va, semmai, a quelle persone che oggi l’hanno ridotta in quello stato: è il momento peggiore della sua vita, ma spera sempre in una giustizia superiore. Il colloquio volge al termine. Nessuno mi chiede di concludere. Non me lo chiede Anna Maria, né il vice-commissario che mi ha accompagnato: dopo oltre mezz’ora di colloquio, là in quell’angusto cortile senza luce delle carceri di Bologna, mi sento però anch’io prostrato e sofferente. Domando ad Anna Maria cosa io possa fare per lei. Si raccomanda di starle vicino, di andarla a trovare spesso in carcere: ha tanto bisogno di parlare. Ho promesso che lo farò.

 





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Messaggio CASSAZIONE: LA FRANZONI UCCISE LUCIDAMENTE 
 

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Martedì, 29 Luglio : 2008

CASSAZIONE:
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LA FRANZONI UCCISE LUCIDAMENTE


ROMA - Annamaria Franzoni uccise con "razionale lucidità" il figlioletto Samuele, di 3 anni e 2 mesi, la mattina del 30 gennaio del 2002, nella casa di Cogne. Lo sottolinea la Cassazione con la sentenza 31456, depositata oggi, che contiene in 50 pagine, le motivazioni in base alle quali i Supremi giudici hanno confermato la condanna a sedici anni di reclusione nei confronti della donna.
Ad avviso della Suprema corte, è da escludere, "al di là di ogni ragionevole dubbio" che ad uccidere Samuele sia stato un estraneo. In proposito, i giudici di piazza Cavour sottolineano che "una volta dimostrato l'assoluta implausibilità dell'ingresso di un estraneo nell'abitazione e la materiale impossibilità che costui possa avere agito nel ristrettissimo spazio di tempo a sua disposizione, e una volta esclusa, come esplicitamente fa la sentenza di merito, ogni responsabilità da parte del marito dell'imputata e del figlio Davide, unica realistica e necessitata alternativa residuale è quella della responsabilità della sola persona presente in casa nelle fasi antecedenti la chiamata dei soccorsi".

 





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Martedì, 07 Ottobre : 2008 Panorama

Bocciata la richiesta della Franzoni:
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no ai domiciliari per vedere i figli


Annamaria Franzoni

Resta in carcere Annamaria Franzoni, condannata per l’uccisione il 30 gennaio del 2002 del figlio di tre anni, Samuele. Il presidente del Tribunale di sorveglianza di Bologna ha detto no alla sua richiesta di arresti domiciliari per crescere i bambini.
Non ci sono i presupposti, ha deciso il giudice Francesco Maisto, perchè possano essere accolte le richieste della mamma di Cogne di una detenzione domiciliare speciale o del differimento pena. Le istanze della Franzoni, infatti, rientrano nei limiti ostativi dell’articolo (4 bis) dell’ordinamento penitenziario che prevede il divieto di concessione dei benefici ai condannati per taluni delitti. Anna Maria Franzoni sta scontando nel carcere della Dozza di Bologna la condanna a 16 anni, ridotti a 13 per effetto dell’indulto.
Rischia dunque di non produrre effetti l’indagine avviata dal giudice del tribunale di sorveglianza Riccardo Rossi per valutare l’accoglimento delle richieste avanzate dai legali della Franzoni. Rossi aveva disposto una perizia iniziata il 10 settembre scorso quando Annamaria Franzoni aveva incontrato in carcere i periti incaricati: lo psichiatra Renato Ariatti e il neuropsichiatra infantile Giovanni Battista Camerini.
All’incontro aveva partecipato anche il neuropsichiatra Lodovico Perulli di Venezia, perito di parte nominato dalla Franzoni.
Si era trattato però solo di un incontro per fissare un calendario degli appuntamenti futuri. I due esperti, secondo quanto era stato deciso, avrebbero dovuto incontrare di nuovo la donna e anche i bambini per stabilire le condizioni psicologiche e la capacita’ genitoriale della Franzoni e la situazione psicologica dei bimbi che il 21 maggio hanno dovuto separarsi dalla madre, rinchiusa in carcere dopo la definitiva condanna della Cassazione. Il giudice aveva assegnato 60 giorni ai consulenti per depositare le loro conclusioni. è controverso, a questo punto, se la dichiarazione di inammissibilita’ dei ricorsi presentati dalla Franzoni fermi tutto, oppure no.
Secondo l’avvocato Paola Savio, difensore della donna, il provvedimento di inammissibilita’ riguarda le misure alternative alla detenzione; per quanto invece riguarda gli istituti di competenza del carcere e del magistrato di sorveglianza, come ad esempio i permessi o la possibilità di vedere i figli, questi risultano tuttora pendenti.
Non si spengono dunque i riflettori sulla mamma di Cogne che dall’inizio della sua tragica vicenda è stata sempre al centro di polemiche. Ultime in ordine di tempo le, secondo alcuni, frequenti visite concesse ai suoi familiari dopo il suo ingresso in carcere (laFranzoni sta scontando nel carcere della Dozza di Bologna la condanna a 16, ridotti a 13 per effetto dell’indulto) il 21 maggio scorso. Ad autorizzarle lo stesso giudice Rossi che aveva disposto la perizia psicologica sulla detenuta e in passato è stato ammonito dal Csm per violazione del dovere professionale nella concessione di benefici ai detenuti.
È sempre di oggi la notizia dei motivi per cui il giudice condannò il 12 marzo scorso Annamaria Franzoni a tre mesi di carcere per diffamazione del procuratore di Aosta Maria Del Savio. Il fatto è stato giudicato grave dal tribunale per il contesto prescelto dalla Franzoni per l’esternazione, la trasmissione Porta a Porta, novembre 2004, “avente massima potenzialità diffusiva”.

