Hanno cambiato anche il profumo del Didò, la plastilina colorata con la quale giocavo quando ero piccola. Una volta profumava intensamente di mela.
Penso a questo mentre passeggio per una fondamenta veneziana e, incuriosita da una vetrina colorata, mi sono avvicinata a guardare le mercanzie di un piccolo negozio di belle arti. In bella mostra c’erano mille plastiline colorate che mi riportano ai tempi dell’asilo. Il Didò non sa più di mela, ma di plastica, non lo si distingue più dalle plastiline comuni. Sono passati venti anni da quando ho giocato l’ultima volta con la plastilina. Sono già troppi.
Intanto, mentre faccio queste superficiali considerazioni, un vecchio squattrinato ma felice suona la fisarmonica seduto su una sediolina di paglia e mi sorride, dicendomi timidamente “buon anno”. Cerco qualcosa nelle tasche profonde della mia giacca, trovo una monetina e gliela lascio nel cappello. “Buon anno a lei” rispondo guardando la sua fisarmonica rossa che luccica al sole. La sua musica mi piace, avanzo di qualche metro, poi mi fermo di colpo di spalle. Mentre ascolto ancora quelle note, cerco di immaginare delle parole adatte al tango del vecchio signore suonato con la fisarmonica. “In qualche maniera dovrò pur campare, e se non trovo da lavorare, mi siedo al sole con la fisarmonica, e mi metto a suonare. Suono qualcosa per chi vuole ballare, ma che non balla mai, e vi dedico questo tango”. Ecco, queste sono le parole in musica
per il vecchio sorridente. Avrei dovuto dargli più di un euro. In fondo mi ha messo di buon umore.
Mi dirigo verso la stazione, passando per le sconte per non incappare nella troppa gente che deambula lentamente con il naso all’insù per le calli veneziane. Le sconte sono quelle
stradine nascoste dei percorsi veneziani. I turisti non le
conoscono e, anche se le conoscessero, in queste stradine è talmente difficile orientarsi che si perderebbero in una
città labirinto fatta di sassi, masegni e acqua. Meglio che i turisti seguano il percorso convenzionale segnalato dalle loro guide. Io non ho molta voglia di perdere tempo.
E’ una giornata invernale decisamente bella, con il cielo liquido, blu, con quel freddo leggermente pungente che ti colpisce al naso e ti solletica le narici. E’ una bella giornata, i turisti lo sanno.
La stazione è piena di gente frenetica. Tutte persone che si
vogliono godere in un posto magico l’ultima domenica che resta delle vacanze di Natale. Peccato che siano stati in troppi ad avere la stessa idea. Corrono per arrivare prima alle loro destinazioni. Corrono per godersi tutto il tempo utile. Anche io corro, ma dalla parte opposta.
Vorrei tornare oggi a casa dopo una lunga vacanza qui a Venezia, ma c’è troppa gente in coda alle biglietterie, preferisco allontanarmi e aspettare che la folla si diradi, intanto gironzolo per la stazione guardandomi un po’ intorno. Osservo i souvenir di finto vetro made in China, le gondole di plastica e i cioccolatini a forma di maschere.
Mi colpisce all’improvviso una ciotola appoggiata a terra affianco alla macchinetta per fare le fototessere con lo sfondo colorato e le facce buffe. Una ciotola piena di cibo. Qualcuno
dà da mangiare ad un cane qui. Mi giro intorno per cercare l’animale in questione e la vedo. C’è una vecchina con un cane nella stazione di Venezia, va in giro per Santa Lucia trascinando un carrello portapacchi con sopra vecchie valigie logore e vestiti che una volta dovevano essere coloratissimi
ed eleganti. Sembra che tutti i controllori e gli edicolanti che lavorano alla stazione la conoscano da tempo. Passano e le lasciano un regalino. Un panino, una bottiglia d’acqua, una scatola di cibo per il cane. Pare che ella voglia partire da un momento all’altro. Se ci si avvicina, il cane ti fa mille feste, mentre la vecchina con i suoi occhi neri ti guarda a malapena tra una pagina e l’altra del suo giornale free press. Ha uno
sguardo triste e tante rughe scavate sul suo volto.
Mi siedo d’istinto vicino a lei, di colpo capisco di non avere
così fretta di partire, non so se chiederle chi è e perché è lì.
Forse dovrei stare lì per un po’, farle compagnia anche solo
sedendomi al suo fianco. Lei mi anticipa sul tempo, sembra che mi abbia letto nel pensiero, percepisce la mia titubanza ed incomincia il suo racconto.
“Io e Nino abitiamo qui da anni, tanti anni. Saranno almeno venti. Ti chiedi cosa ci faccio qui da sola con lui? Avevo una famiglia una volta, una famiglia che adesso non vuole saperne di me.
