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Domenica, 1 Febbraio : 2009
TEATRO SOCIALE
da mercoledì 4 a sabato 7 febbraio 2009 (ore 20.30)
Domenica 8 febbraio 2009 (ore 15.30)
Domenica 8 febbraio 2009 (ore 15.30)
La stagione di prosa del CTB 2008/2009 ha il sostegno della Fondazione Cariplo
Teatro Stabile di Calabria
presenta
Geppy Gleijeses
con
Gennaro Cannavacciuolo, Lorenzo Gleijeses
e la partecipazione di Gigi De Luca
in
DITEGLI SEMPRE DI SI
di Eduardo De Filippo
regia Geppy Gleijeses
scene di Paolo Calafiore – costumi di Gabriella Campagna
Light designer Luigi Ascione
Musiche a cura di Matteo D’Amico
presenta
Geppy Gleijeses
con
Gennaro Cannavacciuolo, Lorenzo Gleijeses
e la partecipazione di Gigi De Luca
in
DITEGLI SEMPRE DI SI
di Eduardo De Filippo
regia Geppy Gleijeses
scene di Paolo Calafiore – costumi di Gabriella Campagna
Light designer Luigi Ascione
Musiche a cura di Matteo D’Amico
e con Gina Perna, Antonio Ferrante, Ferruccio Ferrante, Gino De Luca, Stefano Ariota, Laura Amalfi, Felicia Del Prete
Durata dello spettacolo: h.2.00 (più intervallo)
Dopo il trionfo, durato tre stagioni, di IO, L’EREDE, Geppy Gleijeses, uno dei primi attori italiani, allievo prediletto di Eduardo, pluri premiato per “L’erede”, interpreta e dirige DITEGLI SEMPRE DI SI, saldando il nuovo corso interpretativo eduardiano e la grande tradizione comica anche attraverso l’osmosi tra la sua generazione e quella successiva rappresentata dal figlio Lorenzo (Luigi Strada), allievo suo, di Squarzina, Pugliese, Guicciardini e poi di Nekrosius, Karpov, Varley, Barba, Martone, vincitore del premio UBU 2006 quale “migliore nuovo attore”. Nel ruolo che fu di Titina, un attore duttile e meraviglioso come Gennaro Cannavacciuolo, in una trasformazione totale, alla Alec Guiness. Protagonista con Geppy Gleijeses in Cinque rose di Jennifer di Annibale Ruccello e in Ragazze sole con qualche esperienza di Enzo Moscato, reduce dal grande successo di Concha Bonita di Piovani-Arias. Insieme a loro un grande cast in via di definizione di quindici elementi. Lo spettacolo debutterà chiudendo il Festival di Napoli nel giugno 2008 e verrà ripreso nei migliori teatri italiani dal 20 gennaio 2009.
Ditegli sempre di si è uno dei più importanti titoli della drammaturgia edoardiana. Scritto nel 1927, in due atti, è un esempio esilarante, amaro e grottesco di dove potesse arrivare il genio di Eduardo. Scritta per Vincenzo Scarpetta e riecheggiante in qualche modo la grande pochade scarpettiana, è la storia di un pazzo, non un pazzo finto come in Uomo e galantuomo ma un pazzo vero: “un pazzo che è fissato sulle parole, dice che la gente non parla con le parole appropriate, crea degli equivoci e fa dei pasticci…”. Si sentono echi ricorrenti de Il medico dei pazzi o de Le 99 disgrazie di Pulcinella ma anche, su un versante nobile per un Eduardo che nel ’23 era stato folgorato sulla via di Damasco, dai Sei personaggi in cerca d’autore, di Enrico IV, o de Il berretto a sonagli.
In breve, la trama: Michele Murri esce dal manicomio e sembra perfettamente a posto; cortese, attento, affabile. Solo prende tutto troppo sul serio; se la sorella zitella dice che le piacerebbe sposare il vicino di casa, subito corre a raccontare in giro di questo matrimonio; se un amico di famiglia giura che farà pace col fratello solo da morto, ecco che si affretta a mandare un telegramma con la dolorosa notizia. Così, l’amico prima manda una corona, poi si presenta in casa. Panico, sconcerto, poi risate e riconciliazione tra i due fratelli. Ma non sempre va altrettanto bene. Un altro vicino dà del pazzo a Luigino, un giovanotto che corteggia la figlia. Michele sente e subito, si precipita a cercare di tagliare la testa al povero innamorato: chè la testa – ne è arciconvinto – è il luogo dove s’annida la pazzia. Troppa coerenza, troppa allucinata coerenza riportano inevitabilmente il povero matto in manicomio. Pazzia, si è detto, ma a fin di bene, niente di furioso; una pazzia candida e pietosa che si impenna quando, con una non velata allusione al clima di quel periodo, cinque anni dopo la marcia su Roma, al “diverso”, all’”emarginato” che sono un pericolo destabilizzante per la Società, bisogna tagliare la testa.
