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Emergenza pedofilia
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“In Germania prima diedero la caccia ai comunisti, e io non protestai perché non ero comunista. Poi diedero la caccia agli ebrei, e io non protestai perché non ero ebreo. Poi fu la volta dei sindacalisti: non feci sentire la mia voce perché non ero sidacalista; e la volta dei cattolici, e io non alzai la mia voce perché non ero cattolico. Alla fine si accanirono su di me e in quel momento non c’era più nessuno a protestare” (Martin Niemoller)

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Emergenza pedofilia


- 31 maggio 2007

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A Palermo sono in crescita pedofilia e prostituzione minorile.
I ragazzi abusati e il loro percorso per superare il trauma.
Ma sono poche le comunità di alloggio qualificate



Doveva sporcarsi tutto il viso e la testa di tempera blu, e conciare allo stesso modo anche l’educatore, per spiegare come si sentiva, esprimere l’inadeguatezza a provare di nuovo affetto. A otto anni è difficile trovare le parole per descrivere un abuso. A Casa Federica incontro Lucia, che da otto anni lavora con i ragazzi delle comunità alloggio, e mi racconta uno dei primi tentativi di far parlare un bimbo, portato via dalla famiglia perché vittima di un pedofilo. La comunità ne ospita dieci, nell’altra casa dell’associazione ce ne sono sette, i più piccoli. Sono diversi i motivi per cui il tribunale dispone l’affidamento di un ragazzo in comunità, ma è raro che chi è ospite qui non abbia alle spalle una violenza sessuale. L’assegnazione a una casa è a discrezione del giudice, e spesso, nei casi più difficili, i ragazzi entrano nelle comunità dell’associazione di Lucia. La casa è in un quartiere elegante di Palermo, lontano dalle borgate di provenienza dei ragazzi. Gli abusi, e le manifestazioni che in un ragazzo possono far presumere violenze, sono più visibili nei quartieri popolari, e sono in genere gli insegnanti di queste zone a riconoscerli e segnalarli. Palermo è da anni in stato d’emergenza per gli abusi su minori, dopo che nel 1997 fu scoperto nella borgata dell’Albergheria un giro di pedofili che producevano e trafficavano materiale pedopornografico. Il fenomeno non sembra ridursi, anzi aumentano i casi di abusi multipli e di ragazzi spinti alla prostituzione dai parenti. Molti dei ragazzi coinvolti in quel traffico sono ora maggiorenni, e hanno trascorso questo tempo via dalla famiglia cercando di riguadagnare una vita normale, un equilibrio negli affetti. Alcuni hanno superato i traumi, altri rischiano di diventare abusanti a loro volta, se non imparano a riconoscere le tenerezze dalle perversioni. Tutto dipende dal lavoro svolto nel primo periodo in comunità, spiegano gli educatori. Avviene per tutti i ragazzi un momento di rottura, un choc benefico necessario per riconoscere il trauma e cominciare a lavorare per superarlo. Quando il ragazzo non viene più percosso per le marachelle o, al bagno per esempio, vede che nessuno prova attrazione per la sua nudità, qualcosa in lui reagisce. Può manifestarsi con pianti, depressioni, o con un momento di aggressività. “È penoso - spiega Lucia - ma lo aspettiamo e siamo pronti a farlo scaturire, e a gestire il senso di colpa che segue sempre il bambino, fino a quando non avrà finito di confrontarsi con il disagio di essere stato per tutta l’infanzia compromesso. È fondamentale osservare ogni sfumatura dei comportamenti del ragazzo, e le loro motivazioni. Bisogna che anche noi accettiamo di lasciarci compromettere”. Non tutte le comunità sono in grado di accompagnare i bambini nel percorso. Due fattori complicano le cose. Il primo è la lentezza delle assegnazioni, i bambini dovrebbero intraprendere il recupero subito dopo essere allontanati dalla famiglia, nei casi più gravi. Inoltre andrebbero incrementati i servizi di assistenza pre-alloggio e le visite degli assistenti sociali a domicilio, per prevenire e mediare le situazioni familiare senza ricorrere all’affidamento. Cresce invece il numero dei ragazzi affidati, e la creazione di una comunità è spesso colta come un’opportunità di lavoro. Non è difficile ottenere i finanziamenti ed entrare nell’albo, basta un diploma. Emerge come le case siano inadeguate sia nelle strutture, sia per il personale. Ma il grado di felicità di un bambino non è testato da nessuno, dato che i servizi sociali delle circoscrizioni non riescono a visitare tutte le case: una ricerca dell’Università di Palermo dai risultati pessimi ha finito per non essere pubblicata. Alcune comunità non avevano né subito controlli né sviluppato progetti di formazione per i ragazzi. Intanto l’albo continua a infoltirsi, e le autorizzazioni arrivano senza problemi, magari in cambio di un gruzzolo di voti....

Francesco Galante

BOX

Sono circa mille i bambini affidati alle comunità alloggio a Palermo. Chiunque disponga di un diploma di scuola superiore e due anni di esperienza certificata con ragazzi può aprirne una. Le comunità devono avere non meno di 6 dipendenti a tempo indeterminato, e percepiscono finanziamenti regionali attraverso il Comune, purché vi sia assegnato anche un solo bambino. Si tratta di un emolumento fisso, più una quota unitaria per ogni bambino. Sono scarsi però i controlli dei servizi sociali delle circoscrizioni sugli standard strutturali e sui dipendenti. Fallisce nel 2004 un tavolo di discussione, non c’è accordo su come elevare la qualità.

 





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