Ero una giovane borghese di Torino, anni fa, la mia famiglia aveva qualche soldo ed un negozio di ferramenta. Non era ricchissima, ma non mi mancava nulla di fondamentale. Aiutavo mio padre nel suo negozio. Non avevo particolari ambizioni, ero serena. Avevo circa la tua età quando incontrai ad una cena tra amici un bell’uomo, un bel veneziano, ci frequentammo per un po’ di tempo e ci innamorammo l’uno dell’altra. Dopo pochi mesi ci fidanzammo. A ventiquattro anni ero sposata con lui. Ci trasferimmo qui a Venezia perché lui amava la sua città. Diceva sempre che Venezia è una città unica al mondo, una città romantica come poche. Diceva che era la nostra città. Erano gli anni sessanta. Abitavamo non lontano da qui, credo. Dietro al Canal Grande. Per comprare la casa qui vendetti la mia casa a Torino, che mi lasciarono i miei prima di morire. Io e mio marito, Nino, come il cane, stavamo bene, eravamo felici, frequentavamo le grandi feste delle più importanti famiglie veneziane e la mia Torino non mi mancava nemmeno un po’, anche se Venezia, nonostante
la vita mondana che facevo, è sempre stata un po’ estranea per me. Dopo qualche anno nacque la mia bambina, Edith, a quel punto mi sentivo al culmine della felicità. Avevo una famiglia finalmente e noi tre eravamo più uniti che mai. Passarono gli anni, Edith cresceva bene ed era bellissima, bionda come il padre con dei grandi occhi neri e brillanti, una ragazza intelligente e vivace. Nino era felice e lo sentivo vicino a me. Mia figlia, quando ebbe diciotto anni, partì per l’Argentina per fare le vacanze estive, ma rimase lì a lavorare perché si innamorò di quel paese. Rimanemmo soli io e mio marito”.
La vecchia prende una pausa prima di proseguire. Io non parlo, non commento. Questa donna mi racconta la sua vita. Racconta la sua vita ad una sconosciuta. Forse le ho ispirato fiducia, forse lo fa con tutte le persone che le siedono accanto. Intanto la guardo in silenzio piegare lentamente il suo giornale vecchio di qualche giorno, che forse è il suo appiglio alla vita al di fuori di questa fredda stazione. Lo mette via, dà una carezza al cane, che ormai si è appisolato sull’ammasso di vestiti sul carrello, tossisce, come per
schiarirsi la voce e poi riprende la sua storia. Mantiene lo sguardo fisso per terra, i suoi occhi diventano umidi di lacrime.
“Dopo pochi mesi in cui vivemmo in perfetto
equilibrio ci fu il declino. Noi due non ci bastavamo più, la nostra bambina era lontana e ci mancava. Mio marito incominciò a bere, a bere tanto, cercava di consolarsi con tanto, troppo alcol. Io ero triste come lui e forse più di lui, non potevo dare a mio marito altri figli a causa di
complicazioni avute con la prima gravidanza. Nino non mi guardava più, io cercavo distrazioni dirigendo tutte le mie attenzioni verso altri uomini, sempre nell’ombra, sempre di nascosto. Gli altri signori mi lusingavano con frasi adulatorie.
Io avevo bisogno di crederci e, in cambio di parole, a volte bugie, mi concedevo. Andai avanti per qualche mese, ma
Nino un giorno mi scoprì. Entrò nella camera da letto e mi sorprese nel pieno del mio amplesso con un altro uomo.
Fortunatamente era troppo ubriaco quel giorno, si arrabbiò, fece la voce grossa e cercò di aggredirmi ma dopo poco si
addormentò. Il giorno dopo non si ricordava niente di quello che era accaduto. Credo non si ricordasse nemmeno chi fosse. Nonostante avessi rischiato molto quella famosa volta,
avevo ancora bisogno di amore e di attenzioni, continuavo a chiederli ad altri uomini, ma non a mio marito.
Piccola cara, non mi chiedere come, ma Nino lo venne a sapere. Gli uomini sono chiacchieroni e pettegoli come noi donne, ma sono anche molto, troppo solidali fra loro. Un giorno arrivò prima a casa dal lavoro, non mi disse nulla, aveva uno sguardo duro e crucciato. Si diresse verso la nostra camera da letto - anche se non c’era più niente tra noi per mantenere la forma facevamo in modo di dormire sempre nella camera matrimoniale insieme - preparò i miei vestiti con calma, venne nel salotto e mi disse di preparare tutti i miei beni e di andarmene entro il giorno dopo.
