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Giovedì, 1 Ottobre 2009: Accadde Oggi GIUSEPPE BERTA, La Stampa
Fazioni in lotta
Un anno fa, in quell’ottobre 2008 in cui si sono forse vissute le giornate più cupe della crisi globale, le grandi banche di tutto il mondo erano parse sull’orlo di un collasso.
Un collasso che poteva non risparmiare nessuno, mentre i loro vertici erano scossi al punto di rendere improbabile ogni scommessa sulla loro continuità. Rispetto a quel passaggio cruciale, oggi viviamo in una situazione che all’apparenza risulta assestata, tant’è che i governi possono rivendicare i loro meriti per il sostegno concesso alle banche, rivendicando nel medesimo tempo prerogative di controllo sull’attività finanziaria.
È quanto ha fatto, per esempio, martedì scorso il premier inglese Gordon Brown che, parlando al congresso laburista, ha difeso la necessità dell’intervento sulle banche che rischiavano il crollo, a cominciare dalla Northern Rock, per sostenere subito dopo che «la finanza deve sempre essere al servizio della gente e dell’industria, non al loro comando». Parole, nella sostanza, analoghe a quelle pronunciate ieri da Tremonti, che ancora una volta ha tenuto a ricordare come le banche non debbano imporsi sulla politica, ma far rientrare la loro azione in un disegno a favore dello sviluppo nazionale e delle imprese.
Anche il nostro ministro dell'Economia ha valorizzato l’operato del governo italiano, ricordando che i cosiddetti «Tremonti bond» sono valsi a iniettare elementi di fiducia e di stabilità di cui il sistema bancario si è potuto giovare. Soltanto che le due banche più importanti d’Italia, UniCredit e Intesa Sanpaolo, all’atto di varare le loro strategie di ricapitalizzazione, hanno rifiutato entrambe i Tremonti bond, non giudicandoli convenienti e provvedendo ad approvvigionarsi di capitali in altro modo. Una decisione che ha suscitato la reazione irritata del ministro, che ha visto in quel rifiuto una prova ulteriore del desiderio delle banche di rimarcare la loro autonomia, con accenti così forti da lasciar intravedere la voglia di sottrarsi al confronto col governo e coi suoi indirizzi di politica economica. Non a caso, Tremonti ha contrapposto al comportamento dei due colossi bancari quello di altri due istituti di credito, Bpm e Credito Valtellinese, che invece i bond governativi li hanno accettati di buon grado.
È fin troppo facile, tuttavia, notare la disparità di dimensioni fra banche che hanno un raggio operativo assai diverso. È chiaro dunque che, nel ragionamento di Tremonti, le banche «virtuose» sono quelle che dispongono di un forte radicamento locale e che perciò si dislocano lungo quella via verso il federalismo in cui il ministro indica da tempo la soluzione dei problemi italiani.
In realtà, questo giudizio non specifica perché ricusare i Tremonti bond dovrebbe equivalere alla volontà di ripristinare il primato della finanza e a disconoscere il ruolo di servizio che le banche devono assolvere nei confronti dell’economia reale e del mondo della produzione. UniCredit e Intesa Sanpaolo non possono essere poste sul banco degli accusati a priori, soltanto perché hanno scelto di ricorrere al mercato invece che al supporto governativo; per giudicarli bisognerà valutare le loro pratiche effettive nei prossimi tempi.
Tremonti e, insieme con lui, la classe politica di tutto il mondo che esige dagli operatori bancari una condotta improntata alla responsabilità hanno ragione a invocare il principio secondo cui la finanza deve essere al servizio dello sviluppo. Il nodo però, assai difficile da sciogliere, è come ciò possa avvenire. Come si è visto, il ministro dell’Economia insiste sull’impronta federalista e torna a parlare della «banca del Sud», capace d’essere d’aiuto al territorio perché farà restare il risparmio accumulato dalla società meridionale entro i suoi confini. Un obiettivo, questo, che presuppone il ripristino di un ordine preciso fra i soggetti dell’economia e un ruolo di governo capace di far rispettare i compiti di ciascuno. Come avvenne all’indomani della Grande Crisi del ‘29, quando si delimitarono le funzioni di banche e istituzioni economiche.
Ma nel mondo d’oggi non si vede chi possa far valere un simile ordinamento, ammesso e non concesso che l’avessimo individuato con sicurezza. Il pericolo è che, in assenza di un’autorità ordinatrice, inizi una sorda lotta di fazione e una stagione di manovre per decidere chi deve comandare all’interno delle banche.














































