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Mercoledì 8 Aprile : 2009 CARLO OLMO, La Stampa
Giulio Einaudi e i gioielli della collana
La serata torinese in ricordo di Giulio Einaudi mi ha lasciato un profondo disagio. Forse perché davvero segna un mutamento irreversibile della casa editrice, o perché il presente ha prevalso sulla memoria. Ma esaurire una vicenda tanto complessa nella rivisitazione di scrittori che leggono scrittori, è davvero coltivare l’oblio. Certo conta la deriva événementielle - avrebbe detto Braudel, grande autore einaudiano dimenticato - della letteratura, ma anche di una saggistica oggi incline al romanzo, a sostituzione dell’argomentazione e del faticoso cammino della prova. Einaudi spesso ripeteva che la sua collana era la Piccola Biblioteca Einaudi.
C’entrava anche il suo gusto per lo spaesamento, ma quel catalogo è, in qualche misura, la traccia irrinunciabile di ogni memoria, non solo personale. Perché la PBE è meno figlia di un programma culturale, di quanto non siano i saggi o la collana di cultura storica, meno legata ad un tempo della società di quanto siano la collana viola o il Nuovo Politecnico, intimorisce meno dell’Enciclopedia, che resta forse l’impresa più difficile, ma anche più straordinaria della casa editrice di via Biancamano.
La PBE ha altri due pregi. Smonta, con un’involontaria e preziosa ironia, tante costruzioni, che si rivelano tristemente ideologiche, su una casa editrice elitaria e che ha costruito la sua fortuna sull’esclusione. Molti autori della PBE non ebbero poi fortuna, anche se le loro opere furono, in quegli anni, importanti. Quasi tutti i titoli testimoniano un arco assai ampio d’interessi, irriducibili a un’ideologia o a una politica, costruita su pregiudizi, scientifici non solo ideologici. Ma la PBE fu anche lo strumento fondamentale per avvicinare a una lettura saggistica, critica e riflessiva, generazioni d’italiani. Un compito civile, oggi quasi improponibile, che aiuta però a fornire qualche traccia, più precisa e misurabile, per comprendere la stagione in cui l’editoria seppe davvero attrezzare una discussione civile e sociale negli Anni 60 e 70. Una collana che offre un ultimo indizio di quella storia: era alimentata da tanti, diversi protagonisti della vita dell’editrice, senza che nessuno se ne potesse interamente assumere la paternità. Con la scoperta di autori e soggetti, la PBE interpretava forse al meglio quel gusto per l’impresa editoriale come scoperta di temi e autori, come contributo civile a una società davvero poco propensa al rischio intellettuale, che affascinava Giulio Einaudi.














































