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Lunedì, 2 Novembre 2009: Accadde Oggi
I “BENEFICI” PIANTI E LA CRISI.
Il 28 OTTOBRE 1949, quindi esattamente sessanta anni fa, uscì il film “Catene” del regista Raffaello Matarazzo (1909-1966), con la coppia di attori Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson: lui già divo, lei alle prime armi, nata a Salonicco,aveva 23 anni; anche se vantava una partecipazione da co-protagonista nel non infame film di Alberto Lattuada, tratto da un romanzo di D’Annunzio “La morte di Giovanni Episcopo” del ’47. Ma il vero artefice del successo fu il produttore Goffredo Lombardo (1920-2005), una figura leggendaria del cinema italiano, padrone assoluto e figlio del fondatore della Titanus, Gustavo, allora potente casa di produzione e di distribuzione. Costui volendo diversificare, immaginò di mettere su un film miratamente rivolto ai pubblici popolari; avendo sotto contratto il Nazzari, divo ancora osannato, ma in una fase delicata della sua carriera, che era fiorita nel I Dopoguerra, e questa brunona fotogenica, dalla forme prorompenti, oggi diremmo “nu piezz’e’femmena’”, dai lineamenti alteri, ma dallo sguardo dolce, commissionò agli sceneggiatori Aldo De benedetti e Nicola Manzari, un soggetto (di Libero Bovio e Gaspare Di Majo), preesistente, che però apparteneva al genere teatrale della Sceneggiata napoletana, e che lui fece adattare allo schermo. Il suo fiuto leggendario gli aveva consigliato questa operazione; ma egli stesso pensava di uscirsene solo con le spese e “qualcosetta” di profitto. Perché Lombardo seguiva lo sfruttamento di ogni suo film, in particolare quelli dedicati al grande pubblico indifferenziato, con molta attenzione e molto in profondità: ad esempio era attento a che i film fossero programmabili nelle Sale Parrocchiali, segmento da lui guardato con cura e allora molto fiorente; e guardava ai circuiti delle terze e perfino quarte visioni. Cosa possibile, perché il Cinema nelle Sale era, con la Radio, e più dell’Avanspettacolo, l’unica forma d’intrattenimento popolare di massa e la più a buon mercato. Ma la rispondenza dei pubblici popolari andò molto al di là di ogni previsione: non fu un botto, ma un bottone. Incassò 735mln di Lire, il più alto incasso degli anni 40 e uno dei maggiori dell’intera storia del cinema italiano; equivalenti, grosso modo a un trentacinque mln di euri attuali. Una cifra “da paura” che, chiaramente, “costrinse” lo stesso team a prodursi in altre ripetizioni della stessa formula. Seguirono “Tormento” (50), “Figli di nessuno” (51),”Vortice” (53) però prodotto dalla Lux Film, dell’ imprenditore industriale e anche intelligente produttore Riccardo Gualino,“Torna!”(54), “Angelo bianco” (55), “L’intrusa” (55), della Jolly Film e nel 58, l’ultimo della serie, “Malinconico autunno”. Dopo il primo del 49, anche i quattro immediatamente a seguire, raggiunsero cifre da sfracello al botteghino, poi sempre più in calando, finchè quello del 58 fu un mezzo flop. Nazzari ritornò in auge e conobbe una seconda giovinezza, rinverdendo il suo fascino maturo; la Sanson, per quanto non sprovvista di talento, invece non riuscì a staccarsi da quel clichè di genere popolar-lagrimoso e, dopo qualche altro titolo, praticamente scomparve dagli schermi. La coppia Nazzari-Ivonsansò (così a Napoli il “pepolino” la evocava) funzionava alla grande: emanava una sorta di energia sessuale intima e non detta, di tipo coniugale, che andava ben oltre i pudichi scollacciamenti con cui si sottolineava la maestatica venustà della Sanson, spesso sadicamente, ma voluttuosamente oltraggiata. Tale bellezza, tipicamente anni 50, era come se si “consumasse” all’interno delle pareti domestiche, nel segreto dei pur benedetti segreti nuziali, ma sprigionando un’invidiata sensualità, affascinante, magica; ma, allo stesso tempo, terragna, imperiosa e generosa. Il successo non attutì il dispiacere di Matarazzo che si sentì profondamente offeso e incompreso, e ne soffrì tantissimo, perché la critica lo snobbò con cattiveria e virulenza (salvo poi un ipocrita ripescaggio, meritatissimo, post mortem). Ma il meccanismo narrativo, e il suo molto realistico contesto, dal regista messi in piedi, funzionavano con un’efficacia implacabile: il pubblico, quasi a comando, piangeva. Lacrime e lacrime a ettolitri e non solo delle donne o degli sprovveduti, sgorgavano irrefrenabili a tutte le visioni del film. L’unico film che possa essergli paragonato a tenergli testa in quella alluvione di liquidi lacrimali è stato il “Titanic” (98): non a caso evocato dal riuscito, recente spot di Sky che commercializza furbamente la “qualità emotiva” del suo Pacchetto Cinema. Comunque un hit degli anni 90 e marcato Usa. Ma oggi al cinema, si piange così tanto? No, in quanto il pianto è molto più liberatorio della risata. E non c’è nessuna trama, nessuna nuova idea che oggi ci abbia realmente trasportati “fuori da noi stessi”. Perché? Innanzitutto, perché la produzione degli spettacoli è molto sminuzzata: la televisione assorbe e condiziona tutto; è uno spettacolo continuo, che deve rapidamente produrre adeguandosi a regole e linguaggi ormai, ahimé, rigidissimamente stabiliti, come, ad esempio, la defilippesca TV del Pianto, che si presentano anche al cinema. E non c’è nessuna risposta veramente originale alla crisi economica che stiamo vivendo. Matarazzo, nel 49, si rifaceva consapevolmente al Neorealismo: alla considerazione storica, diffusa e condivisa, del contesto di crisi, ancora più grave di quella attuale (uscivamo dalla disastrosa guerra). Oggi si fa a gara dall’espungere la crisi dai nostri immaginari; o, se essa è rappresentata nelle produzione in Sala, lo si fa in forme di blanda commedia, così poco incisiva, come nel recente “Generazione 1000 Euro”; ovviamente trascurando i vari spesso eccellenti film-documenti poco visti, tipo quelli di Vicari, Pannone, Pozzessere, Wetzl, ecc. In un qualche modo, è come se la crisi non esistesse, nella percezione della cultura della Comunicazione; e che tutti facessimo come dice Silvio Nostro, per il quale la crisi è solo “un fatto psicologico”, anche se si sa che questa c’è e morde. Di fatto, non esiste spazio per un nuovo Neorealismo. Quindi, signori miei, non solo c’è la crisi, ma non possiamo nemmeno piangerci addosso per liberarci e consolarci…














