L'unicità assoluta che troviamo in questo piccolo capolavoro che è Ditegli sempre di sì è che Michele Murri, il protagonista, è un pazzo vero. Pirandello usava, e Eduardo lo sapeva bene, la pazzia, come strumento suggerito o usato dal protagonista per lavare l'onta e la vergogna del tradimento (Il berretto a sonagli), per rifugiarsi nel proprio microcosmo, impermeabili alle tempeste dei sentimenti e alle sofferenze della vita (Enrico IV) o per insinuare il dubbio, un dubbio fatale e corrosivo (Così è, se vi pare). Gli altri riferimenti eduardiani erano sè stesso e la tradizione sancarliniana. Nelle 99 disgrazie di Pulcinella, di Pasquale Altavilla, poi di Carlo Guarini (io l'interpretai nel '74), la maschera finisce in mezzo ai pazzi di un manicomio e ne Il medico dei pazzi Scarpetta pone a confronto un ingenuo campagnolo con i clienti di un albergo che con il loro strano comportamento lo inducono a crederli pazzi. E soprattutto la pazzia è utilizzata per sfuggire al castigo della legge o al giudizio della Società in Uomo e galantuomo il primo dei grandi testi eduardiani (1922).
Ma qui ci troviamo davanti a un pazzo vero. La circostanza è dolorosa, fertile, straniante, esilarante e pericolosa. Eduardo lo sapeva bene: affrontare la malattia mettendoci le mani dentro come autore e come attore era una grande occasione e una scommessa. Non a caso tra modifiche, ripensamenti, variazioni linguistiche e semantiche, ritroviamo più di dieci versioni, molto o a volte poco diverse tra loro.
Esiste in natura la pazzia di Michele Murri? Sì. La mia amica psichiatra, Angela Colucci, la definisce una sindrome ossessiva derivata dall'assenza del "simbolico". Michele per rimanere agganciato a quella realtà che gli sfugge da ogni lato rifiuta la metafora, la parafrasi, l'allegoria: le parole devono corrispondere a un dato reale, a situazioni esistenti. Se un personaggio gli dice: "sono morto", egli invia subito al fratello un telegramma di condoglianze, se una fanciulla non ha nè padre nè madre (è orfana) Michele si domanda "e chi l'ha fatta?", se Luigi Strada finge di mostrargli soldi che non esistono, lui li vede subito materializzati. Michele ci fa ridere tanto, ma noi ridiamo di una "vera disgrazia". E lo straniamento derivante dalla sua diversità, nella mia interpretazione diventa tic linguistico, non balbuzie, ma disco rotto o incantato, ripetizione ossessiva, inspirazione angosciante, non fissata a copione ma disseminata in modo jazzistico, quasi a ricordare che il linguaggio di un folle rispecchia la sua angoscia e la sua sofferenza.
Tutto ciò avviene in un contesto storico di normalizzazione essenziale per la dittatura fascista che rifiutava ed emarginava il diverso. Il "fool" non è più vicino a Dio, è solo un pericolo, da chiudere in un manicomio o nel dolore di una casa e nella vergogna di una famiglia. Eduardo era sensibilissimo ai contesti sociali in cui scriveva: quando nel '75 io misi in scena ed interpretai Chi è cchiù felice 'e me!, instradandomi registicamente (ero un ragazzo di 19 anni baciato dalla grazia della sua attenzione) egli mi rivelò: "guardate che nel '32 c'era in nuce una vera rivoluzione femminile e Chi è cchiù felice 'e me! ne è il ritratto". Come non agganciare allora Ditegli sempre di sì al contesto storico in cui vide la luce? Tanto più se Eduardo in quegli anni, costretto ad annunciare alla fine di una recita la nascita dell'Impero, riferendosi al duce, raccomanda al pubblico: "Ditegli sempre di sì"!?