Il senso di colpa era troppo forte. E mi sento ancora colpevole. Allora non dissi nulla, piegai tutto quello che potevo prendere e portare da sola e uscii subito di casa. Nino non urlò, non disse altro tranne che non dovevo farmi più rivedere, che l’avevo umiliato davanti a tutta la sua gente, la Venezia che lui amava, e che per lui io ero praticamente morta. In pochi attimi mi ritrovai sola, non sapevo dove andare. Nino mi aveva lasciato pochi soldi per rimanere in un albergo qualche giorno e per sistemarmi. Non avevo nulla, i miei beni erano stati investiti tutti nella casa, non potevo pagarmi un avvocato per far causa a mio marito, in pratica ero una spiantata. Finiti i soldi, cambiai stile di vita.
Radicalmente. Passare da signora a barbona non è stato facile e soprattutto non è stato divertente. Il piatto caldo non è assicurato ogni giorno, la sera non ho un letto ma scatole di cartone e vecchi vestiti che indossavo una volta.
E adesso sono qui. Il cane che vedi lo trovai un giorno in una
calle, abbandonato. L’ho chiamato come Nino, mio marito.
Mi vuole bene e io ne voglio a lui. A volte si acciambella vicino a me e ci facciamo caldo a vicenda. Secondo me ha capito che c’è solo lui nella mia vita.
E la mia famiglia? Non so, non so. Mio marito l’ho visto
passare una volta di qua, per la stazione, con molte valigie. Mi ha guardato per un secondo, ma dubito che mi abbia riconosciuta, sono molto diversa dalla signora che sposò anni fa. Credo che mio marito, lo chiamo ancora così, non abiti più qui a Venezia. Forse non è nemmeno più vivo, mentre io mi trascino da anni qui senza uno scopo.
Di Edith ho solo una foto vecchia di quando era adolescente.
Non l’ho più sentita, né credo mi sia venuta a cercare. La mia
famiglia ora è questo cagnolino affettuoso. Scusa cara, non
mi sono presentata. Io sono Arianna. Mi puoi trovare sempre qui, a Venezia Santa Lucia”.
Non le ho detto nulla durante tutto il suo racconto. E’la prima volta che sto zitta così a lungo. Arianna mi ha colpito nel profondo, con la sua semplicità, la sua solitudine e la sua
voce roca. Non riesco a pensare, e d’istinto tiro fuori cinque euro, gli unici che ho, e glieli do. “Buon Natale, anche se in ritardo, Arianna”, le dico nascondendole la banconota tra le mani. Lei non guarda nemmeno quello che le ho messo in mano, ma mi ringrazia per tre volte. Accarezzo Nino ed esco dalla stazione.
Mentre torno verso casa mi dimentico di prendere i biglietti,
mi dimentico delle mie lunghe vacanze a Venezia, della voglia di tornare a casa e delle mie considerazioni superficiali sui miei divertimenti da bambina. Ormai l’ultima domenica di Natale sta finendo, i turisti se ne vanno a casa e del cielo limpido è rimasto solo un barlume di luce all’orizzonte e qualche foto scattata da qualche giapponese in vacanza. Fa sempre più freddo. Sento molto più freddo.
Le mie pessime considerazioni filosofiche si sono focalizzate su un solo, unico argomento. Che non si pensa mai alle disgrazie altrui, tranne quando ci si sbatte con il muso contro.
Mentre torno a casa, Arianna è ancora lì in stazione, a camminare tra i negozietti di souvenir già chiusi, aspettando un panino avanzato al bar.
Avrei adottato Arianna, se avessi potuto. L’avrei curata come avrebbe fatto sua figlia Edith, o almeno ci avrei provato.
Mi sento molto impotente ora. So che non posso fare niente
per la mia vecchina e per il cane Nino.
A pensarci bene c’è una cosa che posso fare. La cosa più semplice e che mi viene meglio. Raccontare di lei e della sua storia nella Venezia che dopo tanti anni ancora le pare estranea.
La vecchia signora che gira per la stazione di Venezia di Santa Lucia si chiama Arianna, vaga da anni con il suo carrello portapacchi pieno di roba vecchia che una volta erano vestiti da signora che indossava nelle sfarzose serate
mondane. Indossa un paio di grossi guanti neri di lana e due
ciabattone con sotto tante paia di calzini pesanti per l’inverno. Le sue rughe sono solchi tracciati da lacrime che il freddo ha cristallizzato. Arianna una volta aveva una famiglia e una casa dietro il Canal grande. Se la incontrate, fermatevi a farvi fare le feste da Nino, il suo cane e, se vuole parlare, statela ad ascoltare. La potete trovare sempre lì, vicino alla colorata macchina per le fototessere con lo sfondo colorato e le facce buffe.

















