 





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Mercoledì, 12 Novembre : 2008 La Stampa

"La Franzoni può ancora uccidere"

    
I risultati della perizia psichiatrica:
rischio di recidiva e nessuna ragione d’urgenza affinchè possa vedere i figli


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BOLOGNA - Rischio di recidiva e nessuna ragione d’urgenza affinchè madre e figli possano vedersi fuori dal carcere: sono i risultati della perizia psichiatrica di 71 pagine realizzata dai periti incaricati dal Tribunale di Sorveglianza di Bologna di analizzare se ad Annamaria Franzoni possono essere commutati i permessi di lavoro esterni con quelli di visita da lei chiesti per potere vedere i figli fuori dal carcere. È quanto si è appreso dopo il deposito della perizia.

A realizzarla sono stati lo psichiatra Renato Ariatti, il neuropsichiatra infantile Giovanni Battista Camerini e la psicologa Laura Volpini. Le valutazioni saranno fatte dal giudice Giampiero Costa. «Non facciamo nessun tipo di commento, il magistrato deve ancora decidere sulle richieste, poi vedremo» si è limitata a commentare il difensore di Annamaria Franzoni, Paola Savio. In attesa della decisione del giudice bolognese, colpisce che per la prima volta, in occasione di una perizia, sia emerso con fermezza il rischio di recidiva. Cosa mai sottolineata in precedenza dagli altri collegi peritali che avevano analizzato la Franzoni.

 





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Mercoledì, 16 Settembre 2009: Accadde Oggi  

Proseguono le indagini del pool di Annamaria. Il professor Carlo Torre in aiuto della donna
Franzoni innocente? Le mosse della difesa per riscrivere il giallo


TORINO 16/09/2009 - Esiste uno strumento giuridico, nel nostro codice di procedura penale, che consente di riscrivere il finale di un processo già consegnato agli archivi. Questo strumento ha un nome: revisione processuale. E alla revisione processuale punta deciso il pool difensivo di Annamaria Franzoni, che ha intenzione di sfruttare l’occasione fornita dal dibattimento del “Cogne bis” per introdurre nuovi elementi di prova relativi al procedimento per omicidio, quello che si è concluso con la condanna definitiva della donna a 16 anni di carcere (13 grazie all’indulto) per l’assassinio del piccolo Samuele Lorenzi, ucciso all’età di 3 anni la mattina del 30 gennaio 2002.

Revisione processuale. È il grande sogno degli avvocati difensori Paola Savio e Lorenzo Imperato, è il loro grande obiettivo. Ma riusciranno a riscrivere il finale di una storia che non è stata finora in grado di fornire percorsi alternativi credibili rispetto a quello della colpevolezza della Franzoni? È impresa ardua, difficile. Ma vale la pena provarci. E a dare una mano ai legali della Franzoni ci pensa il professor Carlo Torre, il medico legale che nel settembre 2002 aveva abbandonato la difesa della donna per contrasti insanabili con l’allora avvocato difensore Carlo Taormina e che poi è tornato accanto alla Franzoni dopo l’addio di Taormina. Da allora, dal novembre 2006, Carlo Torre lavora fianco a fianco con l’avvocato Paola Savio (affiancata nel frattempo nel “Cogne bis” dal collega Lorenzo Imperato). Un lavoro che avrebbe addirittura portato alla scoperta di nuovi elementi di prova. Elementi che potrebbero a questo punto essere utilizzati all’apertura del dibattimento del “Cogne bis” per puntare alla revisione del “Cogne 1”, per riscrivere, cioè, il finale del processo sull’omicidio del piccolo Samuele Lorenzi.

Che in Italia esista lo strumento giuridico della revisione processuale era stata lo stesso avvocato Paola Savio a rammentarlo, subito dopo il verdetto della Cassazione che mandava in cella la mamma del povero Samuele. Ma per ottenerla servono nuovi e importanti elementi di prova. E come fare per scovarli e proporli ai giudici del “Cogne bis”? Dimostrando, innanzitutto, che la famiglia Lorenzi non aveva mai inteso calunniare nessuno, che aveva precisi motivi per ritenere che il vero assassino fosse ancora in libertà. Annamaria Franzoni lotterà per dimostrarsi innocente, per chiarire che non ha accusato Ulisse Guichardaz in malafede. Ossia con la consapevolezza di essere colpevole. Se le accuse calunniatorie fossero state rese con la certezza della propria innocenza, ossia sapendo bene di non aver inferto le ferite mortali al proprio figlio, tutto il teorema cadrebbe. Magari avrà pure indicato la persona sbagliata, ma non certo per salvare se stessa. Dimostrato questo punto, sarebbe possibile mettere in dubbio tutto il processo di primo grado? La parola magica è proprio questa: «dubbio».

Occorre poi ricordare che nel pronunciare la sentenza di condanna in appello, ben due giudici popolari si discostarono da quello che, inizialmente, pareva un verdetto unanime. La logica difensiva di Paola Savio aveva aperto uno spiraglio, ma forse troppo tardi. E certo il dubbio non poteva essere insinuato nelle menti degli Ermellini, dal momento che la Cassazione non entra nel merito dei processi, ma si pronuncia solo sulla regolarità formale. Quali elementi, Paola Savio, potrebbe portare adesso nel nuovo processo? Se lo chiedono anche a Palazzo di Giustizia, dove peraltro sono preparati anche a questa eventualità.


Fonte: CronacaQui Milano
 





Quando si guarda la verità solo di profilo o di tre quarti la si vede sempre male. Sono pochi quelli che sanno guardarla in faccia. (Gustave Flaubert)
 
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