Accanto alla follia di Michele, c'è poi la diversità del giovane Luigi Strada, il suo specchio ustorio (non a caso interpretato da mio figlio Lorenzo), un "pericolo per la Società", mezzo attore, medico, artista, letterato, un eversivo irregimentabile, uno "stravagante", nell'epoca in cui la stravaganza era una minaccia per l'ordine costituito. E la sorella di Luigi, Teresa, custode delle sue sofferenze, è descritta come "mancante di qualche rotella" è al limite della normalità, maniaca dell'ordine e probabilmente asessuata, qui interpretata dal mio compagno d'avventura Gennaro Cannavacciuolo senza il minimo ricorso al travestitismo, nel solco dell'astrattezza di un Alec Guinness. Quanto divertimento e quanto dolore in queste figurette gigantesche!
Agli occhi di Michele il mondo è tutto "a capa sotto", fuori dalle quattro mura che lo proteggono ho chiesto letteralmente allo scenografo Paolo Calafiore di costruirmi un panorama rovesciato: dal balcone di casa Murri, Michele vede una foto di Alinari tridimensionale, in cui il cielo è sotto le case rovesciate e il sole tramonta salendo. Allo stesso modo ho voluto che il giardino di casa Gallucci, che vede desinare i nostri amici, fosse minacciato da 150 enormi girasoli, piante carnivore che sotto un cielo scurissimo attendono l'epilogo di questa piccola vicenda umana.
C'è un confine drammaturgico in Ditegli sempre di sì e noi abbiamo deciso di andare fino in fondo: dopo un'ora e mezza di risate (a volte amare) e di segnali inquietanti, il testo vira e trascolora nel dramma. Da quando Teresa di fronte al dilagare della pazzia del fratello è costretta a rivelare la vergogna della malattia, è tutto un precipizio, l'alter ego Luigi Strada prima dello svelamento viene ritenuto pazzo, Michele si rispecchia completamente in lui, lo chiama "Michele Murri", vuole convincerlo a liberare la gente normale dalla sua presenza, lo impicca per i piedi (come Mussolini a piazzale Loreto) e poi per salvarlo cerca di tagliargli la testa, origine di ogni male. Il sacrificio viene interrotto da Teresa con un semplice richiamo e i due tornano a casa, che per loro, e lo sanno, sarà l'eterna volontaria prigione, mentre tutti i personaggi scoprendo le giacche private dei bottoni, resteranno lì, lasciando incuranti Luigi Strada appeso come un salame. Il grande teatro napoletano del secolo scorso, da Eduardo a Viviani e poi da Ruccello a Moscato, funziona così. Si ride e si piange, passando da una scena all'altra, a volte da una frase all'altra nella stessa battuta.
Ho avuto una Compagnia meravigliosa in cui ci sono attori di due o tre generazioni (e lo scambio di esperienze ha dato frutti importanti) e confronti padri-figli, non solo io e Lorenzo ma anche Gigi De Luca attore antico e modernissimo e suo figlio Gino. Con tutti loro e con i miei collaboratori abituali, i miei preziosi tecnici, i miei assistenti, Luigi Ascione che dà luce ai miei sogni, Gabriella Campagna e Matteo D'Amico, ho cercato di fuggire la convenzione non per snobismo ma perché Eduardo amava essere interpretato, mai imitato. "La fine è il vero inizio" diceva. Abbiamo la sua eredità universale che ci vuole non falsari ma autonomi creatori. Tutto cambia, per grazia di Dio, anche se i tesori ci restano dentro.
"L'attore quando muore deve morire. Basta! Deve sparire! Non deve lasciare quest'ombra, questa falsa vita. E' una cosa falsa. Io ho fatto pure il cinematografo ma perché mi servivano i quattrini; non l'ho fatto per piacere. Solo il teatro mi ha dato gioia, sempre. E quello che mi ha dato contatto con il pubblico, possibilità di parlare, di cambiare, di evadere... insomma per me la vita è passata in un attimo. Meno male! "
Geppy Gleijeses
INFORMAZIONI
www.ctbteatrostabile.it
CTB Teatro Stabile di Brescia
Sede - C.da delle Bassiche, 32
Tel. 030 2928611/620 - fax 030 293181
e-mail:
(dalle ore 9.00 alle 12.30 e dalle 15.00 alle 17.00)
Teatro Sociale - Via Felice Cavallotti, 20 - Brescia
Tel. Biglietteria 030 2808600













































